Manuel Faustini CFA

Manuel Faustini CFA Consulente finanziario indipendente (OCF).

Aiuto imprenditori e professionisti a mettere ordine tra risparmi e investimenti, prendendo decisioni più consapevoli nei momenti critici.

29/05/2026

"Investi 200€ al mese sull'S&P 500. Tra 38 anni sei milionario."

È uno dei messaggi più diffusi nel mondo finance online.
I numeri reggono. Il problema è quello che non dicono.

Primo: l'inflazione.
Un milione tra 38 anni non vale un milione di oggi.
Con un'inflazione media del 2,7%, quel capitale futuro ha un potere d'acquisto equivalente a circa 350.000€ attuali.
Non è poco, ma è molto diverso da quello che la promessa fa immaginare.

Secondo: il rischio psicologico reale.
Arrivare a 700.000€ o un milione investiti al 100% in azionario significa essere pronti a vederli scendere del 40-50% in una crisi seria.
In teoria tutti dicono di reggere.
Nella pratica, quando i numeri sono reali e grandi, pochissimi lo fanno davvero.
E chi vende nei momenti peggiori vede la simulazione teorica crollare.

Questo non significa che investire sia inutile.
Significa che usare numeri teorici come obiettivi concreti, senza considerare inflazione e rischio reale, porta ad aspettative sbagliate.

Il PAC resta uno strumento valido.
Ma va costruito con consapevolezza — non con una promessa presa da un post. 📌

27/05/2026

N.B.: I proventi che in questo caso vengono percepiti, sono stati calcolati unicamente da quello che è possibile ricevere da prodotti a distribuzione senza vendere quote dei propri investimenti.

E' importante precisarlo, per il semplice motivo che il comparto obbligazionario del portafoglio, potrebbe non crescere molto nel lungo periodo se si ricevono cedole.

Ma il comparto azionario, dato che la maggior parte degli ETF che staccano dividendo sono contenuti nell'ammontare distribuito. Nel lungo termine possono rendere molto di più oltre a quello che viene distribuito sottoforma di dividendo.

A livello operativo, quindi, anche quel guadagno aggiuntivo che si accumula sul capitale versato e che non viene distribuito automaticamente, potrebbe tranquillamente essere integrato nella rendita annua, ma nel calcolo qui presentato, questo rendimento extra non è stato considerato.

Lo stesso ragionamento è valido per chi inserisce nel portafoglio altri asset che tipicamente non staccano pagamenti periodici, come ETC o ETN, su materie prime, oro o bitcoin.

I calcoli sono stati fatti ipotizzando un portafoglio che investe 30% ETF Azionari (dividendo medio 3%, tassato al 26%) 10% ETF High Yield e ETF Emerging Bonds (dividendo medio 5,5%, tassato al 26%) 60% Obbligazioni singole (cedole medie 3,3%, tassato agevolato al 12,5%).

Il risultato? Una distribuzione medio annua ponderata netta del 2,8%.

Per chi necessita di un reddito che derivi dai guadagni del proprio portafoglio, è sempre possibile creare un portafoglio che di base è ad accumulo, e ogni mese/due mesi/tre mesi, si liquida autonomamente una parte del capitale investito.
Il vantaggio di questa strategia risiede nella precisione di ciò che si percepisce ogni x mesi (difficile da creare in un portafoglio con strumenti puramente a distribuzione). L'unico contro, è che nel tempo, si vanno a diminuire le quote degli strumenti finanziari detenuti.

25/05/2026

Fondo pensione: conviene oppure no?

La risposta onesta è che nella maggioranza dei casi i pro riescono a superare i contro, ma con alcune condizioni che vale la pena capire bene.
Il vincolo c'è, ed è reale.

I soldi versati non sono liberamente disponibili. È importante ricordarci una distinzione: anticipazione e riscatto sono due modalità di prelievo diverse, con regole, tempi e casistiche differenti.

Detto questo, i vantaggi sono concreti.
Dal 2026 la deducibilità fiscale sale a 5.300€ annui: per chi ha un'IRPEF elevata, il risparmio fiscale immediato è difficile da replicare con altri strumenti. E la tassazione in fase di erogazione diventa più favorevole con il passare degli anni chi mantiene il fondo a lungo viene premiato fiscalmente.

Il TFR versato al fondo, con una buona combinazione di azioni e obbligazioni, ha storicamente reso di più rispetto alla rivalutazione garantita in azienda. Non in ogni singolo anno, ma nel lungo periodo il confronto tende a essere favorevole al fondo.

Se si accede a un fondo di categoria con contributo del datore di lavoro, il vantaggio aumenta ulteriormente è rendimento aggiuntivo gratuito, difficile da ignorare.

L'unica condizione imprescindibile: evitare i PIP assicurativi con costi di gestione elevati, che possono erodere buona parte dei vantaggi descritti.

Quando tutte queste condizioni sono soddisfatte, il fondo pensione è una buona soluzione per costruire una pensione integrativa solida nel tempo.

22/05/2026

Una precisazione: questa analisi considera solo i crolli superiori al 20% quelli che tecnicamente definiscono un bear market.
Le correzioni più piccole sono molto più frequenti.

Chi entra sui mercati pensando che la crescita sia lineare, al primo -30% percepisce qualcosa di rotto e spesso esce nel momento peggiore.

Chi sa che quei crolli sono parte strutturale del percorso li affronta in modo diverso. Non perché abbia meno paura, ma perché quella paura è già stata incorporata nel piano.

Volere i rendimenti del mercato senza accettarne le oscillazioni non è una strategia. 📌

20/05/2026

Un caso reale, raccontato con la trasparenza che questo tipo di contenuto richiede.

Un portafoglio costruito su misura: azioni, oro e obbligazioni, calibrati sull'obiettivo e sul profilo di rischio del cliente, è passato da circa 330k a 385k in 21 mesi, con un rendimento vicino al 18%MWR, e un 16,6% TWR.

La premessa è necessaria: le performance passate non garantiscono risultati futuri. E va detto con chiarezza che gli ultimi anni sono stati favorevoli per molti mercati: azionario globale, oro, e per chi era esposto, anche bitcoin. Il contesto generale ha contribuito.

Ma quello che mi interessa condividere non è il rendimento. È la logica che lo ha prodotto.

Quella struttura non è stata costruita per inseguire il massimo guadagno possibile.
È stata costruita per partecipare alla crescita nei momenti positivi e per proteggere il capitale nelle fasi difficili, in misura coerente con quanto il cliente era davvero pronto a perdere.

Questa è la distinzione che fa la differenza: non quanto si può guadagnare nel migliore dei casi, ma quanto si può perdere nel peggiore e se quella perdita è sostenibile per la propria situazione e i propri obiettivi.

Investire non è un gioco. È possibile costruire risultati solidi nel tempo, ma richiede un approccio calibrato sulla persona, mai più rischio di quanto si è disposti a reggere davvero.

18/05/2026

I BTP con le cedole più alte del momento stanno attirando molta attenzione ed è comprensibile, perché le percentuali sono significative.
Ma c'è una distinzione importante da fare prima di acquistare guardando solo quel numero.

Cedola alta non significa automaticamente rendimento migliore. Una cedola elevata su un BTP è quasi sempre il riflesso di un'emissione in un periodo di tassi alti, o di un prezzo di mercato attuale superiore alla pari. In entrambi i casi, il rendimento effettivo a scadenza, quindi il numero che conta davvero, può essere molto diverso dalla cedola nominale.

Tre cose da considerare prima di muoversi:
1) Il prezzo di acquisto. Se compri sopra la pari, alla scadenza ricevi 100, non quello che hai pagato. Quella differenza si sottrae al rendimento totale.

2) La scadenza. Più è lunga, più il titolo è sensibile alle variazioni dei tassi. Una cedola alta su un BTP a 30 anni non elimina il rischio che il prezzo scenda significativamente se i tassi salgono, o peggiorano le aspettative sull'inflazione.

3) Il rendimento a scadenza (YTM). È l'unica metrica che permette un confronto reale tra titoli diversi. Tiene conto di cedola, prezzo e durata residua insieme.

I BTP restano strumenti utili in molti portafogli. Ma valutarli solo dalla cedola è il primo errore che si fa con le obbligazioni.

13/05/2026

C'è un ragionamento che quasi tutti fanno almeno una volta davanti a un mercato che scende.

"Se vendo adesso e ricompro più in basso, evito le perdite e guadagno sulla differenza."

In teoria è corretto. In pratica, richiede due decisioni perfette in sequenza — e ognuna delle due è già molto difficile da eseguire da sola.

La prima è uscire al momento giusto. I crolli veri, quelli davvero significativi, sono stati pochi negli ultimi decenni. Identificarli in anticipo — non dopo, quando sono già visibili a tutti — è qualcosa che nessun investitore riesce a fare in modo sistematico.

La seconda, e spesso la più sottovalutata, è rientrare al momento giusto. Significa comprare quando la paura è al massimo, quando tutti i segnali sembrano indicare che potrebbe scendere ancora. È psicologicamente una delle cose più difficili che un investitore possa fare.

Nella realtà, la sequenza che si ripete quasi sempre è questa: si vende, si aspetta che scenda ancora, il mercato rimbalza prima del previsto, si aspetta che torni giù, non torna, e si resta fuori durante la fase di recupero — che storicamente è proprio quella in cui si concentrano i rendimenti più significativi.

Chi è uscito durante il crollo di marzo 2020 e ha aspettato il "momento perfetto" per rientrare si è perso un rimbalzo superiore al 70% nei dodici mesi successivi.

Il market timing non è una strategia. È una doppia scommessa — e ogni errore si paga in rendimento perso.

11/05/2026

C'è una frase di Warren Buffett che vale la pena leggere con attenzione: se non riesci a reggere psicologicamente un crollo del 50% del tuo portafoglio, non sei ancora pronto per costruire ricchezza nel lungo periodo.

Non è una provocazione fine a se stessa. È un criterio pratico per capire se la propria strategia è davvero sostenibile — o se regge solo finché le cose vanno bene.

Buffett usa la metafora della fattoria per spiegare il concetto: chi possiede un terreno agricolo non chiama ogni giorno un perito per sapere quanto vale. Non reagisce alle fluttuazioni quotidiane del mercato immobiliare. Sa che quel terreno produce valore nel tempo, e lo gestisce con quella prospettiva. Le azioni, secondo Buffett, andrebbero trattate esattamente allo stesso modo — come una partecipazione in un business reale, non come un numero da monitorare ogni mattina.

Il problema è che questa logica funziona bene in teoria. Nella pratica, pochissimi la testano davvero prima che arrivi una discesa seria. E quando arriva — del 30%, del 40%, o appunto del 50% — la domanda non è più teorica.

La preparazione che conta non è solo sapere che i mercati possono scendere. È essere davvero in grado di restare fermi quando quella discesa arriva, senza vendere, senza modificare il piano sotto pressione.

Chi costruisce una strategia di investimento senza aver risposto onestamente a questa domanda rischia di scoprire la risposta nel momento peggiore possibile.

08/05/2026

C'è una convinzione che molti investitori danno per scontata: in caso di crisi, l'oro protegge.

È una semplificazione che contiene del vero — ma che in certi scenari si è rivelata sbagliata esattamente nel momento in cui sarebbe servita.

Prendiamo un caso concreto: uno scenario con guerra in corso e inflazione elevata. Sono le condizioni classiche in cui l'oro dovrebbe brillare come bene rifugio. Invece, in quel contesto, l'oro ha perso valore.

La spiegazione non è semplice, ma è comprensibile. Nei mesi precedenti alla crisi, l'oro aveva già salito anticipando la paura — e aveva esaurito lo slancio proprio quando sarebbe servito. Nel momento di massima pressione, alcuni grandi investitori istituzionali hanno venduto oro per ottenere liquidità immediata, non perché non credessero nel suo valore, ma perché avevano bisogno di cash in un momento di stress. E il contesto di tassi alti ha aggiunto ulteriore pressione: l'oro non produce reddito, e soffre quando il costo del denaro è elevato.

In quello stesso scenario, è stato il dollaro a funzionare meglio come protezione.

Il punto non è che l'oro sia sbagliato. È che nessun asset funziona come protezione automatica in ogni crisi, e costruire una strategia patrimoniale su questa certezza è un errore che si paga nei momenti peggiori.

06/05/2026

Chi ha già investito tende a pensare che il più sia fatto. In molti casi, però, gli errori più costosi non sono quelli che si vedono — sono quelli che restano invisibili finché non si fanno i conti.

Ecco i quattro più comuni.

Il primo è non conoscere la performance reale del portafoglio. Non basta sapere che "sta andando bene": bisogna sapere come ha tenuto nei momenti peggiori, nei crolli, nelle correzioni. È lì che si capisce se la strategia è davvero solida.

Il secondo è ignorare i costi. Commissioni, costi di gestione, costi impliciti degli strumenti scelti: nel breve sembrano trascurabili. Su un orizzonte di dieci o vent'anni, l'effetto composto dei costi può erodere una parte significativa del rendimento finale. Un punto percentuale all'anno, composto nel tempo, non è un dettaglio.

Il terzo è l'eccesso di rischio per inseguire rendimenti più alti. Funziona bene finché i mercati salgono. Quando scendono, chi ha preso più rischio del necessario tende a reagire emotivamente — vendendo nel momento peggiore e annullando anni di crescita.

Il quarto è l'eccesso opposto: troppa paura. Liquidità in eccesso, uscite anticipate, rinuncia a investire perché "non è il momento". Le emozioni guidano le scelte invece dei dati — e il costo non è una perdita visibile, ma un'opportunità di crescita a cui si rinuncia senza accorgersene.

Questi quattro errori spesso coesistono. E ognuno, nel tempo, ha un costo reale.

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