03/06/2026
POCHI SI SONO ARRICCHITI SU MOLTI
non solo di soldi ma sopratutto di arrivismi
raccomandazioni e di tristi strategie e sotterfugi.
Il problema non è che oggi esistano chef famosi.
Il problema è quando qualcuno vent’anni fa circa ha deciso che un mestolo vale meno di un microfono, e che una cucina è diventata un palco con le luci puntate addosso, pieno di brand di sponsor e di paillettes, invece che un posto dove si lavora, si sbagliata tanto ogni santo giorno, si impara e si suda senza fine.
Negli ultimi vent’anni lo “star system” ha preso una figura antica, artigianale e nobile, e l’ha trasformata in un personaggio da copertina. Lo chef non più come mestiere, ma come identità totale: marchio, volto, opinione pubblica, prodotto televisivo.
Il risultato è stato semplice e prevedibile: più ego, meno sostanza.
La cucina, che per natura dovrebbe essere una gerarchia funzionale DIETRO LE QUINTE fatta di silenzi, ritmi e coordinazione, è stata invasa dalla logica del palcoscenico. Non si impiattava più per nutrire qualcuno, ma per essere fotografati mentre si impiatta. Non si cucinava più per un servizio, ma per un format.
E così si è creato il cortocircuito…
Da una parte chef trasformati in celebrità, invitati a parlare di tutto: società, etica, economia, destino del mondo. Dall’altra brigate invisibili, spesso consumate dietro le quinte, a reggere il peso reale di quella narrazione. Perché mentre uno firma libri e appare in TV, altri reggono il turno di 14 ore con le mani bruciate e la testa altrove.
Il paradosso è che molti di questi stessi chef-celebrità, a un certo punto, hanno iniziato a soffrire del loro stesso mito. Perché quando ti convinci che sei “più del tuo lavoro”, smetti di fare davvero il tuo lavoro. E la cucina non perdona l’ego: o sei presente o ti smaschera.
Lo star system ha venduto un’illusione pericolosa: che la cucina fosse un trampolino sociale, un modo per diventare qualcuno. Non qualcosa da fare bene, ma qualcuno da diventare. E quando il mestiere diventa identità pubblica, la qualità inevitabilmente si piega alla narrazione.
Il danno più profondo però non è nemmeno estetico o professionale. È culturale.
Si è diffusa l’idea che cucinare sia spettacolo invece che competenza. Che la creatività sia più importante della disciplina. Che la ribellione sia più interessante della precisione. Tutto vero, se non fosse che senza precisione la ribellione è solo caos con un buon ufficio stampa “”bello ammanicato””.
E poi c’è il dettaglio che nessuno ama dire ad alta voce: anche il pubblico ha giocato la sua parte. Perché è più facile idolatrare una figura che capire un sistema. È più semplice seguire una star che comprendere una brigata. È più comodo consumare miti che affrontare realtà complesse.
Il risultato finale è uno strano teatro moderno:
chef come rockstar, ristoranti come set, piatti come contenuti, e dietro le quinte una macchina che continua a funzionare solo perché qualcuno, senza riflettori, la tiene in piedi.
E adesso il punto più brutale lo stiamo vivendo tutti insieme: la cucina non aveva bisogno di eroi.
Aveva bisogno di rispetto, di fondamenta.
POCHI SI SONO ARRICCHITI SU MOLTI
non solo di soldi ma sopratutto di arrivismi
raccomandazioni e di tristi strategie e sotterfugi.
è stato marketing brutale travestito da rivoluzione
E ora? Ora bisogna ricostruire tutto da zero
“”la grande ecatombe generazionale” e tutti sti castelli altissimi “”che avete eretto”” e sono crollati inesorabilmente.
in foto il Maestro Gualtiero Marchesi