04/06/2026
Interessante approfondimento con le ultime news da Think1816
𝗟𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗶𝗹 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼. È il presente che l’Europa continua a commentare in ritardo.
Alla prima edizione del 𝗙𝗲𝘀𝘁𝗶𝘃𝗮𝗹 𝗱𝗶 𝗠𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗖𝗶𝗻𝗲𝘀𝗲, a Palazzo Clerici a Milano, Think1816 - socio storico della Italy China Council Foundation - era presente con Gianni V***a, COO della nosta 欧仕募 𝟭𝟴𝟭𝟲 𝗟𝘁𝗱..
Il punto emerso è chiaro: 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘪𝘯𝘶𝘢𝘳𝘦 𝘢 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘊𝘪𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘵𝘦𝘨𝘰𝘳𝘪𝘦 𝘷𝘦𝘤𝘤𝘩𝘪𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘱𝘳𝘶𝘥𝘦𝘯𝘻𝘢. 𝘌̀ 𝘳𝘪𝘵𝘢𝘳𝘥𝘰 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘦𝘨𝘪𝘤𝘰.
Come ha ricordato Massimo Ambrosetti, basta pensare a Shenzhen: molte tecnologie che in Europa vengono ancora discusse come scenari futuri, in Cina sono già parte della struttura produttiva.
E qui nasce la domanda scomoda: vogliamo capire la Cina o vogliamo continuare a difenderci dall’idea che abbiamo della Cina?
Ettore Sequi ha messo a fuoco tre visioni diverse: gli Stati Uniti con uno sguardo ampio ma poco profondo, l’Europa con uno sguardo profondo ma non abbastanza ampio, la Cina con una visione lunga, sempre più ampia e profonda.
Giovanni Tria ha richiamato un punto decisivo: 𝗰𝗵𝗶𝘂𝗱𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗶 𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗳𝗼𝗿𝘁𝗶. 𝗖𝗶 𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗹𝗲𝗻𝘁𝗶.
Francesca Spigarelli ha portato un altro tema centrale: la silver economy. La Cina sta trasformando l’invecchiamento della popolazione in una piattaforma strategica: welfare, finanza, robotica assistita, dispositivi indossabili, AI e smart elder tech.
Filippo Fasulo ha ricordato che le supply chain non sono solo economia: sono potere. Esempio? I semiconduttori non sono “solo Taiwan”. Progettazione americana, assemblaggio taiwanese, macchine litografiche europee. Le catene non sono fragili per definizione: sono integrate, complesse, interdipendenti.
Giuliano Noci ha indicato una postura più adulta: non protezionismo, ma rafforzamento tecnologico e geopolitico. Non dipendere dagli USA, ma diventare Europa adulta.
Forse la parola giusta è 𝗰𝗼𝗼𝗽𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲.
Roberto Pagani ha aggiunto un’alternativa interessante: 𝗰𝗼𝗻𝗻𝗲𝗰𝘁𝗶𝗻𝗴 𝘃𝘀 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗰𝘁𝗶𝗻𝗴. Connettere o proteggere? Perché 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗴𝗴𝗲𝗿𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗴𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. E l’Italia può giocare una partita vera negli interstizi: nelle nicchie, nei rapporti costruiti, nel vedere oltre l'ovvio.
Sergio Cavalieri ha chiuso il cerchio con una parola che dovremmo usare di più: comprensione.
Accordi senza operatività non bastano. Piani senza esecuzione non bastano. Dialogo senza continuità non basta.
La Cina non va imitata. Va capita.
Perché il soft power non passa più solo dalla cultura, ma anche dai dati, dall’elettrico, dalla robotica, dagli umanoidi, dai servizi che entrano nelle filiere e nella quotidianità.
La vera provocazione è questa: 𝘭’𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢 𝘩𝘢 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘮𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘰𝘧𝘧𝘳𝘪𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘊𝘪𝘯𝘢. 𝘔𝘢 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘴𝘦 𝘴𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦 𝘥𝘪 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘳𝘭𝘢 𝘥𝘢 𝘭𝘰𝘯𝘵𝘢𝘯𝘰.