Incisioni rupestri in Canton Ticino

Incisioni rupestri in Canton Ticino Esplorando le incisioni su pietra nel suggestivo contesto del Canton Ticino! 🏞️ 🔍

Le impronte nella pietra: segni di presenza tra uomo e sacro?Tra le numerose figure che popolano il mondo delle incision...
16/06/2026

Le impronte nella pietra: segni di presenza tra uomo e sacro?

Tra le numerose figure che popolano il mondo delle incisioni rupestri alpine, poche risultano tanto semplici quanto enigmatiche come i piediformi. Si tratta di impronte di piedi incise nella roccia, talvolta isolate, talvolta in coppia, diffuse lungo l'intero arco alpino e presenti anche in diversi contesti della Svizzera italiana.

Ma cosa potrebbero rappresentare questi segni? Li avete già osservati su qualche roccia?

Tra le numerose interpretazioni proposte nel corso degli anni, una delle più affascinanti considera l'impronta come il simbolo stesso della presenza. Fin dalla preistoria, l'orma lasciata sul terreno costituisce la traccia concreta di un passaggio: la prova che un uomo, un animale o, secondo le credenze tradizionali, una presenza soprannaturale abbia attraversato un determinato luogo. Trasferita dalla terra alla pietra, l'impronta perde il suo carattere effimero e diventa memoria. Non è più destinata a scomparire sotto la pioggia o a essere cancellata dal vento, ma rimane visibile per generazioni, trasformandosi in una testimonianza permanente.

In quest'ottica, i piediformi potrebbero rappresentare la volontà di fissare nel tempo un passaggio, un evento significativo o il legame tra una comunità e uno spazio particolare del territorio. L'incisione diventerebbe così una sorta di memoria collettiva, destinata a sopravvivere ai suoi stessi autori.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che queste figure fossero associate ai percorsi di transito, ai sentieri o alle vie percorse stagionalmente durante la transumanza. Non è forse un caso che in Ticino diverse impronte siano documentate lungo antiche vie di comunicazione, presso chiese, cappelle o sentieri che conducono a luoghi di culto. In questi contesti il simbolo potrebbe aver assunto una valenza protettiva o devozionale, quasi a indicare una via sicura, benedetta o consacrata dal passaggio di figure ritenute sacre.

Proprio l'estate scorsa, percorrendo la scalinata che conduce alla Madonna del Sasso di Morcote, abbiamo osservato un'impronta incisa in uno degli scalini, successivamente coperta da uno strato di malta. Un piccolo dettaglio che dimostra come questo simbolo abbia continuato a essere utilizzato e tramandato anche in epoche relativamente recenti e in contesti legati alla religiosità popolare.

Esiste però anche un'altra categoria di impronte, forse ancora più intrigante: quelle incise direttamente su grandi massi isolati o su rocce che non sembrano avere una relazione immediata con percorsi o luoghi di culto cristiani. Esempi come le impronte della Predescia sopra Gandria o quelle associate alla Cadrega del Böbö di Bigorio sembrano appartenere a una dimensione diversa, più antica e difficile da interpretare. In questi casi non si può escludere che ci si trovi di fronte a luoghi che ebbero una particolare importanza per le comunità del passato, forse spazi rituali, luoghi d'incontro o punti del paesaggio investiti di significati simbolici oggi perduti.

In molte culture del passato l'impronta era la manifestazione tangibile di una presenza. Poteva essere quella dell'uomo che si avvicinava al sacro come devoto e offerente, ma anche quella di una divinità, di un antenato o di un essere soprannaturale il cui passaggio veniva reso visibile attraverso il segno lasciato nella roccia. Non sorprende quindi che numerose tradizioni popolari abbiano attribuito queste impronte a santi, madonne, eroi o persino al diavolo.

Forse non sapremo mai quale fosse il significato originario di tutti questi segni. Tuttavia, la loro diffusione lungo sentieri, presso luoghi di culto e su massi particolarmente significativi suggerisce che non si tratti di semplici incisioni casuali. Ancora oggi, queste antiche impronte continuano a raccontarci il profondo rapporto che le comunità del passato intrattenevano con il territorio, la memoria e il sacro.

Vi siete mai chiesti da dove provenga questa pietra incisa con la data 1665, posta davanti al Museo di Leventina a Giorn...
16/05/2026

Vi siete mai chiesti da dove provenga questa pietra incisa con la data 1665, posta davanti al Museo di Leventina a Giornico?

Il masso si trovava accanto all’antico ponte della Biaschina, uno dei passaggi più difficili lungo la storica via del San Gottardo. Faceva parte della vecchia mulattiera della Leventina e venne ritrovato nel 1991. Oggi è conservato davanti al Museo della Leventina.

Le fonti ricordano che il ponte apparteneva al sistema di strade realizzato dagli Urani nel periodo della strada del Piottino, quando attraversare le Alpi significava mantenere vivi commerci, collegamenti e scambi tra nord e sud Europa. In una gola dominata dalla roccia e dal fiume, opere come questa erano essenziali per superare uno dei tratti più impervi della valle.

Fonte: Ely Riva, "Ponti romanici del Ticino", Fontana Edizioni, 2021, p. 34.

Val Traversagna: rivive il grande masso inciso 🪨Nell’ambito della nuova collana dedicata ai massi incisi della Svizzera ...
04/05/2026

Val Traversagna: rivive il grande masso inciso 🪨

Nell’ambito della nuova collana dedicata ai massi incisi della Svizzera italiana, in preparazione per il Comune di Roveredo (GR) a cura di Luca Bettosini, si presenta il masso scelto per la copertina del volume, esemplare di particolare rilievo per densità e varietà delle incisioni.

La superficie, articolata in più piani inclinati, conserva segni riferibili a fasi diverse, distinguibili per tecnica e stato di conservazione. Il repertorio è dominato da croci di varia tipologia, associate a coppelle emisferiche e a tratti lineari di più difficile lettura. La distribuzione discontinua dei motivi suggerisce un "uso" del masso nel corso dei secoli ⏳️

Significativo è il contesto topografico: il masso si colloca in un settore oggi marginale e selvaggio, ma inserito in un sistema territoriale storicamente interessato da transiti e strutture di controllo diffuse.

Sul piano interpretativo, le croci rimandano verosimilmente a pratiche di cristianizzazione o a marcature con funzione apotropaica o confinaria; l’associazione con coppelle e altri segni indica tuttavia una stratificazione di significati non univoca.

Il volume, di circa 60 pagine, presenterà una documentazione sistematica dei massi del territorio (descrizioni, apparato fotografico e indicazioni di accesso).

📚 Sarà disponibile al prezzo indicativo di 10 CHF. Per informazioni, sostegno o prenotazioni è possibile contattare direttamente l’autore: [email protected].

Il giorno in cui la montagna si mosse. Memorie di disastri tra Grumo e Terzeghino 🪨Nel territorio di Grumo, oggi frazion...
12/03/2026

Il giorno in cui la montagna si mosse. Memorie di disastri tra Grumo e Terzeghino 🪨

Nel territorio di Grumo, oggi frazione del comune di Blenio e un tempo appartenente all’antico comune di Torre, si conservano i resti di una casa rurale che reca, nella pietra dell'arco a sesto acuto dell'entrata, la data 1456. Se la lettura è corretta, si tratta probabilmente della più antica data lapidea finora nota nella Valle di Blenio.
Sul lato sinistro del rudere si conserva inoltre un lacerto di intonaco, decorato a sgraffito, nel quale è ancora riconoscibile un motivo che imita il bugnato. La presenza di una simile decorazione parietale, rara nell’edilizia rurale più semplice, indica che l’edificio doveva rivestire in passato un ruolo di una certa importanza all’interno della comunità locale, distinguendosi per una cura architettonica non comune.

L’edificio, costruito con pietrame locale disposto in muratura irregolare, presenta alla base un arco in conci lavorati. Oggi questo elemento appare parzialmente interrato, non per scelta costruttiva originaria ma perché il livello del terreno si è bruscamente innalzato nel corso dei secoli in seguito agli eventi franosi che hanno interessato questo versante.

Il contesto paesaggistico della zona è infatti segnato da una lunga storia di instabilità del terreno. Non lontano da qui si trova infatti l’oratorio di Terzeghino, piccolo edificio settecentesco oggi in rovina ma ancora leggibile nella sua struttura. La chiesa rappresenta l’unico edificio sopravvissuto di un nucleo abitato distrutto da una frana molto tempo fa. Come per il rudere di Grumo, anche l'accesso all'oratorio è stato parzialmente sommerso dai detriti.

La casa datata 1456 e l’oratorio di Terzeghino restano così due testimonianze materiali di una storia più ampia, nella quale l’insediamento umano e la dinamica della montagna si intrecciano continuamente. In queste valli anche una pietra incisa o un edificio abbandonato possono diventare documenti preziosi della memoria del territorio.

🪨✨ Una scoperta straordinaria in Valle di BlenioNei giorni scorsi, durante i lavori di riqualifica di una zona boschiva ...
01/03/2026

🪨✨ Una scoperta straordinaria in Valle di Blenio

Nei giorni scorsi, durante i lavori di riqualifica di una zona boschiva in Valle di Blenio, è emerso un elemento che potrebbe rivelarsi di notevole rilievo per lo studio delle incisioni rupestri del Ticino. Sopra l’area in corso di recupero, infatti, è stato individuato un grande masso con un numero eccezionale di coppelle, una tipologia di segni che in ambito archeologico rimanda spesso a pratiche rituali, cultuali o simboliche di lunga durata.

L’ingegnere Andrea Demarta (che ringraziamo tantissimo!) ci ha infatti segnalato la presenza del masso, situato nei pressi di un’antica carbonaia. Una prima documentazione sul campo è stata realizzata assieme a Luca Bettosini, Oscar Bulloni ed Ely Riva.

Il masso, da questa prima indagine visiva, presenta circa 152 coppelle distribuite sulla superficie: se la conta verrà confermata, potrebbe trattarsi del masso con il maggior numero di sole coppelle finora noto in Ticino. Non sono state rilevate croci, scritte, segni moderni o altre incisioni sovrapposte: la superficie appare interamente dedicata a questa tipologia di marcatura puntiforme.

Le coppelle variano per diametro e profondità (da piccoli incavi di 1–3 cm fino a una coppella maggiore di circa 10 cm), mentre le dimensioni generali del masso sono circa 3.40 × 1.80 m.

Con ogni probabilità, il masso verrà integrato nel nuovo percorso storico-culturale attualmente in fase di realizzazione: una prospettiva entusiasmante, che permetterà di valorizzare la scoperta e renderla accessibile a tutti. Una bella notizia per la Valle di Blenio e per il patrimonio rupestre ticinese!

Ulteriori informazioni saranno presentati nel numero di maggio della rivista "Vivere la Montagna", insieme a un approfondimento sul progetto di riqualifica che ha permesso di riportare alla luce questo straordinario testimone del passato.

© Associazione Vivere la Montagna – Testo e foto.

Gerra Verzasca: aggiornamento delle schede d'archivio 📜Nella ricerca dei massi con incisioni nella Svizzera italiana, un...
22/02/2026

Gerra Verzasca: aggiornamento delle schede d'archivio 📜

Nella ricerca dei massi con incisioni nella Svizzera italiana, un grande lavoro consiste anche nel ritornare sui siti già noti, verificare lo stato di conservazione e aggiornare i dati d’archivio, in particolare quelli registrati su SSDI – Schweizerische Stein-Denkmäler Inventar. Molte schede risalgono agli anni Novanta e sono frutto dell’intenso lavoro di Franco Binda; di conseguenza, ogni uscita si trasforma in un “banco di prova”, perché nulla garantisce che i massi siano ancora visibili, accessibili o correttamente georeferenziati.

Ieri, discutendone con Luca Bettosini, abbiamo deciso di dedicarci a due massi della zona di Gerra Verzasca, sul piccolo rilievo di Scima i Piòd. Questa mattina, insieme a Luca, Cleto e Gerta Sognante Gerta, abbiamo lasciato l’auto in località Marchesini e ci siamo inoltrati lungo il fiume Verzasca.

Il sentiero è facile e permette di osservare numerose testimonianze del passato: una piccola ca****la, forse fra le più arcaiche della valle, che conserva deboli lacerti di pittura tardogotica e f***e iscrizioni votive; poco oltre, una lüéra, trappola per lupi ormai silente, ricordava la lunga dialettica fra uomo e fauna alpina, subito rinnovata, poco più avanti, dall’incontro con la carcassa di un camoscio predato.

Raggiunta la zona del caseggiato di Alnasca abbiamo osservato le tipiche architetture rurali, con date seicentesche e ottocentesche incise sui vecchi architravi lignei.
Tagliando poi bruscamente verso est, abbiamo seguito una traccia di un ripido sentiero, segnalato sulle carte ma non ufficiale, che ci ha condotti fino al piccolo monte di Scima i Piòd. Dopo circa venticinque minuti di salita, le vecchie cascine si sono mostrate davanti a noi. Una veloce perlustrazione è bastata per ritrovare i massi incisi, ancora al loro posto ma velati da mu**hi, che abbiamo rimosso con cautela. Le nuove coordinate sono state rilevate e confrontate con la scheda originale, risultando solo lievemente discordanti.

Il masso della scheda 6635.04 presentava esattamente quanto documentato: una superficie di circa due metri per uno e mezzo, scolpita nel gneiss, con due coppelle di circa 7,5 cm di diametro unite da un canaletto rettilineo di circa 75 cm. Le forme rivelano un gesto intenzionale che potrebbe rimandare a pratiche idriche, a funzioni simboliche o forse a una forma arcaica di rappresentazione del territorio.
Poco distante abbiamo ritrovato anche il blocco della scheda 6635.05, anch’esso in gneiss, più ampio (2,2 × 1,5 m), caratterizzato da undici piccole coppelle dai 4 ai 6 cm di diametro, disposte in modo irregolare, accompagnate da due scanalature e da un' incisione circolare più recente. Quest’ultima sembra il risultato di un tentativo di ricavare una scodella, sulla falsariga di quelle ottenute dalla pietra ollare, ma la durezza del litotipo ha reso l’operazione impossibile, lasciando solo un’impronta incompleta. In entrambi i casi, gli elementi incisi risultano leggibili e sorprendentemente ben conservati.

Concludendo, torneremo presto su altre schede dormienti: la topografia incisa della Svizzera italiana ha certamente ancora molto da raccontare, ma richiede uno sguardo costante e vigile, capace di intrecciare metodo scientifico e curiosità di esplorazione, affinché ciò che è sopravvissuto nei secoli continui a essere riconosciuto, documentato e compreso.

La scorsa estate abbiamo testato alcuni biocidi sulle pietre che caratterizzano il sito di Carschenna, per studiare i mi...
20/02/2026

La scorsa estate abbiamo testato alcuni biocidi sulle pietre che caratterizzano il sito di Carschenna, per studiare i microrganismi presenti sulle rocce e comprendere come intervenire sul biofilm che ricopre i massi. La ricerca è ancora in corso.

Grazie mille a Oscar Bulloni per il supporto delle fotografie con il drone.

✨ Öffentliche Führung: «Carschenna Compact» ✨

Vor 60 Jahren wurden oberhalb von Sils im Domleschg geheimnisvolle Felsbilder entdeckt. Die rund 3000 Jahre alten Zeichen aus der Bronze- und Eisenzeit machen Carschenna zu einer der bedeutendsten archäologischen Fundstellen der Schweiz.

Die Ausstellung «Carschenna Compact» des Archäologischen Dienstes Graubünden bietet einen kompakten Einblick in Entdeckung, Erforschung und den heutigen Schutz dieser einzigartigen Felsbilder.

👉 Dienstag, 24. Februar, 12:15 Uhr, Rätisches Museum
📸 Francesca Reichlin

Stratificazioni di pietra: il Castello di Santa Sofia e il masso inciso 🏰Sopra Bironico, dove il versante orientale dell...
14/02/2026

Stratificazioni di pietra: il Castello di Santa Sofia e il masso inciso 🏰

Sopra Bironico, dove il versante orientale della Val Carvina si solleva con una misura che parrebbe studiata da un geometra medievale, i ruderi del Castello di Santa Sofia non si impongono al visitatore con la retorica della rovina romantica, ma con la discrezione severa di ciò che ha esercitato, in passato, potere. Il promontorio roccioso, a circa centocinquanta metri sopra il fondovalle, controllava la principale via di transito tra Sottoceneri e Sopraceneri, la cosiddetta "Strada Francesca", asse viario che per secoli ha convogliato uomini, merci e conflitti.

Le indagini archeologiche condotte tra il 1997 e il 1999 hanno restituito l’immagine di un complesso articolato. Una torre a base quadrata con muri spessi circa un metro e mezzo, una prima cinta muraria costruita in gneiss locale disposto a corsi regolari e legato con malta di calce, edifici residenziali addossati alla cortina interna, scale in pietra e piani lastricati che suggeriscono una frequentazione stabile, non meramente militare. Successivamente una seconda cinta amplia l’area difensiva, portandola a oltre millecinquecento metri quadrati, secondo una logica di accrescimento che tradisce esigenze mutate e forse un incremento di prestigio.

Un dato, più di altri, introduce la dimensione drammatica. All’interno della prima cinta è stato individuato uno strato bruciato, sigillato dal crollo delle strutture. Nei livelli superiori sono emersi frammenti di ceramica arcaica padana invetriata, olle in pietra ollare, bicchieri vitrei troncoconici, chiodi e laterizi con tracce di combustione. L’insieme dei materiali rimanda a una distruzione collocabile tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo. Le fonti attestano nel castello la presenza della famiglia Rusca di Como e ricordano la cattura di Giorgio Rusca da parte dei Visconti tra il 1413 e il 1415. Non è necessario cedere alla tentazione narrativa per cogliere la possibile convergenza tra dato documentario e dato stratigrafico.

E tuttavia, poco sopra il sentiero che conduce al castello, la cronologia si dilata vertiginosamente. Un grande masso, di circa 8 metri di lunghezza, 2.8 di larghezza e 3.5 di altezza, emerge dal pendio come una pagina litica esposta alle intemperie del tempo. Sulla sua superficie si distribuiscono circa ottanta coppelle, con diametro compreso tra 2 e 6 centimetri e profondità variabile fra 0.5-4 centimetri. Accanto alle cavità circolari si distinguono sei croci incise, molto probabilmente scolpite in epoca medievale.

Le coppelle alpine sono generalmente attribuite a fasi protostoriche, benché la loro funzione resti oggetto di dibattito, tra ipotesi cultuali, territoriali o simboliche. La presenza delle croci suggerisce una riappropriazione cristiana di un supporto più antico, secondo una dinamica di sovrascrittura che la storia religiosa europea conosce bene. Qui, a pochi passi da una fortificazione medievale, si confrontano almeno due temporalità: quella del potere signorile e quella, più remota e meno decifrabile, di una comunità che ha inciso la pietra per inscrivervi un senso.

Quest’anno il Comune di Monteceneri ha provveduto alla ripulitura dell’area circostante, restituendo leggibilità al complesso e rendendo nuovamente percepibile l’impianto delle strutture murarie. Sia il castello sia il masso coppellare sono segnalati da cartelli informativi, che guidano il visitatore senza sostituirsi alla sua capacità di interrogare il luogo.

Per chi desiderasse trasformare la lettura in esperienza diretta, il 25 aprile è prevista una visita al castello e al masso inciso, occasione per attraversare fisicamente questo palinsesto di pietra e misurarsi con le sue stratificazioni: https://www.ifc.ti.ch/corsi/tutti-i-corsi/dettaglio/2526pter1380004_bironico-i-ruderi-del-castello-e-il-masso-inciso

Fonte: Christiane De Micheli Schulthess, Le fortificazioni di Bironico, Mezzovico e Torricella-Taverne. Indagini preliminari, in Bollettino dell’Associazione Archeologica Ticinese, 13, 2001, pp. 5–18.

Cugnasco-Gerra: segni del tempo nel paesaggio ticinese 🔍Non è esagerato affermare che, durante una qualsiasi passeggiata...
04/02/2026

Cugnasco-Gerra: segni del tempo nel paesaggio ticinese 🔍

Non è esagerato affermare che, durante una qualsiasi passeggiata nel territorio del Canton Ticino, l’escursionista possa imbattersi in tracce discrete ma significative del passato: segni incisi nella roccia, manufatti litici riutilizzati o testimonianze materiali rimaste ai margini dei sentieri, spesso ignorate ma cariche di memoria storica.

Ad esempio, chi sale dai Monti della Gana verso la Cima di Sassello (1891 m), nei pressi dell'Alpe Sassello, può incontrare il reperto n. 6516.03, un petroglifo inciso con croci latine e greche. Questi simboli, diffusi nelle culture alpine, sono generalmente interpretati come segni devozionali, marcature di transito, punti di confine o atti di protezione territoriale, espressioni materiali delle pratiche pastorali di un tempo.

Spostandosi verso i Monti di Colla (El Còla), può accadere che alcuni reperti segnalati in passato non siano più rintracciabili: talvolta vengono rimossi, spostati o irrimediabilmente alterati durante interventi di ristrutturazione, soprattutto quando si tratta di manufatti minuti, non protetti o poco conosciuti. In compenso, qua e là emergono coppelle incise nella roccia di muretti, sedute o tavoli in pietra: piccole cavità emisferiche dalla funzione non del tutto chiarita, riconducibili sia a ritualità arcaiche sia ad attività quotidiane o gesti ripetuti nel tempo e ormai privi di un significato decifrabile. Per comodità le si può definire “coppelle rurali”: forse semplici incisioni nate dall’abitudine o dalla noia, forse qualcosa di più strutturato ma, in assenza di fonti, ogni interpretazione resta aperta.

Scendendo infine ai Monti di Ditto (854 m), l’occhio attento può individuare diversi mortai litici, originariamente utilizzati per la macinazione dei cereali o per la produzione di olio di noci. Tra questi spicca un esemplare inglobato nella muratura della chiesetta di San Martino, verosimilmente reimpiegato come acquasantiera: un caso emblematico di riuso funzionale, frequente nelle architetture rurali di area alpina.
Non lontano dall’edificio sacro si trova un ossario rustico, nel quale alcuni resti risultano ancora visibili. Secondo alcune fonti, tali ossa sarebbero affiorate durante i lavori stradali del 1914, appartenenti forse a sepolture periferiche del villaggio, ipoteticamente vittime di antiche epidemie. Non si esclude tuttavia che si tratti degli abitanti dei monti, un tempo inumati attorno all’antica chiesa, secondo una pratica diffusa nei piccoli nuclei alpini prima dell’introduzione dei cimiteri centralizzati.

Queste testimonianze impresse nella pietra mostrano come il nostro territorio costituisca un vero archivio a cielo aperto, in cui la storia materiale si intreccia costantemente con il paesaggio naturale. Purtroppo questi reperti sono spesso abbandonati e non valorizzati. Ma ogni escursione può trasformarsi in un incontro inatteso con il passato, offrendo al camminatore l’opportunità di leggere, direttamente sulle pietre, la lunga continuità della presenza umana. Quindi avviso ai nostri lettori escursionisti: tenete gli occhi aperti!

Indirizzo

Canton Ticino
Lamone

Sito Web

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