01/05/2026
Oggi, 1° maggio, sento il bisogno di fermarmi.
Nel lavoro che faccio entro spesso in organizzazioni, luoghi dove le persone lavorano, producono, collaborano, a volte resistono.
E proprio per questo, credo sia importante non dare per scontato ciò che oggi esiste.
Per accompagnare questa riflessione, ripropongo un testo di Eduardo Galeano:
Chicago è piena di fabbriche. Le fabbriche giungono nel cuore della città, fino a circondare l’edificio più alto del mondo. Chicago è piena di fabbriche. Chicago è piena di operai.
Al nostro arrivo nel quartiere di Haymarket, chiedo ai miei amici di farmi vedere il posto dove furono impiccati, nel 1886, quegli operai che il mondo intero saluta a ogni 1° di maggio.
«Dev’essere da queste parti», mi dicono. Ma nessuno ne sa niente.
Nella città di Chicago non si trova una statua in memoria dei martiri di Chicago. Né una statua, né un cippo, né una targa di bronzo. Niente.
Il 1° maggio è l’unico giorno che riguardi veramente tutta l’umanità, l’unico giorno sul quale si trovano d’accordo tutte le storie e tutte le geografie, tutte le lingue e le religioni e le culture del mondo. Ma negli Stati Uniti il 1° maggio è un giorno qualsiasi. La gente lavora come al solito, e nessuno, o quasi nessuno, ricorda che i diritti della classe operaia non sono spuntati dall’orecchio di una capra né dalle mani di Dio o del padrone.
Dopo avere invano esplorato Haymarket, gli amici mi fanno visitare la migliore libreria cittadina. E qui, per pura curiosità o per puro caso, tra i mucchi di manifesti del cinema e del rock scopro un vecchio manifesto che stava lì ad aspettarmi. Riproduce un proverbio africano:
Finché i leoni non avranno i loro storici, le storie di caccia continueranno a celebrare il cacciatore.
Questo testo mi riporta a una domanda semplice, ma non banale:
nelle organizzazioni di oggi, chi ha la possibilità di raccontare la storia?
Chi definisce cosa conta, cosa è successo, cosa ha valore?
Perché il lavoro non è solo produzione.
È anche memoria, riconoscimento, possibilità di parola.
E forse, ancora oggi, una parte del lavoro che abbiamo da fare è proprio questa:
creare contesti in cui più voci possano emergere, e non solo quelle già legittimate a parlare.