Anna Caggiano - Professional Coach

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Questo messaggio fa parte di NEXUS TANGRAM e spero che ti possa essere utile, sia nelle tue esposizioni che nell'ascolto...
30/05/2026

Questo messaggio fa parte di NEXUS TANGRAM e spero che ti possa essere utile, sia nelle tue esposizioni che nell'ascolto di altri.

Negli ultimi periodi, osservando persone, aziende e relazioni, ho notato un fenomeno sempre più frequente: la lamentela è diventata quasi una forma abituale di comunicazione. La incontriamo sul lavoro, in famiglia, tra amici e, spesso, anche nei nostri dialoghi interiori. Vale quindi la pena fermarsi un momento e riflettere su cosa produce in noi quando la facciamo e quando la riceviamo.


QUANDO MI LAMENTO

Una lamentela occasionale può essere utile. Mi permette di esprimere un disagio e di non tenermi tutto dentro.

Il problema nasce quando la lamentela diventa un'abitudine.

Le neuroscienze ci mostrano che il cervello cambia continuamente in base a ciò che facciamo e pensiamo. Questo fenomeno è chiamato neuroplasticità.

Ogni volta che ci soffermiamo ripetutamente sugli aspetti negativi di una situazione, rafforziamo i circuiti neurali associati a quel tipo di pensiero. In altre parole, il cervello diventa sempre più efficiente nel trovare problemi, difetti, ostacoli e motivi di insoddisfazione.

Più mi lamento, più alleno il mio cervello a lamentarsi.

Questo non significa ignorare la realtà o fingere che tutto vada bene. Significa essere consapevoli che l'attenzione che dedichiamo a qualcosa ne aumenta il peso nella nostra esperienza quotidiana.

La lamentela cronica può produrre:

aumento dello stress;
maggiore attivazione dell'amigdala, la struttura cerebrale coinvolta nelle risposte di allarme;
riduzione della capacità di vedere alternative e soluzioni;
senso di impotenza e perdita di energia.
La domanda che posso farmi è:

"Sto descrivendo un problema o sto allenando il mio cervello a vivere dentro quel problema?"

Quando mi accorgo di essere entrato nel circuito della lamentela, posso chiedermi:

Cosa dipende da me?
Quale azione concreta posso compiere?
Cosa sto imparando da questa situazione?
Dove voglio dirigere la mia attenzione?

QUANDO ACCOLGO LE LAMENTELE DEGLI ALTRI

Ascoltare una persona che soffre è un atto di empatia.

Tuttavia il nostro cervello è dotato di meccanismi che ci portano a "risuonare" con gli stati emotivi delle persone che abbiamo davanti.

Quando ascoltiamo continuamente racconti negativi, preoccupazioni e lamentele, il nostro sistema nervoso tende ad allinearsi emotivamente a quello dell'interlocutore.

Per questo, dopo alcune conversazioni, possiamo sentirci stanchi, svuotati o appesantiti pur non avendo vissuto direttamente il problema.

Le neuroscienze parlano di contagio emotivo: gli stati emotivi si trasmettono molto più facilmente di quanto immaginiamo.

Per questo ascoltare non significa assorbire.

Possiamo essere empatici senza farci carico di tutto.

Anzi, spesso aiutiamo di più quando accompagniamo la persona verso una riflessione diversa.

Ad esempio chiedendo:

Cosa vorresti ottenere?
Cosa puoi fare concretamente?
Quale parte della situazione è sotto il tuo controllo?
Hai bisogno di essere ascoltato o stai cercando una soluzione?
In questo modo interrompiamo il circuito della lamentela e favoriamo l'attivazione delle aree cerebrali coinvolte nella pianificazione, nella responsabilità e nella ricerca di soluzioni.

Una riflessione finale

Il cervello non distingue sempre tra ciò che accade e ciò che ripetiamo continuamente nella nostra mente.

Ogni lamentela ripetuta molte volte diventa una sorta di allenamento.

La domanda allora non è se lamentarsi sia giusto o sbagliato.

La domanda è:

"Sto allenando il mio cervello a cercare problemi o a trovare possibilità?"

E quando ascolto gli altri:

"Sto offrendo comprensione o sto contribuendo ad alimentare il loro malessere?"

La qualità delle nostre relazioni e del nostro benessere dipende spesso dalle risposte a queste due domande.
Ti lascio un'immagine sul Circuito della Lamentela e quello della Soluzione.




12/04/2026
09/12/2025

L’empatia è la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni, i pensieri e i vissuti degli altri.

Si manifesta attraverso due dimensioni complementari: la sfera emotiva, che ci permette di sentire ciò che prova l’altro, e la sfera cognitiva, che ci aiuta a comprenderne il punto di vista. Entrambe sono fondamentali per comunicare in modo efficace e costruire relazioni autentiche.

Essere empatici significa:
- Promuovere fiducia e cooperazione
- Ridurre conflitti e incomprensioni
- Sostenere supporto reciproco e coesione sociale

Coltivare l’empatia nella vita quotidiana, attraverso ascolto attivo, attenzione e apertura verso i bisogni altrui, è un passo fondamentale per costruire contesti più inclusivi, rispettosi e orientati al benessere psicologico, dove ogni persona può sentirsi vista, compresa e valorizzata.

L’empatia non è solo un valore personale, ma un pilastro della professione psicologica e della qualità delle relazioni nella comunità.

La forza della vulnerabilità
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