Io volevo solo andare in Marocco

Io volevo solo andare in Marocco Ooops! We did it again! (Forfettario diario di viaggio)

Stanno tutti bene.Li osservo, bellissimi, correre lungo le strade ben tenute o tenersi in forma negli impeccabili spazi ...
06/10/2025

Stanno tutti bene.
Li osservo, bellissimi, correre lungo le strade ben tenute o tenersi in forma negli impeccabili spazi verdi della loro città.

Poi mi viene in mente che però a Singapore in quegli spazi verdi e in quelle strade è vietato manifestare.
E allora è un po' meno bella, un po' meno perfetta.

Però non posso far finta di non vederlo, stanno tutti bene.
Il loro benessere economico si respira nelle architetture futuristiche, nella foresta di grattacieli delle più ricche banche del mondo e nel via vai di auto elettriche.

Poi però mi viene in mente che Singapore è un paradiso fiscale.
E allora di nuovo la vedo un po' meno bella e un po' meno perfetta.

Nonostante questo, stanno tutti bene.
Lo vedi nelle file di persone ordinatamente in coda davanti a locali per noi troppo costosi.

Nessuno sembra di fretta e ai semafori i pedoni, per attraversare una strada deserta, attendono diligentemente il verde nell'afa equatoriale.

Poi però mi viene in mente che a Singapore esiste ancora la pena di morte.
Ma si tratta di un dettaglio probabilmente, perché se mi guardo intorno c'è poco da fare: stanno tutti bene.

Me lo confermano le famiglie perfette e gli studenti nelle loro candide divise di scuole internazionali, dove si preparano ad avere successo nella vita.

Di nuovo però la mia testa bacata mi fa uno scherzetto e allora mi sovviene che a Singapore da sessant'anni esiste un solo partito.

Probabile questo non è un problema, perché stanno tutti bene.
Non ho mai visto così tanti cartelloni e cantieri che raccontano un’edilizia popolare accessibile e di qualità.

Poi però mi ricordo che queste case sono per i cittadini, ma vengono costruite da lavoratori con la pelle un po' diversa, immigrati con il “work permit” che dormono in ripari sovraffollati.

Sono sempre e solo loro che vediamo pulire, costruire e accudire in giro per la città-stato.

Singapore la conosco più per quello che ho letto, che per quello che vedo.
Perché se dovessi fidarmi dei miei occhi direi che stanno tutti bene.

Videosorvegliati, ligi alle tante regole (sono vietati i chewing gum), ma felici.
Eppure l'ammirazione per una simile perfezione mi lascia anche una certa inquietudine.

Mi sembra di camminare in una città del futuro. Forse lo è.

Era dalla mattina che avvertivo quella specie di pizzicorino. Da quando, nel ristorante indiano in cui eravamo a fare co...
13/09/2025

Era dalla mattina che avvertivo quella specie di pizzicorino. Da quando, nel ristorante indiano in cui eravamo a fare colazione, dietro di noi un anziano signore cinese si è seduto e ha iniziato la giornata con un cheese roti. Su una mensolina, accanto al cassiere tamil, un maneki-neko giappo-cinese bussava meccanicamente per portare fortuna e soldi.

Per capire di cosa si trattasse, cosa fosse quel pizzicorino, ho dovuto aspettare la sera. Solo quando ci siamo immersi in Jonker Street, la strada dove nei fine settimana si tiene il mercato notturno di Malacca, ho potuto avere la diagnosi.

Come ogni percorso catartico ha richiesto però un'iniziazione. L'attraversamento di un vorticoso ingorgo di decine di risciò psichedelici. Mezzi a pedali decorati con neon colorati e pupazzi e sparanti canzoni a tutto volume. Il tutto mentre passavamo accanto a un colossale Iron Man e a un Transformer intenti ad attirare l'attenzione dei più piccoli. Poco più in là una specie di Pikachu faceva loro concorrenza. Da sopra un alto muro, un'attrice di strada stilita, avvolta in una tunica e con il trucco truce, strillava alla calca frasi a noi incomprensibili.

Questa era la porta di accesso a Jonker street, tanto eccessiva da far annichilire, e dopo la quale ci si trova immersi in un fiume di migliaia di persone, in cui malesi, cinesi e indiani portano a spasso e si scambiano le loro culture. La cornice è quella degli edifici bassi coloniali europei, intervallati qua e là da una moschea, un tempio hindu e poi uno taoista cinese. Qui, accanto alle malesi con la testa avvolta nel hijab che comprano gioielli indiani, passano ragazze cinesi in shorts che mangiano cendol malese e giovani indiane con abiti tradizionali che mangiano tanghulu di frutta candita della Cina settentrionale. Nessuno si stupisce se vede il vicino mangiare con le mani, con le bacchette o con le posate.

A un certo punto passiamo davanti a un astrologo cinese che sta facendo un oroscopo a una famiglia malese. Quando ripassiamo davanti a lui qualche minuto dopo, sta divinando per una famiglia tamil.

Nella folla si sentono almeno tre lingue diverse, tra cui il malesiano dovrebbe essere la lingua ponte, anche se spesso lo è anche l'inglese.

Sembra di stare in una città musulmana , dove è sorta una Chinatown e nella quale hanno allestito un set di Bollywood. Provate a immaginarla e ditemi se non sentite anche voi un vago solletico, quel pizzicorino che si avverte quando le cose che abbiamo davanti non sono "come dovrebbero essere".

Anche il giorno dopo il pizzicorino è tornato, ma solo per confermare la diagnosi. Alle sette di mattina tutta Malacca era riunita per la festa dell'indipendenza della Malesia. A sfilare nella parata c'erano le forze armate composte da tre diverse etnie, le stesse delle famiglie che si erano riunite a festeggiare lungo Taman Costa Mahkota e ogni famiglia aveva il suo modo di partecipare (seggioline, stuoie, panieri e acrobazie di varia sorta per arrivare in prima fila), ma tutte festeggiavano il fatto di essere malesiane.

Non conosco abbastanza bene la Malesia per fare un discorso serio sulla sua società, non la conosco neanche abbastanza bene per poterla idealizzare e farne un esempio di convivenza e tolleranza. Posso solo dire ciò che questa sorta di solletico ha raccontato di me: che nonostante alcuni viaggi e le tante persone e culture incontrate, mi porto dietro ancora tante aspettative.

Tanti chilometri, tante facce e tante lingue diverse abbiamo incontrato negli anni, eppure è ancora innata in noi la convinzione che le cose e soprattutto le persone (i popoli!) sono e dovrebbero essere "in un certo modo". Poi è arrivata la Malesia e soprattutto è arrivata Malacca e una grattatina qui, un risolino lì... Niente ve lo racconto un'altra volta.

Adesso scusate, ma devo andare a mangiare un cendol nyonya, in un ristorante cinese, con le mani.

Stefano Bonadies Rita Primavera

24/03/2024

"Viaggiare ha senso solo se si torna con qualche risposta nella valigia" dice Leopold, uno dei tanti viaggiatori che costella "Un'indovino mi disse" di Tiziano Terzani.

Siamo stati in viaggio quasi due anni. Noi l'abbiamo trovata qualche risposta?

La vita fa e disfa ed è un imprevisto costante. Proprio come il viaggio. Qui parliamo di viaggi, non di vacanze. In vacanza l'imprevisto è un contrattempo, in viaggio l'imprevisto è il sentiero.

In questi giorni dovevamo finire il nostro mese di volontariato a Ventimiglia, per poi partire a lavorare in Nord Europa per qualche mese. Invece a Febbraio siamo venuti via prima dal Marocco: non siamo andati al confine con la Francia, siamo tornati a Firenze e abbiamo iniziato a cercare una casa.

Per noi viaggiare non significa andare in cerca di qualcosa, ma aspettare che qualcosa venga a cercare noi. Significa lasciare aperta una porta, anzi due, tre, quattro, infinite. Significa abbandonare ogni punto di riferimento, abitudine e sicurezza e affidarsi: accogliere o confrontarsi con qualsiasi cosa varchi quella porta.

Qualcosa ha varcato la porta delle nostre vite in questo periodo, costringendoci a fermarci. Non sarà in modo definitivo, ma sicuramente ci vorrà un po' di tempo. E' arrivato qualcosa che ci ha messo di nuovo alla ricerca di una casa e di un lavoro, in una città che non riusciamo più ad amare da anni, ma che dovremo fare di tutto per apprezzare di nuovo. O chissà magari potremo provare a stare qui in modalità viaggio e contribuire a cambiarla?

Si può trasformare una difficoltà in un'opportunità, anzi spesso la difficoltà è già di per sé un'opportunità anche se non ce ne accorgiamo, impegnati come siamo a puntare i piedi e bestemmiare.

Certo, è difficile vivere in modalità viaggio, in una realtà che ambisce a tutto l'opposto: al controllo, all'accumulare, alla stasi, al sistemarsi. Ci si sente pecore nere quando va bene, creature aliene nei casi peggiori.

E' strano, vedendo posti e società diverse ci si rende conto che nella maggior parte del pianeta queste cose, l'accumulo e la stabilità, non sono nemmeno un lontano miraggio. Eppure si vive comunque, in mezzo a difficoltà e imprevisti, ma con una vita non meno piena. Si sorride tanto quanto qua, se non di più. Esiste un altro misurino per la felicità?

Non sto dicendo che faremmo a cambio, ma solo che ci piacerebbe portare un po' di quel modo di stare al mondo qua.

Abbiamo così tanto qua, eppure, se non proviamo gratitudine, questo "tanto" che valore ha? Esiste un altro misurino per il valore delle cose, se non quanti sorrisi, quanta felicità apportano alle nostre vite?

In questi quasi due anni abbiamo provato cosa significa essere liberi, senza impegni e costrizioni sociali: due "nessuno" in mezzo al mondo con mille sentieri possibili davanti. Abbiamo potuto concederci di smettere di puntare i piedi e scoprire cosa succede quando semplicemente "ti affidi". Abbiamo provato cosa significa avere il cuore colmo, traboccante di gratitudine e sperare che esistesse un qualche dio solo per poter dire grazie a qualcuno. Se la bestemmia è l'essere irrispettosi verso ciò che è sacro (e cosa c'è di più sacro della vita?), noi abbiamo potuto provare tutto l'opposto. Non è forse per assaporare quotidianamente questa forma di beatitudine che siamo venuti al mondo?

Insomma, probabilmente noi non abbiamo riportato in valigia alcuna risposta. Forse però siamo almeno tornati con le domande giuste da fare.

PS: come si potrà evincere dal video, in questi quasi due anni abbiamo fatto di tutto per tuffarci nella vita. E abbiamo imparato a farlo con un certo stile.

Sono venticinque gradi, c'è il sole e fuori sento le onde dell'oceano, eppure mi trovo a scrivere un post malinconico.Si...
28/01/2024

Sono venticinque gradi, c'è il sole e fuori sento le onde dell'oceano, eppure mi trovo a scrivere un post malinconico.
Siamo in Marocco, eppure questa volta il Marocco che mi ha fatto innamorare e che ogni volta mi faceva ve**re voglia di tornare, non c'era. Certo, ogni volta che ci tornavamo era sempre un po' cambiato, ma era sempre lui. Questa volta no, non c'era. Non mi riferisco alla modernità, quella che spesso noi europei "romantici" osteggiamo quando visitiamo posti come questo e che egoisticamente vorremmo sempre rimanessero nel medioevo. Mi riferisco all'avidità, all'omologazione e al turismo di massa.
Però io "volevo solo andare in Marocco", anche se il Marocco sembrava non esserci più. E allora? Allora siamo andati a cercarlo, siamo andati a cercarlo quasi fino in Mauritania.
Giù, nel Sahara occidentale, dove i surfisti e la Ryanair ancora non sono arrivati. C'è un'unica dritta strada asfaltata che attraversa la parte più esterna del Sahara, dove il deserto incontra l'oceano, ma senza riuscire a toccarlo. La terra arsa e assetata termina infatti in alte scogliere e non arriva a ba****si. Qui pescatori solitari si sporgono con le loro lunghe canne da pesca e lanciano pazienti i loro ami. Anche per loro l'acqua è così vicina e allo stesso tempo così lontana. Qua e là, le loro tende e capanne (più raramente piccole case) sono l'unico segno di civiltà per centinaia di chilometri. Qui le "città" distano l'una dall'altra centinaia di chilometri. In mezzo c'è il niente. Quello che si attraversa in auto è un paesaggio desolato: per lo più le dune rimangono in lontananza e intorno non si ha che terra e sassi. Si è restii a fermarsi, quasi si avesse una paura inconscia che quella desolazione ti rimanga attaccata e ti contagi. Viene da chiedersi continuamente come facciano quei pescatori a scegliere quelle terre come loro dimora. Altrettando difficile è capire come abbiano fatto a sorgere paesi, cittadine di decine di migliaia di abitanti, in mezzo a questo niente, distanti l'uno dall'altro ore di auto.
E' così che per buona parte del viaggio, tra un centro abitato e l'altro non mettiamo piede a terra, rimanendo "al sicuro" nel nostro Renault Express. Succede però che per forza di cose a volte ti devi fermare: essere l'unico guidatore per duemilaquattrocento chilometri così potrebbe essere un'esperienza meditativa troppo intensa anche per un uno yogin himalayano.
Ci si trova allora ad aprire lo sportello e fare qualche passo sul suolo duro e rossiccio dell'hammada. In quel momento succede una cosa strana, si viene investiti da una sensazione che a me viene da descrivere solo come il sentirsi avvolti da una coperta accogliente. E' una cosa strana da dire in mezzo al deserto, dove in realtà non c'è altro che "spazio" tutto intorno, eppure c'è qualcosa di confortevole nello stare qui in piedi. L'aria leggera (è inverno e sono venticinque gradi) e secca, la brezza tesa che ti soffia la sabbia in faccia e soprattutto l'orizzonte. L'occhio che può perdersi all'infinito, seguendo la superficie piatta di sabbia e rocce. E' una cosa diversa rispetto a quello in cui "finisce" il mare. Qui non c'è soluzione di continuità, è rassicurante e insipiegabile. In quel momento si capisce come facciano alcune persone a chiamare un posto simile "casa". Si capsice anche come mai i Sahrawi lottino da cinquantanni per riavere queste terre, dopo la colonizzazione sp****la e l'illegittima occupazione magrebina. Probabilmente basterebbero alcuni passi più lontano e saremmo presi da un terribile horror vacui e dall'agorafobia. Ma qui, a poche decine di metri dall'auto, si potrebbe quasi restare per sempre. Non d'estate si potrebbe probabilmente obbiettare, ma eih, abbiamo avuto la fortuna di ve**re qui in inverno, che cosa ci possiamo fare? Alcuni anni fa siamo stati in mezzo alle dune, un paio di notti a dormire nelle tende berbere, aveva la sua magia, ma era una cosa diversa. Non c'era questa sensazione di sentirsi persi eppure allo stesso tempo perfettamente "a casa". Ultimamente mi sono imbattuto nel termine "solastalgia", che letteralmente significa "nostalgia del conforto". Verrebbe spontaneamente da pensare che è qui che si sente, in mezzo alla terra riarsa e ai sassi e invece no. La verità è che, mentre si è qui a guardare le infinite opportunità dell'orizzonte, ci si accorge che la "nostalgia del conforto" la si prova a casa. "Solastalgia" è un termine che hanno coniato gli psicologi, per indicare il malessere che si prova quando l'ambiente che ci circonda è stato violato. Mentre il sole e la sabbia mi costringono a chiudere gli occhi, io, homo urbanus per eccellenza, volo un attimo via e sento che quel quel malessere, lo provo in mezzo al cemento, ai palazzi e all'urbanizzazione che mi hanno portato via l'orizzonte. Mi accorgo che non è normale passare giorni, settimane, mesi senza vedere quella linea leggermente curva che ci fa sentire minuscoli e disorientati, ma anche abbracciati dall'immensità e dalle infinite opportunità che essa racchiude.
Ma alla fine, lo abbiamo ritrovato il Marocco? Chissà.

Stefano Bonadies e Rita Primavera

L'ultimo giorno Foxy si è infilata in una fossa biologica. Ho dovuta portarla per 15 km in braccio, mentre emanava esala...
18/08/2023

L'ultimo giorno Foxy si è infilata in una fossa biologica. Ho dovuta portarla per 15 km in braccio, mentre emanava esalazioni che hanno fatto scattare l'allerta inquinamento a Chiang Mai. Peggio che durante la stagione degli abbruciamenti. Al nostro passaggio la gente ha ricominciato a mettersi la mascherina. È stato un modo coerente per finire la nostra convivenza con lei. Quando siamo arrivati a casa mi si erano bruciati i peli del naso e la mia barba aveva preso uno strano colore. Le abbiamo fatto il bagno. Non alla mia barba ma a Foxy. La mia barba dovrò tagliarla probabilmente. Per Foxy speriamo che il bagno sia stato sufficientemente, perché tra due ore circa verrà a prenderla Emily, l'inconsapevole creatura di buon cuore che ha deciso di adottarla. Grazie Foxy, questa esperienza ha coronato in maniera degna cinque mesi di fughe più o meno riuscite, tende di casa mangiate, ciabatte di altri mangiate, piante mangiate, pettorine, collari e guinzagli mangiati, cassonetti divelti alle prime luci dell'alba, cacche lasciate su innocenti tappetini dei dirimpettai. Forse qualcosa ora me lo scordo, perché sono ancora sotto gli effetti dei miasmi di Foxy, ma insomma grazie bestiolina è stato bello averti con noi e oggi quando verrà Emily a prenderti mi sentirò un po' come un tipo incastrato in un sistema di multilevel marketing che rifila la sòla a un altro sprovveduto come lui.

Stefano Bonadies Rita Primavera

Nel thailandese "cuore" e "mente" si dicono usando la stessa parola, "jai". La nostra insegnante kruu Nim dice che è per...
29/05/2023

Nel thailandese "cuore" e "mente" si dicono usando la stessa parola, "jai". La nostra insegnante kruu Nim dice che è per questo che i thailandesi non sono molto bravi a scegliere con quale dei due ragionare.
L'ha detta con autoironia, ma a noi questa cosa è sembrata molto bella.
Tanto ci piace questa cosa di scegliere con il cuore che adesso abbiamo due cani.
Li abbiamo presi in affidamento dalla clinica dove abbiamo fatto volontariato a Marzo. Insieme a diversi altri cuccioli erano nati sfortunati, in una discarica abitata da dei tossicodipendenti ed erano ridotti malissimo quando sono stati tratti in salvo. Se non avessero trovato una casa, una volta guariti sarebbero dovuti tornare in strada.
A dire la verità non avevamo neanche una casa noi quando abbiamo deciso di prenderli in affidamento.
Nessuno di noi due aveva mai avuto cani e i nostri piani sarebbero stati totalmente scombussolati con loro, però abbiamo deciso di provare a non ascoltare troppo la testa e le mille preoccupazioni, perché abbiamo sentito che quella era la cosa migliore che potevamo fare. Senza forse rendercene tanto conto abbiamo scelto con il "jai" collocato più in basso, il cuore.
Adesso passiamo le giornate a riparare i loro danni, a cercarli in giro per il vicinato quando scappano, a riportare ai vicini le proprie ciabatte e a scusarci con i dirimpettai ogni volta che Foxy, durante le sue fughe, fa un pit stop c***a sul loro zerbino con su scritto "welcome".

A volte succedono cose straordinarie.Come quando 5 individui trai 33 e i 68 anni si fanno 12000 chilometri, 8 ore di sca...
13/04/2023

A volte succedono cose straordinarie.
Come quando 5 individui trai 33 e i 68 anni si fanno 12000 chilometri, 8 ore di scalo notturno a Doha, prendono 2 treni notturni, sopportano 39 tropicalissimi gradi in mezzo a templi khmer per poi ibernarsi in colossali centri commerciali, respirano l'aria più inquinata del mondo e mangiano in esotici mercati di strada (qualcuno anche gli insetti). Il tutto per fare contenti noi.
5 eroi chiamati .
Grazie!

Stefano Bonadies Rita Primavera

Durante le esperienze più avventurose, significative e toste che ho fatto negli ultimi mesi la maggior parte delle perso...
08/03/2023

Durante le esperienze più avventurose, significative e toste che ho fatto negli ultimi mesi la maggior parte delle persone che ho incontrato erano donne.
Lavoro in Islanda? In maggioranza donne.
Volontariato in Grecia? Nel gruppo ero l'unico uomo.
Ritiro di una settimana di silenzio in Thailandia? 20 uomini e 34 donne.
Qui alla clinica per cani in Thailandia? La maggioranza sono donne.

Che dire poi in generale delle persone incontrate in alberghi, autobus o bar? Le più intraprendenti, originali e con più storie da raccontare erano viaggiatrici o albergatrici.
E ogni volta in queste situazioni sento che le donne sono la metà di mondo più coraggiosa, che più sa vivere la vita e spenderla con saggezza.
Poi subito dopo mi trovo a domandarmi che cosa potrebbe diventare il mondo se fosse governato dalla loro resilienza, dalla loro apertura mentale e della loro forza di volontà.

Forse dobbiamo scoprirlo prima possibile. Intanto buon 8 Marzo a tutte e tutti!

Io credo fermamente nel poliamore. Credo che la capacità di amare dell'essere umano sia naturalmente illimitata. Però......
23/02/2023

Io credo fermamente nel poliamore. Credo che la capacità di amare dell'essere umano sia naturalmente illimitata.
Però...
Però avete presente quando qualcuno non può stare con la persona che desidera e allora magari prova a frequentare altre persone?
Però in fondo in fondo lo sente di essere una porta aperta solo a metà, lo sente di essere altrove la maggior parte del tempo.
Magari ce la mette tutta, magari le persone che frequenta sono bellissime, talvolta perfette, però quella sensazione rimane lì tutto il tempo, non c'è niente da fare.
Finché un giorno non intravede l'altra persona dall'altra parte della strada e non può più far finta di niente. Il cuore è prepotente e a volte sceglie al posto tuo.
Ecco, bello il Vietnam, bello ed esotico il Laos, però in questi mesi abbiamo avuto "una sensazione" tutto il tempo che ci accompagnava.
Poi in Laos quasi ovunque c'era il Mekong e dell'altra parte, sull'altra sponda la vedevamo. La vedevamo e in silenzio senza dircelo tutti e due languivamo.
Perché a volte il cuore non ne vuole sapere di poliamore, come quando dell'altra parte del Mekong c'è la Thailandia.

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