21/05/2026
“Il DDL 1825 non affronta i nodi strutturali del Servizio sanitario nazionale. Servono investimenti, tutele contrattuali e un vero confronto sociale”
Il DDL 1825 in materia sanitaria appare insufficiente rispetto alla profondità della crisi che attraversa oggi il Servizio sanitario nazionale. Il provvedimento interviene prevalentemente sugli assetti organizzativi e sulle aggregazioni territoriali, ma evita di affrontare le questioni realmente decisive per la tenuta del sistema pubblico: la carenza cronica di personale, il superamento del tetto di spesa per le assunzioni, il rinnovo dei contratti, la valorizzazione economica e professionale degli operatori sanitari e le condizioni di lavoro sempre più gravose.
Senza un investimento strutturale sul lavoro sanitario, ogni tentativo di riforma rischia di rimanere parziale e inefficace. Il SSN continua infatti a perdere professionisti attratti dal settore privato o costretti ad abbandonare il servizio pubblico a causa di salari inadeguati, precarietà e carichi di lavoro non più sostenibili. Il DDL non offre risposte concrete su questo terreno e non introduce misure capaci di rendere il sistema pubblico nuovamente attrattivo.
Particolarmente critica appare inoltre l’impostazione che attribuisce un ruolo sempre più rilevante al privato accreditato senza prevedere contestualmente forti garanzie sul piano occupazionale e contrattuale. Non può esistere un ampliamento del sistema di accreditamento senza il pieno rispetto dei CCNL comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale e senza affrontare il blocco ormai pluriennale del contratto Aris-Aiop. In assenza di regole uniformi e controlli rigorosi, il rischio è quello di alimentare una competizione fondata sul contenimento del costo del lavoro, con conseguenze pesanti in termini di dumping contrattuale, differenze salariali e peggioramento delle condizioni occupazionali.
L’accreditamento deve invece essere strettamente collegato alla qualità del lavoro, alla trasparenza organizzativa e alla tutela delle lavoratrici e dei lavoratori. Anche le Regioni devono essere chiamate ad assumersi precise responsabilità, attraverso criteri omogenei, verifiche effettive sulla qualità dei servizi e controlli stringenti sul rispetto dei contratti nazionali.
In questo quadro, desta forte preoccupazione il possibile intreccio tra il DDL 1825 e il progetto di autonomia differenziata. Il rischio concreto è che si accentui ulteriormente la frammentazione del sistema sanitario nazionale, consolidando una sanità sempre più diseguale tra territori forti e territori fragili.
Il Servizio sanitario nazionale è nato sul principio universalistico dell’uguaglianza nell’accesso alle cure. Tuttavia, negli ultimi anni, le differenze regionali si sono già profondamente ampliate: tempi di attesa, qualità dei servizi, disponibilità di personale e capacità organizzative cambiano sensibilmente da Regione a Regione. In questo contesto, una maggiore autonomia senza un forte riequilibrio nazionale rischia di produrre un sistema sanitario “a più velocità”, nel quale il diritto alla salute dipende sempre più dal luogo in cui si vive.
Il DDL 1825, pur parlando di riorganizzazione territoriale e di nuovi modelli assistenziali, non affronta adeguatamente questo nodo. Al contrario, il rischio è che si consolidi un modello di “universalismo differenziato”, nel quale formalmente tutti mantengono gli stessi diritti, ma concretamente l’accesso ai servizi dipende dalla capacità organizzativa ed economica delle singole Regioni. Le aree interne, le comunità montane, i territori con maggiore fragilità sociale e sanitaria potrebbero essere ulteriormente penalizzati.
A ciò si aggiunge una forte criticità di metodo. Le grandi riforme del sistema sanitario italiano sono sempre state accompagnate dal confronto con le organizzazioni sindacali, i professionisti e i territori. Anche in questo caso sarebbe stato necessario un percorso partecipato e condiviso. Una trasformazione così rilevante non può essere costruita senza il coinvolgimento di chi ogni giorno garantisce il funzionamento del servizio sanitario pubblico.
Il SSN ha bisogno di investimenti reali e di una strategia complessiva, non di interventi frammentati. Servono assunzioni stabili, superamento dei vincoli sulla spesa per il personale, rinnovi contrattuali adeguati, piena tutela dei CCNL, regole certe sull’accreditamento e una programmazione sanitaria costruita sui bisogni delle persone e dei territori.
Senza queste condizioni, il rischio è che il DDL 1825 finisca per aggravare ulteriormente le disuguaglianze territoriali e scaricare ancora una volta il peso delle riforme sulle lavoratrici, sui lavoratori e sui cittadini, indebolendo progressivamente il carattere universalistico del Servizio sanitario nazionale.
Roma, 21 maggio 2026
Santo Biondo
UIL - Unione Italiana del Lavoro