Independent Trader

Independent Trader La nostra mission è di essere da collettori tra la domanda e l'offerta attraverso incontro B2B tra cl

La ditta è nata da un'idea di Michele Avino, che avendo maturato negli anni una forte esperienza di trading decide nel 2013 di formare la società Independent Trader srl, l'attività principale è l'intermediazione alla quale si aggiungono i servizi di marketing & consulting sviluppando piattaforme e-commerce in diversi settori merceologici. La mission è di far incontrare la domanda e l'offerta attra

verso incontro B2B tra clienti e fornitori ma soprattutto supportare i clienti con indagini di mercato mirate. Diversi sono i clienti che a livello Europeo hanno dato fiducia e si affidano ai servizi di intermediazione e geomarketing di Independent Trader. La ditta dispone di un team di professionisti formati per assicurare un servizio completo al cliente in tutta la fase della transazione, seguendo direttamente le operazioni di controllo dalla produzione alla consegna al cliente finale del bene o servizio acquistato. Inoltre si avvale di esperti consulenti per la stipula di contratti e accordi commerciali nazionali e internazionali. L'esperienza pluriennale permette di posizionare i beni dei clienti sulle maggiori piattaforme e-commerce nazionali e internazionali, con l'obbiettivo di creare una grande community di persone che interagendo al suo interno possano diventare un gruppo consolidato di acquisto che permetta l'accesso a scontistiche e condizioni vantaggiose che attualmente sono offerte solo alle grandi aziende. Crediamo fortemente che solo l'accordo di più realtà possa dare grandi risultati.

Independent trader srl  La bellezza ai tempi di Instagram (o dei nuovi stereotipi)I tempi cambiano, i social ci permetto...
15/02/2017

Independent trader srl
La bellezza ai tempi di Instagram (o dei nuovi stereotipi)
I tempi cambiano, i social ci permettono di essere protagonisti o spettatori, di diventare influencer o di osservare chi ci ispira, e di conseguenza lasciarci influenzare. Il settore beauty è sicuramente uno dei segmenti in maggiore espansione, soprattutto su Instagram dove ogni minuto vengono caricati centinaia di video tutorial della durata di pochi secondi. Ragazze provenienti da ogni parte del mondo svelano tutti i loro segreti di bellezza, a volte home-made altre come make-up artist professioniste. Eppure, nonostante la comunicazione fosse orizzontale, la possibilità per ragazze “normali” di poter parlare e condividere i propri “trucchi” di bellezza con altre ragazze “normali”, non ha portato al cambiamento che avrei immaginato, vi spiego perché
Le beauty influencer su Instagram
Ho iniziato a seguire account di ragazze che condividono brevi video tutorial su trucco e “pratiche di bellezza” su Instagram, un po’ per curiosità, un po’ per tenermi aggiornata perché fa parte del mio lavoro, un po’ perché di solito non ho tempo per guardare i – più delle volte prolissi – video delle stesse su YouTube. Su Instagram da un po’ di tempo si è diffuso appunto questo trend dei video tutorial velocizzati (anche per il settore food in forte crescita) che in pochi secondi ti mostrano i passaggi di un tutorial che su YouTube sarebbe durato almeno 20 minuti. Il motivo è semplice, sono due media diversi: su YouTube ogni video è un appuntamento per chiacchierare, conoscersi e creare empatia con le proprie utenti, è un il continuum di un racconto che raccoglie il filo di quello precedente; su Instagram non c’è racconto, infatti spesso i video sono senza audio, al massimo con una musica di sottofondo, c’è solo fruizione “cotta e mangiata” di quel contenuto.

Ma andiamo con ordine. Tutti noi accediamo ad Instagram da cellulare e quindi nei momenti in cui abbiamo del tempo da “perdere” o da “riempire” in base ai punti di vista e vogliamo vedere cosa fanno i nostri contatti preferiti, o scoprirne di nuovi con la funzione Esplora. Guardare un video tutorial di pochi secondi rientra tra queste attività o perlomeno tra quelle di ragazze che amano il mondo del make-up o vogliono imparare a migliorarsi, come hanno visto fare.
Le ragazze che “insegnano” sono spesso: o ragazze normali che hanno imparato negli anni a valorizzarsi con il trucco, che hanno testato tanti prodotti e che hanno costruito la loro “credibilità” con il tempo e una discreta produzione di contenuti, altre sono ragazze bellissime che vengono seguite soprattutto perché rappresentano l’ideale di bellezza a cui si aspira, ed altre ancora make-up artist professioniste che hanno scelto di condividere il loro lavoro quotidiano.
Fino a qui niente di strano, direte. Peccato che negli ultimi tempi, e non parliamo di anni ma di mesi, si stia assistendo ad un fenomeno decisamente stravagante per i tempi che corriamo.
Queste ragazze della porta accanto che su YouTube spesso apparivano persino in pigiama e struccate per creare empatia con le loro followers, si sono trasformate una sorta di br**ta copia delle sorelle Kardashian. Se in primis era stata Kim ad influenzare con il suo contouring, tanto che persino la pluricitata casalinga di Voghera senta ora la necessità di creare chiari-scuri per scolpire il suo viso prima di andare a fare la spesa all’Esselunga, ora a dettar “legge” in fatto di beauty-trend è la piccola di casa, la giovane Kylie Jenner.
È sempre “colpa” delle Kardashian?
Se non sapete chi sia provate a “googlare” Kylie Jenner prima e dopo, per rendervi conto di quanto la chirurgia estetica 3.0 sia riuscita a rendere questa ragazza particolarmente “instagrammabile”.
Sì, questo termine può apparire brutale se applicato ad una persona, ma vi assicuro che se arriverete alla fine di questo articolo capirete a cosa io mi riferisca, anzi la riflessione la faremo insieme e mi direte se anche voi la pensate come me, o sono io che sono troppo vecchia per capire il mondo (social).
Instagram riesce a dare una popolarità decisamente più immediata e maggiore a queste ragazze che fanno brevi video rispetto a YouTube, per un semplice motivo: spesso i loro piccoli tutorial vengono condivisi su account generici di make-up da milioni di followers ed in pochi minuti arrivano nel feed di tantissime ragazze (tra cui io) e quindi aumentare la reach dei propri post, ma non solo anche l’engagement e la possibilità di avere nuovi followers è esponenziale. E così dando una rapida scrollata alla gallery mi rendo conto che queste ragazze hanno tutte labbra a canotto come Kylie, ciglia finte, unghie a forma di mandorla, e chili e chili di make-up, ma non solo, il loro naso spesso è una piccola linea definita da una strisciolina di illuminante, grazie al quale se ne percepisce l’esistenza. La loro pelle è illuminata e resa liscia dalla luce neon semi-professionale che hanno comprato su Amazon e che potete vedere riflessa nelle loro pupille; ah dimenticavo, le sopracciglia sono curate maniacalmente con matite e eyeliner che ne creano una forma decisamente poco naturale.
Riguardo il profilo di Kylie e capisco quanto molte di queste ragazze siano ormai “kylizzate” in tutti i pori, anche la sua linea di make-up è sold-out. Tutte vogliono essere Kylie. Normale influenza direte, certo, ci sta, ma ricordo anche che fino a poco tempo fa demonizzavamo le riviste di moda, i cartelloni pubblicitari con le modelle ripassate da correzioni professionali fatte con Photoshop, dicevamo: “quella bellezza non è autentica, viva la bellezza autentica”.
La “normalità” non ottiene abbastanza like?
Ma poi, invece, cosa è successo? Perché su Instagram, dove la comunicazione è orizzontale, le ragazze “normali” indossano una maschera? Perché questa bellezza autentica non ottiene abbastanza like rispetto ad un viso omologato – secondo standard di bellezza discutibili – a quello di tante altre?
Allora il problema non è dei media che ci propinano immagini patinate ma il nostro, culturale, endemico. La mosca al naso mi è saltata in modo particolare sbirciando il profilo di una di queste ragazze che mi aveva appunto colpito perché notavo essere ricorsa all’aiuto del chirurgo, sebbene ora sia più “semplice” anche quello, non mancano infatti, sempre su Instagram profili di medici che postano i risultati del loro “lavoro di perfezionamento”. Ragazze prima o dopo le iniezioni alle labbra, o al naso per riempire la gobbetta, ma anche cose decisamente più invasive, spesso li trovate proprio in questi feed di make-up tutorial. Ebbene, scrollando la gallery sono arrivata alle prime foto in cui era una bellissima ragazza normale, anzi decisamente più bella della normalità, che condivideva tutorial e consigli con il suo meraviglioso viso lentigginoso. I like c’erano, ma salendo vedevo com’erano aumentati in modo esponenziale nel momento in cui aveva leggermente gonfiato le labbra e applicato le ciglia finte; da quando i suoi scatti erano più sofisticati, le luci smorzavano qualsiasi aurea di naturalezza, ma a quanto pare piaceva di più. Era come se ci fosse stato un upgrade, da normale ad altamente instagrammabile.

Stereotipi vecchi e stereotipi nuovi, cosa cambia?
La riflessione sorge spontanea: ci siamo allontanati dagli stereotipi della carta stampata per creane di nuovi da soli? O è naturale che ci siano? Che questa è la bellezza dei nostri tempi, la faccia sapientemente ritoccata e truccata con chili di cerone e cipria anche lì dove non ce n’é bisogno per poi restare in casa e struccarsi di nuovo. Solo per avere più follower e like siamo costrette a fingere di essere quello che non siamo? Temo di conoscere la risposta.
Del resto è molto più difficile riuscire a farsi apprezzare per quello che si è realmente, e mi viene in mente in questo caso (ma sicuramente, anzi spero ce ne saranno altre), la cara Clio Zammateo, di Clio Make-up, una ragazza che ha davvero lottato contro l’omologazione, che non ha mai nascosto i suoi pregi e i suoi difetti, ed è riuscita comunque ad ottenere un seguito che nulla ha da invidiare a quello di tante altre che hanno scelto invece la strada più facile “piacere” prima di “piacersi”, fare quello che gli altri si aspettano da te e non quello che vorresti davvero, essere quello che sei.
Se tutte le ragazze fossero così, il mondo beauty di Instagram sarebbe decisamente un posto migliore.

Per chi volesse dare un’occhiata allo stravagante mondo beauty di Instagram qui qualche account:
https://www.instagram.com/allmodernmakeup/
https://www.instagram.com/makeup_clips/
https://www.instagram.com/makeuptutorialsx0x/
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Independent trader srl  3 cose di marketing che porto a casa dagli USAPuò un evento verticale, la NADA 2017 (sostanzialm...
13/02/2017

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3 cose di marketing che porto a casa dagli USA
Può un evento verticale, la NADA 2017 (sostanzialmente la convention dei dealer automotive più importanti al mondo), far girare a mille passione per il marketing? Pare di si. Di ritorno dagli USA sono almeno 3 le cose che mi restano pesantemente in testa:
Sales is king: dimenticate il content, snapchat etc.. Da quelle parti l’unica parola veramente magica è “lead”. La grande differenza rispetto al nostro mercato è che alle medicine si sembra preferire la chirurgia pesante, paradossalmente poco focus sullo strumento e forte ossessione sulla gestione del lead stesso. Piattaforme come cars.com e truecar (che trattiene una fee sul venduto dell’auto, non un canone, ciò significa pay per performance puro) generano lead senza grossi problemi ad dealer di turno che deve “solo” preoccuparsi di gestirli. Un mercato quindi più maturo in cui davvero è solo un tema di denaro. In agenda domattina: “certificare” un impianto di lead generation strutturato e concentrarsi su altro
CRM: la parola chiave è “dati”. Da quelle parti non si perdono un centimetro dell’utente, grintosi su tutto il funnel di vendita, agguerriti nel tracciamento, mobile, multi canale. Per capirci, ecco gli eventi analytics (Google) tracciati da un dealer:

contact us link
credit application view
credit form opened
credit form submitted
detailed spec view
inquiry form submitted
location and hour view
phone number view
price alert form opened
price alert form submitted
print page clicked
reserve vehicle form opened
reserve vehicle form submitted
similar vehicle form submitted
trade in form opened
trade in form submitted
VDP

Per questi marketers analytics è una cosa vera, è il valore fondante del nuovo marketing ed è qui che hanno concentrato la propria attenzione. Completa il tutto una dashboard di data mining / business intelligence. Non so se è chiaro, ma quello che a me ha colpito molto è lo spostamento (anche nelle agenzie) su un livello “più alto” del digital marketing, lead –> CRM –> fidelizzazione. Tutto in capo alla stessa competenza, forse veramente quel customer experience manager che l’Italia fatica ad adottare? Va detto per trasparenza che le nostre policy di privacy e cookie sembrano ostacolare questa visione. In agenda domattina: ragionare a livello di piattaforma integrata e uscire dal “proprio orticello” del digital marketing.
Campagne ma non solo: ho visto porre grande attenzione sulla “nuova SEO”, microformati, page speed, ottimizzazione dei link interni in home page. Qualche punto di domanda sul remarketing, molta meno enfasi sul programmatic che in Italia (ed è normale, parliamo di dealer mentre programmatic impatta molto di più sul branding da manufacturer a mio parere). Quindi il focus sembra ri-spostarsi sul valore di lungo periodo. In agenda domattina: la SEO non muore mai, è davvero tempo di rifletterci.
In generale l’impressione non è quella di un marketing “più aggressivo o futuribile”, semplicemente è “un marketing che funziona”. Più attento, ordinato, puntuale e centrato sul dato più che sull’utente. Più machine learning che storytelling, più CRM che snapchat. Tenete a mente che il settore è particolare, ma a mio avviso qualche insight dai ragazzi a stelle e strisce può tornare utile.
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Può un evento verticale, la NADA 2017 (sostanzialmente la convention dei dealer automotive più importanti al mondo), far girare a mille passione per

Independent trader srl  5 consigli per una newsletter aziendale di successoLa newsletter aziendale è uno strumento fonda...
07/02/2017

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5 consigli per una newsletter aziendale di successo
La newsletter aziendale è uno strumento fondamentale per qualsiasi azienda che opera online. A differenza di altri mezzi, infatti, possiede un potere inestimabile: raggiunge un destinatario che ha scelto di iscriversi alla lista, ossia interessato ai contenuti proposti, e lo raggiunge direttamente nella sua casella di posta; uno spazio intimo in cui potrà entrare in diretto contatto con il lettore.
Nel mare di email che ognuno di noi riceve ogni giorno, come fare per non far passare inosservata la propria newsletter nella casella di posta dei propri iscritti?
Prima di iniziare è bene ricordare che alla base di qualsiasi newsletter di successo c’è un’offerta di valore per i destinatari. Invia dunque sempre validi contenuti, riservati esclusivamente agli iscritti della tua newsletter. Non commettere l’errore di abusare di questo prezioso strumento inviando ai lettori contenuti vuoti o privi di valore aggiunto.
Se hai deciso di creare una newsletter è perché hai individuato dei contenuti utili e interessanti per chi ti segue. Non perderlo mai di vista!
Ecco i 5 consigli per una newsletter aziendale efficace:
1.L’oggetto
L’oggetto è l’elemento più importante di una newsletter, l’ago della bilancia di un’email di successo che determina se passerà inosservata o farà il boom. Proprio per questo merita una cura meticolosa!
Scegli un copy che incuriosisca i lettori, sii creativo, ma non dimenticare di rendere sempre ben chiaro cosa i lettori troveranno dentro l’email. L’obiettivo è catturare l’attenzione quel tanto che basta per indurre il destinatario a scoprire qualcosa in più su ciò che gli vuoi comunicare.
Quali sono le regole di un oggetto email efficace? Scegli un copy breve, chiaro e veritiero!
Per far emergere la tua newsletter aziendale rispetto alle altre un elemento che potrebbe fare la differenza è la personalizzazione dell’oggetto: Retention Science, società di analisi di marketing, in seguito ad uno studio di 267 milioni di messaggi di 543 campagne ha scoperto che le email che danno del tu al destinatario, inserendo il nome nell’oggetto, ottengono il 2,6% di aperture in più rispetto a quelle non personalizzate. (fonte MailUp)
La maggior parte dei lettori apre le email principalmente da mobile, dove lo spazio per l’oggetto è variabile e molto più corto in confronto alla visualizzazione da desktop. Proprio per questo motivo è sempre consigliabile inserire le parole chiave all’inizio e tenersi possibilmente intorno ai 35 caratteri massimo: chi legge dal telefono in questo modo avrà ben chiari i vantaggi del messaggio contenuti nella newsletter.
Infine, utilizzare emoji nell’oggetto può aiutarti a far emergere la newsletter nella casella inbox dei tuoi destinatari, catturare la loro attenzione e aumentare così il tasso di apertura.
2. Le immagini
Le immagini che scegli sono di fondamentale importanza per rendere riconoscibile la tua newsletter: fai dunque in modo che sia sempre ben visibile e chiara l’identità di chi invia la newsletter!
Per l’header scegli sempre un’immagine orizzontale per evitare il rischio che lo scroll da parte del lettore si interrompa a metà e, inoltre, usa visual invitanti, riconoscibili e in linea con l’impostazione grafica che hai scelto di dare alla tua newsletter. In questo modo riuscirai a renderla riconoscibile e a distinguerla dalla massa, facendole fare capolino nel mare di email contenute nella casella inbox dei tuoi lettori.
Ricordati, però, di non abusare delle immagini: cerca sempre di mantenere un bilanciamento equilibrato tra testo e grafica per non essere eliminato direttamente dai filtri antispam.
4. I contenuti
Bando ai papiri, bastano solo alcune righe per coinvolgere chi legge!
Scegli un’introduzione breve ma allora stesso tempo scoppiettante e accattivante. Porre una domanda presume una risposta e ciò ti aiuterà convincere il lettore a proseguire la lettura.
Il corpo del messaggio, invece, dovrà catturare l’attenzione e comunicare brevemente ciò che l’utente troverà esploso in dettaglio nei singoli punti nel sito web.
3. Il footer
Cura la tua newsletter fino alla fine e non scordarti di prenderti cura anche del suo footer! Personalizzalo con il tuo logo, il link al tuo sito, i contatti e, ovviamente, la possibilità di disiscriversi.
Se vuoi distinguerti dalla massa puoi aggiungere anche un P.S. in cui suggerire all’utente cosa fare. Potrai sfruttarlo come un rafforzativo della Call To Action per invitare il lettore a compiere una determinata azione.
Immancabile, infine, dovrà essere il link alla pagina della privacy policy.
4. Gli A/B test
Quale oggetto funziona meglio? Quali CTA è preferibile usare? Quale giorno e a quale orario inviare la propria newsletter?
La verità è che non esiste una risposta unica, valida per tutti: i dati, infatti, variano da azienda ad azienda, da messaggio a messaggio. Una risposta chiara a questi e a tanti altri quesiti può essere individuata esclusivamente attraverso una fase di tentativi: gli A/B test!
Un A/B test costringe a fare un esercizio di umiltà, a mettere in discussione le proprie certezze, perché talvolta i numeri vanno contro il buonsenso!
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La newsletter aziendale è uno strumento fondamentale per qualsiasi azienda che opera online. A differenza di altri mezzi, infatti, possiede un potere

Independent trader srl  Facebook punta tutto sul dato e sfida la TV: nuovi tool in arrivo per i marketersQuello dei dati...
01/02/2017

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Facebook punta tutto sul dato e sfida la TV: nuovi tool in arrivo per i marketers
Quello dei dati sembra essere per Facebook un tema vero, il tema vero. È arrivato in settimana un annuncio piuttosto importante che comincia con questa frase:
Measurement is the process of using metrics to understand the outcomes that matter to them.
Per rispondere alla sempre crescente domanda di dati da parte degli utenti, il gigante Blu ha ristrutturato e rinominato il proprio canale dedicato, da oggi “measurement FYI”. Sono in particolare due i “grandi momenti” su cui Facebook vuole intervenire:

comparabilità cross-channel;
verifica sui dati da parte di terzi

Nel primo caso Facebook, dopo aver annunciato una maggiore attenzione alle partnership esterne, esce oggi con un portale dedicato denominato MMM ove gli advertiser potranno avere informazioni direttamente dal Social Network. L’obiettivo è quello di permettere ai brand di comparare le prestazioni di TV, Digital e Carta stampata.
Per quanto riguarda le verifiche esterne, Facebook ha annunciato una maggiore integrazione con il Digital AD Ratings di Nielsen e con Comscore per spingere sulla viewability, un argomento molto caldo già lo scorso anno. Anche AdScience e Moat sono coinvolti in questo processo di verifica. La dichiarazione del CEO di AdScience riportata da Facebook:
“IAS is excited to be Facebook’s first partner able to measure viewability and ad fraud for display ads across desktop and mobile. Brands and agencies continue to ask for greater transparency, and this is a huge step in the right direction.” — Scott Knoll, CEO of Integral Ad Science
… ci fa capire come la certificazione dei dati, anche in ottica antifrode, risulti importante per tutti. Anche un altro player del settore, DoubleVerify, è stato inserito tra i Facebook partner.
Cosa portiamo a casa? Trasparenza e verifica della qualità del dato saranno punti chiave nei prossimi mesi e anni, e Facebook dichiara di voler investire con forza, accettando “i controllori” super partes e preparandosi alla misurazione su metriche tipiche di stampa e tv. Insomma, un media globale, completo e maturo.
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Quello dei dati sembra essere per Facebook un tema vero, il tema vero. È arrivato in settimana un annuncio piuttosto importante che comincia con ques

Independent trader srl  Il caso virale  : casualità o programmazione?“Facciamo un contenuto virale!” è una delle richies...
30/01/2017

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Il caso virale : casualità o programmazione?
“Facciamo un contenuto virale!” è una delle richieste che i clienti ci rivolgono più spesso. Lo ammetto, sarebbe allettante anche per me fossi nella loro posizione. Produrre un contenuto (meglio se low-cost) che sbanca la rete e fa milioni di views è il sogno di tutti, marketers e clienti.
Purtroppo però bisogna scontrarsi con la realtà dei fatti. Nemmeno la migliore agenzia web del mondo o i guru del marketing moderno hanno in tasca la formula magica per far diventare un contenuto virale. Ci sono alcune carte che si possono giocare, e sta proprio nella bravura del marketer girare gli assi al momento giusto, anche se certo, con certi budget faraonici è forse un po’ più facile (vedi Gymkhana di cui ho parlato qualche tempo fa).
L’ultimo fenomeno virale del web con cui abbiamo avuto a che fare è quello che vede come protagonista il celeberrimo . Difficile capire il motivo di tanto successo: la bella presenza del protagonista e le sue movenze sinuose fanno la loro parte, ma l’azione del tagliare un pezzo di carne è una cosa che di speciale non ha granché.
Che sia un genio o un fenomeno casuale non si capisce, ma le quasi 9 milioni di views sono un dato di fatto. Il lui in questione, all’anagrafe è Nusret Gökçe, è stato uno semi-sconosciuto ai più fino al 7 gennaio, data della messa online nel suo profilo Instagram di questo video. Un self-made man che, cresciuto in una famiglia di contadini in Turchia, si è costruito una carriera grazie alla propria passione per la ristorazione. Un misto tra Antonio Banderas dei tempi d’oro (non quello del Mulino Bianco di adesso) e l’uomo che non deve chiedere mai di una pubblicità anni ’90, è co-proprietario infatti di una nota catena di steakhouse turca ma che esportata nella scintillante Dubai ha avuto la sua consacrazione.
Scorrendo il suo profilo Instagram non mancano infatti, oltre alle sue peripezie in ambito culinario, foto che lo ritraggono, sempre impeccabile, in compagnia di calciatori, tennisti, stilisti.
Ma venendo alla genesi di cotanta viralità, il successo di si deve probabilmente alla base di follower su Instagram già sostanziosa di Nusret (ad ora conta 2,7 milioni di iscritti) che in poco tempo ha amplificato il suo contenuto in maniera esponenziale (le prime 2 milioni di views in 48 ore). Sarà mica casuale però, che il tutto esca proprio a cavallo delle annunciate aperture di due nuovi ristoranti della catena a New York e Londra?
Questo probabilmente non lo sapremo mai ma nel frattempo si creata in giro per il mondo una sorta di idolatria degna di un cantante rock. Il tutto condito, è proprio il caso di dirlo, di parodie, graffiti, e persino tatuaggi che lo ritraggono nel suo ormai celeberrimo gesto: per sfruttare il trend si è pronti a fare di tutto.
Traendo una conclusione a questa storia ritorno da dove ho iniziato questo post: la viralità. Interpretare e analizzare i comportamenti della fan-base sono alla base del nostro lavoro. Dati che ci servono per comprendere quali contenuti potrebbero piacere di più o di meno ma la scienza ancora non è esatta, nel futuro chissà.
Ogni giorno il nostro lavoro ci mette davanti a delusioni e sorprese: il contenuto che a nostro avviso spaccherà in due l’internet raccoglie qualche manciata di like, mentre qualcos’altro di meno atteso si rivela per gli utenti molto più interessante.
Il bello della viralità è proprio questo: non risponde (sempre) ai canoni della programmazione classica ma è qualcosa che risulta spontaneo e sbalorditivo al tempo stesso senza necessariamente essere organizzato a tavolino.
È capitato anche a Giulio, che a 22 anni di distanza ha fatto il giro del web venendone a conoscenza solo a posteriori, perché lui adesso vive a Shanghai, che è molto distante dall’Italia ma molto vicina a Padova.
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“Facciamo un contenuto virale!” è una delle richieste che i clienti ci rivolgono più spesso. Lo ammetto, sarebbe allettante anche per me fossi n

Independent trader srl  La salute della mente e il marketing socialevia shutterstock Quando si parla di “salute della me...
25/01/2017

Independent trader srl
La salute della mente e il marketing sociale
via shutterstock

Quando si parla di “salute della mente” il pensiero comune va a disturbi psichici gravi, In realtà, la salute mentale indica tutti quei comportamenti alterati che comunicano disagio.

La salute della mente riguarda davvero tutti

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che dal 1948 si impegna a costruire un futuro migliore e più sano per tutto il mondo, definisce la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e socio-relazionale e non semplicemente assenza di malattia o infermità.
Tale definizione dovrebbe aiutarci a considerare la salute all’interno di uno spazio di studi e ricerche che va ben oltre il solo campo della medicina. Occuparsi della salute mentale degli individui richiede un approccio più ampio, “a tutto tondo”.
Non pensate alla “salute mentale” come qualcosa che fa riferimento all’inquietante mondo dei manicomi. No, non lasciatevi ingannare. Non rischiamo di perderne valore, non abbiate paura, leggete!
Chiedo dunque la vostra attenzione perché non sto facendo riferimento ad una realtà così poi distante da quella comune.
Una mente ce l’abbiamo tutti e ad essa attribuiamo tutti un ruolo primario, pertanto dovrebbe essere nell’interesse individuale e collettivo prendersene cura. In fondo, non c’è salute senza salute della mente.

L’entità del problema e la sua diffusione nella popolazione

Numerose sono le statistiche sulla salute mentale che confermano l’ampiezza del disagio psichico in Italia. I disturbi della mente risultano essere tra le cinque patologie non trasmissibili più comuni insieme ai tumori, alle malattie cardio-cerebrovascolari, al diabete e alla bronco-pneumopatia cronica ostruttiva. Nel nostro Paese, si calcola che le principali problematiche legate alla salute mentale (depressione, bipolarità, schizofrenia, demenze e disturbi legati all’abuso di sostanze) coinvolgono a vari livelli di gravità circa un terzo della popolazione.
Se consideriamo l’indice DALY (Disability-Adjusted Life Year) che esprime il numero di anni di vita potenziale persi a causa della malattia, per disabilità o morte prematura, le malattie neuropsichiatriche risultano essere al terzo posto dopo quelle cardiovascolari e neoplastiche. Oggi la depressione più grave affligge un europeo su 15, cifra che sale a 4 su 15 se si considerano anche le altre forme depressive e l’ansia.
Prima di addentrarmi nella spiegazione di quale possa essere il ruolo del marketing all’interno di tale complessa questione, ci terrei a richiamare l’attenzione di tutti – anche di coloro che risultano essere titubanti sulla fattibilità, nonché sull’efficacia degli investimenti necessari per la cura della nostra salute mentale. Garantire più salute mentale deve diventare una priorità nonostante ponga sfide difficili. Convinciamoci che investire nella salute della mente ha effetti benefici reali sull’economia globale (per esempio, una maggiore produttività).

Ora non ci resta che agire. La salute mentale è ancora nell’ombra

Tramite l’utilizzo (rivisitato) dei principi e delle tecniche del marketing è possibile influenzare un gruppo di persone ad accettare, rifiutare, modificare o abbandonare un comportamento in modo volontario, al fine di ottenere un vantaggio per i singoli individui, i gruppi o la società nel suo complesso. Così è quanto definito da Kotler P., Roberto N. e Lee N. nel loro celebre libro “Social Marketing – Improving the Quality of Life” (2002).
Il marketing sociale si propone quindi di favorire l’adozione di stili di vita sani consentendo ai cittadini di acquisire abilità e competenze per scegliere in modo consapevole, libero e responsabile comportamenti favorevoli alla tutela del benessere fisico, sociale e psicologico. Solo informando ed educando è possibile creare reali opportunità per un percorso efficace di tutela della salute.
Nonostante l’utilizzo integrato di molteplici strumenti e leve di marketing è bene evidenziare che i valori e le finalità del marketing sociale risultano profondamente diversi da quelli del marketing commerciale. Quest’ultimo si pone come obiettivo la ricerca di un vantaggio prettamente economico il cui vero beneficiario è colui che vende. Nel marketing sociale invece sono i destinatari del progetto che godono del massimo servizio.
Coerentemente a quanto codificato nella Carta di Ottawa, la salute è un bene essenziale per lo sviluppo sociale, economico e personale degli individui e delle loro comunità. La salute ed il benessere mentale di una persona sono aspetti fondamentali per la qualità della sua vita ed è per queste ragioni che si chiede loro una partecipazione attiva nel perseguimento di tale obiettivo. Questi sono aspetti che incidono in maniera rilevante sia sulla produttività individuale che su quella delle famiglie, delle comunità e delle nazioni. Senza salute mentale non si è in grado di esprimere la propria creatività e di godere appieno della propria vita.
Come annuncia Jim Yong Kim, presidente della Banca Mondiale
Dobbiamo agire subito perché la perdita di produttività è qualcosa che, semplicemente, l’economia mondiale non può permettersi”. Dobbiamo garantire e assicurare l’accesso ai servizi e ai trattamenti utili per la salute mentale a chi ne ha più bisogno, ora e nella comunità in cui vivono. “Finché non lo faremo il malessere mentale continuerà a oscurare il potenziale degli individui e delle economie” precisa Arthur Kleinman, docente di Antropologia Medica e Psichiatria all’Università di Harvard. “Non si tratta solo di un problema di salute pubblica” – continua Jim Yong Kim – “è un problema di sviluppo.
Marketing interno: dalla soddisfazione del dipendente alla soddisfazione del cliente

Come più volte ripetuto, non è il solo settore sanitario ad essere chiamato a rispondere all’impegno per la promozione e la tutela della salute della mente. Data la complessità e l’ampiezza del problema è necessario intervenire con un approccio intersettoriale che prevede l’intervento, la collaborazione e il coordinamento di tutti quei settori (a tutti i livelli) che influiscono sulla salute stessa, come ad esempio l’istruzione, la cultura, i trasporti, l’agricoltura. Una richiesta di questo tipo, che mira ad intervenire su più fronti, invita governanti, dirigenti e noi tutti alla piena consapevolezza delle conseguenze di ogni decisione, e ad una precisa assunzione di responsabilità.
La Carta di Ottawa pone al centro dell’attenzione l’uomo e l’organizzazione sociale e ricorda che l’uomo non è un animale prettamente razionale, ma anzi il suo comportamento nonché le sue decisioni sono influenzate da impulsi neuronali automatici, quindi spesso indipendenti dalla propria volontà. Questa visione riporta l’attenzione sull’agire umano che risulta un connubio di razionalità ed emotività, automatismo e consapevolezza.
Senza perdersi ancora in grandi discorsi, è bene dire in modo sincero e diretto che la chiave per il successo aziendale sta nella (corretta) gestione dei talenti, definiti come potenzialità da individuare e coltivare. Numerosi, infatti, sono i dati che confermano l’evidenza di una diretta correlazione tra gli investimenti in capitale umano e l’impatto reale sui risultati dell’impresa tant’è che il grande economista Alfred Marshall affermò:
The most valuable of all capital is that invested in human beings.
In un mercato globale come quello moderno, il successo nel lungo periodo può essere raggiunto solo perseguendo una ben chiara strategia la quale dev’essere definita tenendo conto non solo delle richieste di mercato e della concorrenza, ma anche di tutte quelle risorse di cui l’azienda stessa dispone tra cui appunto il capitale umano
Se l’obiettivo del dipendente sta alla soddisfazione del cliente, allora uno dei principali compiti del management sta nel porre il personale nelle migliori condizioni umane e professionali. Solo così sarà in grado di esprimere al massimo il suo potenziale. Si può dire quindi che il personale diventa il primissimo cliente dell’azienda ed il miglioramento della soddisfazione interna diventa il mezzo tramite cui raggiungere quella esterna.
Risulta ora evidente che la realtà delle cose è molto più complessa di quanto comunemente si sia portati a pensare, ma per raggiungere grandi obiettivi bisogna iniziare (anche a piccoli passi).
Vi lascio con una citazione di Warren Buffet:
Investing in yourself is the best thing you can do. Anything that improves your own talents; nobody can tax it or take it away from you. They can run up huge deficits and the dollar can become worth far less. You can have all kinds of things happen. Buti f you’ve got talent yourself, and you’ve maximized your talent, you’ve got a tremendous asset that can return ten-fold.
Ricorda: la salute della mente è il tuo primo e più prezioso asset.
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Quando si parla di “salute della mente” il pensiero comune va a disturbi psichici gravi, In realtà, la salute mentale indica

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