04/12/2024
A ottobre l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli – una persona che decisamente non è tacciabile di comunismo – scriveva in un articolo che da qualche anno in Italia salgono i profitti delle aziende ma i salari restano fermi. Come mai? Si chiedeva il giornalista. Al di là dei giusti discorsi sulla bassa produttività e l’alto cuneo fiscale negli ultimi anni i soci hanno premiato soprattutto se stessi, reinvestendo solo il 20% degli utili, il resto è andato in dividendi, scriveva. Per molti imprenditori italiani rinnovare la propria azienda e aumentare i salari dei dipendenti è un’opzione da non percorrere.
Torna sulla questione una ricerca della Fondazione Di Vittorio della CGIL. L’economista Nicola Cicala ha analizzato i dati di Mediobanca su 1.900 aziende di industria e terziario e dell’Osservatorio delle imprese della facoltà di ingegneria civile e industriale della Sapienza di Roma. «Se analizziamo questi dati vediamo che lo scorso anno, rapportati al fatturato, i costi che le aziende hanno sostenuto per acquisti di beni e servizi dopo il covid sono tornati nella media mentre il costo del lavoro è diminuito (con conseguente aumento degli utili netti) e sono cresciuti gli oneri finanziari», spiega.
«Significa – continua Cicala - che il calo del costo del lavoro si è ridotto andando a vantaggio degli azionisti con l’aumento degli utili e dei dividendi». Nello specifico, tra il 2022 e il 2023 i dividendi deliberati a favore degli azionisti sono stati di ben 52 miliardi. Non solo gli utili in questi anni sono stati molto alti, ma sono in gran parte rimasti agli azionisti stessi al posto di essere reinvestiti in azienda «per fare investimenti e quindi rendere possibile un aumento di produttività che avrebbe potuto generare aumenti salariali».
In molti casi, insomma, il datore di lavoro avrebbe le risorse per aumentare gli stipendi, ma sceglie di non farlo, alimentando una visione di impresa di breve termine che danneggia tutti i cittadini: salari bassi infatti significa anche meno soldi che lo Stato può prelevare per finanziare i servizi di cui ha bisogno il Paese, dalla scuola alla sanità.