Unac security sicurezza

Unac security sicurezza La UNAC SECURITY, composta da ex Carabinieri e che non ha fini di lucro, propone alta qualità nei servizi di Sicurezza.

LA LEGGE ANTI GOGNA MEDIATICA E’ REALTA’. SI ALL’OBBLIGO PER I GIORNALI DI PUBBLICARE LE ASSOLUZIONI.SODDISFATTO IL “COM...
31/05/2026

LA LEGGE ANTI GOGNA MEDIATICA E’ REALTA’. SI ALL’OBBLIGO PER I GIORNALI DI PUBBLICARE LE ASSOLUZIONI.
SODDISFATTO IL “COMITATO NAZIONALE CONTRO LA MALAGIUSTIZIA” www.malagiustizia.cc
Su richiesta dell’interessato, il direttore della testata che ha dato notizia del procedimento penale è tenuto a pubblicità dei provvedimenti favorevoli alla persona imputata o indagata
L’Aula della Camera ha approvato ieri la proposta di legge recante modifiche al codice in materia di protezione dei dati personali con 127 sì e 82 astenuti. Dunque nessun contrario, Azione e Futuro Nazionale Vannacci hanno votato sì con il centrodestra.
In particolare viene aggiunto l’articolo 144-ter – “Pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento. Segnalazioni al Garante” – che prevede che «su richiesta della persona nei cui confronti sono stati pronunciati sentenza di assoluzione, di proscioglimento o di non luogo a procedere ovvero provvedimento di archiviazione, il direttore o il responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online che ha dato notizia del relativo procedimento penale o di atti o provvedimenti relativi al medesimo procedimento è tenuto a dare pubblicità, senza oneri per l’interessato, alla notizia dei provvedimenti favorevoli a quest’ultimo, con rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale». L’interessato, «in caso di mancato adempimento da parte del direttore o del responsabile della testata giornalistica, radiofonica, televisiva o online a quanto previsto dal comma 1, può rivolgere una segnalazione al Garante. Il Garante decide nei cinque giorni successivi e, all’esito di tale procedimento, può ordinare la pubblicazione della notizia dei provvedimenti favorevoli per l’indagato o l’imputato».
Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. Si tratta del secondo provvedimento in materia di giustizia, dopo quello che inserisce le vittime di reato in Costituzione, ad essere approvato dopo la sconfitta referendaria sulla separazione delle carriere. La norma porta la firma del capogruppo di Forza Italia alla Camera Enrico Costa: “È dovere dello Stato – ha detto l’azzurro – chiamare le persone a rispondere di fronte a fatti di reato, ma è anche suo dovere garantire che, se una persona esce innocente dall’ingranaggio giudiziario recuperi la stessa immagine, reputazione, credibilità che aveva prima dell’indagine”. Il presidente dei deputati forzisti ha proseguito: “Ogni anno 500.000 persone vengono indagate e poi archiviate o assolte in primo grado. Quando si pubblica la notizia di un’indagine bisognerebbe sempre porsi una domanda: e se fosse innocente? Ecco il cuore dell’identità liberale di Forza Italia, affrontare il tema della giustizia mettendo al centro la persona”.
Abbinata alla pdl di Costa c’era quella della leghista Simonetta Matone che così ha commentato l’approvazione: “Ho iniziato il mio intervento alla Camera partendo dal bellissimo film di Marco Bellocchio del 1972, Sbatti il mostro in prima pagina, con un grandissimo Gian Maria Volonté. Da lì purtroppo la situazione è addirittura peggiorata. L’enfatizzazione di ‘sbatti il mostro in prima pagina’ è passata attraverso Tangentopoli, che è stata l’emblema di questa deriva”. La deputata ha ricordato i numeri delle inchieste di Mani Pulite: “1445 condanne, 800 assoluzioni, 445 archiviazioni per prescrizione e concessione di amnistia, ma anche 41 suicidi”. E ha puntato il dito contro il ruolo dei media: “I giornalisti hanno una responsabilità enorme nella demonizzazione delle persone coinvolte nei procedimenti penali. C’è grandissima enfasi su arresti, misure cautelari e indagini, poi quando il soggetto viene assolto tutti se ne dimenticano. Questa legge colma quel vuoto”.
Roberto Giachetti di Italia Viva invece si è astenuto: “Se condividiamo del tutto il principio secondo cui la gogna non può mai sostituire il processo né il sospetto diventare una condanna sociale preventiva, la strada scelta dal governo per assicurare la pubblicità delle sentenze di assoluzione ci lascia perplessi”. Per il parlamentare la criticità è nel “potere che il provvedimento attribuisce al Garante per la protezione dei dati personali” considerato “molto penetrante”. Si chiede il deputato renziano: “Può un’autorità amministrativa entrare così nel merito delle scelte redazionali senza produrre inevitabili contenziosi o effetti distorsivi? Una forma indiretta di pressione sulle redazioni è concreta. L’unica certezza è che il problema sarebbe risolto alla radice se i tempi della giustizia fossero più rapidi”. Per il Pd in Aula è intervenuto Federico Gianassi, pure astenuto, che è riuscito in Commissione a far approvare un emendamento che ha impedito che il Garante possa sanzionare i giornalisti in caso di inadempimento: “di fronte a un principio ragionevole, non ci scagliamo contro ma i principi ragionevoli debbono valere sempre, altrimenti è ipocrisia. Noi invitiamo, chiediamo, pretendiamo dalla maggioranza che, se chiede al giornalismo di dare conto di tutte le notizie, sia anche disponibile, nella potestà legislativa di cui dispone, a progredire sulla tutela dei giornalisti, in una fase storica nella quale anche nelle democrazie il ruolo del giornalismo libero e di inchiesta è messo continuamente sotto torchio”.
Secondo il deputato M5S Federico Cafiero De Raho, vice presidente delle commissioni Giustizia e Antimafia, “il principio che è alla base della proposta di legge in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento è condivisibile. Tuttavia, per come è scritta, la legge finisce per incidere sulla libertà di stampa, perché impone la pubblicazione della notizia, interferendo sulle scelte degli editori e dei giornalisti, a prescindere dall’effettivo interesse pubblico alla notizia, anche a chi, magari, all’epoca dei fatti era stato costretto a dare la notizia perché se n’erano occupate prioritariamente altre testate”.

ANCORA UNA GIRAVOLTA DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA.UN GRAVE ERRORE PER IL GOVERNO METTERE AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA UN...
30/05/2026

ANCORA UNA GIRAVOLTA DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA.
UN GRAVE ERRORE PER IL GOVERNO METTERE AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA UN MAGISTRATO CHE NON ANDRA' MAI CONTRO I SUOI COLLEGHI.
NORDIO COMPIE L'ENNESIMA GIRAVOLTA SULLA GIUSTIZIA: ACCANTONANA LA RESPONSABILITA' CIVILE DELLE TOGHE: GELO IN FORZA ITALIA CHE NELLA MEMORIA DI SILCVIO BERLUSCONI AVEVA RILANCIATO LA PROPOSTA DI FAR PAGARE CIVILMENTE I GIUDICI CHE SBAGLIANO.
NORDIO VUOLE CHE I GIUDICI CHE SBAGLIANO NON PAGNINO MAI.
ANCHE QUESTO GOVERNO HA FALLITO SU UNA VERA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA E PRIMA GLI ITALIANI LO MANDANO A CASA E MEGLIO SARA' PER TUTTI.
CI ERAVAMO ILLUSI.

Dopo sole quarantotto ore da quando domenica il capogruppo alla Camera di Forza Italia, Enrico Costa, ha rilanciato su X la responsabilità civile dei magistrati è arrivata la bocciatura da parte del Ministro della Giustizia Carlo Nordio. “La responsabilità civile dei magistrati non è all’ordine del giorno e, per quanto mi riguarda, non lo sarà” ha detto ieri rispondendo a una domanda a margine dell’assemblea di Confindustria.

Una doccia fredda per Costa e tutta Forza Italia impegnata in questi giorni a scrivere la bozza del testo della norma per poi sottoporla agli alleati. Secca la replica dell’azzurro, pure lui presente all’evento: “Insieme alla collega Craxi abbiamo chiesto un confronto nella maggioranza sulla giustizia. Perché Forza Italia non dimentica i 13 milioni di cittadini che hanno sostenuto la campagna referendaria. In quella sede porteremo idee e proposte, perché questo rientra nella nostra responsabilità di forza liberale, garantista, e soprattutto coerente sui temi della giustizia”. L’incontro è quello già programmato per il 3 giugno a via Arenula quando si terrà un vertice col Guardasigilli insieme a tutte le prime linee del centrodestra sul fronte giustizia. Ma della dichiarazione di Costa quello che più balza agli occhi è il termine ‘coerente’, detto non a caso per evidenziare chiaramente l’incoerenza del Ministro ma anche quella delle altre due forze politiche, soprattutto Fratelli d’Italia, che sulla giustizia sembrano aver alzato bandiera bianca dopo la sconfitta referendaria. È vero che negli anni Carlo Nordio si è detto contrario alla responsabilità civile perché “non serve colpire il magistrato che sbaglia nel portafoglio, cosa che sarebbe assolutamente impropria e anche inutile perché sono tutti assicurati” ma paradossalmente proprio a settembre dell’anno scorso intervenendo a margine della proiezione dei primi due episodi di ‘Portobello’, la serie diretta da Marco Bellocchio sulla vicenda di Enzo Tortora e presentata Fuori Concorso alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia, l’ex pm aveva sostenuto: “Il magistrato che sbaglia perché non conosce le leggi o le carte, o perché, per ottusità preconcetta, manda in prigione un innocente, non deve pagare con il portafoglio: deve pagare con la carriera, deve cambiare mestiere”.

Lo stop di ieri di Nordio poi è la conferma che Palazzo Chigi e il partito della premier non hanno alcuna intenzione di rimettere mano ai dossier sulla giustizia. Il risultato referendario dal loro punto di vista ha chiarito che gli elettori non vogliono riforme garantiste e con l’avvicinarsi del rinnovo del Parlamento è giudicato troppo rischioso approvare riforme di un certo tipo. Basti pensare alla prescrizione, impantanata al Senato, dopo essere passata alla Camera e le cui possibilità di vederla approvata in seconda lettura in questa legislatura sono vicine allo zero. Stessa cosa dicasi per la legge che andrebbe ad ampliare le garanzie durante il sequestro degli smartphone: incassato il sì a Palazzo Madama, è elemento di contesa adesso a Montecitorio tra i forzisti che vorrebbero farla passare così com’è e i Fratelli guidati dalla presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, che vorrebbero emendarla dopo le preoccupazioni sollevate in audizione dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo. Forse nulla si farà neanche per la riforma del gip collegiale chiamato a valutare le richieste di misure cautelare, tanto sbandierata da Nordio, sempre per incertezze di Fd’I. Insomma la spaccatura della maggioranza sul tema della giustizia è forte, con Forza Italia che vuole rimarcare la sua identità garantista e fare pressing per portare a casa almeno una delle tante riforme in cantiere, Fratelli d’Italia che batte in ritirata e la Lega che resta a guardare.

FALSI INCIDENTI NEL NORD BARESE, ARRESTATI DUE CARABINIERI, DUE MEDICI E DUE AVVOCATI.In carcere i militari coinvolti. G...
29/05/2026

FALSI INCIDENTI NEL NORD BARESE, ARRESTATI DUE CARABINIERI, DUE MEDICI E DUE AVVOCATI.
In carcere i militari coinvolti. Giro di affari da oltre 100mila
Avrebbero attestato falsi incidenti stradali ognuno in base al ruolo ricoperto.
Perché tra chi avrebbe permesso di truffare le compagnie assicurative, per oltre 100mila euro, ci sono due carabinieri, due medici e due avvocati.

È quanto scoperto dalle indagini dei carabinieri della Compagnia di Andria che hanno portato all'arresto di sei persone, di cui 5 in carcere e uno ai domiciliari (si tratta di uno dei camici bianchi coinvolti), e alla denuncia di altre 26 che a vario titolo rispondono di falso ideologico in concorso, aggravato perché commesso da più persone, frode e depistaggio in processo penale, corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio e falsità ideologica in certificati commessa da persona esercente un servizio di pubblica necessità.
Sono 12 i falsi incidenti stradali accertati nell'inchiesta coordinata dalla Procura di Trani mentre altri 20 sono al vaglio degli inquirenti perché dal controllo di denunce e documentazioni presentati emergerebbero delle incongruenze. Gli indagati, per gli investigatori, avrebbero messo in piedi "un sistema di falsificazione di sinistri stradali" utile alla creazione di "pratiche assicurative artificiose e al conseguimento di indebiti indennizzi", si legge in una nota in cui si spiega che gli accertamenti si sono concentrati nel periodo compreso tra ottobre 2024 e il marzo successivo quando sarebbero stati predisposti "atti di polizia giudiziaria e documentazione sanitaria" che avrebbero attestato incidenti stradali che, secondo la ricostruzione investigativa, non sarebbero mai avvenuti o sarebbero stati descritti "in modo non corrispondente al vero".
In più casi, gli incidenti avrebbero coinvolto persone legate tra loro da vincoli di parentela o da relazioni di coppia e cittadini stranieri, specie di origini rumene, come controparti: nella gran parte dei casi si tratta di conducenti di mezzi immatricolati per lo più in Romania e Bulgaria. Degli indagati, gli avvocati avrebbero curato le pratiche risarcitorie sulla base di "certificazioni sanitarie, prognosi e attestazioni di invalidità non correlate a effettive condizioni cliniche, ma funzionali alla presentazione delle richieste di risarcimento" rilasciate dai medici coinvolti.
I carabinieri indagati invece, avrebbero invece fornito "false annotazioni di servizio" con cui sarebbero stati attribuiti "attendibilità e credibilità ai falsi incidenti".
Come accaduto in due incidenti in realtà mai accaduti a Canosa di Puglia. Il primo risale al 30 gennaio 2023 quando le due persone coinvolte erano in Romania ma contemporaneamente risultavano nel Pronto soccorso dell'ospedale di Cerignola (Foggia) per poi sottoscrivere il modulo di constatazione amichevole con la controparte. Il secondo, risale al 16 ottobre 2023 con uno dei veicoli coinvolti con targa rumena che era all'estero e non in Puglia. In altri degli episodi contestati dall'accusa, è emerso che dall'analisi dei report di traffico telefonico dei cellulari degli indagati e dei tracciati Gps dei veicoli coinvolti, risultavano essere in luoghi completamente diversi, da quello dove falsamente attestato l'incidente.

C’è anche l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Canosa di Puglia, Pasquale Doronzo, tra i sei arrestati nell’inchiesta relativa alla falsificazione di incidenti stradali per ottenere illecitamente gli indennizzi assicurativi. Oltre al Luogotenente 57enne, attualmente in congedo e residente a San Ferdinando di Puglia, i carabinieri hanno arrestato un altro militare in servizio a Cerignola, il 44enne Pierluigi Dipalo, due medici (Michele Marcandrea, 52 anni, e l’80enne Gianfranco Specchio) e due avvocati (Giuseppe Gobbi, 47 anni, e Nicola De Santis, 55 anni). Sono tutti cerignolani. In cinque sono finiti in carcere. Ai domiciliari il medico 80enne. Nell’indagine della Compagnia di Andria, coordinata dalla Procura di Trani, altre 26 persone sono state deferite in stato di libertà. Almeno 12 i falsi incidenti contestati, mentre su altri 20 episodi ci sono incongruenze al vaglio dell’autorità giudiziaria. Le truffe sono state inscenate a Canosa, San Ferdinando e Cerignola. Gli indagati avrebbero messo in piedi un sistema di falsificazione di sinistri stradali utile alla creazione di pratiche assicurative artificiose e al conseguimento di indebiti indennizzi. Singolari, in particolare, due sinistri denunciati a Canosa di Puglia, uno il 30 gennaio 2023, l’altro il 16 ottobre dello stesso anno. Nel primo caso i due indagati coinvolti nell’incidente in realtà si trovavano in Romania, ma nonostante ciò sulle carte risultava che fossero stati visitati all’ospedale di Cerignola. Nel secondo caso, una delle auto coinvolte (con targa rumena) in realtà non aveva mai lasciato il suo territorio nazionale estero. In più casi gli incidenti avrebbero coinvolto persone legate tra loro da vincoli di parentela o da relazioni di coppia. Gli avvocati avrebbero curato le pratiche risarcitorie sulla base di documentazioni sanitarie funzionali alla presentazione delle richieste di risarcimento, rilasciate dai medici coinvolti. Un camice bianco, in particolare, al momento dei fatti si trovava già ai domiciliari per altre ragioni. Per gli inquirenti la truffa alle compagnie assicurative supererebbe i 100mila euro. Tutti gli indagati rispondono, a vario titolo, di falso ideologico in concorso, aggravato perché commesso da più persone, frode e depistaggio in processo penale, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio e falsità ideologica in certificati commessa da persona esercente un servizio di pubblica necessità.

IL SISTEMA “MAFIOSO” DELLE ASTE GIUDIZIARIE.IL CALVARIO DI DUE SORELLE DI APRILIA ,  MONTORO ROBERTA E MONTORO MARIA LET...
28/05/2026

IL SISTEMA “MAFIOSO” DELLE ASTE GIUDIZIARIE.
IL CALVARIO DI DUE SORELLE DI APRILIA , MONTORO ROBERTA E MONTORO MARIA LETIZIA CHE PUR POSSEDENDO BENI IMMOBILI DI VALORE INGENTE, SONO STATE COSTRETTE A VIVERE PER “STRADA” SENZA ALCUN MEZZO DI SOSTENTAMENTO.
LE ASTE GIUDIZIARIE SONO UNA PIAGA DELLA NOSTRA SOCIETA’ E STANNO REALIZZANDO ATTACCHI ALLE FAMIGLIE ITALIANE CON UNA “IMPUNITA” INCREDIBILE.
Naturalmente la mafia nera, quella che notoriamente è malavita, in questi ambiti delle aste giudiziarie è molto presente, non solo perché riesce a fare grandi affari - così come sta accadendo nel caso delle sorelle di Aprilia - ma anche perché lava il denaro sporco (non a caso le aste sono proprio definite lavatrici di denaro sporco e, anche se all’asta compra un nullatenente, nessuno chiede la provenienza del denaro). Quindi le aste, pur gestendosi nei tribunali, realizzano finalità criminali e a tanto arrivano in una maniera semplice, ovvero forzando la legge e disattendendola. Si badi che il tribunale di Latina, proprio negli anni in cui è iniziata l’esecuzione CONTRO LE SORELLE Montoro, è finito in uno scandalo dal nome Lollo-Gate, in cui il GE dott. LOLLO Antonio, non sapendo di essere intercettato, diceva ai suoi ausiliari che DOVEVANO RUBARE IL PIU’ POSSIBILE! In data 12/05/2026, presso il Commissariato Trevi di Roma, Maria Letizia MONTORO ha sporto denuncia penale per segnalare che non le viene più permesso di avvicinarsi alla sua proprietà mai pignorata (consistente in terreno edificatorio di valore approssimativo di 800/900 mila euro che trovasi ad Aprilia alla Via Toscanini n. 8) . E’ importante partire da questa denuncia perché evidenzia il motivo delle tante forzature che si trovano in questa squallida storia espropriativa. Il secondo documento ritrae le particelle immobiliari che si trovano ad Aprilia in via Toscanini 8 e consente di verificare come si siano appropriati di porzioni mai pignorate che hanno un ingentissimo valore (perché trattasi di suolo edificatorio su cui, chi se ne è appropriato , intende costruire palazzi, senza aver pagato un solo centesimo per acquistarlo) * IL RACCONTO DELLE SORELLE: Dal loro racconto è emerso che avrebbero subito violenza, anche da parte dei carabinieri ma non solo, e sono state finanche condotte in una struttura per malattie psichiche, da cui sono uscite senza alcuna diagnosi o cura, essendo state ritenute sane di mente ed equilibrate. Quello dello stigma a mezzo del TSO è un cliché che viene sempre usato al fine di demonizzare la vittima e tentare di renderne il racconto non credibile a monte. Le due sorelle MONTORO, per loro asserzione, avevano beni che avevano ereditato che ben consentivano loro di vivere di rendita; vero è che hanno condotto un’esistenza piuttosto agiata, potendosi anche permettere acquisti griffati non alla portata di tutti. Non è un’esagerazione dire che sono passate dal vestirsi da PRADA al vivere per STRADA. L’allegato contiene foto che le ritraggono e che sono state fatte in occasione del presidio per strada a Roma dei giorni 11 e 12 maggio 2026 .
Seguiranno aggiornamenti su questa penosa ed incredibile vicenda.

ECCO COME NELLA REALTA’ DEI FATTI L’ARMA DEI CARABINIERI NON CONSIDERA I CARABINIERI CHE AL CONTRARIO SONO VITTIME DEL D...
27/05/2026

ECCO COME NELLA REALTA’ DEI FATTI L’ARMA DEI CARABINIERI NON CONSIDERA I CARABINIERI CHE AL CONTRARIO SONO VITTIME DEL DOVERE.
L’ACCORATO SFOGO DI UN’APPUNTATO DEI CARABINIERI CHE DOPO AVER INSEGUITO E ARRESTATO UN RAPINATORE SI E’ PRESO UNA COLTELLATA E NON SI E’ VISTO A DISTANZA DI ANNI SEGNALARE PER LA “CAUSA DI SERVIZIO”, ATTRAVERSO IL PREVISTO MODELLO “C”.
COSI’ L’APPUNTATO A PERSO IL GIUSTO RICONOSCIMENTO DELLA CAUSA DI SERVIZIO, IL PREVISTO EQUO INDENNIZZO E LA POSSIBILITA’ DI ESSERE RICONOSCIUTO “VITTIMA DEL DOVERE”.

In allegato vi è una piccola parte del verbale di arresto ove vi è ben specificato che sono stato ferito da un soggetto resosi responsabile di tentata rapina. Vi è anche il verbale del pronto soccorso il quale ben specifica che sono stati eseguiti punti di sutura a seguito di accoltellamento.
Stavo attendendo che la commissione medica mi chiamasse ma dopo 6 anni e precisamente pochi giorni fa, sono venuto a conoscenza che il mio ex comando non ha compilato il modello C per causa di servizio traumatica e infortunio su lavoro.
Mi domando... perché gli ufficiali sono stati pronti a mandarmi a visita medica per una presunta consumazione di un caffè corretto poi verificatasi infondata? Perché per difendermi da tale ingiusta accusa sono stati punito per la seguente motivazione "faceva pervenire missive da parte studio legale, giorni di consegna 3". Perché sapendo che sono caregiver 104 non posso essere trasferito presso il luogo di residenza dove vi è la persona da accudire, trovando come motivazione che un mio parente di quinto grado (che non conosco) ha avuto problemi con la Legge?
Perché all' epoca dei fatti non hanno fatto il modello “C “? Eppure erano obbligati...ho perso soldi e benefici...ora come posso fare domanda di causa di servizio giustificando questo ritardo per un loro sbaglio?
Ma soprattutto: perché i superiori non pagano mai i loro sbagli e chi è di basso rango deve essere punito disciplinarmente (e non solo) anche quando non è previsto? Forse da fastidio che un carabiniere si oppone a quello che non è previsto? Questa è l’ ennesima dimostrazione di una FORSE violenza psicologica?
L importante è che in servizio si debba indossare cappello, scarpe o stivali puliti, barba fatta e sempre Comandi e signor si.
Chi ha sbagliato pagherà almeno questo errore? Oppure passerà in cavalleria non chiedendo neanche scusa?
Non è giusto!!!

PAVIA: “NON VI FACCIO PIU’ LAVORARE” : L’INCHIESTA CLEAN 3 E IL SISSTEMA DEI PRESUNTI RICATTI NEI CANTIERI . CHIUSE LE I...
26/05/2026

PAVIA: “NON VI FACCIO PIU’ LAVORARE” : L’INCHIESTA CLEAN 3 E IL SISSTEMA DEI PRESUNTI RICATTI NEI CANTIERI . CHIUSE LE INDAGINI.
CARABINIERI INDAGATI.

Al centro della nuova indagine c’è un brigadiere del Nucleo Ispettorato del Lavoro. Indagati altri militari e un dirigente dell’Ats, accusati a vario titolo di aver contribuito a episodi di corruzione, depistaggio e violazione del segreto d’ufficio. Coinvolto anche un imprenditore
Un clima di paura, fatto di minacce sussurrate e controlli temuti, aleggiava da anni tra gli imprenditori edili di Pavia. Un sistema in cui, secondo la Procura, il potere ispettivo poteva trasformarsi in uno strumento di pressione, capace di condizionare lavoro, concorrenza e perfino la sicurezza nei cantieri. È questo il contesto dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari dell’operazione Clean 3, che coinvolge otto persone: quattro Carabinieri, un dirigente dell’Ats locale e tre imprenditori. L’inchiesta si inserisce nel solco delle precedenti Clean 1 e Clean 2, che avevano già fatto emergere, nell’ipotesi degli inquirenti, rapporti opachi tra pubblici ufficiali e mondo dell’edilizia.
Al centro della nuova indagine c’è un brigadiere del Nucleo Ispettorato del Lavoro, già emerso in precedenti accertamenti. Secondo gli investigatori, per anni avrebbe portato avanti “reiterate condotte” di corruzione e ricatto durante i controlli nei cantieri: richieste di denaro e favori in cambio di sanzioni alleggerite o evitate. Le frasi riportate agli atti – “la rovino”, “non vi faccio più lavorare”, “con me non deve sgarrare” – descrivono, secondo l’accusa, il clima che accompagnava le ispezioni, alimentando un timore diffuso e la reticenza a denunciare.
In questo contesto si inseriscono anche episodi specifici: in cambio di denaro e benefit, come pasti gratuiti destinati anche a colleghi intermediari, il militare avrebbe omesso di segnalare lavoratori irregolari e fornito indicazioni su come presentare ricorsi falsi per ridurre le sanzioni, generando risparmi illeciti consistenti. In altri casi avrebbe ottenuto utilità personali, tra cui l’uso gratuito di appartamenti e posti auto, in cambio di informazioni riservate su ispezioni imminenti e della possibilità di indirizzare i controlli verso aziende concorrenti.
Le contestazioni riguardano anche il tentativo di ostacolare le indagini dopo aver saputo di essere sotto inchiesta: inserimento di dati falsi per chiudere pratiche ancora aperte, distruzione o occultamento di fascicoli e manipolazione di atti ufficiali. Tra gli episodi, la falsa attestazione del pagamento di sanzioni attraverso documenti contraffatti e l’alterazione di verbali e intercettazioni per modificarne il contenuto.
Secondo l’accusa, il brigadiere avrebbe inoltre rivelato sistematicamente informazioni riservate su controlli imminenti, consentendo ad alcuni imprenditori di mettersi in regola o evitare sanzioni, arrivando in un caso a divulgare dettagli su un esposto anonimo. A questo si aggiungono ipotesi di tentata concussione e istigazione alla corruzione, con richieste di denaro in cambio della revoca di provvedimenti o della “sistemazione” di verifiche, fino alla richiesta di 15mila euro per consentire la ripresa di un cantiere minacciato di chiusura.
Accanto a lui risultano indagati altri militari e un dirigente dell’Ats, accusati di aver contribuito, a vario titolo, a episodi di corruzione, depistaggio e violazione del segreto d’ufficio. Coinvolto anche un imprenditore che avrebbe garantito vantaggi in cambio di informazioni sui controlli e, in alcuni casi, di interventi mirati contro concorrenti. Tra gli episodi più recenti, un tentativo di concussione nel 2023: un imprenditore sarebbe stato posto di fronte alla scelta tra pagare o subire “lunghe sospensioni e nuovi controlli”, ricatto a cui avrebbe resistito denunciando l’accaduto.
L’indagine tocca infine anche un altro carabiniere, allora impiegato nella scorta a un magistrato, accusato di aver chiesto denaro promettendo di accelerare una procedura di sfratto, sfruttando relazioni istituzionali e arrivando a coinvolgere soggetti incaricati di esercitare pressioni sulla famiglia interessata. Un’inchiesta complessa, durata oltre due anni e condotta dal Nucleo di Polizia Economica e Finanziaria della Guardia di Finanza sotto il coordinamento della Procura guidata da Fabio Napoleone, tra intercettazioni, testimonianze e analisi documentali. Un lavoro investigativo che ora approda alla fase conclusiva, mentre resta sullo sfondo quel clima di paura che, secondo l’accusa, avrebbe segnato per anni un intero settore.

SINDACATO CARABINIERI U.N.A.C. ( UNIONE NAZIONALE ARMA CARABINIERI , ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE ( 25.05.1998 - 25.05....
25/05/2026

SINDACATO CARABINIERI U.N.A.C. ( UNIONE NAZIONALE ARMA CARABINIERI , ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE ( 25.05.1998 - 25.05.2026 ) . 28 ANNI DI STORIA.

AI SEGUENTI UOMINI DELL’ARMA, CHE ALL’EPOCA DEL 1998 OGGI NELL'ANNIVERSARIO DELLA FONDAZIONE ( 25.05.1998-25.05.2026 ) , CREDETTERO NEL SOGNO DI LIBERTA’ SINDACALE, VA ANCORA OGGI UN NOSTRO GIUSTO TRIBUTO CHE RESTERA' INDELEBILE NELLA STORIA DELL’ARMA DEI CARABINIERI E D’ITALIA.
CHE I COSIDDETTI "SINDACATI GIALLI" E TUTTI I FUTURI CARABINIERI ABBIANO "RISPETTO" E DIANO IL GIUSTO "TRIBUTO" NEL RICORDO E AL CORAGGIO DI QUESTI CARABINIERI CHE IN TEMPI NON SOSPETTI HANNO CREDUTO NELL'UNICO E VERO SINDACATO "LIBERO" PER I CARABINIERI E SONO STATI "MASSACRATI" DALLO STRAPOTERE DELLA CASTA DEI "GENERALI" E DEI LORO COMPLICI PROCURATORI DELLA REPUBBLICA, MA NONOSTANTE CIO' HANNO VINTO LA LORO BATTAGLIA DI DEMOCRAZIA NEI CARABINIERI.

M.LLO ORD. ANTONIO SAVINO
( FONDATORE E SEGRETARIO GENERALE NAZIONALE)
APP. ANTONINO IMBESI ( REGGIO CALABRIA)
M.LLO ORD. GIOVANNI SORACE (COSENZA)
APP. SANFILIPPO CERASO VINCENZO ( AOSTA)
BRIG.SODANO NATALE( AVELLINO)
C.RE GIANLUCA DELEDDA ( BERGAMO)
M.LLO ANTONINO FINOCCHIARO ( VARESE)
APP. RICCARDI LUIGI ( CREMONA)
APP. DIEGO VALENTI ( TORINO)
APP.D’AIURELI ARNALDO (CHIETI)
APP. STEFANELLI FRANCESCO ( PRATO)
APP. NICOLA FITTIPALDI ( PISA)
APP. ANGELO STIMOLO ( FOGGIA)
APP. CHIRIVI’ MASSIMO ( LECCE)
APP. DIVIGGIANO FERNANDO ( ORISTANO)
APP. ALU’ GIUSEPPE ( CALTANISSETTA)
M.LLO ORD. COSIMO LONGO ( VERONA)
C.RE PIERO MARCONCINI ( CAGLIARI)
APP. GATTO FLAVIO ( VENEZIA)
APP. GARAU MICHELE ( SASSARI)
APP. DEL DUCA MARIO ( NOVARA)
M.LLO ARIASI VINCENZO ( PESCARA)
C.RE MASTRODONATO SAVERIO PIO ( CAMPOBASSO)
M.LLO NICOLA UNGARI ( TORINO)
APP.ROSSI PAOLO ( LIVORNO)
APP.MICHELE MAGLIONE ( COMO)
APP. MARZIO EMANUELE ( BRINDISI)
M.LLO O. RINO DI NISIO ( TREVISO)
APP. FORTUNATO FRANCESCO ( LA SPEZIA)
APP. ANIELLO SINISCALCHI ( UDINE)
APP. MAURIZIO PANZA ( SIRACUSA)
M.LLO O. SILVIO DELLE MONACHE (MILANO)
APP. MANCINI MARCELLO ( FIRENZE)
APP. FEDERICO ZAMPA ( PERUGIA)
APP. CUCINOTTA FRANCESCO ( ENNA)
M.LLO OLIVA ANTONINO ( MESSINA)
APP. SALVATORE MAROTTA ( RAGUSA)
APP. GIANCARLO PICCIAU ( CAGLIARI)
M.LLO SALVATORE SEMERARO ( BARI)
M.LLO NICOLA GROSSO (MATERA)

RIVELAZIONE DI SEGRETO PER IL CASO COSPITO.QUANDO LA PROCURA PRIMA E LA PROCURA GENERALE POI CHIEDONO L’ASSOLUZIONE, ED ...
25/05/2026

RIVELAZIONE DI SEGRETO PER IL CASO COSPITO.
QUANDO LA PROCURA PRIMA E LA PROCURA GENERALE POI CHIEDONO L’ASSOLUZIONE, ED IL TRIBUNALE PRIMA E LA CORTE DI APPELLO POI INVECE CONDANNANO.
La Corte d’appello dispone anche l’interdizione dai pubblici uffici per un anno. La procura generale aveva chiesto l’assoluzione. L’ex sottosegretario: “Andremo in Cassazione”
Confermata la condanna a 8 mesi nei confronti dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, accusato di rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso di Alfredo Cospito. Lo ha deciso ieri pomeriggio, dopo due ore di Camera di Consiglio, la terza sezione della Corte d’appello di Roma. I giudici hanno inoltre disposto l’interdizione dai pubblici uffici per la durata di un anno. L’imputato era presente in aula a piazzale Clodio e subito dopo la lettura del dispositivo ha lasciato velocemente il palazzo giudiziario. Le uniche parole pronunciate: “Sicuramente andremo in Cassazione, dimostrerò la mia correttezza”. Ha confermato il suo legale, Andrea Milani: “È un caso per cui sono disposto ad andare fi no in fondo. Attendiamo le motivazioni della sentenza. Andremo sicuramente in Cassazione. Siamo delusi e stupiti della sentenza di oggi pomeriggio. Alla luce delle parole della procura generale e della ricostruzione non c’era alcun dubbio. Le presunte notizie rivelate non erano segrete”.
Al centro del procedimento ci sono alcune dichiarazioni fatte in Parlamento dal vicepresidente del Copasir e deputato di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, a gennaio 2023. Il collega di partito di Delmastro lesse nell’Aula della Camera il contenuto di conversazioni avvenute nell’ora d’aria nel carcere di Sassari il 12 gennaio 2023 tra Cospito — poi protagonista di un lungo sciopero della fame per protestare contro il regime del carcere duro — e detenuti di camorra e ‘ndrangheta, anche loro al 41 bis, che

discutevano appunto di come porre fi ne a quel tipo di carcerazione. Sempre durante quell’intervento a Montecitorio Donzelli accusò alcuni esponenti del Partito democratico — Debora Serracchiani, Walter Verini, Silvio Lai e Andrea Orlando — di connivenze sia con gli anarchici sia con la criminalità organizzata per aver a suo dire “incoraggiato nella battaglia” quei sepolti vivi, incontrati quello stesso 12 gennaio. Una feroce polemica scoppiò immediatamente. Il Pd contestò a Donzelli la violazione del segreto d’ufficio e chiese chiarimenti sulla provenienza delle informazioni. Il giorno dopo, Donzelli ammise di averle ricevute dal sottosegretario Delmastro, suo collega di partito, con cui condivideva l’appartamento a Roma e che aveva la delega al Dap. A metà febbraio durante un question time alla Camera il ministro Nordio blindò Delmastro rispetto alle richieste di dimissioni arrivate dal M5S. Ad innescare il procedimento era stato il deputato di Avs Angelo Bonelli. Donzelli, dopo aver letto in Aula quei passaggi, aveva risposto alle critiche sostenendo che quelle carte le potesse richiedere qualsiasi parlamentare. Così Bonelli le chiese al ministero della Giustizia e la risposta fu che quei documenti erano coperti da segreto. Ecco perché si rivolse alla Procura.
L’ex sottosegretario fu rinviato a giudizio dal Gup di Roma a novembre 2023, nonostante il pm avesse chiesto il non luogo a procedere. Nel luglio precedente, la Gip aveva disposto l’imputazione coatta, nonostante la procura di Roma avesse chiesto l’archiviazione ritenendo l’esistenza oggettiva della violazione, ma senza le prove dell’esistenza dell’elemento soggettivo. In primo grado, il 20 febbraio 2025, era arrivata una condanna a otto mesi, con pena sospesa e non menzione nel casellario, nonostante anche quella volta il pm Paolo Ielo avesse chiesto l’assoluzione per difetto dell’elemento soggettivo. I giudici avevano riconosciuto tuttavia a Delmastro le attenuanti generiche e avevano applicato l’interdizione di un anno dai pubblici uffici, respingendo le richieste di risarcimento avanzato dalle parti

civili, quattro parlamentari del Pd. Il processo d’appello è iniziato il 22 aprile di quest’anno. Anche questa volta la procura generale nell’ultima udienza aveva chiesto per Delmastro l’assoluzione perché “il fatto non costituisce reato”. Durante la requisitoria il sostituto pg aveva affermato che “non vi era certezza sulla segretezza” degli atti diffusi su cui “c’era limitata divulgazione ma nessuno ne aveva segnalato la riservatezza”. Questa vicenda giudiziaria ha la particolarità che per ben quattro volte l’accusa ha chiesto l’archiviazione o assoluzione e altrettante volte i giudici hanno rinviato a giudizio e condannato.
Intanto l’ex sottosegretario alla Giustizia, in quota Fratelli d’Italia, si era dimesso il 24 marzo scorso, per aver aperto una società con la figlia di un prestanome dei Senese. Durante il dibattito di ieri in Aula così ha commentato Debora Serracchiani, responsabile giustizia del Pd: “noi siamo garantisti, ancora non c’è un giudicato definitivo. Ma c’è un giudizio politico molto chiaro che la sentenza di oggi (ieri, ndr) consolida. E dimostra ancora una volta l’approssimazione, la spregiudicatezza, la inadeguatezza con cui il sottosegretario ha operato utilizzando il proprio ruolo”

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