21/05/2024
Ecco il mio pensiero raccolto da una testimonianza...
Mi chiamo ######X.
Ho 32 anni e sono nato in Basilicata. Vivo a Milano in affitto, in una casa condivisa con altre 3 persone. Ho un lavoro precario e lotto ogni giorno per tenere in vita il mio sogno più grande.
Ero un bambino quando uno dei miei giochi preferiti era proiettarmi in avanti con la mente per immaginare come sarebbe stata la mia vita a 30 anni. In quella visione c’era una casa tutta mia, un lavoro stabile che mi permettesse di vivere una vita serena, una bella macchina e qualcuno al mio fianco con cui condividere gioie e dolori, un cane e magari dei figli.
Di colpo ho 30 anni e di quell’elenco di cose forse la più realistica sarebbe prendere un cane, ma non lo faccio perché a stento riesco degnamente a badare a me stesso, figurati a un cane.
La mia generazione ha smarrito le coordinate per orientarsi nel mondo.
Il fatto di essere nati a cavallo tra il mondo analogico e quello digitale, tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 per intenderci, credo abbia svolto un ruolo fondamentale in questo. Da un lato, l’aver conservato coscienza di un “prima” e di un “dopo” ci ha permesso di restare legati a quelle che, comunemente, i miei coetanei chiamano «le cose importanti della vita»: gli affetti stabili, la famiglia, la propria terra di origine, la costante e spasmodica ricerca di un futuro lucente per noi e per chi amiamo. D’altra parte però, questo tsunami ci ha travolto in pieno, restituendoci un mondo radicalmente diverso da quello che avevamo immaginato.
All’improvviso la vita che ci avevano promesso i nostri genitori non esisteva più. È come se ci avessero allenato per tutta la vita a correre i 100 metri, ma il giorno della gara scopriamo che in realtà dobbiamo correre una maratona. E dopo lo spavento inizia la fase della ricostruzione, pezzo dopo pezzo ci facciamo largo tra le macerie di un futuro immaginato, solo sfiorato e sul più bello andato in frantumi.
Non c’è nessuna casa tutta nostra ad attenderci, un mutuo non ce lo da nessuno. Il lavoro è tanto, ma più di metà stipendio lo spendi in affitto. La famiglia è lontana. Trovare l’amore vero è un’impresa. Le uniche auto che guido sono quelle in car-sharing, se va bene. Ma sembra che per noi rivendicare quel tempo, necessario per riscoprire chi vogliamo essere in questo mondo nuovo, sia una colpa tremenda. Lo è agli occhi dei “grandi”, che dispensano facili giudizi senza la minima idea di cosa voglia dire costruirsi un futuro oggi. Lo è soprattutto per noi stessi.
«Non c’è più tempo, a 30 anni dovresti sapere chi sei!
Alla tua età i tuoi genitori lavoravano da un pezzo, erano sposati ed avevano già te e tua sorella».
Queste parole rimbombano in me, talvolta limpide, talvolta distorte, accordate a seconda del mio umore ballerino. Non riesco a ricordare da quale bocca siano uscite per la prima volta ed ho il terrore che, in realtà, le abbia sentite solo in quelle paludi buie e stagnanti che spesso abita la mia mente.
Tic tac, tic tac. Le lancette dell’orologio nella mia testa non si fermano mai, pesano come fendenti sferrati al mio senso del dovere. La verità è che siamo tutti fottutamente terrorizzati. La paura assedia ogni pensiero e governa ogni scelta. La paura soffoca i nostri sogni.
Un uomo senza sogni è un uomo finito. Una società senza sogni è una società sconfitta.
Tutte le più grandi rivoluzioni sono nate da un sogno. Ho paura che la mia generazione abbia rinunciato ai propri sogni, e che l’abbia fatto in nome di quella grande rincorsa che serve a rimettersi in carreggiata e recuperare il tempo perduto. Alla mia età si dovrebbe essere già “sistemati”, e poco importa se “sistemati” non faccia rima con “felici”.
Ma io non posso rassegnarmi a tutto questo. Anche se i miei 30 anni li immaginavo diversi, non posso arrendermi. Non posso arrendermi al silenzio. Non posso arrendermi al cinismo. Non posso arrendermi all’odio. Non posso arrendermi alla paura.
Buona lettura....
Chartered Accountant & International Auditor
Studio Magnolo & Partners
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