Consulenze immobiliari & organizzazione eventi

Consulenze immobiliari & organizzazione eventi Esperienza ultra ventennale nell'ambito delle Compravendite immobiliari.

Esperienza decennale nell'ambito dell'organizzazione e gestione di Eventi (culturali, teatrali, privati, sportivi, promozionali, meeting, fiere, concerti, spettacoli televisivi).

31/03/2026

Ecco quando è possibile evitare l’APE nel rogito: categorie catastali escluse e condizioni tecniche per l'esonero documentale.
Nel panorama del mercato immobiliare del 2026, profondamente trasformato dalle nuove direttive europee sull'efficienza energetica, la conformità documentale è diventata il pilastro di ogni compravendita o locazione. Non a tutti fabbricati, tuttavia, serve l'Attestato di Prestazione Energetica. L'APE non è obbligatorio per le unità prive di impianti termici - come cantine, box, garage e depositi - né per gli edifici industriali, artigianali o agricoli non climatizzati.
L'esclusione si estende ai fabbricati isolati con superficie inferiore a 50 m2, ai ruderi, alle chiese e agli immobili in costruzione o classificati come collabenti, a patto di dichiarare tale condizione nel rogito. Conoscere le eccezioni è il primo passo per muoversi con sicurezza tra i vari immobili esenti da certificazione energetica.
- Quando non è obbligatoria la certificazione energetica -
La definizione dell'obbligo documentale circa le dotazioni energetiche dell'immobile non è frutto di una valutazione arbitraria delle parti, ma risponde a precisi parametri tecnici stabiliti dal legislatore. Per operare con consapevolezza nel mercato attuale, è dunque fondamentale chiarire innanzitutto che cos’è l’Attestato di Prestazione Energetica.
Si tratta di un documento che certifica il fabbisogno energetico teorico di un edificio per il riscaldamento, il raffrescamento e la produzione di acqua calda sanitaria. L'assenza di tale fabbisogno per comprovate ragioni strutturali o funzionali fa venir meno l'obbligatorietà del certificato APE, influenzando le fasi della trattativa di vendita dell'immobile.
Si osserva che la mancanza di un impianto o di un generatore di calore non deve rappresentare una condizione temporanea o elusiva, bensì una caratteristica permanente dell'unità immobiliare, requisito quest'ultimo essenziale per inquadrare correttamente gli immobili esenti da certificazione energetica.
Pertanto, l'esclusione si applica a magazzini, depositi e locali tecnici che non prevedano la permanenza prolungata di persone e che, per un normale utilizzo, non necessitino di climatizzazione. Allo stesso modo, i fabbricati isolati che dispongano di una superficie utile totale inferiore ai 50 m2 non rientrano nel campo di applicazione della norma. La deroga è pensata per semplificare la circolazione di piccoli manufatti indipendenti che avrebbero un impatto trascurabile sul risparmio energetico nazionale.
Quali sono le condizioni tecniche per l’esclusione energetica
Oltre alle dimensioni e alla mancanza di impianti, esistono ulteriori casistiche in cui la normativa solleva i proprietari dall'onere della certificazione. Innanzitutto, si fa riferimento agli edifici destinati al culto e allo svolgimento di attività religiose, i quali, per la loro specifica destinazione d'uso e per le caratteristiche costruttive spesso monumentali, sono esentati dal calcolo delle prestazioni energetiche.
Tuttavia, è bene precisare che se una porzione dell'edificio di culto venisse adibita a ufficio o abitazione per il clero, per quella specifica unità l'obbligo tornerebbe a sussistere. Peraltro, una deroga significativa riguarda i fabbricati agricoli o rurali non residenziali. Questi immobili, se privi di impianti di climatizzazione e destinati esclusivamente al ricovero di attrezzi, animali o prodotti agricoli, non richiedono alcuna attestazione.
La ratio legis risiede nel fatto che tali strutture non consumano energia per il benessere termoigrometrico degli occupanti. Risulta quindi fondamentale, in sede di compravendita, che il tecnico abilitato verifichi l'effettivo stato dei luoghi per confermare che l'immobile rientri effettivamente tra i casi di esclusione previsti.
- Le categorie catastali escluse dall'APE -
L'identificazione di un'unità immobiliare avviene principalmente attraverso la sua classificazione catastale, la quale fornisce indicazioni sulla destinazione d'uso prevista. Tuttavia, non esiste una corrispondenza automatica, poiché l'elemento discriminante rimane sempre la presenza o l'assenza di impianti termici.
Risulta comunque possibile individuare con precisione quando il certificato APE non è obbligatorio analizzando la tipologia del bene in relazione alla tabella di conversione del DPR 412/93. Per esempio, gli immobili accatastati come magazzini (C/2) o autorimesse (C/6) sono solitamente esclusi, a meno che non siano stati dotati di sistemi di riscaldamento fissi per scopi particolari.
La prassi notarile e le circolari dell'Agenzia delle Entrate confermano che la corretta individuazione delle categorie catastali esenti dall'APE sia il primo passo per evitare costi superflui durante la compravendita. Di seguito si riporta una tabella esplicativa che incrocia le categorie catastali con le condizioni tecniche di esonero più comuni.
L'analisi delle informazioni evidenzia come le unità immobiliari registrate come F/2 (unità collabenti) o F/3 (in corso di costruzione) rappresentino casistiche particolari. Nel primo caso, lo stato di degrado è tale da impedire la rilevazione di parametri energetici; nel secondo, l'immobile non è ancora dotato di involucro o impianti completi.
In entrambi i contesti, l'esonero è subordinato a una specifica menzione nel contratto di compravendita, che attesti lo stato di inagibilità o di incompletezza del fabbricato.
- Quali sono le case non vendibili dal 2030 -
Negli ultimi anni, il dibattito sull'efficienza degli edifici si è intensificato ulteriormente con l'analisi dei cambiamenti dell’APE dopo l’approvazione della Direttiva Case Green. È opportuno chiarire che l'obiettivo dell'Unione Europea non è quello di bloccare il mercato immobiliare, bensì di incentivare la riqualificazione delle strutture con le prestazioni più scarse, tipicamente le classi F e G.
Entro il 2030, gli Stati membri dovranno adottare misure per ridurre il consumo medio di energia primaria dell'intero parco residenziale. Peraltro, non esiste una lista di "case proibite" per la vendita, ma si profila una distinzione tra immobili residenziali efficienti e quelli che richiederanno interventi futuri per rispettare i nuovi standard nazionali.
Immobili esenti da APE: cosa cambia con la direttiva Case Green
In questo scenario, le strutture che godono dell'esonero rimarranno in una posizione protetta. Non essendo soggette al calcolo della classe energetica, queste unità non subiranno le restrizioni legate al miglioramento delle prestazioni energetiche medie, mantenendo la loro commerciabilità legata esclusivamente al valore intrinseco della struttura. Nello specifico, la transizione verso un'edilizia sostenibile comporterà un monitoraggio costante, prevedendo che:
gli edifici residenziali dovranno ridurre il consumo energetico medio del 16% entro il 2030;
entro il 2035, invece, la riduzione richiesta salirà al 20-22%;
gli immobili vincolati e di valore storico-artistico potranno godere di specifiche deroghe;
i piccoli fabbricati sotto i 50 m2 resteranno esclusi dai nuovi obblighi;
il certificato energetico diventerà uno strumento di pianificazione per le ristrutturazioni;
le sanzioni per la mancata dotazione di APE resteranno rigorose per i fabbricati abitativi.
L'analisi delle informazioni evidenzia come le unità immobiliari registrate come F/2 (unità collabenti) o F/3 (in corso di costruzione) rappresentino casistiche particolari. Nel primo caso, lo stato di degrado è tale da impedire la rilevazione di parametri energetici; nel secondo, l'immobile non è ancora dotato di involucro o impianti completi.
In entrambi i contesti, l'esonero è subordinato a una specifica menzione nel contratto di compravendita, che attesti lo stato di inagibilità o di incompletezza del fabbricato.
- Quali sono le case non vendibili dal 2030 -
Negli ultimi anni, il dibattito sull'efficienza degli edifici si è intensificato ulteriormente con l'analisi dei cambiamenti dell’APE dopo l’approvazione della Direttiva Case Green. È opportuno chiarire che l'obiettivo dell'Unione Europea non è quello di bloccare il mercato immobiliare, bensì di incentivare la riqualificazione delle strutture con le prestazioni più scarse, tipicamente le classi F e G.
Entro il 2030, gli Stati membri dovranno adottare misure per ridurre il consumo medio di energia primaria dell'intero parco residenziale. Peraltro, non esiste una lista di "case proibite" per la vendita, ma si profila una distinzione tra immobili residenziali efficienti e quelli che richiederanno interventi futuri per rispettare i nuovi standard nazionali.
Immobili esenti da APE: cosa cambia con la direttiva Case Green
In questo scenario, le strutture che godono dell'esonero rimarranno in una posizione protetta. Non essendo soggette al calcolo della classe energetica, queste unità non subiranno le restrizioni legate al miglioramento delle prestazioni energetiche medie, mantenendo la loro commerciabilità legata esclusivamente al valore intrinseco della struttura. Nello specifico, la transizione verso un'edilizia sostenibile comporterà un monitoraggio costante, prevedendo che:
gli edifici residenziali dovranno ridurre il consumo energetico medio del 16% entro il 2030;
entro il 2035, invece, la riduzione richiesta salirà al 20-22%;
gli immobili vincolati e di valore storico-artistico potranno godere di specifiche deroghe;
i piccoli fabbricati sotto i 50 m2 resteranno esclusi dai nuovi obblighi;
il certificato energetico diventerà uno strumento di pianificazione per le ristrutturazioni;
le sanzioni per la mancata dotazione di APE resteranno rigorose per i fabbricati abitativi.
È possibile vendere una casa senza la classe energetica?
La legislazione italiana impone sanzioni severe per chi ometta di dotare un immobile della certificazione energetica in caso di vendita o locazione. Tuttavia, la validità giuridica dell'atto non viene meno se sia possibile dimostrare che la struttura rientri tra le eccezioni previste dalla legge.
Risulta quindi tecnicamente fattibile procedere alla sottoscrizione di un rogito senza la certificazione energetica purché sussistano i requisiti di esenzione sopra descritti e questi siano debitamente documentati. In sede di stipula del contratto di compravendita, il notaio verifica la presenza di clausole che giustifichino la mancanza dell'attestato. Se, per esempio, si trasferisce la proprietà di un box auto o di una cantina priva di riscaldamento, l'atto indica espressamente la categoria di esenzione.
Lo stesso accade per i ruderi o gli immobili venduti allo stato di scheletro strutturale. In tali circostanze, è prassi consolidata l'integrazione di un fac simile di dichiarazione per l'esenzione dall'Ape redatto da un tecnico abilitato e sottoscritto dalle parti. Il documento attesta che l'unità immobiliare possiede i requisiti per l'esonero, sollevando le parti da future contestazioni.
Sanzioni APE: rischi per gli immobili esenti da certificazione energetica
Si osserva che l'errata interpretazione delle norme sull'esenzione può comportare rischi significativi. In vista di una compravendita, qualora si dichiari falsamente che un immobile sia privo di impianto termico per evitare i costi della certificazione, le sanzioni amministrative possono essere pesanti, oscillando tra 3.000 e 18.000 euro.
È responsabilità del proprietario assicurarsi che la condizione di esonero sia reale e verificabile. Pertanto, l'identificazione degli immobili esenti da Ape deve basarsi su riscontri oggettivi e non su mere preferenze dei contraenti, in modo da rilevare che:
l'assenza degli impianti deve essere totale e non limitata alla sola mancanza del generatore;
gli immobili venduti "al rustico" o come "scheletro strutturale" devono presentare effettivamente tali condizioni al momento della vendita;
la superficie del fabbricato inferiore ai 50 m2 deve essere misurata e calcolata come superficie utile calpestabile;
i fabbricati industriali devono dimostrare una destinazione del fabbisogno termico legata esclusivamente al ciclo produttivo;
la clausola di esenzione inserita nell'atto deve contenere i precisi riferimenti di legge, con particolare richiamo al D.Lgs 192/2005.
(Fonte: Iacubino)

29/03/2026

Costruzioni: nel 2026 previsioni di crescita del 5,6% per gli investimenti.
Nel 2025 calo del residenziale.

Occupazione record nel settore delle costruzioni dove negli ultimi cinque anni è stato creato un quinto di tutti i nuovi posti di lavoro (circa 350mila). E per il 2026 è previsto un aumento del 5,6% negli investimenti, dopo la flessione contenuta registrata lo scorso anno. Anno in cui a risentirne è stata soprattutto l'edilizia residenziale, con un calo del 15,6%, al contrario delle attività legate al Pnnr (+21%). Sono alcuni dei dati emerse dalle anticipazioni al Rapporto Federcostruzioni 2025, illustrate in anteprima durante la presentazione della nuova edizione di SAIE- La Fiera delle
- Costruzioni, che quest'anno torna a Bologna -
Andamento settore costruzioni 2025
Dopo tre anni di grande espansione che hanno permesso al settore delle costruzioni di superare anche i livelli pre crisi del 2008, nel 2005 si è registrata una fase di assestamento per il settore delle costruzioni con una lieve flessione dell'1,1%. Flessione che è mercato soprattutto per l'edilizia residenziale (-15,6%), mentre registrano un'accelarazione le attività legata al PNNR (+21%).
Ma il settore guarda al futuro con speranza: per il 2026 infatti è prevista una crescita del 5,6% degli investimenti nelle costruzioni.
Pnrr, il motore del settore
Il vero motore del settore delle costruzioni nel 2025 è il Piano Nazionale di Ripresa e Resilenza. Non a caso ad oggi risultano 16.000 cantieri aperti, di cui due terzi avviati a conclusione. Ma lo sguardo del settore è già rivolto al post-PNRR: tra fondi europei e nazionali, risultano disponibili circa 120 miliardi di euro per il settore fino al 2033, una dotazione che, secondo Federcostruzioni, può assicurare la tenuta e il consolidamento della filiera anche oltre la scadenza del Piano.
- Settore sul quale investire nel 2026: il partenariato - pubblico-privato (PPP)
Il settore sul quale investire nel 2026 è sicuramente il partenariato pubblico-privato (PPP) vera leva di crescita per il Paese. Basti pensare che secondo la Relazione annuale del DIPE (Presidenza del Consiglio dei Ministri), nel 2024 sono stati aggiudicati 62 nuovi progetti per circa 11 miliardi di euro, con un ammontare complessivo di 29.5 miliardi di euro. Tra il 2018 e il 2024 le gare in Ppp hanno rappresentato circa il 10% delle procedure bandite per gli investimenti, con un valore medio annuo di 15 miliardi. Un fatto che conferma come la collaborazione tra settore pubblico e privato sia la strada da percorrere per realizzare opere di qualità.
- Le proposte ANCE per le costruzioni -
Alla conferenza stampa di presentazione del rapporto era presente anche il presidente ANCE Emilia Area Centro, Stefano Betti, che ha affermato come ad oggi il settore delle costruzioni si trovi a un bivio strutturale - Il progressivo azzeramento dei bonus edilizi e la corsa contro il tempo per chiudere i cantieri PNRR -
Con il PNRR che entra nel suo "ultimo miglio" (la scadenza per la gran parte delle opere è giugno 2026), le linee di azione sulle quali preme da tempo l’ANCE e che diventano ora priorità assolute sono:
Un "Piano Casa" strutturale (Target 2032), che necessita di risorse importanti per l'edilizia sociale i lavoratori e gli studenti;
- Stabilità normativa per la Direttiva "Case Green" (EPBD) -
Entro maggio 2026 l'Italia deve recepire la direttiva europea e dovrà accompagnarla con un piano industriale di lungo termine che dia certezza alle imprese e ai proprietari.
La nuova legge sulla Rigenerazione Urbana, per smettere di consumare suolo ed avere delle norme che rendano economicamente vantaggioso demolire e ricostruire nelle città, superando i vincoli burocratici, spesso derivanti da norme vecchie di oltre 50 anni, che oggi rendono più
facile costruire su un prato verde che riqualificare un capannone dismesso
Un nuovo Testo Unico delle Costruzioni che sostituisca quello vigente, oramai inutilizzabile dato il continuo sovrapporsi di variazioni ed aggiunte non organiche tra di loro.
(Fonte: Palasciano).

27/03/2026

-Ristrutturare casa risparmiando e senza perdere la qualità-

Ristrutturare non significa necessariamente spendere una fortuna, ma richiede una disciplina quasi millimetrica. Il segreto per non perdere il controllo delle spese risiede in una pianificazione dettagliata che parte alcuni mesi prima del giorno in cui iniziano i lavori. Domandarsi come risparmiare sulla ristrutturazione casa è lecito: la risposta non è, però, nel taglio della qualità, ma nell'ottimizzazione delle scelte strategiche.
Come abbassare i costi di ristrutturazione
Contenere i costi per ristrutturare casa non è un esercizio di rinuncia, ma un raffinato gioco di incastri tra pianificazione rigorosa, selezione strategica dei materiali e uso sapiente dei bonus fiscali. Il vero risparmio non si nasconde quasi mai nel prezzo più basso in fattura, ma nella capacità di blindare il progetto iniziale: prevenire le varianti in corso d'opera è l'unica vera polizza assicurativa per budget che si è deciso di stanziare.
Blindare il budget: i tre pilastri della sicurezza economica
Se la pianificazione è la strategia, i documenti tecnici sono le armi di difesa contro i potenziali rincari. Per risparmiare davvero, si deve togliere spazio all'improvvisazione con tre mosse fondamentali: avere un progetto esecutivo e un computo metrico;
essere in possesso di almeno tre preventivi;
optare per un contratto a corpo.
Progetto esecutivo e computo metrico
Prima ancora di bussare alla porta di un'impresa, è importante definire ogni centimetro della futura casa con un professionista. Un progetto esecutivo dettagliato e un computo metrico preciso sono i migliori alleati: permettono di confrontare le offerte, parlando la stessa lingua con ogni interlocutore.
È qui che si vince la battaglia contro i costi extra: un lavoro non previsto nel computo è un costo certo in corso d'opera.
La regola del tre preventivi (e del confronto etico)
Non bisogna mai fermarsi mai alla prima impressione. È importante richiedere preventivi ad almeno tre imprese diverse, consegnando a tutte lo stesso identico computo metrico. Solo così è possibile analizzare le discrepanze di prezzo in modo oggettivo.
Il risparmio intelligente non punta al prezzo più basso in assoluto, ma al miglior equilibrio tra costo, esperienza e qualifiche certificate.
Il contratto a corpo: bloccare il prezzo
La scelta della tipologia contrattuale può fare la differenza tra un investimento sereno e un salasso continuo. Laddove sia possibile, è preferibile un contratto a corpo rispetto a quello a misura.
Mentre il secondo varia in base alle quantità effettive rilevate a fine lavori, il contratto a corpo blocca il prezzo finale per gli interventi definiti nel progetto. È lo scudo definitivo per garantire che la cifra pattuita inizialmente sia quella che verrà scritta sull'ultimo bonifico.
Scelte strategiche: dove investire e dove risparmiare
Una volta blindato il contratto, la partita del risparmio si sposta sulla scelta dei materiali e sull'entità degli interventi. Non tutto va demolito: a volte, la soluzione più economica è anche la più moderna.
Sovrapposizione vs demolizione: meno polvere, più risparmio
Se i vecchi pavimenti sono in buono stato e i livelli lo consentono, possono essere sfruttati. La posa in sovrapposizione (utilizzando ad esempio il gres porcellanato sottile o il laminato di alta qualità) è una mossa vincente.
In questo modo è possibile abbattere drasticamente i costi di manodopera per la demolizione e, soprattutto, quelli per lo smaltimento delle macerie in discarica. Meno rumore, meno polvere e un risultato estetico identico al nuovo.
L’acquisto diretto: tagliare i ricarichi
In molti casi, gestire personalmente l’acquisto di pavimenti, sanitari e rubinetteria permette di risparmiare sul ricarico che le imprese solitamente applicano ai materiali.
Prima di procedere, però, è necessario coordinare le consegne con il capocantiere. Un ritardo nell'arrivo di un miscelatore può bloccare l'idraulico e generare costi extra che annullerebbero il risparmio iniziale.
Interventi mirati ad alto impatto (ROI)
Non tutte le spese aumentano il valore della casa allo stesso modo. Per ottimizzare il budget, è importante concentrarsi su ciò che si vede e su ciò che fa risparmiare nel tempo.
Finiture visibili: tinteggiatura professionale, sostituzione delle porte interne e un nuovo schema di illuminazione possono trasformare radicalmente l’aspetto di un immobile con una spesa contenuta;
efficienza energetica: sostituire i vecchi infissi con modelli termoisolanti è l'investimento col miglior ritorno. Oltre al risparmio immediato in bolletta, si aumenta la classe energetica e il valore di mercato della casa, rendendo l'intervento praticamente a costo zero nel lungo periodo grazie ai bonus edilizi.
Incentivi fiscali e agevolazioni.
Sfruttare le detrazioni è il modo più efficace per abbattere il costo netto dell'opera: bonus ristrutturazione: consente di detrarre dall'Irpef la metà delle spese sostenute per manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, con un limite di 96.000 euro;
Iva agevolata: per molti lavori di ristrutturazione edilizia su immobili residenziali è possibile beneficiare dell'Iva ridotta al 10% anziché al 22% su prestazioni di servizi e, in parte, sui beni significativi; Ecobonus: per gli interventi che migliorano l'efficienza energetica (come caldaie a condensazione o cappotto termico), esistono percentuali di detrazione specifiche che possono superare il 50%.
Quali lavori di ristrutturazione si fanno con 20.000 euro
Diciamolo subito: con 20.000 euro non è possibile realizzare una ristrutturazione di una casa vecchia completa chiavi in mano (che per un appartamento di 80 m2 parte solitamente dai 35.000-40.000 euro). Tuttavia, questa cifra è lo spartiacque perfetto per una trasformazione parziale ma d'alto impatto.
Se si sa dove colpire, è possibile cambiare volto al proprio immobile.
Il cuore della casa (rinnovo funzionale)
È la scelta ideale per chi vuole aggiornare gli ambienti più vissuti e tecnici; rifacimento completo del bagno: demolizione, nuovi impianti idraulici, sanitari e rivestimenti di tendenza. Investimento medio: 5.000 - 10.000 euro; restyling cucina: con il budget residuo (circa 10.000 euro), è possibile rinnovare gli impianti della cucina, posare nuovi paraschizzi e acquistare una cucina di media gamma completa di elettrodomestici.
Restyling estetico totale (superfici).
Se i tuoi impianti sono già a norma, è possibile investire tutto sul look per un appartamento di 70-90 m2: pavimenti in sovrapposizione: posa di laminato o gres sottile sull’esistente, eliminando i costi di demolizione;
tinteggiatura e cartongesso: imbiancatura professionale e creazione di ribassamenti con faretti Led per un'illuminazione architettonica (2.000 - 5.000 euro);
porte interne: sostituzione di 5-6 porte per dare coerenza stilistica agli ambienti (3.000 - 4.000 euro).
Smart energy (comfort e risparmio).
Investire l'intero budget per abbattere le bollette e aumentare la classe energetica: infissi di nuova generazione: sostituzione completa delle finestre con modelli ad alta efficienza termica (7.000 - 12.000 euro);
climatizzazione e caldaia: installazione di una caldaia a condensazione e un sistema trial split efficiente (5.000 - 7.000 euro); isolamento mirato: piccoli interventi di cappotto interno o contropareti isolanti nelle stanze più fredde.Cosa si può ristrutturare con 50 mila euro?
Con un budget di 50.000 euro, la prospettiva cambia radicalmente. Non si tratta più di scegliere quale stanza rinnovare, ma di affrontare una ristrutturazione profonda. Questa cifra permette di intervenire sugli impianti sottotraccia, modificare la planimetria e migliorare sensibilmente la classe energetica.
Ristrutturazione chiavi in mano (appartamento 50-60 m2)
Per un bilocale o un piccolo trilocale, questo budget copre un intervento integrale di alto livello: demolizioni e nuovi volumi: abbattimento di tramezzi per creare moderni open space, rimozione totale di vecchi pavimenti e massetti;
impiantistica ex novo: rifacimento integrale dell'impianto elettrico a norma e del sistema idraulico (bagno e cucina) con certificazioni;
involucro e infissi: sostituzione di tutte le finestre con modelli a triplo vetro e installazione di una nuova porta blindata e porte interne di design;
finiture premium: fornitura e posa di parquet o gres porcellanato di grande formato in tutta la casa.
Restyling strutturale (appartamento 90-100 m2)
Su metrature più ampie, i 50.000 euro vengono ottimizzati per sanare le criticità e modernizzare gli ambienti chiave:
doppi servizi e cucina: rifacimento totale di due bagni e della zona cottura, inclusi impianti e rivestimenti; efficienza energetica: sostituzione della vecchia caldaia con una p***a di calore e installazione di un sistema di climatizzazione multi-split; superfici e luci: levigatura dei pavimenti in legno esistenti (o posa in sovrapposizione), tinteggiatura totale e aggiornamento dei punti luce.

27/03/2026

-Nuda proprietà.
Sempre più interessante-

Il mercato della nuda proprietà continua a ritagliarsi uno spazio sempre più definito nel panorama immobiliare italiano. Secondo l’analisi dell’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa sulle compravendite del 2025, emerge un quadro caratterizzato da strategie familiari e pianificazione finanziaria di lungo periodo. A dominare la scena degli acquirenti sono infatti gli individui tra i 45 e i 54 anni, che rappresentano il 32,1% del totale. Una fascia d’età che guarda al futuro con un approccio prudente, utilizzando la nuda proprietà come forma di investimento differito. Molto più contenuta, invece, la partecipazione degli over 65, che si fermano al 6,1%.
Vendere per liquidità: il bisogno guida le scelte
Sul fronte dei venditori, la motivazione principale è chiara: nel 64,8% dei casi la cessione della nuda proprietà serve a reperire liquidità. Che si tratti di mantenere il proprio tenore di vita, affrontare le esigenze legate all’età o aiutare i figli nell’acquisto di una casa, la leva economica resta centrale.
Non sorprende quindi che nel 66,3% delle transazioni i venditori abbiano più di 64 anni. Si tratta spesso di persone sole: il 55,9% è composto da single, vedovi, divorziati o separati, mentre il restante 44,1% riguarda coppie e famiglie.
Famiglie protagoniste tra gli acquirenti
A comprare nuda proprietà sono soprattutto le famiglie, che rappresentano il 70% del totale. In molti casi si tratta di genitori che acquistano immobili per i figli, anticipando un passaggio generazionale o costruendo un patrimonio nel tempo.
I single, invece, si fermano al 30%, confermando come questa formula sia più frequentemente legata a strategie familiari che individuali. Non mancano comunque casi in cui l’acquisto è finalizzato a costruire un “tesoretto” da integrare alla pensione.
Trilocali in testa, ma crescono i bilocali
Dal punto di vista delle tipologie immobiliari, il trilocale si conferma la scelta più diffusa, con il 35,8% delle preferenze. Seguono i bilocali, che raggiungono il 23,9% e mostrano una crescita significativa rispetto al 2024, quando si attestavano intorno al 16%.
Un dato che suggerisce un cambiamento nelle esigenze abitative e nelle strategie di investimento, con una maggiore attenzione a immobili più piccoli e gestibili.
Pagamenti: domina il contante, mutui in calo
Un altro elemento rilevante riguarda le modalità di acquisto: l’82,4% delle operazioni avviene senza ricorso al mutuo, quindi in contanti. Solo il 17,6% delle compravendite è sostenuto da finanziamenti bancari, in calo rispetto al 23,7% del 2024.
Questo dato evidenzia come la nuda proprietà sia spesso appannaggio di chi dispone già di una certa liquidità e preferisce investire senza indebitarsi, rafforzando il suo ruolo come strumento patrimoniale più che come necessità abitativa immediata.
(Fonte: Liuni)

20/03/2026

Come di consueto, l’Istat ha diffuso i dati sull’inflazione. A febbraio 2026 l’aumento su base annua è dell’1,5% per l’indice dei prezzi al consumo. Andamento decisamente diverso per quanto riguarda l’indice FOI: +0,5% rispetto a 12 mesi fa. Questo dato avrà un impatto sui bilanci famigliari degli inquilini che hanno il rinnovo annuale dell’affitto, per i quali scatterà un ritocco del canone di locazione. In Italia, in media, si pagheranno circa 4 euro in più al mese (e 48 euro all’anno). Scopriamo quanto aumentano gli affitti a seconda della città in cui si vive.

L’aumento dell’inflazione, come già accennato, grava in maniera tangibile sul bilancio domestico delle famiglie italiane, soprattutto per chi deve fare i conti con l’adeguamento annuale del canone di locazione (per i contratti 4+4). Gli aumenti più consistenti si registrano a Milano, dove gli affitti mensili aumenteranno di circa 10 euro al mese rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (febbraio 2025). Per gli inquilini romani, invece, l’incremento mensile sarà di circa 7 euro.

È il quadro che emerge da un’analisi di idealista, portale leader per sviluppo tecnologico in Italia, che ha calcolato quanto inciderà l’aumento dell’inflazione sull’adeguamento dei contratti di locazione di un trilocale in base all’Indice dei prezzi al consumo aggiornato e pubblicato dall’Istat. L'aumento dell'inflazione incide direttamente sui contratti di locazione legati all’indice FOI, ovvero quelli che prevedono la formula di durata 4+4.
Il report si concentra sull’analisi della media dei canoni di locazione richiesti negli annunci di trilocali in affitto pubblicati su idealista. Il taglio immobiliare analizzato dallo studio è stato individuato in quanto risulta essere quello più richiesto dalle famiglie, la categoria su cui l’aumento dell’inflazione pesa maggiormente.

In Italia, l’affitto per una casa con tre locali, secondo quanto rilevato a febbraio 2025, era di 900 euro al mese. Con l’adeguamento annuale calcolato con l’indice di inflazione FOI di febbraio 2026, gli inquilini che dovranno fare i conti con il rinnovo del canone dovranno pagare circa 4 euro in più al mese (e 48 euro all’anno in media).

A seconda della città analizzate (il report si è concentrato esclusivamente sui capoluoghi e non sulle province per via di una base dati molto più consistente) varia anche se comunque entro una forbice che va dai 10 euro mensili di Milano (120 circa all’anno) ai 2 euro al mese per altre città. Un dato decisamente preventivabile, considerando che il capoluogo lombardo, ormai da tempo, rappresenta anche la città con la media degli affitti più cara d’Italia. La forbice, tuttavia non è così ampia per via della variazione contenuta dell’indice FOI (+0,5%).

Aumentano di circa 9 euro al mese (108 euro all’anno) gli affitti per gli inquilini che hanno il rinnovo annuale del canone di locazione residenti a Firenze e di circa 8 euro mensili (96 euro annui) a Como. Rialzi nell’ordine dei 7 euro al mese (84 euro all’anno), invece, per i canoni a Roma e Venezia.

Mentre si registrano ritocchi mensili di circa 6 euro (circa 72 totali all’anno) a Bologna, Bolzano, Napoli, Monza, Padova e Bergamo. Più in generale, gli impatti minori sugli aumenti dei canoni d’affitto (non oltre i 2 euro mensili) si rilevano a Alessandria, Campobasso, Chieti, Fermo, Crotone, Reggio Calabria, Ragusa, Trapani, Viterbo, Macerata, Asti, Terni, Agrigento, Carbonia, Teramo, Biella, Caltanissetta, Vibo Valentia.
(Fonte: Di Stefano)

Indirizzo

Via Marsala 21
Bologna
40126

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
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