01/04/2026
Qui ci raccontiamo un po', a proposito di sfide e 'rivincite' nel mercato globale🍷
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La voce delle aziende agricole italiane nel mondo!
L’azienda vitivinicola L'Armangia ha una storia profondamente radicata nella tradizione enologica piemontese, ma allo stesso tempo caratterizzata da uno spirito innovativo. Le origini risalgono al 1850, quando la famiglia Giovine iniziò a coltivare vigneti e a produrre vino nelle colline di Canelli, nel cuore tra Langhe e Monferrato. Già nel XIX secolo l’azienda era attiva anche nell’export, con vendite verso paesi come Brasile e Argentina grazie alle comunità di emigranti piemontesi. La svolta moderna arriva nel 1988, quando Ignazio Giovine, erede della famiglia, fonda ufficialmente il marchio “L’Armangia”. Il nome, che in dialetto piemontese significa “rivincita”, rappresenta la volontà di rilanciare il prestigio enologico di Canelli, superando l’immagine più industriale che il territorio aveva assunto nel tempo. Fin dagli inizi, l’azienda si distingue per un approccio sperimentale e identitario: nei primi anni produce vini bianchi come Chardonnay e Sauvignon, per poi ampliare progressivamente la gamma includendo Moscato d’Asti, Barbera d’Asti e Nizza DOCG, valorizzando le diverse caratteristiche dei vigneti distribuiti tra Canelli, Moasca e San Marzano Oliveto. Oggi L’Armangia è una cantina a conduzione familiare, gestita da Ignazio e dalla moglie Giuliana, che segue direttamente tutta la filiera produttiva: dalla coltivazione delle uve alla vinificazione fino alla commercializzazione. L’azienda si fonda su tre valori chiave: identità territoriale, sperimentazione e responsabilità ambientale, con pratiche agricole sostenibili e attenzione alla biodiversità del vigneto.
LUCA MARRUCCHI: Sul vostro sito il termine “rivincita” è un mantra. Se doveste raccontare al mondo la vostra rivincita – non quella del vino italiano in generale – quale storia scegliereste per far innamorare un importatore giapponese o un sommelier newyorkese?
IGNAZIO GIOVINE: Il nome “Armangia” nasce dal dialetto piemontese e racchiude un significato profondo: rivincita. È la rivincita che un tempo si cercava anche attorno a un tavolo di carte, uno dei pochi svaghi concessi in queste terre, dove tra una mano e l’altra si arrivava talvolta a giocarsi tutto — terreni, buoi, il proprio destino. Scelsi questo nome nel lontano 1988, quando fondai l’azienda. Mi conquistò subito il suo suono, quasi evocativo, con quell’assonanza spontanea al “mangia”, al cibo, che è sempre stato il cuore del mio modo di fare vino. Ho infatti sempre cercato di produrre vini profondamente gastronomici: essenziali in cantina, sinceri, con una viva acidità che li rendesse compagni ideali della tavola. All’epoca non si parlava di marketing come oggi. Le piccole aziende erano rare, e il panorama era dominato da realtà industriali che dettavano le regole. In quel contesto, “Armangia” rappresentava per me anche un’altra rivincita: quella dell’artigianalità, della libertà di fare di testa propria, della scelta — forse controcorrente — di puntare tutto sulla qualità.
È stata, in fondo, una scommessa. Una scommessa fatta da giovane, con determinazione e visione. Oggi il mondo del vino è popolato da molte nuove realtà che inseguono ideali simili, ma sento di poter dire di essere stato tra i pionieri di questo percorso, forte di un’esperienza costruita nel tempo. Questa storia cerco di raccontarla nei miei vini, con coerenza e affidabilità, vendemmia dopo vendemmia. Non ho mai amato affidarmi solo alle parole: preferisco che siano i vini a parlare per me. E forse è per questo che molti clienti mi accompagnano da anni, senza abbandonarmi. È il segno di un’azienda che non vive di solo racconto, ma che affonda le sue radici nel territorio, nelle scelte fatte e nelle sfide affrontate. Sfide importanti, condivise anche con altri produttori della mia generazione: il riconoscimento della DOCG Moscato Canelli, la valorizzazione del Nizza DOCG, la riscoperta del vitigno Albarossa. Traguardi che hanno richiesto impegno, visione e tenacia. Ecco, forse è proprio qui che si trova il senso più autentico di “Armangia”: nella soddisfazione di chi, dopo aver creduto fino in fondo nelle proprie idee, può finalmente concedersi la sua rivincita.
LUCA MARRUCCHI: Dite che per fare un lavoro serio non vi prendete troppo sul serio, e che i vostri terreni variegati vi permettono di “giocare seriamente”. Come si traduce questo approccio nella scelta di quali vini proporre all’estero? Esiste un mercato dove avete deciso di presentarvi con un profilo “giocoso” e uno con uno “più classico”, e perché?
IGNAZIO GIOVINE: Quando ho fondato l’azienda, potevo contare su alcuni appezzamenti di famiglia, naturalmente vocati soprattutto al Moscato e allo Chardonnay. Tutto il resto è venuto nel tempo, scelto con pazienza e visione. Ho sempre cercato di acquistare terreni pensando prima di tutto al vitigno che avrei voluto coltivare, con l’idea che ogni parcella dovesse essere nel posto giusto per esprimersi al meglio. La conformazione del suolo, l’esposizione, il carattere della terra: ogni dettaglio doveva dialogare con la vite. Così, ad esempio, per la Barbera destinata al Nizza ho selezionato appezzamenti che sapevo avrebbero potuto restituire esattamente il risultato che avevo in mente. È un approccio forse un po’ tecnico, qualcuno direbbe persino rigoroso. Eppure, col tempo, ho capito una cosa semplice ma fondamentale: il vino non vive solo di tecnica. Le persone lo scelgono soprattutto per stare insieme, per condividere momenti, per ritrovarsi. Il vino è convivialità, è piacere, è relazione.
Per questo, pur considerandolo una cosa seria, cerco di non trasformarlo mai in qualcosa di troppo elitario. Quando il vino diventa distante, rischia di perdere la sua anima e di allontanare proprio chi dovrebbe avvicinare. Il mio obiettivo è diverso: produrre vini di qualità, certo, ma a un prezzo giusto, che li renda accessibili, vivi, presenti anche nella quotidianità. E forse è proprio qui che entra in gioco anche il nostro modo di raccontarli: con leggerezza, con un sorriso, senza prenderci troppo sul serio. È un tratto che ci appartiene profondamente, mio e di mia moglie Giuliana. Perché in fondo il vino, come la vita, dà il meglio di sé quando riesce a unire profondità e semplicità, rigore e ironia.
LUCA MARRUCCHI: La sperimentazione è una vostra parola chiave. Pensando ai mercati esteri, c’è stata una scelta “sperimentale” (su varietà, metodo, formato, comunicazione) che all’inizio sembrava una scommessa in controtendenza e che invece si è rivelata vincente per l’internazionalizzazione? O forse un esperimento che non ha funzionato fuori dall’Italia, ma che avete capito essere irrinunciabile per la vostra identità?
IGNAZIO GIOVINE: A dire il vero, ho iniziato fin da subito un po’ in controtendenza. In una terra storicamente votata ai grandi rossi, ho scelto di vinificare uve a bacca bianca quando ancora in pochi lo facevano. Una scelta che allora poteva sembrare azzardata, ma che oggi sento di poter definire vincente. I nostri bianchi — dal Monferrato a base Sauvignon agli Chardonnay — sono oggi vini apprezzati, e nel tempo mi hanno permesso di maturare un’esperienza solida anche come enologo in questo ambito. È stata una strada che mi ha aperto opportunità anche oltre i confini italiani: con molti clienti riesco a proporre una gamma completa, dagli spumanti ai bianchi, dai rossi fino al Moscato. Credo che proprio questa varietà, unita alla voglia di sperimentare, abbia dato credibilità al nostro lavoro, sia in vigneto che in cantina. Non è solo una questione di ampiezza dell’offerta, ma di coerenza nel modo di interpretare ogni vino.
Tra tutte le sfide, quella forse più complessa è stata — ed è tuttora — la valorizzazione dell’Albarossa. È un vitigno ancora poco conosciuto, sia in Italia che all’estero, e proprio per questo difficile da raccontare e da far comprendere fino in fondo. Eppure, siamo convinti che sia un vino di grande valore, che merita uno spazio più ampio e un riconoscimento diverso. È una di quelle scommesse che richiedono tempo, pazienza e fiducia. Ma in fondo, è proprio in queste sfide che ritrovo ancora una volta lo spirito di “Armangia”: credere in qualcosa prima degli altri e lavorare ogni giorno perché quella visione trovi, prima o poi, la sua rivincita.
LUCA MARRUCCHI: La vostra gamma spazia dalla Barbera d’Asti al Nizza, dall’Alta Langa al Moscato, fino a un Pinot Nero “Dall’alto”. Fuori dall’Italia, questo portafoglio variegato viene percepito come un punto di forza (offrite un “mondo”) o a volte come una sfida comunicativa? Come aiutate un partner estero a orientarsi senza banalizzare la complessità?
IGNAZIO GIOVINE: Come accennavo, avere una gamma ampia di vini può sembrare, a prima vista, una sfida: non solo nella gestione, ma anche nel modo di comunicarla. Eppure, quando questa varietà è sostenuta dalla qualità, diventa una forza. Permette di trasmettere al cliente che ogni vino nasce da una scelta precisa, da valutazioni ponderate e da un lavoro attento, tanto in vigneto quanto in cantina. Essendo enologo, sento forte il desiderio di sperimentare. È una spinta naturale, che negli anni mi ha portato ad ampliare la produzione, ad aggiungere nuove interpretazioni, nuovi percorsi. Per me, fare vino non è soltanto mestiere o fatica: è anche una forma di espressione, qualcosa che si avvicina all’arte.
Certo, produrre un solo vino renderebbe tutto più semplice. Più lineare, più immediato. Ma probabilmente verrebbe meno proprio ciò che mi ha spinto a intraprendere questa strada: la curiosità, la voglia di mettermi alla prova, il desiderio di dare forma, ogni volta, a qualcosa di diverso. Perché, in fondo, è proprio in questa continua ricerca che ritrovo il senso più autentico del mio lavoro — e, ancora una volta, lo spirito di quella “Armangia” che non è solo un nome, ma un modo di essere.
LUCA MARRUCCHI: Siete vignaioli indipendenti FIVI. In un contesto internazionale, dove spesso il canale B2B cerca volumi o storie “semplici”, come trasformate la vostra scelta di fare tutto in proprio (dalla vigna alla commercializzazione) in un vantaggio competitivo concreto? C’è un acquirente estero che ha scelto voi proprio per questa trasparenza e autonomia?
IGNAZIO GIOVINE: Per noi essere Vignaioli Indipendenti FIVI è molto più di un riconoscimento: è una scelta di identità. Significa seguire ogni fase, dalla vigna al calice, assumendosi fino in fondo la responsabilità — e anche la bellezza — di ogni passaggio. È un percorso che rende tutto più complesso: alla cura dei vigneti si affiancano la produzione, la promozione e l’accoglienza in cantina. Sono ruoli diversi, che richiedono energie, competenze e una presenza costante. Non è la strada più semplice, né quella che garantisce vantaggi immediati. Eppure, è proprio questa complessità che nel tempo diventa una forza. Un’azienda così articolata, capace di muoversi su più fronti, riesce ad adattarsi meglio ai cambiamenti, ad affrontare le sfide — dalle crisi internazionali a quelle locali — trovando ogni volta nuove direzioni e valorizzando ciò che, in quel momento, funziona di più. La diversificazione non è solo una scelta produttiva, ma una forma di resilienza. All’estero, questo approccio viene percepito con grande rispetto. Si riconosce il valore di aziende come la nostra, che non nascono da strategie improvvisate, ma da un’esperienza costruita nel tempo, fatta di lavoro quotidiano, tradizioni radicate e un sapere che non si può improvvisare. È un patrimonio che si trasmette vendemmia dopo vendemmia, gesto dopo gesto. E che, ancora una volta, racconta una storia autentica: quella di chi ha scelto di esserci davvero, in ogni fase, senza scorciatoie.