30/06/2024
Non li ho ancora letti, ma dopo una tale "prefazione" come si fa a non comprarlo subito? 😊
Io odio Matteo Bussola
Odio Matteo Bussola perché scrive da dio. E, se scrivi anche tu, quando trovi qualcuno che scrive da dio gli vuoi un gran bene da lettore, ma un po’ anche lo odi, da scrittore.
Odio Matteo Bussola perché sa fare una cosa difficilissima: dire in una pagina quello che altri diluiscono in dieci. Condensare in una frase quello che altri ci mettono libri interi a dire. E lo fa con acuminata leggerezza, e con carezze che lasciano lividi.
Odio Matteo Bussola perché stavolta ha scritto un libro che lo leggi e riesce a farti sentire contemporaneamente genitore e figlio. Tommy sei tu, Tano il padre di Tommy sei sempre tu.
E così ti lascia addosso quella sensazione di dolore che è sapere che non si smette di essere figli, mai, neanche quando si diventa genitori. Anzi, lì forse è quando figli lo si diventa per davvero.
Odio Matteo Bussola perché mi ha mandato questo libro subito, quando ancora doveva uscire, e io vorrei non averlo già letto, solo per poterlo ricominciare daccapo e riprovare daccapo tutta la meraviglia che ti può dare un libro del genere.
Stavolta, vedete, stavolta è diverso.
Tutti i libri di Matteo sono un dono, ma stavolta si capisce che c’è qualcosa di più grande: c’è vita vera, vita vista, vita toccata. Non che le altre volte non ci fosse, ma se poco poco hai un po’ di occhio sai quando un libro ti parla dal vivo. Questo è un libro che parla dal vivo.
Questo non significa affatto che sia cronaca o autobiografia: significa solo che è un libro di carne e sangue, e in quel sangue scorrono sguardi che ti pare di vedere anche tu, stanze la cui aria puoi respirare anche tu, silenzi che sei sicuro di sentire anche tu.
Lo leggi e sai che chi lo ha scritto, lì, c’è stato davvero.
E come un cronista di guerra che torna coi dispacci, eccolo con l’elmetto che ti cammina incontro, lui che è stato dentro quella guerra che è l’adolescenza. Ogni adolescenza.
Fra quei dispacci, però, anche tante lettere. Tutte d’amore.
E poi questo, per ultimo: non esiste nessuno, oggi, in Italia, che sappia dire così bene cosa vuol dire essere padre, oggi. Che sappia disegnare così accuratamente tutta la fragilità che significa. Che sappia farti sentire meno solo, in quel posto lì a metà fra l’imperativo di essere sempre forti e la vergogna di non farcela ad esserlo sempre.
E invece, Matteo.
Matteo ha scritto un libro che forse è il più bello di tutti. Di sicuro lo è per me.
La forza non è sempre la risposta giusta, quella più coraggiosa. A volte, anzi, è proprio la più debole. La più spaventata.
Grazie per aver scritto questo libro.
PS: ti odio