28/01/2024
Sono venticinque gradi, c'è il sole e fuori sento le onde dell'oceano, eppure mi trovo a scrivere un post malinconico.
Siamo in Marocco, eppure questa volta il Marocco che mi ha fatto innamorare e che ogni volta mi faceva ve**re voglia di tornare, non c'era. Certo, ogni volta che ci tornavamo era sempre un po' cambiato, ma era sempre lui. Questa volta no, non c'era. Non mi riferisco alla modernità, quella che spesso noi europei "romantici" osteggiamo quando visitiamo posti come questo e che egoisticamente vorremmo sempre rimanessero nel medioevo. Mi riferisco all'avidità, all'omologazione e al turismo di massa.
Però io "volevo solo andare in Marocco", anche se il Marocco sembrava non esserci più. E allora? Allora siamo andati a cercarlo, siamo andati a cercarlo quasi fino in Mauritania.
Giù, nel Sahara occidentale, dove i surfisti e la Ryanair ancora non sono arrivati. C'è un'unica dritta strada asfaltata che attraversa la parte più esterna del Sahara, dove il deserto incontra l'oceano, ma senza riuscire a toccarlo. La terra arsa e assetata termina infatti in alte scogliere e non arriva a ba****si. Qui pescatori solitari si sporgono con le loro lunghe canne da pesca e lanciano pazienti i loro ami. Anche per loro l'acqua è così vicina e allo stesso tempo così lontana. Qua e là, le loro tende e capanne (più raramente piccole case) sono l'unico segno di civiltà per centinaia di chilometri. Qui le "città" distano l'una dall'altra centinaia di chilometri. In mezzo c'è il niente. Quello che si attraversa in auto è un paesaggio desolato: per lo più le dune rimangono in lontananza e intorno non si ha che terra e sassi. Si è restii a fermarsi, quasi si avesse una paura inconscia che quella desolazione ti rimanga attaccata e ti contagi. Viene da chiedersi continuamente come facciano quei pescatori a scegliere quelle terre come loro dimora. Altrettando difficile è capire come abbiano fatto a sorgere paesi, cittadine di decine di migliaia di abitanti, in mezzo a questo niente, distanti l'uno dall'altro ore di auto.
E' così che per buona parte del viaggio, tra un centro abitato e l'altro non mettiamo piede a terra, rimanendo "al sicuro" nel nostro Renault Express. Succede però che per forza di cose a volte ti devi fermare: essere l'unico guidatore per duemilaquattrocento chilometri così potrebbe essere un'esperienza meditativa troppo intensa anche per un uno yogin himalayano.
Ci si trova allora ad aprire lo sportello e fare qualche passo sul suolo duro e rossiccio dell'hammada. In quel momento succede una cosa strana, si viene investiti da una sensazione che a me viene da descrivere solo come il sentirsi avvolti da una coperta accogliente. E' una cosa strana da dire in mezzo al deserto, dove in realtà non c'è altro che "spazio" tutto intorno, eppure c'è qualcosa di confortevole nello stare qui in piedi. L'aria leggera (è inverno e sono venticinque gradi) e secca, la brezza tesa che ti soffia la sabbia in faccia e soprattutto l'orizzonte. L'occhio che può perdersi all'infinito, seguendo la superficie piatta di sabbia e rocce. E' una cosa diversa rispetto a quello in cui "finisce" il mare. Qui non c'è soluzione di continuità, è rassicurante e insipiegabile. In quel momento si capisce come facciano alcune persone a chiamare un posto simile "casa". Si capsice anche come mai i Sahrawi lottino da cinquantanni per riavere queste terre, dopo la colonizzazione sp****la e l'illegittima occupazione magrebina. Probabilmente basterebbero alcuni passi più lontano e saremmo presi da un terribile horror vacui e dall'agorafobia. Ma qui, a poche decine di metri dall'auto, si potrebbe quasi restare per sempre. Non d'estate si potrebbe probabilmente obbiettare, ma eih, abbiamo avuto la fortuna di ve**re qui in inverno, che cosa ci possiamo fare? Alcuni anni fa siamo stati in mezzo alle dune, un paio di notti a dormire nelle tende berbere, aveva la sua magia, ma era una cosa diversa. Non c'era questa sensazione di sentirsi persi eppure allo stesso tempo perfettamente "a casa". Ultimamente mi sono imbattuto nel termine "solastalgia", che letteralmente significa "nostalgia del conforto". Verrebbe spontaneamente da pensare che è qui che si sente, in mezzo alla terra riarsa e ai sassi e invece no. La verità è che, mentre si è qui a guardare le infinite opportunità dell'orizzonte, ci si accorge che la "nostalgia del conforto" la si prova a casa. "Solastalgia" è un termine che hanno coniato gli psicologi, per indicare il malessere che si prova quando l'ambiente che ci circonda è stato violato. Mentre il sole e la sabbia mi costringono a chiudere gli occhi, io, homo urbanus per eccellenza, volo un attimo via e sento che quel quel malessere, lo provo in mezzo al cemento, ai palazzi e all'urbanizzazione che mi hanno portato via l'orizzonte. Mi accorgo che non è normale passare giorni, settimane, mesi senza vedere quella linea leggermente curva che ci fa sentire minuscoli e disorientati, ma anche abbracciati dall'immensità e dalle infinite opportunità che essa racchiude.
Ma alla fine, lo abbiamo ritrovato il Marocco? Chissà.
Stefano Bonadies e Rita Primavera