14/05/2021
Ci siamo lasciati alle spalle la settimana della , sono passati nove anni dalla tragedia del Rana Plaza in Bangladesh quando 1.129 lavoratori di fabbriche tessili morirono sepolti sotto le macerie dell’edificio che crollò perché non era a norma.
L’industria della moda e la filiera del tessile generano il 10% di emissioni di CO2 e consumano il 20% dell’acqua utilizzata nel mondo. I prodotti tessili di bassa qualità aumentano la quantità di rifiuti nell’ecosistema, tanto che si stima che vengano prodotte oltre 90 milioni di tonnellate di rifiuti solidi all’anno!
Sapevate che tra le fibre naturali il cotone è quella più utilizzata? Tuttavia, la coltivazione del cotone ha un forte impatto ambientale: richiede molta acqua e l’uso costante di pesticidi e fertilizzanti, perché la pianta attira parassiti e ha tempi di crescita lunghi.
Ad esempio, la coltivazione di cotone indiano è una tra le più intensive e porta con sé sfruttamento di lavoro minorile e depauperamento del territorio: l’acqua destinata all’irrigazione dei campi viene portata via alla quantità di acqua destinata al fabbisogno dell’uomo.
Ma allora cosa possiamo fare? Non occorre eliminare il cotone dal nostro armadio, essendo una fibra naturale, facilita il processo di termoregolazione e non lo ostacola e, rispetto alle fibre sintetiche, è biodegradabile.
Occorre, invece, valorizzare tutte quelle realtà trasparenti sui metodi di produzione e che usano il cotone, cosiddetto, biologico o organico.
Questo ci deve portare a riflettere su ciò che acquistiamo e su quanto sia o meno trasparente la filiera delle aziende che troviamo in commercio. Ricordiamoci che il Made in Italy non sempre è garanzia di qualità assoluta in fatto di abbigliamento, ma ci sono molte aziende italiane di moda e tessile che portano alto il baluardo della sostenibilità, affidiamoci a loro!