12/09/2026
👉Sintesi dell’intervento del Segretario Confederale UIL Santo Biondo nell’audizione presso la Commissione Affari costituzionali della Camera, nell’ambito dell’esame delle proposte di modifica della legge n. 91 del 1992 sulla cittadinanza.
L’Italia del 2026 non è più l’Italia del 1992. Anche la legge sulla cittadinanza deve prendere atto di questa realtà.
Nel nostro Paese vivono stabilmente milioni di cittadini stranieri che lavorano, pagano imposte e contributi, partecipano alla vita economica e sociale. Nelle nostre scuole ci sono circa 930 mila alunni con cittadinanza non italiana, l’11,6% della popolazione scolastica.
Dietro questi numeri ci sono soprattutto ragazze e ragazzi che spesso sono nati o cresciuti qui. Parlano italiano, frequentano le nostre scuole, condividono con i loro coetanei esperienze, amicizie e progetti. Per molti di loro l’Italia non è semplicemente il Paese nel quale vivono: è casa.
Per questo, nell’audizione alla Camera sulla riforma della legge n. 91 del 1992, abbiamo sostenuto come UIL la necessità di una riforma organica della cittadinanza e l’introduzione dello Ius Culturae.
La scuola è uno dei luoghi fondamentali nei quali si costruisce l’appartenenza a una comunità: si impara la lingua, si conoscono la storia e la Costituzione, si condividono regole, diritti e responsabilità.
Ma c’è una questione ancora più profonda.
Quando parliamo di giovani, italiani o di origine straniera, non possiamo affrontare il disagio sociale soltanto attraverso la lente della sicurezza e della repressione. Se un ragazzo abbandona la scuola, non trova formazione o lavoro, cresce in un territorio senza servizi, sport, cultura e luoghi di aggregazione, dobbiamo intervenire prima che il disagio diventi marginalità, conflitto o devianza.
Servono politiche giovanili vere: scuola, formazione, lavoro dignitoso, sostegno alle famiglie, servizi territoriali e possibilità concrete di partecipazione. Serve dare ai giovani una prospettiva di futuro.
E anche riconoscersi pienamente nella comunità nella quale si è nati e cresciuti contribuisce a costruire responsabilità e coesione sociale.
Abbiamo posto, infine, un altro principio per noi fondamentale: chi è cittadino italiano deve esserlo pienamente.
Chi commette un reato deve risponderne davanti alla legge e scontare la pena prevista, senza distinzioni. Ma una volta acquisita legittimamente la cittadinanza, non possono esistere italiani con uno status diverso a seconda delle proprie origini o del modo attraverso il quale sono diventati cittadini.
Stessi diritti, stessi doveri, stessa cittadinanza.
Integrazione e sicurezza non sono in contraddizione. Una società nella quale le persone si sentono parte della comunità, ne rispettano le regole e partecipano alla vita collettiva è una società più forte, più coesa e anche più sicura.
La cittadinanza non è soltanto un documento. È appartenenza, responsabilità, partecipazione.
E chi nasce o cresce in Italia, studia nelle nostre scuole e costruisce qui il proprio futuro non può continuare a sentirsi straniero nel Paese che considera casa.