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Nasce il Programma NEXUS TANGRAM 2026-2027 ⭐
27/07/2026

Nasce il Programma NEXUS TANGRAM 2026-2027 ⭐

La filosofia NEXUS TANGRAM prende vita, anche quest'anno, attraverso un percorso composto da newsletter, Laboratori NEXU...
27/07/2026

La filosofia NEXUS TANGRAM prende vita, anche quest'anno, attraverso un percorso composto da newsletter, Laboratori NEXUS TANGRAM ed Eventi Speciali.

Un programma pensato affinché ciascuno possa riconoscere, riscoprire e valorizzare risorse mentali, emotive e comportamentali già presenti dentro di sé, per costruire una relazione sempre più consapevole con sé stesso e con gli altri.

Come sai, non troverai un percorso fatto di nozioni da imparare, ma occasioni per fermarci, osservare ciò che spesso passa inosservato e scoprire nuovi modi di comprendere noi stessi, gli altri e le relazioni.

Ogni tassello è autonomo, ma allo stesso tempo collegato agli altri. Insieme compongono un percorso che ci accompagnerà durante l'intero anno.

I Laboratori NEXUS TANGRAM

Non sono lezioni online.

Sono occasioni di confronto, riflessione ed esperienza, nelle quali brevi spunti si alternano a esercitazioni individuali, al confronto in piccoli gruppi e alla condivisione. Novanta minuti a partecipazione gratuita - previa iscrizione - per fermarci, riflettere, magari sorridere e valorizzare il meglio di ciò che possediamo.

Perché le intuizioni più importanti non nascono soltanto da ciò che ascoltiamo, ma anche da ciò che scopriamo insieme.

Puoi chiedere informazioni o iscriverti qui:
https://www.annacaggiano.it/contatti

Nel corso dell'anno riceverai, con il giusto anticipo, tutte le informazioni e le modalità di iscrizione ai singoli appuntamenti.
Un benvenuto di cuore nel PROGRAMMA NEXUS TANGRAM 2026-2027.

Ci rivediamo a settembre. Il primo tassello ci aspetta.
Buona estate!

04/07/2026

E' la frase preferita degli arroganti. :-(

forse è bene chiarire!
24/06/2026

forse è bene chiarire!

Femminicidio: che cos'è e perché si chiama così

Quando si discute se il femminicidio "esista", si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant'anni. Come psicologhe e psicologi sentiamo la responsabilità di riportare il discorso su quello che gli studi, i dati e l’esperienza clinica hanno già documentato, perché comprendere questo fenomeno fa parte del nostro lavoro di ogni giorno.

La parola ha una storia precisa. La criminologa Diana Russell usa il termine femicide nel 1976, parlando al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, e ne mette a fuoco il significato nel volume del 1992, quando lo definisce come l'uccisione di una donna in quanto donna, cioè per ragioni che hanno a che fare con il genere. Negli stessi anni l'antropologa messicana Marcela Lagarde conia in spagnolo feminicidio, poi reso in italiano con femminicidio, allargando il concetto fino a comprendere le forme di sopraffazione e di violenza che spesso preparano il terreno all'omicidio. Serviva una parola nuova proprio perché "omicidio", termine neutro, finiva per cancellare l'informazione che più conta, e cioè il movente.

Prima ancora delle teorie, sono i numeri a raccontarlo. Nel 2025, secondo il report del Servizio analisi criminale del Ministero dell'Interno, in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell'ex. C'è un dato che colpisce più di tutti: mentre gli omicidi complessivi calano fino al minimo degli ultimi dieci anni, gli omicidi di donne dentro la coppia restano fermi, con le stesse 62 vittime sia nel 2024 sia nel 2025, tanto che le donne arrivano a rappresentare la quota più alta mai registrata sul totale delle persone uccise. Gli uomini vengono uccisi in contesti molto diversi e quasi mai da chi dicono di amare, e questa asimmetria si ripete identica anno dopo anno, segno di un fenomeno strutturale che ha una sua grammatica riconoscibile.

Quella grammatica la conosciamo bene, perché è materia clinica prima ancora che statistica. Il femminicidio arriva raramente all'improvviso, dal momento che di solito è l'ultimo gradino di una lunga escalation. Già nel 1979 la psicologa Lenore Walker, nel suo studio sulle donne maltrattate, descriveva il ciclo della violenza, in cui si alternano una fase di accumulo della tensione, l'esplosione vera e propria e una fase di riconciliazione che illude e trattiene la vittima, mentre la spirale a ogni giro si stringe un po' di più. Anni dopo il sociologo Evan Stark ha aggiunto un tassello che ai clinici dice molto, quello del controllo coercitivo, una forma di dominio fatta di svalutazione, isolamento, sorveglianza, controllo del denaro e delle relazioni, capace di non lasciare lividi e di restare per questo invisibile a chi osserva da fuori. È dentro dinamiche come queste, segnate dal possesso e dall'incapacità di accettare un rifiuto o una separazione, che si misura la distanza tra il femminicidio e gli altri omicidi.

Riconoscere questa specificità produce conseguenze molto concrete. Permette di prevenire, perché aiuta a valutare il rischio nei passaggi più pericolosi, a cominciare dalla fine di una relazione. Permette di proteggere chi è in pericolo e di prendere in carico, nei programmi dedicati, gli uomini che usano violenza, con l'obiettivo di interrompere le aggressioni e ridurre il rischio che si ripetano, tenendo sempre al primo posto la sicurezza delle donne. Permette, a chi resta, di dare un nome al proprio dolore e di sentirsi finalmente creduta. Una parola precisa diventa così uno strumento di lavoro, perché dove manca il nome si fatica perfino a vedere il problema.

Su questo terreno la legge 181 del 2025, che ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio all'articolo 577-bis, ha recepito quanto la comunità scientifica andava dicendo da tempo. Nella stessa direzione si muove l'Unione europea, visto che la direttiva 2024/1385 nomina espressamente sia il femminicidio sia il controllo coercitivo tra le forme della violenza contro le donne. Quelle norme riconoscono un movente specifico, fatto di odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna e radicati in una cultura precisa, e gli danno un nome perché senza nome non lo si può contrastare. La dignità di ogni vittima resta identica davanti alla legge, e proprio per questo distinguere il movente aiuta a capire e a prevenire.

Come psicologhe e psicologi mettiamo a disposizione le nostre competenze, dai centri antiviolenza alla valutazione del rischio, dal lavoro con le vittime a quello con gli autori, fino alla formazione di chi accoglie le donne nei servizi. La parola femminicidio è il primo di questi strumenti, e rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere.

𝐶𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑎 𝑆𝑐ℎ𝑖𝑟 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑟𝑖 𝑂𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑁𝑂𝑃, 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒

Per approfondire 👇
https://www.psy.it/femminicidio-che-cos-e-perche-si-chiama-cosi/

SEI PROLISSO? ALLORA SEI EGOISTA. E FORSE ANCHE MALEDUCATO.Lo so, è una frase forte.Ma quando parli per dieci minuti per...
24/06/2026

SEI PROLISSO? ALLORA SEI EGOISTA. E FORSE ANCHE MALEDUCATO.

Lo so, è una frase forte.

Ma quando parli per dieci minuti per dire ciò che potresti dire in uno, stai soddisfacendo un tuo bisogno, non quello di chi ti ascolta.

Entri nei dettagli.
Apri parentesi.
Ti perdi nelle spiegazioni.
Ripeti concetti già espressi.

E intanto consumi una risorsa che non ti appartiene: il tempo degli altri.

La prolissità non è sinonimo di competenza.
La lunghezza di un discorso non ne aumenta il valore.

Anzi.

Più un professionista è preparato, più riesce a essere chiaro, sintetico e diretto.

Chi ti ascolta raramente ti interrompe.
Per educazione sopporta.
Per cortesia annuisce.
Spesso, però, ha già smesso di ascoltare.

E qui arriva la parte più interessante.

Molte volte la prolissità non nasce da un problema di comunicazione.

Nasce da un'insoddisfazione.

Dal bisogno di essere riconosciuti.
Apprezzati.
Considerati importanti.

Per questo è così difficile correggerla.

Non basta decidere di parlare meno.
Bisogna capire cosa stiamo cercando di ottenere parlando così tanto.

La sintesi non è povertà di pensiero.

È rispetto.

E il rispetto è una delle forme più alte di intelligenza comunicativa.

❓Ti è mai capitato di trovarti davanti a una persona che parla troppo? Come hai gestito la situazione?


www.annacaggiano.it

Questo messaggio fa parte di NEXUS TANGRAM e spero che ti possa essere utile, sia nelle tue esposizioni che nell'ascolto...
30/05/2026

Questo messaggio fa parte di NEXUS TANGRAM e spero che ti possa essere utile, sia nelle tue esposizioni che nell'ascolto di altri.

Negli ultimi periodi, osservando persone, aziende e relazioni, ho notato un fenomeno sempre più frequente: la lamentela è diventata quasi una forma abituale di comunicazione. La incontriamo sul lavoro, in famiglia, tra amici e, spesso, anche nei nostri dialoghi interiori. Vale quindi la pena fermarsi un momento e riflettere su cosa produce in noi quando la facciamo e quando la riceviamo.


QUANDO MI LAMENTO

Una lamentela occasionale può essere utile. Mi permette di esprimere un disagio e di non tenermi tutto dentro.

Il problema nasce quando la lamentela diventa un'abitudine.

Le neuroscienze ci mostrano che il cervello cambia continuamente in base a ciò che facciamo e pensiamo. Questo fenomeno è chiamato neuroplasticità.

Ogni volta che ci soffermiamo ripetutamente sugli aspetti negativi di una situazione, rafforziamo i circuiti neurali associati a quel tipo di pensiero. In altre parole, il cervello diventa sempre più efficiente nel trovare problemi, difetti, ostacoli e motivi di insoddisfazione.

Più mi lamento, più alleno il mio cervello a lamentarsi.

Questo non significa ignorare la realtà o fingere che tutto vada bene. Significa essere consapevoli che l'attenzione che dedichiamo a qualcosa ne aumenta il peso nella nostra esperienza quotidiana.

La lamentela cronica può produrre:

aumento dello stress;
maggiore attivazione dell'amigdala, la struttura cerebrale coinvolta nelle risposte di allarme;
riduzione della capacità di vedere alternative e soluzioni;
senso di impotenza e perdita di energia.
La domanda che posso farmi è:

"Sto descrivendo un problema o sto allenando il mio cervello a vivere dentro quel problema?"

Quando mi accorgo di essere entrato nel circuito della lamentela, posso chiedermi:

Cosa dipende da me?
Quale azione concreta posso compiere?
Cosa sto imparando da questa situazione?
Dove voglio dirigere la mia attenzione?

QUANDO ACCOLGO LE LAMENTELE DEGLI ALTRI

Ascoltare una persona che soffre è un atto di empatia.

Tuttavia il nostro cervello è dotato di meccanismi che ci portano a "risuonare" con gli stati emotivi delle persone che abbiamo davanti.

Quando ascoltiamo continuamente racconti negativi, preoccupazioni e lamentele, il nostro sistema nervoso tende ad allinearsi emotivamente a quello dell'interlocutore.

Per questo, dopo alcune conversazioni, possiamo sentirci stanchi, svuotati o appesantiti pur non avendo vissuto direttamente il problema.

Le neuroscienze parlano di contagio emotivo: gli stati emotivi si trasmettono molto più facilmente di quanto immaginiamo.

Per questo ascoltare non significa assorbire.

Possiamo essere empatici senza farci carico di tutto.

Anzi, spesso aiutiamo di più quando accompagniamo la persona verso una riflessione diversa.

Ad esempio chiedendo:

Cosa vorresti ottenere?
Cosa puoi fare concretamente?
Quale parte della situazione è sotto il tuo controllo?
Hai bisogno di essere ascoltato o stai cercando una soluzione?
In questo modo interrompiamo il circuito della lamentela e favoriamo l'attivazione delle aree cerebrali coinvolte nella pianificazione, nella responsabilità e nella ricerca di soluzioni.

Una riflessione finale

Il cervello non distingue sempre tra ciò che accade e ciò che ripetiamo continuamente nella nostra mente.

Ogni lamentela ripetuta molte volte diventa una sorta di allenamento.

La domanda allora non è se lamentarsi sia giusto o sbagliato.

La domanda è:

"Sto allenando il mio cervello a cercare problemi o a trovare possibilità?"

E quando ascolto gli altri:

"Sto offrendo comprensione o sto contribuendo ad alimentare il loro malessere?"

La qualità delle nostre relazioni e del nostro benessere dipende spesso dalle risposte a queste due domande.
Ti lascio un'immagine sul Circuito della Lamentela e quello della Soluzione.




12/04/2026

Indirizzo

Altavilla Vicentina

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