IBS internationalbusinesservice.com

IBS internationalbusinesservice.com Siamo una società di consulenza internazionale, ci occupiamo di protezione patrimoniale, diritto delle società, tassazione estera, diritto fallimentare

25/06/2018

NOTA DEL PRESIDENTE SILVIO BERLUSCONI SULLE ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Il risultato delle elezioni amministrative, sia al primo turno che al ballottaggio di ieri, che chiude una lunga stagione elettorale cominciata il 4 marzo, conferma il successo del centro-destra già emerso nelle altre consultazioni del 2018. Quello che vince è un centro-destra plurale, nel quale nessuna forza politica e' autosufficiente: ad un buon risultato della Lega si accompagna infatti un'ancora più forte affermazione di liste e candidati civici, senza un chiaro riferimento di partito, espressione piuttosto di quella società civile che fatica a riconoscersi nell'offerta politica tradizionale.

Questo fenomeno, molto forte sul piano locale, è certamente positivo, perché dimostra l'esistenza di un ceto politico nuovo: donne e uomini che non vengono dai partiti ma che sono disposti ad impegnarsi per la collettività e godono della fiducia dei cittadini.

Questo dato, unito a quello del fortissimo astensionismo, conferma la necessità di un rinnovamento e di un'apertura delle forze politiche nazionali, a cominciare dalla nostra, che devono saper accogliere queste ed altre energie nuove e coinvolgerle in un progetto politico complessivo, espressione di quell'altra Italia che oggi non partecipa alla vita pubblica, ma che rappresenta il cuore pulsante del Paese, nel lavoro, nell'impresa, nelle professioni, nelle università, fra i più giovani. Registro con soddisfazione l'aumento del numero dei sindaci azzurri nei comuni superiori ai 15 mila abitanti: si tratta di una risorsa importante per rilanciare la nostra presenza sul territorio.

Naturalmente dovremo compiere nei prossimi giorni un'analisi precisa dei risultati regione per regione, per intervenire - nell'ambito della riorganizzazione complessiva di Forza Italia - laddove i risultati non sono stati all'altezza delle attese.

Da questa tornata elettorale emergono altri due dati significativi. Prima di tutto la crisi del Pd, che si manifesta anche al livello degli enti locali, tradizionalmente più favorevoli alla sinistra. La caduta di città simbolo come quelle della Toscana ingigantisce il fenomeno, che comunque si riscontra, anche se in misura meno clamorosa in tutto il territorio nazionale, anche nei centri minori.

Il secondo aspetto evidente è che il Movimento Cinque Stelle rimane marginale nel governo locale, non riesce in nessun modo a riprodurre il successo delle elezioni politiche, successo che si conferma frutto di un voto di reazione e di protesta emotiva e non di un'adesione consolidata e motivata.

Silvio Berlusconi

Per cercare i paradisi fiscali basta andare al supermarketdi Angelo MincuzziI paradisi fiscali? Pensiamo davvero che sia...
01/09/2016

Per cercare i paradisi fiscali basta andare al supermarket
di Angelo Mincuzzi

I paradisi fiscali? Pensiamo davvero che siano soltanto delle isolette sperdute in luoghi esotici lontani anni luce dalla nostra vita quotidiana? Siamo davvero convinti che la loro esistenza non ci riguardi? Niente di più sbagliato. È strano accorgersi che siamo noi stessi a ingigantire quel grande fiume di denaro che scompare dal nostro paese per riapparire tra le sabbie bianche delle Bermuda e delle Cayman o tra le colline del Lussemburgo e quelle del Liechtenstein. Sì, siamo complici anche noi dei grandi business dell’evasione e dell’elusione fiscale. Siamo coinvolti e non lo sappiamo. E vi partecipiamo perché, in fondo, non abbiamo alternative.

Da quando apriamo gli occhi la mattina e accendiamo il nostro smartphone fino a quando andiamo a dormire, ogni ora, ogni minuto della nostra giornata sono un piccolo contributo alla ricchezza dei paradisi fiscali. Cinquanta centesimi, un euro o dieci alla volta, i nostri soldi prendono anch’essi la strada di luoghi lontani, mescolandosi con quelli dei veri evasori fiscali. Volano verso paesi che non hanno nulla a che fare con noi. Almeno così immaginiamo. Ma ci sbagliamo. E di grosso.

Evasioni quotidiane
Prendiamo un sabato tra i tanti della nostra vita. Approfittiamo del bel tempo e decidiamo di fare una corsa nel parco più vicino o sul lungomare della nostra città. Indossiamo maglietta e pantaloncini e le nostre scarpe Nike appena acquistate. Sono le sette del mattino e siamo già entrati, nostro malgrado, nel grande tourbillon dei paradisi fiscali. I soldi spesi per le scarpe da jogging sono andati ad alimentare gli 8,3 miliardi di dollari di utili che il gigante dell’abbigliamento sportivo ha parcheggiato fuori dai confini degli Stati Uniti per non versare al fisco Usa 2,7 miliardi di imposte. Tutto regolare, per ca**tà. Nessuna legge è stata violata e nessuno potrà mai contestare qualcosa alla società. Ma per evitare di pagare il 35% di imposte sugli utili previsti dalle leggi degli Stati Uniti, Nike ha trasferito la proprietà di alcuni dei suoi marchi a tre società domiciliate alle Bermuda e ha deciso di lasciare lì gran parte dei suoi profitti. Ecco cosa c’entrano i paradisi fiscali con un paio di semplici scarpe.

Le Bermuda sono una delle più vecchie e solide giurisdizioni segrete del mondo, utilizzate da decenni per pagare meno tasse. Ma non ci sono solo le isole dei Caraibi tra le mete preferite del brand statunitense. I soldi che abbiamo pagato per le scarpe, infatti, vengono risucchiati in un complicato giro di società che servono alla Nike per completare quella che gli esperti definiscono l’«ottimizzazione fiscale». Il gruppo Usa possiede numerose società controllate in altri paradisi fiscali: 14 nel Delaware, 8 a Hong Kong, 38 in Olanda, una a Panama, 3 a Singapore e una in Svizzera. Possiamo ancora pensare che i paradisi fiscali siano qualcosa di estraneo alla nostra vita?

Quanto le grandi multinazionali americane siano presenti nelle giurisdizioni segrete di tutto il mondo lo spiega un rapporto stilato dall’organizzazione non governativa Citizen for tax justice (Ctj) e da U.S. Pirg Educational Fund, dal titolo Offshore shell games 2015. Gli esperti delle due organizzazioni hanno calcolato che le società Usa che fanno parte della lista Fortune 500 (la classifica che raggruppa le 500 maggiori compagnie statunitensi) hanno parcheggiato nei paradisi fiscali più di 2,1 trilioni di dollari (pari a 2.100 miliardi di dollari) per evitare di pagare circa 90 miliardi di dollari di imposte federali. Delle 500 società, ben 358 possiedono in totale 7.622 filiali in paradisi fiscali dove non hanno impianti di produzione e dunque non avrebbero nessun motivo di essere presenti.

Quanti “paradisi” al supermarket
Ma torniamo al nostro sabato qualunque. Il supermercato dietro l’angolo di casa è un insospettabile avamposto dei più famosi paradisi fiscali del mondo. Acquistiamo una lattina di Coca Cola (33,3 miliardi di dollari parcheggiati offshore dal gruppo di Atlanta e filiali nelle Isole Cayman, Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Singapore) e per par condicio anche una di Pepsi (37,8 miliardi di dollari di utili nelle giurisdizioni segrete e filiali alle Bermuda, Barbados, Cayman, Gibilterra, Liechtenstein, Panama e altro ancora). Coca Cola e Pepsi Cola fanno parte anche delle oltre 350 società che hanno firmato accordi fiscali con il Lussemburgo per ridurre drasticamente, o annullare, le imposte da versare. Lo scandalo LuxLeaks è esploso alla fine del 2014 quando un dipendente della PriceWaterhouseCoopers (Pwc), Antoine Deltour, ha rivelato l’esistenza degli accordi segreti dopo aver prelevato migliaia di documenti, poi consegnati al Consorzio internazionale giornalisti investigativi (lo stesso dei Panama Papers).

Sebbene sia uno dei paesi fondatori dell’Unione europea e il suo ex primo ministro, Jean Claude Juncker, sia l’attuale presidente della Commissione Ue, il Lussemburgo è un vero paradiso per le società di tutto il mondo, proprio a causa della bassa imposizione e degli accordi di tax ruling che ne abbassano ulteriormente l’aliquota fiscale.

Nel carrello della spesa riponiamo anche una confezione di tonno Rio Mare, una scatola di detersivo Omino Bianco e un flacone di sapone liquido Neutro Roberts. Ottimi prodotti, tutti brand del gruppo Bolton, anch’esso coinvolto nell’affaire LuxLeaks in Lussemburgo.

Aggiungiamo un tubetto di dentrifricio AZ, dei rasoi Gillette, uno shampoo Pantene, una confezione di pile Duracell e delle patatine Pringles. Si tratta di prodotti della multinazionale americana Procter & Gamble, che al di fuori degli Stati Uniti ha momentaneamente parcheggiato 45 miliardi di dollari di profitti e possiede filiali a Panama, Singapore, Svizzera, Olanda, Lussemburgo, Hong Kong, Costa Rica e Irlanda. Si può fare il giro del mondo se ci si sposta tra i paradisi fiscali in cui la multinazionale è presente, ma del resto Procter & Gamble è una delle più grandi aziende del globo.

Alla cassa paghiamo con una carta di credito: Visa, Mastercard o American Express non fa nessuna differenza. Con tutte e tre possiamo sentirci parte del grande business dell’elusione fiscale che - è bene ricordarlo - è del tutto legale. Visa ha 5 miliardi di dollari offshore e una filiale a Singapore; Mastercard ha 3,3 miliardi all’estero e filiali in Olanda e Singapore; American Express possiede 9,7 miliardi offshore e filiali nelle Channel Islands, Antille Olandesi, Lussemburgo e Hong Kong.

Il web regno dell’elusione
Sprofondati nel divano di casa, utilizziamo adesso il nostro iPhone o iPad per navigare un po’ sul web. Siamo al top del nostro obolo regalato ai paradisi fiscali. Apple, che produce gli iPhone e gli iPad, ha parcheggiato in territori offshore ben 181,1 miliardi di dollari. È il quantitativo più alto tra le 500 società della classifica di Fortune. Se rimpatriasse negli Stati Uniti questi utili dovrebbe pagare circa 60 miliardi di dollari di imposte, invece del 2,3% che versa ai paesi nei quali ha domiciliato le società. Sanzionata dall’Unione europea per gli accordi fiscali con l’Irlanda, in Italia Apple ha raggiunto un accordo con l’Agenzia delle Entrate per porre fine a un contenzioso sul mancato versamento di 879 milioni di euro di imposte e ha pagato 318 milioni di euro alla fine dello scorso anno. Gli utili ottenuti dalle vendite in Italia finivano in Irlanda, dove l’imposizione fiscale è molto più bassa. Ma il Fisco e la procura di Milano hanno posto fine a questo stratagemma.

Proseguiamo la nostra navigazione su Internet e apriamo la pagina di Google per aiutarci nella ricerca. Se si utilizza il web è impossibile sfuggire alla rete dei paradisi fiscali. Tutte le grandi web companies utilizzano architetture societarie offshore per eludere le imposte. Google si serve di due meccanismi per pagare le tasse dove è più vantaggioso invece che nei paesi nei quali produce reddito. Gli schemi si chiamano “Double Irish” e “Dutch sandwich” e prevedono che i soldi incamerati in Italia (così come negli altri paesi extra-Usa) finiscano in Irlanda passando attraverso l’Olanda e terminino la corsa sulle spiagge delle Bermuda. In questo modo Google ha accumulato 47,7 miliardi di dollari che restano fermi nel paradiso fiscale dei Caraibi. È il motivo che ha spinto la procura di Milano a contestare alla società di Mountain View 227 milioni di euro di imposta evasa, tutti soldi finiti alle Bermuda e che invece dovevano rimanere in Italia, almeno secondo i magistrati e la Guardia di Finanza di Milano.

Decidiamo allora di ordinare un libro su Amazon, società che ha parcheggiato offshore “solo” 2,5 miliardi di dollari ma controlla due filiali in Lussemburgo verso le quali si dirigono i soldi pagati per l'acquisto del volume. Niente resta in Italia. I nostri soldi varcano in un lampo il confine nazionale e riaffiorano mille chilometri più a Nord. Con loro sfuma anche un lauto incasso per il Fisco italiano e, dunque, la possibilità di aumentare le risorse da impiegare per opere pubbliche e welfare, cioè per il nostro benessere.

I centri offshore sono entrati nella nostra vita
Sul sito di Ikea, invece, cerchiamo delle sedie per la nostra casa e senza saperlo ci addentriamo in un ginepraio di società sparse in svariati paradisi fiscali. In Belgio, nel comune fiammingo di Zaventem, c’è la sede sociale della società anonima Ikea Service Center, che nel 2013 ha ottenuto un tasso di imposizione degli utili solo del 4%. Ikea Service Center è la banca interna del gruppo, collegata alla Ingka Holding (la casa-madre di Ikea) e alla Inter Ikea Service (detentrice del marchio), entrambe domiciliate in Olanda, e alla Inter Ikea Holding (che distribuisce gli utili generati dal marchio alla famiglia del fondatore Ingvar Kamprad) impiantata nel granducato del Lussemburgo fino al 3 maggio 2016, quando si è trasferita in Svizzera, a Freienbach. Nel 2009 la Ikea Holding International era volata addirittura a Curacao, nelle ex Antille Olandesi.

I paradisi fiscali sono entrati di prepotenza nella nostra vita, anche se noi non ce ne siamo accorti. Le giurisdizioni offshore non sono un’anomalia del sistema ma ne costituiscono una parte fondamentale. Per questo non è per nulla certo che gli sforzi dei paesi del G20 e dell’Ocse per ridimensionare il fenomeno abbiano successo. Le giurisdizioni offshore, infatti, prosperano non solo grazie all’elusione fiscale ma anche e soprattutto all’evasione fiscale. Si calcola che nei centri offshore possano essere custodite ricchezze finanziarie per 32mila miliardi di dollari. Interessi enormi che hanno bisogno dei paradisi fiscali e che cercano sempre nuovi canali di sbocco. «I soldi sono come l’acqua - ha affermato l’ex ministro delle Finanze svizzero, Hans Rudolf Mertz -: trovano sempre una fessura in cui scorrere. Ecco perché l'evasione fiscale continuerà a esistere in futuro».

Decidiamo di chiudere la connessione con Internet e andiamo a dormire con un po’ di mal di testa per via del nostro slalom tra i paradisi fiscali di mezzo mondo. Una compressa di Efferalgan ci aiuterà ad assopirci tranquilli. Ne siamo certi? Sì, ma a patto che nessuno ci riveli che la Bristol-Myers Squibb, la società che produce il farmaco, possiede anche lei filiali alle Barbados, alle Bermuda, a Panama, in Irlanda, Olanda e Lussemburgo. E che offshore ha parcheggiato ben 24 miliardi di dollari. Neppure le medicine riescono a calmare la febbre dei paradisi fiscali.

Previsioni Unicredit: quadro macroeconomicoProsegue l'accelerazione dell'economia: +3,4% il PIL nel 2016 e +3,6% nel 201...
08/05/2016

Previsioni Unicredit: quadro macroeconomico

Prosegue l'accelerazione dell'economia: +3,4% il PIL nel 2016 e +3,6% nel 2017. Queste le stime di crescita del Paese di Unicredit. Secondo gli esperti, l'ottimismo è dettato, soprattutto, dal nuovo calo dei prezzi delle materie prime energetiche e dalla continua ripresa del mercato del lavoro. Motori della crescita saranno i consumi privati e, in una misura minore, l'export.

L'ESTEROVESTIZIONE DELLE SOCIETA'Oramai da diversi anni nel nostro ordinamento è stata introdotta (art. 35, co. 13, D.L....
03/05/2016

L'ESTEROVESTIZIONE DELLE SOCIETA'

Oramai da diversi anni nel nostro ordinamento è stata introdotta (art. 35, co. 13, D.L. n. 223/2006 che ha integrato l’art. 73, Tuir, inserendo i co. 5-bis e 5-ter) una presunzione di residenza in Italia per le c.d. “subholding”, ma non solo.

La norma, evidentemente ha lo scopo di colpire in primo luogo lo schema di partecipazioni a catena secondo cui a monte e a valle ci sono due società italiane e in mezzo una subholding estera che da un lato è controllata, anche indirettamente, da soggetti residenti in Italia e, dall’altro, detiene a sua volta una partecipazione di controllo in società italiana. Analoga presunzione di residenza in Italia opera se la società estera che controlla quella italiana è amministrata da un Consiglio di amministrazione composto in prevalenza di consiglieri residenti nel territorio dello Stato.

La disposizione, inoltre, prevede che il suddetto rapporto di controllo è valutato alla data di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione del soggetto estero controllato. Con riferimento alle persone fisiche, per valutare il requisito del controllo, si tiene conto anche dei voti spettanti ai familiari di cui all’art. 5, co. 5, Tuir ossia il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado.

Resta ferma, in ogni caso, la prova contraria rispetto alla presunzione in esame che, in concreto dovrà essere fornita dimostrando, in particolare, che le decisioni sono effettivamente prese all’estero, e che gli amministratori, se del caso, sono fiscalmente residenti all’estero. La portata della presunzione, peraltro, tende a scemare in presenza di una Convenzione contro le doppie imposizioni che risolve eventuali conflitti di residenza fra due Paesi sulla base del criterio della “sede di direzione effettiva” individuato nel Commentario OCSE all’art. 4 del Modello di Convenzione tenendo conto di diversi fattori, fra i quali quello dove si tengono le riunioni di direzione dell’ente, il luogo in cui i vertici societari svolgono la loro attività, il posto in cui è svolta l’attività di gestione quotidiana dell’ente (day to day management).

Nel 2009, peraltro, l’Associazione Italiana Dottori Commercialisti (AIDC) ha presentato alla Commissione Europea una formale denuncia di illegittimità della normativa italiana in tema di esterovestizione per violazione dei principi comunitari di libero stabilimento, proporzionalità e non discriminazione.

L’Italia, tuttavia, ha risposto evidenziando che la presunzione non esonera il verificatore dal provare in concreto l’effettiva esterovestizione, costituendo solo un «punto di partenza per una verifica più ampia, da effettuarsi in contraddittorio con l’Amministrazione finanziaria».

Ciò che è sempre sconsigliabile, in ogni caso, è l’invio di corrispondenza (fax, mail, ecc.) dall’Italia con riferimento alla gestione e alla attività amministrativa, commerciale e finanziaria, della società estera in quanto, come noto le contestazioni di esterovestizione, a prescindere dall’applicazione della presunzione, nascono molto spesso a seguito di un accesso o verifica nei confronti della società italiana nel cui bilancio è iscritta la partecipazione estera da cui consegue l’acquisizione della corrispondenza e/o della eventuale contrattualistica in essere con la società estera, i cui stralci ritenuti più significativi vengono citati nel Pvc dando luogo a contestazioni che, quasi inevitabilmente, portano ad accertamenti induttivi, mancando una contabilità di riferimento, con rilievi molto pesanti ai fini amministrativi e conseguenze penaltributarie in capo al soggetto ritenuto amministratore.

07/04/2016

I documenti dello studio panamense Mossack e Fonseca, al centro della più grande fuga di notizie della storia della finanza, sono trapelati grazie a vulnerabilità di vecchie versioni di Outlook, Wordpress e Drupal

Con questo sistema fiscale l'Italia è destinata al declino! Diversamente in Bulgaria, in Irlanda ed in molti altri paesi...
31/03/2016

Con questo sistema fiscale l'Italia è destinata al declino! Diversamente in Bulgaria, in Irlanda ed in molti altri paesi si può ancora fare impresa, con un fisco "amico".

TASSE, UN CONFRONTO TRA ITALIA E BULGARIALa Bulgaria è il Paese UE con una bassa imposizione fiscale.tasseIl sistema bul...
15/02/2016

TASSE, UN CONFRONTO TRA ITALIA E BULGARIA

La Bulgaria è il Paese UE con una bassa imposizione fiscale.tasse
Il sistema bulgaro prevede una FlatTax ( tassa con unica aliquota) al 10% che si applica sia ai redditi delle persone fisiche che a quelli delle persone giuridiche.
In Italia l’Imposta sul Reddito delle PErsone Fisiche (IRPEF) è un’imposta diretta fatta di aliquote crescenti per scaglini e di un sistema di detrazioni che, grava sul reddito complessivo dei contribuenti.
I soggetti in capo ai quali sorge l’obbligo tributario e che quindi sono tenuti a pagare l’imposta, sono: le persone fisiche residenti in Italia, per le quali la base imponibile è data dalla totalità dei redditi posseduti e le persone fisiche non residenti, per i soli redditi prodotti in Italia.
In Bulgaria l’Imposta sul reddito delle persone fisiche prevede un’aliquota fissa del 10%.
Sono previste, inoltre, agevolazioni fiscali per determinate categorie che variano in relazione al soggetto (interessi sui prestiti per le giovani coppie, invalidi ecc.) e/o relativamente alla natura del reddito prodotto (assicurazioni private volontarie, donazioni ecc.)
Le persone fisiche non residenti, come i cittadini Italiani, sono tassabili solo per la parte di redditi prodotti in Bulgaria.
Per gli Interessi da capitale In generale, viene applicata una ritenuta alla fonte pari al 5% sul pagamento di interessi.
Una ritenuta finale alla fonte del 10% viene applicata sui redditi a carico dei non residenti per:
onorari per servizi tecnici e di consulenza
compensi per manager e amministratori
canoni d’affitto
redditi da attività di factoring e franchising
In Italia le persone giuridiche hanno l’obbligo tributario sulle imposte IRES e IRAP.
L’imposta sul reddito delle società (IRES) è un’imposta diretta proporzionale che colpisce attualmente con un’aliquota del 27,50% i redditi prodotti dalle società di capitale (società per azioni, società in accomandita per azioni e società a responsabilità limitata) nonchè quelli delle società cooperative, degli enti pubblici e privati residenti in Italia o che svolgono nell’Italia, almeno in parte, la loro attività.
L’altra imposta che grava sulle persone giuridiche è: l’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) è un’imposta che colpisce in linea generale con un’aliquota del 3,90% il “valore della produzione netta” formatosi in ciascuna Regione in cui l’impresa opera. La percentuale può diminuire o aumentare di 1% in base al bilancio della sanità della Regione.
In Bulgaria l’Imposta sul reddito delle persone giuridiche prevede un’aliquota fissa del 10%.
I dividendi distribuiti da società a favore di altre società controllanti, anche non residenti, sono soggetti ad una ritenuta alla fonte del 5%.
La legislazione bulgara, recependo la “Parent-Subsidiary Directive”, prevede che i dividendi distribuiti non siano soggetti alla ritenuta alla fonte se il beneficiario è una società residente nella comunità europea o nell’EEA (European Economic Area).
Le royalties pagate ad entità non residenti sono soggette ad una ritenuta alla fonte pari al 5%.
L’ EC Interest and Royalties Directive preclude qualunque tassazione sul pagamento di interessi e royalties a beneficio di società UE.

LE 10 MIGLIORI CITTA' IN CUI LANCIARE UNA START-UP Lanciare una startup non è una cosa semplice. Ci vuole impegno, creat...
12/02/2016

LE 10 MIGLIORI CITTA' IN CUI LANCIARE UNA START-UP

Lanciare una startup non è una cosa semplice. Ci vuole impegno, creatività, perseveranza e, soprattutto, come affermato da molti imprenditori la versalità giusta per cambiare progetto quando quello embrionale non sta ottenendo i risultati sperati. In parole povere lanciare una startup non è una cosa da poco. Eppure, secondo uno studio della Brighton School of Business and Management, ci sarebbero delle città nel mondo dove gli imprenditori emergenti sarebbero facilitati. Ma quali? Preparatevi, non c’è l’Italia.

1. Kuala Lumpur (Malesia) - E’ al primo posto tra le mete migliori per lanciare una startup. E’ più economica di Singapore e le istituzioni pubbliche e private che investono in progetti innovativi sono in forte crescita. Inoltre, come posizione geografica, è vicina al mercato indiano, indonesiano e cinese che da sempre si classificano come i più attenti al settore dell’innovazione.

2. Pechino (Cina) - Tasse agevolate per le imprese emergenti (gli imprenditori possono detrarre dalle imposte 1500 dollari l’anno), crescita degli incubatori - che hanno raggiunto i 1500 in tutta la città - e degli investimenti privati (nel 2014 sono stati investiti in startup oltre 6,5 miliardi di dollari).

3. Varsavia (Polonia) - In terza posizione troviamo una città europea, dove ogni anno si svolge una delle più importanti conferenze per startup dell’Est Europa (la Bitspiration). Il sistema è decisamente produttivo e dalla realtà polacca sono nate esperienze come Allegro, il sito di e-commerce comprato dagli americani di Napsers per circa 2 miliardi di dollari. Addirittura Google ha avuto un occhio di riguardo per Varsavia dove ha deciso di aprire un campus alla fine di quest’anno.

4. Mosca (Russia) - Qui, al confine estremo tra l’Occidente e l’Oriente, c’è una città ricca di opportunità, attenta al business creativo e innovativo. Inoltre è una città che ospita frequentemente numerosi eventi legati al mondo delle startup rendendo accessibile l’incontro tra imprenditori e finanziatori.

5. Bangalore (India) - Torniamo in Oriente, in India, nella nazione che più identifica il divario tra l’innovazione tecnologica e la povertà che da sempre la rende uno dei Paesi più affascinanti del mondo. In questo Stato l’imprenditoria sta di fatto esplodendo. Impressionante il numero di ingegneri preparati e i tantissimi eventi per startup. Secondo le stime sarebbero circa 10 a settimana tra competizioni e conferenze.

6. Sidney (Australia) - Incentivi per gli imprenditori che posso detrarre 14,500 dollari delle tasse di investimenti per macchinari o altri asset durevoli.

7. Tunisi (Tunisia) - In barba agli aventi drammatici che stanno coinvolgendo la zona, Tunisi è un’ecosistema giovane, con diversi programmi di incubazione e acceleratori. Qui la fa da padrone l’innovazione sociale: molti paesi sono ancora lontani dalla globalizzazione e l’imprenditoria giovanile sfrutta il divario per proporre soluzioni di Rete e facilitare le piccole economie locali.

8. Londra (Inghilterra) - Culla della rivoluzione industriale e oggi teatro della tecnologia su larga scala Londra ha visto una crescita record di investimenti nel settore digitale (459 milioni di sterline). Senz’altro una città dalle mille sfaccettature che può favorire la crescita di startup.

9. Cairo (Egitto) - Stesso discorso di Tunisi. I siti di crowdfunding stanno nascendo come funghi così come gli acceleratori. Tra i più importanti il Flat 6 Labs che ha realizzato progetti interessanti come Instabug, una piattaforma che facilita i feedback degli utenti delle App. Altro punto a favore del Cairo è l’alta formazione universitaria.

10. Sofia (Bulgaria) - Anche qui tasse molto basse e una massiccia crescita di diffusione della Rete. Tra i successi VRay, startup che realizza rendering in 3D. Recentemente sono stati creati tre fondi per supportare le neoimprese: LAUNCHub, Eleven Startup Accelerator e Neveq.

fonte: Millionaire.

"GLI STATI UNITI D'AMERICA SONO EFFETTIVAMENTE IL PIU' GRANDE PARADISO FISCALE AL MONDO", PAROLA DI A. PENNEY,  DIRETTOR...
12/02/2016

"GLI STATI UNITI D'AMERICA SONO EFFETTIVAMENTE IL PIU' GRANDE PARADISO FISCALE AL MONDO", PAROLA DI A. PENNEY, DIRETTORE DI ROTSCHILD &CO

“Lo scorso settembre, in uno studio legale affacciato sulla baia di San Francisco, Andrew Penney, direttore di Rothschild &Co, ha tenuto una conferenza sul modo in cui le facoltose élites del mondo possono evitare di pagare le tasse.
Il suo messaggio era chiaro: puoi aiutare i tuoi clienti a muovere le loro fortune negli Stati Uniti, liberi da tasse e di nascosto dai loro governi”.

Esordisce così un post di Bloomberg Business, in parallelo con un altro di Forbes sullo stesso tema. A seguire vari altri blog e siti, fra i quali nin poteva mancare il russo RT.

E pazienza se le parole di Penney, pur citate tra virgolette in un 'balcone' nel post nonché nei titoli, sono poi state espunte dal testo finale del suo discorso insieme ad altre espressioni controverse, viene raccontato. Forse per non urtare troppo la proverbiale riservatezza dei Rothschild.

La Rothschild Wealth Management Trust che gestisce $23 miliardi per conto di 7000 clienti fra gli uffici di Londra Milano, Zurigo e Hong Kong, ha aperto nel 2013 una trust company a Reno, la cittadina del Nevada famosa per i suoi casinò, per indurre i clienti ricchi, in specie quelli internazionali, a spostare i loro conti da paradisi fiscali come Bermuda Bahamas o Virgin Islands, soggetti alle nuove regole OCSE, nel trust Rothschild nello stato del Nevada, che ne è esente. Come del resto Delaware, Wyoming, South Dakota.
Gli Usa sono visti come ‘paese stabile e regolato’, in una parola ‘sicuro’.

“Qualcuno li chiama la nuova Svizzera”, aggiunge il post.

Già. Perché la Svizzera non è più quella capitale globale dei conti correnti segreti che è stata per decenni. Negli ultimi anni più di 80 banche elvetiche, comprese UBS e Credit Suisse sono state costrette a pagare circa $5 miliardi di penali e multe proprio agli Stati Uniti per aver aiutato clienti americani ad evadere le tasse attraverso conti offshore non dichiarati.

Ironia della sorte, commenta Forbes, che punta il dito sulle pesanti contraddizioni degli Stati Uniti, che predicano bene e razzolano assai male.

“Negli ultimi sette anni l’America ha combattuto i paradisi fiscali flettendo i muscoli ovunque. Il nostro IRS – Agenzia delle Entrate americana – e il nostro Dipartimento di Giustizia sono temuti in tutto il mondo. Con un peso da Schwarzenegger gli Usa hanno schiacciato le banche Svizzere e sradicato i detentori americani di conti in giro per il globo. Con leggi ambiziose abbiamo spaventato il mondo costringendolo a sottomettersi facendo sì che banche e governi stranieri rinunciassero al segreto bancario”.

“Eppure oggi vari report indicano gli Stati Uniti come il paradiso fiscale preferito.

“La giurisdizione segreta del momento”, secondo un avvocato di Zurigo citato da Bloomberg– che deve avere proprio il dente avvelenato per arrivare a definire “perversa” la situazione attuale, alla luce del ruolo degli Usa nel condannare le banche svizzere.

Forbesnon è da meno. “Un report del Tax Justice Network dice che gli Usa non praticano quello che predicano. E considerano l’America uno dei paesi peggiori. Peggio delle Isole Cayman”.

“La cosa più grave – sottolinea il magazine economico - è che gli Usa hanno rifiutato di partecipare allo scambio automatico globale di informazioni finanziarie sui dati bancari disegnato dall’OCSE per mettere il sistema in grado di combattere l’evasione fiscale.

E qui si apre il capitolo più spinoso della faccenda.

Nel 2009, spinti dalla grave recessione in corso, i leader del G20 fecero la solenne promessa di un maggiore contrasto nei confronti dei paradisi fiscali.

Gli Usa sembravano determinati a farla finita. E nel 2010 tirarono fuori il FATCA – Foreign Account Compliance Act – una legge che richiede alle banche non-americane e società finanziarie nel mondo di rivelare i conti detenuti da cittadini americani e riportarli all’Agenzia delle Entrate. Pena multe pesanti, fino al 30%delle transazioni.

Ma nel mondo, con le liste nere e grigie e alcuni accordi bilaterali fra paesi, le cose andavano a rilento. Finché nel 2013 l’OCSE supera le molte resistenze e proprio ispirandosi al FATCA, mette a punto un nuovo standard comune per facilitare i vari paesi nel dare la caccia agli evasori. L’entrata in vigore del sistema di scambio di dati era prevista alla fine del 2015.

Al nuovo sistema hanno aderito 97 giurisdizioni. “Vista la fissazione dell’IRS – l’ Agenzia delle Entrate Usa – su questo tema, ci si sarebbe aspettati che gli Stati Uniti firmassero”, scrive Forbes. Invece no.

Tra i pochissimi paesi non firmatari figurano Bahrain, Nauru,Vanuatu (isole della Micronesia e del Pacifico)… e Stati Uniti.
“Il Dipartimento del Tesoro Usa non si è nemmeno scusato”, sottolinea il post di Bloomberg.

E racconta che per i consulenti finanziari lo stato delle cose è semplicemente “una buona occasione per fare affari”.
Il fatto di non aver formato l’accordo OCSE “si traduce in un forte impulso alla crescita del nostro business”, dichiara il capo di Bolton Global Capital, società di consulenza di Boston. Che vede un picco nei conti trasferiti recentemente da banche Europee – in particolare Svizzere – negli Usa. “ L’annuncio dei nuovi standard OCSE è stato l’inizio dell’esodo”.

Manco a dirlo, le proposte del Tesoro americano di adottare standard simili al FATCA per i conti detenuti da cittadini stranieri negli Stati Uniti si sono più volte arenate per l’opposizione dell’industria bancaria e del Congresso a maggioranza repubblicana. Mentre proliferano società che promuovono il trasferimento dai 'vecchi' paradisi a quelli Usa, meglio protetti (qualche esempio nel post Bloomberg).


Non che i paradisi fiscali tradizionali si siano dissolti. Anzi. Le banche svizzere detengono ancora $1.9 trilioni - $1900 miliardi, secondo un professore di economia citato. Né è chiaro in che modo i circa 100 paesi più le altre giurisdizioni che hanno firmato l’accordo OCSE metteranno in pratica i nuovi standard anti-segretezza.

Penney, l’avvocato da anni con banca Rothschild di Londra, assicura che niente di ciò che il trust fa a Reno è illegale.

“Non c’è niente di illegale nel fatto che le banche attirino stranieri convincendoli a mettere il loro denaro negli Usa con promesse di riservatezza, finché non li aiutano di proposito ad evadere tasse all’estero”, fa eco il post di Bloomberg. Che aggiunge:
“ E però gli Usa sono uno dei pochi luoghi rimasti al mondo dove i consulenti promuovono attivamente conti che restano segreti alle autorità d’oltreoceano.”
Ed è questo l’aspetto più importante. I paradisi fiscali infatti non sono tali perché hanno tasse basse – spiega il sito specializzato americano gfintegrity.org (che grandi società abbiano sedi in paesi come Irlanda o Lussemburgo con tassazioni molto basse distorce comunque la concorrenza,). Quel che li rende tali è piuttosto la loro opacità di ogni informazione finanziaria. Ecco perché vengono definiti con più precisione ‘ giurisdizioni segrete’.
Che gli Stati Uniti siano uno dei due poli principali del mondo di tali ‘giurisdizioni segrete’ - l’altro è il Regno Unito - lo aveva scoperto del resto, e con stupore, l’inglese Nicholas Shaxson, lavorando al suo libro denuncia Treasure Islands: Tax Heavens and the men who stole the world, Vintage, 2012) che ha rivelato, dati alla mano, l’universo finanziario sommerso che è la premessa e la precondizione della globalizzazione.

Lo scorso agosto (2015) Shaxson riprendeva il tema sul Guardian, con nuovi esempi. Tanto che Underblog vi aveva dedicato un post, al quale rimandiamo almeno per le cifre sulle dimensioni dell’economia globale offshore. Un volume mostruoso: il fatturato ombra dei soli piccoli centri insulari sarebbe pari a un terzo del Pil mondiale (dati 2012).
La giurisdizione segreta – sintetizzava Megachip recensendo il libro di Shaxson – serve a diverse cose: evasione, elusione, irrintracciabilità dei soci di un’impresa, irrintracciabilità dell’origine dei flussi finanziari – oltre a riciclaggio, false fatturazioni e altre pratiche spinte che sconfinano nell’illegalità. Come scambi di favori con narcotrafficanti, piazzisti d’armi, corruttori e tangentari di varia taglia che si comprano i loro rappresentanti all’interno del sistema politico, “inclusi monarchi, generali, conduttori sanguinari, conduttori di ‘stati canaglia”. E terroristi, aggiunge il sito Usa.
“ L’off shore – continuava Megachip sulla scia di Shaxson – è la concreta condizione perché esista sia la globalizzazione del traffico delle merci sia la costituzione di multinazionali sia, più di ogni altra cosa, la globalizzazione finanziaria, nonché il riciclaggio dell’economia del debito”.
“La finanziarizzazione non esisterebbe senza l’off shore. Questa ragnatela di paradisi allettanti per la riproduzione asessuata dei capitali sottrae entrate fiscali agli Stati che sono poi costretti a chiedere soldi in prestito su quegli stessi mercati in cui operano questi capitali gonfi di illegalità”. Non sono sistemi ‘tollerati’ ma al contrario debitamente costruiti, protetti e incentivati da Usa e Regno Unito “ovvero l’hot spot della finanza e l’hot spot delle banche che si saldano in quel sistema bancario-finanziario che oggi – e non da oggi – domina l’economia“.
“Molte persone, e forse anche voi, hanno la sensazione che qualcosa funzioni male nell’economia mondiale ma non sanno dire quale sia l’origine del problema. Quando capite la natura dei paradisi fiscali sarete vicini a trovare una risposta”. Così Shaxson sul Guardian.

tratto da: "la Stampa" dell'8/02/2016

Address

Boulevard Osvobroditel 14
Sofia
1000

Alerts

Be the first to know and let us send you an email when IBS internationalbusinesservice.com posts news and promotions. Your email address will not be used for any other purpose, and you can unsubscribe at any time.

Share