Riccardo Di Mauro - Consulente Finanziario

Riccardo Di Mauro - Consulente Finanziario Intermediario iscritto al RUI con numero di iscrizione E000691149 (https://ruipubblico.ivass.it/rui-pubblica/ng/ #/workspace/registro-unico-intermediari).

▪️Risk Management
▪️Wealth Protection
▪️Asset Allocation
▪️Portfolio Analysis

Al fianco di imprenditori, professionisti e famiglie per costruire, proteggere e valorizzare il patrimonio, attraverso un approccio fondato su metodo, trasparenza ed efficienza ▪ Iscrizione all’albo OCF "ORGANISMO DI VIGILANZA E TENUTA DELL’ALBO UNICO DEI CONSULENTI
FINANZIARI" - sezione dei consulenti finanziari abilit

ati
all’offerta fuori sede - con delibera n. 2357 del 29/11/2023 (https://www.organismocf.it/portal/web/portale-ocf/ricerca-nelle-sezioni-dell-albo).
▪ Professionista soggetto alla vigilanza IVASS e Consob con abilitazione all'esercizio in Italia. Nella mia attività di Financial Advisor, mi occupo di seguire clienti privati ed aziende nella pianificazione finanziaria, patrimoniale, previdenziale e successoria, con particolare focus sulla gestione del patrimonio finanziario. Il mio obiettivo è aiutare i clienti a focalizzare e pianificare le proprie esigenze, accompagnandoli nelle sfide legate alla valorizzazione del risparmio e protezione del patrimonio nel tempo. Per fare questo, posso contare sul supporto di un'offerta versatile e flessibile costruita su partnership d'eccellenza a livello internazionale, in grado di offrire le soluzioni più adatte, in ogni contesto di mercato. In Banca Generali Private crediamo nel valore della tecnologia e della sostenibilità per un servizio esclusivo di consulenza. Grazie al costante impegno nell'innovazione, siamo in grado di offrire strumenti efficaci per la protezione degli investimenti e una piattaforma di Advisory evoluta - all'avanguardia nel settore - per approfondire il valore della diversificazione e l'analisi del rischio.

💼 COMPETENZE:

▪ Analisi Asset Allocation
▪ Consulenza su Prodotti Finanziari Italiani e Esteri
▪ Risk Management
▪ Portfolio Management
▪ Tutela del Patrimonio

𝐋𝐀 𝐆𝐄𝐎𝐆𝐑𝐀𝐅𝐈𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐂𝐀𝐏𝐈𝐓𝐀𝐋𝐄: 𝐏𝐄𝐑𝐂𝐇𝐄́ 𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐏𝐏𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐀𝐕𝐄𝐓𝐄 𝐈𝐍 𝐌𝐄𝐍𝐓𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐄𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄 𝐏𝐈𝐔̀C'è una mappa del mondo che molti investit...
18/06/2026

𝐋𝐀 𝐆𝐄𝐎𝐆𝐑𝐀𝐅𝐈𝐀 𝐃𝐄𝐋 𝐂𝐀𝐏𝐈𝐓𝐀𝐋𝐄: 𝐏𝐄𝐑𝐂𝐇𝐄́ 𝐋𝐀 𝐌𝐀𝐏𝐏𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐀𝐕𝐄𝐓𝐄 𝐈𝐍 𝐌𝐄𝐍𝐓𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐄𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄 𝐏𝐈𝐔̀

C'è una mappa del mondo che molti investitori portano ancora con sé.
È quella degli anni Novanta, con un'America importante ma non dominante, un'Europa e un Giappone protagonisti, mercati emergenti guidati da Malesia, Messico, Brasile e Sudafrica.
Quella mappa, oggi, non descrive più nulla.
Eppure continua a orientare scelte di portafoglio, convinzioni e abitudini.
I dati pubblicati da MSCI Institute (aprile 2026) raccontano una trasformazione silenziosa - ma radicale - della geografia finanziaria globale.
Comprenderla non è un esercizio accademico, è la premessa di ogni allocazione di portafoglio consapevole.

⚖️ 𝐈𝐥 𝐛𝐚𝐫𝐢𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐬𝐢 𝐞̀ 𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨, 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐚𝐬𝐨

A metà degli anni Novanta gli Stati Uniti rappresentavano circa il 40% della quota azionaria nei mercati sviluppati, mentre oggi pesa il 71% del totale (slide 1).
Un dato che merita una lettura attenta, in quanto il peso di Giappone, Regno Unito ed Europa non si è ridotto perché quei mercati si sono contratti, ma perché il mercato americano è cresciuto molto più velocemente.
Non è un'anomalia statistica.
È il riflesso di un vantaggio strutturale.
Quello della concentrazione, in un unico mercato, delle più grandi e dinamiche aziende tecnologiche del pianeta, capaci di capitalizzare i propri utili con una costanza che nessun'altra regione è riuscita a replicare.

Anche il mondo emergente ha riscritto la propria carta geografica (slide 2).
Le economie che guidavano gli indici trent'anni fa hanno ceduto il passo a Cina, Taiwan, Corea del Sud e India, sospinte dall'ascesa della manifattura e della tecnologia asiatica.
E recentemente - un dettaglio rivelatore - Taiwan ha superato la Cina come primo mercato emergente per capitalizzazione.
L'esposizione ai mercati emergenti, oggi, poggia in larga misura su un ristretto numero di campioni tecnologici asiatici.

📊 𝐈 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐥'𝐨𝐫𝐢𝐳𝐳𝐨𝐧𝐭𝐞 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞

Qui i numeri diventano eloquenti (slide 3).
Nell'anno chiuso ad aprile 2026, i mercati emergenti (esclusa la Cina) hanno reso il 47,5%, superando ampiamente gli Stati Uniti (30,8%).
Una lettura frettolosa suggerirebbe di inseguire i vincitori di breve periodo.
Ma allargando lo sguardo, la prospettiva si capovolge.
Su cinque anni, gli Stati Uniti guidano tutte le regioni con un rendimento del 12,7% annuale, seguiti da Europa al 9,7% annuale e mercati sviluppati (ex-USA) al 9,4%.
Gli emergenti (ex-Cina), brillanti nel breve, si fermano al 6,5% annuale, quindi circa la metà del rendimento americano.
La Cina resta l'unico grande mercato in territorio negativo sul quinquennio (-4,3% annuale), penalizzata dalla crisi del mercato immobiliare, dalla debolezza dei consumi e dall'incertezza geopolitica.

La lezione è duplice:
1️⃣ i vincitori di breve e di lungo periodo raramente coincidono; cicli delle materie prime, movimenti valutari e svolte di politica economica possono generare scatti violenti senza modificare la struttura di fondo.
2️⃣ la storia recente premia chi ha mantenuto un'esposizione strutturale al mercato americano, dove la qualità degli utili ha composto valore nel tempo

📌 𝐃𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐢𝐫𝐞, 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞

Ed è qui che il discorso si fa interessante per chi gestisce portafogli e costruisce patrimoni.
La divergenza tra le varie regioni, non riflette soltanto condizioni macroeconomiche diverse, ma sempre più la composizione settoriale di ciascun mercato.
Investire in America o negli emergenti significa oggi assumere esposizioni settoriali precise, spesso inconsapevoli.
La diversificazione autentica non è la distribuzione meccanica del capitale su tutte le geografie.
È un'architettura, in cui si valuta dove risiede la crescita strutturale (i dati di lungo periodo indicano con chiarezza il ruolo centrale del mercato statunitense), senza rinunciare a quelle esposizioni complementari che - come dimostra l'ultimo anno - possono sorprendere al rialzo quando meno lo si attende.

L'errore più costoso non è scegliere la regione sbagliata.
È leggere il mondo con una mappa vecchia di trent'anni, oppure inseguire la classifica dell'ultimo anno come se fosse una promessa.
Le mappe migliori non sono quelle che mostrano dove siamo stati, ma quelle che vengono ridisegnate ogni giorno - con metodo, disciplina e uno sguardo lungimirante.
E questo, è esattamente il compito di chi vuole costruire e valorizzare un patrimonio nel tempo.

🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹

Accompagno ogni giorno imprenditori, professionisti e famiglie in un percorso di costruzione, tutela e valorizzazione del patrimonio.
Se desideri valutare con maggiore attenzione il tuo portafoglio, comprendere dove può essere migliorato o semplicemente capire da dove iniziare per impostare un percorso patrimoniale più solido, sarò lieto di approfondire il tema con te.
Possiamo parlarne senza impegno.

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𝐋𝐀 𝐆𝐄𝐒𝐓𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐏𝐀𝐒𝐒𝐈𝐕𝐀 𝐄𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄 𝐃𝐀𝐕𝐕𝐄𝐑𝐎?C'è una parola, nel vocabolario degli investimenti, che promette ciò che non può mant...
15/06/2026

𝐋𝐀 𝐆𝐄𝐒𝐓𝐈𝐎𝐍𝐄 𝐏𝐀𝐒𝐒𝐈𝐕𝐀 𝐄𝐒𝐈𝐒𝐓𝐄 𝐃𝐀𝐕𝐕𝐄𝐑𝐎?

C'è una parola, nel vocabolario degli investimenti, che promette ciò che non può mantenere.
Passivo.
Suggerisce assenza di scelte, neutralità, un pilota automatico che ci solleva dalla responsabilità di decidere.
La realtà è meno rassicurante, perchè anche chi sceglie di non scegliere, sceglie.
E quella scelta, spesso inconsapevole, può valere più di quanto si pensa.

📊 𝐔𝐧 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐫𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞: 𝐬𝐞𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐮𝐧 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐞

Osserviamo sei ETF costruiti sullo stesso identico universo, l'MSCI World.
Stessa casa di gestione, stessa politica di accumulazione, stesso decennio (31/05/2016-31/05/2026).
Uno replica l'indice classico ponderato per capitalizzazione; gli altri cinque applicano un filtro fattoriale, tra cui Momentum, Quality, Value, Minimum Volatility e Multifactor.

A dieci anni di distanza, il verdetto:

1️⃣ MSCI World Momentum ➡️ +304%
2️⃣ MSCI World ➡️ +230%
3️⃣ MSCI World Value ➡️ +220%
4️⃣ MSCI World Quality ➡️ +206%
5️⃣ MSCI World Multifactor ➡️ +190%
6️⃣ MSCI World Minimum Volatility ➡️ +92%

La differenza tra il migliore e il peggiore è di oltre il 200%
Non tra azioni e obbligazioni.
Non tra gestori diversi.
Tra sei declinazioni dello stesso mercato mondiale, dello stesso emittente.
Ecco il punto che il dibattito "attivo contro passivo" si ostina a ignorare; la dispersione non abita soltanto tra le strategie, abita dentro l'indice stesso.

📊 𝐈𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐨 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐢 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐬𝐭𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢

Chi nel 2016 avesse scelto di investire in "MSCI World Momentum" - magari guardando le performance passate, come istintivamente fa quasi chiunque - oggi celebrerebbe un trionfo.
Ma il grafico non racconta il singolo 2022, quando la stessa strategia ha ceduto in pochi mesi oltre il 13%, proprio mentre inflazione e tassi mordevano i bilanci familiari.
Quante di quelle posizioni sono sopravvissute alla prova?
La storia dei mercati è piena di strumenti eccellenti, tuttavia spesso abbandonati, proprio nel momento in cui chiedevano maggior fiducia.

E chi avesse preferito "MSCI World Minimum Volatility", sedotto dalla promessa implicita nel nome?
Avrebbe attraversato le tempeste con notti più serene, rinunciando però a una quota imponente di crescita.
Curiosamente, la ricerca MSCI su cinquant'anni di dati ,rivela che fattore "minimum volatility" presenta una delle frequenze più basse di sovraperformance assoluta, ma una delle più alte su base aggiustata per il rischio.
Tradotto in altre parole, il peggiore ETF del grafico è, per certi profili, una scelta perfettamente razionale.
Il grafico misura il denaro, non misura la tolleranza di chi lo possiede.

🧭 𝐈 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐫𝐮𝐨𝐭𝐚𝐧𝐨, 𝐥𝐞 𝐯𝐢𝐭𝐞 𝐧𝐨

Al netto di quanto scritto sopra, esiste anche un'evidenza che mezzo secolo di dati rende difficile contestare, ossia che nessun fattore domina in ogni regime di mercato:
📌 il Momentum ha guidato l'ultimo decennio, ma fu tra i più penalizzati allo scoppio della bolla tecnologica
📌 il Value ha vissuto lunghi inverni, seguiti da primavere improvvise
📌 il Quality ha attraversato anni di sottoperformance, prima di tornare protagonista

I cicli fattoriali durano anni, talvolta decenni.
Le nostre vite finanziarie, invece, hanno scadenze precise, come l'università di un figlio, il passaggio generazionale di un'impresa, la pensione.
Far coincidere un ciclo di mercato - che non controlliamo - con un orizzonte di vita che non possiamo rinviare; questo è il vero problema dell'investitore.
E nessun backtest o simulazione di rendimento lo può risolvere.

👥 𝐈𝐥 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨, 𝐬𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐧𝐮𝐭𝐚

Qui la consulenza patrimoniale rivela la sua natura autentica.
Non l'oracolo che indica "il migliore dei sei ETF", perchè non esiste, se non a posteriori.
Ma il metodo che individua lo strumento giusto:
📌 per quella persona
📌 per la sua tolleranza reale al rischio, misurata nei giorni di tempesta e non nei questionari compilati col cielo sereno
📌 per l'orizzonte temporale delle sue necessità
📌 per la destinazione concreta di quel capitale tra cinque, dieci, quindici anni

Questo lavoro ha un prezzo, è vero.
Ma chi riduce tutto al confronto sui costi dimentica una voce di bilancio invisibile.
Il costo di sbagliare da soli.

Vendere, ad esempio, "MSCI World Momentum" nel punto di minimo del 2022 ha bruciato più ricchezza di vent'anni di parcelle.
La consulenza non si paga per comprare meglio, si paga per non vendere peggio.

Se nel 2016 aveste avuto davanti quei sei strumenti, identici nell'etichetta e divergenti nel destino, quale avreste scelto?
E soprattutto, lo avreste tenuto?

Un portafoglio, in fondo, è una promessa fatta a se stessi.
E come tutte le promesse importanti, regge meglio quando c'è un testimone.
Qualcuno che conosce la nostra storia, ricorda perché abbiamo scelto quella strada e ci aiuta a percorrerla fino in fondo, anche quando il sentiero si fa ripido.
È lì, nella relazione che resiste ai cicli, che il rendimento smette di essere un numero e diventa un progetto compiuto.

🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹

Ogni giorno affianco imprenditori, professionisti e famiglie nella costruzione, protezione e valorizzazione del patrimonio, attraverso un approccio fondato su metodo, trasparenza ed efficienza.
Se desideri valutare con maggiore attenzione il tuo portafoglio, comprendere dove può essere migliorato o semplicemente capire da dove iniziare per impostare un percorso patrimoniale più solido, sarò lieto di approfondire il tema con te.
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𝐈𝐋 𝐃𝐄𝐍𝐀𝐑𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐃𝐎𝐑𝐌𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐎𝐆𝐍𝐀, 𝐂𝐎𝐒𝐓𝐀C'è una cifra che dovrebbe far riflettere chiunque possieda un conto corrente:📊 7.89...
11/06/2026

𝐈𝐋 𝐃𝐄𝐍𝐀𝐑𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐃𝐎𝐑𝐌𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐎𝐆𝐍𝐀, 𝐂𝐎𝐒𝐓𝐀

C'è una cifra che dovrebbe far riflettere chiunque possieda un conto corrente:

📊 7.894 miliardi di dollari

È il patrimonio record, custodito oggi, nei fondi monetari statunitensi, secondo i dati dell'Investment Company Institute (aggiornati a giugno 2026).
Più di tre volte il prodotto interno lordo italiano.
Gli americani non hanno smesso di essere prudenti, hanno semplicemente smesso di esserlo gratuitamente.
La loro liquidità lavora, ogni giorno, anche mentre attende.
In Italia la fotografia è speculare e opposta.
Sui conti correnti riposano circa 1.900 miliardi di euro - oltre due terzi della liquidità complessiva di famiglie e imprese - remunerati in media allo 0,30%.
Stessa prudenza, esito radicalmente diverso:
🇺🇲 di là un parcheggio retribuito
🇮🇹 di qua un parcheggio a pagamento

👥 𝐃𝐮𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐞, 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨

Il paradosso è che lo strumento esiste anche da noi, identico nella logica.
Fondi ed ETF monetari replicano il tasso overnight dell'area euro, oggi ancorato intorno al 2% della BCE (Euro short-term rate €STR).
Il meccanismo è di una semplicità quasi disarmante:
1️⃣ nessun vincolo temporale
2️⃣ liquidabilità in pochi giorni
3️⃣ costi tra i più contenuti dell'intero panorama finanziario
4️⃣ volatilità prossima allo zero (oscillazione dei prezzi)

Alcune soluzioni, investendo prevalentemente in titoli governativi, accedono persino alla tassazione agevolata del 12,5% su parte dei proventi.
E vi è un dettaglio che molti trascurano; se i tassi di riferimento dovessero risalire, il rendimento di questi strumenti si adeguerebbe automaticamente, senza alcuna rinegoziazione, senza alcuna scadenza da attendere.
È l'unico comparto in cui il rialzo dei tassi è un alleato immediato, non una minaccia.
Eppure, mentre oltreoceano il fondo monetario è diventato un'abitudine di massa, in Italia resta percepito come materia per addetti ai lavori.
Non per complessità - non ve n'è - ma perché nessuno lo propone. Il conto corrente non remunera, il conto deposito spesso vincola.
La terza via, quella intermedia, rimane semplicemente non raccontata.

🔍 𝐈𝐥 𝐪𝐮𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞𝐧𝐧𝐢𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚

Proviamo a dare un prezzo a questo silenzio.
Negli ultimi cinque anni i principali fondi ed ETF monetari in euro hanno prodotto rendimenti cumulati compresi tra l'8,3% e l'11,2% (elaborazione su dati Morningstar, maggio 2021-giugno 2026).
Applicando il valore mediano (circa il 9,8%) ai 1.900 miliardi fermi sui conti correnti, il risultato è eloquente; parliamo di circa 190 miliardi di euro di rendimento lordo mai incassato.
Per dare una misura a questo numero, una manovra finanziaria italiana vale ordinariamente attorno ai 15-20 miliardi.
Le famiglie e le imprese italiane hanno dunque rinunciato, in un solo quinquennio, all'equivalente di quasi 10 leggi di bilancio.
Risorse che avrebbero potuto sostenere consumi, investimenti, progetti generazionali, e che invece si sono dissolte nell'inerzia.
Ma il danno non si ferma al rendimento mancato.
Nello stesso periodo l'inflazione cumulata ha superato il +19% quindi, significa che 10.000 euro lasciati fermi dal 2020, valgono oggi in termini reali, poco più di 8.300 euro (perdita potere d'acquisto del -16%).
Chi ha tenuto il denaro fermo ha subito una doppia erosione, quella visibile del potere d'acquisto e quella invisibile dell'opportunità perduta.
Il fondo monetario non avrebbe azzerato l'inflazione, ma ne avrebbe compensato una parte sostanziale, trasformando una perdita secca in una difesa ordinata.

📌 𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐮𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐡𝐚 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐨

Sia chiaro, detenere liquidità da parte non è un errore.
È una componente legittima e necessaria di ogni patrimonio ben costruito, per gli imprevisti, per le opportunità, per la serenità quotidiana.
L'errore è nella sua forma.
Una riserva di liquidità ha una dimensione corretta, perchè una collocazione efficiente è un costo-opportunità che va misurato, non subito.
Stabilire quanta liquidità serva davvero, e dove debba risiedere, non è un esercizio banale; purtroppo è una delle decisioni più sottovalutate - e più redditizie - della pianificazione patrimoniale.
Perchè è ovvio, nessuno costruisce ricchezza con un fondo monetario, ma molti la disperdono senza.
E nella gestione dei patrimoni, come nella vita, non esistono scelte neutre.
Anche non decidere è una scelta, e il tempo presenta sempre il conto.

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𝐅𝐎𝐍𝐃𝐈 𝐎 𝐄𝐓𝐅, 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐋'𝐄𝐓𝐈𝐂𝐇𝐄𝐓𝐓𝐀 𝐂𝐎𝐍𝐓𝐀 𝐌𝐄𝐍𝐎 𝐃𝐈 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐓𝐎 𝐒𝐈 𝐏𝐄𝐍𝐒𝐀Ci sono numeri che, a forza di essere ripetuti, smettono di...
08/06/2026

𝐅𝐎𝐍𝐃𝐈 𝐎 𝐄𝐓𝐅, 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐃𝐎 𝐋'𝐄𝐓𝐈𝐂𝐇𝐄𝐓𝐓𝐀 𝐂𝐎𝐍𝐓𝐀 𝐌𝐄𝐍𝐎 𝐃𝐈 𝐐𝐔𝐀𝐍𝐓𝐎 𝐒𝐈 𝐏𝐄𝐍𝐒𝐀

Ci sono numeri che, a forza di essere ripetuti, smettono di essere semplici misure e diventano sentenze.
Nel confronto tra i fondi comuni e gli ETF (strumenti con cui oggi quasi tutti investono), uno di questi numeri esiste, ed è diventato la frase con cui si chiude ogni discussione ancora prima di averla aperta.
Prima di arrivarci, un chiarimento utile.
In un fondo a gestione attiva c'è un gestore che sceglie i titoli, cercando - tecnicamente - di fare meglio del mercato.
Un ETF, invece, si limita a replicare un indice - cioè un paniere che fotografa l'andamento medio di un intero mercato, come l'S&P 500 per la borsa americana - al costo più basso possibile.
La domanda di sempre è una; conviene affidarsi a chi sceglie, o basta copiare il mercato?

A marzo 2026 la società S&P, che costruisce molti di quegli indici, ha pubblicato il suo report più citato, lo SPIVA ⬇️
(https://www.spglobal.com/spdji/en/research-insights/spiva).

Il dato che ha fatto il giro del mondo dice che:
▪️nel 2025 il 79% dei fondi azionari americani gestiti attivamente non è riuscito a ba***re il mercato (benchmark di riferimento)
▪️a 3 anni, il 67% non è riuscito a ba***re il mercato
▪️allargando lo sguardo a 10-15 anni, la quota sfiora il 90%

Sono numeri seri, costruiti con metodo, e ignorarli sarebbe sbagliato.
Ma c'è un dettaglio che cambia tutto; un numero vale quanto la domanda a cui risponde, e qui la domanda è quella sbagliata.

📌 𝐋𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐚

Quel report misura una cosa precisa, ossia quanti fondi, contati uno per uno, hanno fatto peggio del mercato.
È un'informazione legittima, ma non è ciò che interessa a chi investe.
Perché nessuno mette la stessa cifra in ogni fondo, il denaro si concentra dove arrivano i risultati.
Immagina di avere a disposizione dieci fondi:
▪️nove piccoli e mediocri
▪️uno grande ed eccellente

Se contiamo i migliori, nove su dieci hanno perso, quindi il 90% è bocciato.
Ma se la maggior parte dei soldi era nel fondo buono, la maggior parte dei capitali ha vinto.
Quindi, la domanda che conta non è quanti fondi battono il mercato, ma quanti dei tuoi euro lo battono.
Contare i fondi e pesare i capitali, appunto, non sono la stessa cosa.

🔍 𝐋𝐨 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐨, 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨

Il paradosso è che lo aveva spiegato proprio chi ha dato fondamento all'investimento passivo.
Nel 1991 il premio Nobel William Sharpe dimostrò, con la sola matematica, che messi tutti insieme gli investitori - attivi e passivi - sono il mercato.
Perciò, dopo i costi, chi gestisce attivamente non può che rendere - in media - un po' meno.
È la logica che ha fatto la fortuna degli indici.
Ma Sharpe aggiungeva due cose che quasi nessuno cita:
1️⃣ che il conto giusto si fa pesando i capitali, non contando i gestori
2️⃣ che la media per numero non è corretta quando pochi grandi titoli trainano tutto il mercato (come nel 2025 e attualmente), spinto dai colossi tecnologici.
E concludeva che una parte dei capitali gestiti attivamente, può ba***re il mercato anche dopo i costi.

Lo conferma uno studio di maggio 2026, firmato da tre ricercatori di tre università americani (Notre Dame, Dayton e Arkansas).
Gli autori non cambiano il report, ne rifanno i conti con tre correzioni più vicine alla realtà di chi investe:
1️⃣ pesano i fondi per i soldi che gestiscono, invece di contarli a uno a uno.
2️⃣ li confrontano con l'ETF che si può davvero comprare, con i suoi costi reali, e non con un indice teorico che nessuno acquista gratis
3️⃣ tengono conto anche dei fondi chiusi, invece di archiviarli automaticamente tra i perdenti.

E così, il quadro cambia:
▪️sull'azionario americano - a vent'anni - la quota di fondi che non batte il mercato scende dal 92% a circa il 55%
▪️sulle obbligazioni il verdetto non si ammorbidisce, si capovolge, con i fondi gestiti attivamente che battono più spesso l'alternativa passiva.

Persino il report, in una pagina che quasi nessuno legge, mostra che nel 2025, contando dove sono davvero i soldi, i fondi attivi più diffusi hanno battuto il mercato.

📝 𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐨

Attenzione, niente di tutto questo dice che la gestione attiva sia migliore.
La maggior parte dei fondi continua a non valere quello che costa; e lo stesso report mostra che chi fa bene un anno raramente si ripete, tanto che distinguere il bravo dal fortunato resta difficilissimo.
Ma la maggioranza non è tutti, perchè se 9 fondi su 10 non battono il mercato, ne resta comunque uno che lo fa - e cercarlo, con umiltà e senza promesse - è parte del mestiere.
Qui sta il punto che il dibattito dimentica.
Ciò che conta davvero non è l'etichetta - fondo o ETF - ma come lo strumento è gestito.
Esistono ETF a gestione attiva e fondi che si limitano a copiare un indice.
E tra i gestori, a creare valore non è chi si dice attivo ma in realtà replica l'indice, bensì chi se ne distacca con proprie convinzioni.

👥 𝐈𝐥 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐜𝐞𝐠𝐥𝐢𝐞

La conclusione è meno ideologica di quanto le due tifoserie vorrebbero.
L'ETF è uno strumento eccellente - semplice, trasparente, economico - e spesso la via migliore per stare su un mercato efficiente senza pagare di più.
La gestione attiva può valere il suo costo dove il mercato è meno efficiente o più insidioso:
1️⃣ in molti comparti obbligazionari
2️⃣ nei settori di nicchia
3️⃣ nelle fasi difficili di mercato
4️⃣ quando proteggere il capitale conta più che inseguire i record

La scelta giusta non è schierarsi sotto una bandiera, ma costruire un portafoglio in cui ogni strumento sta al posto giusto.
Secondo la propria tolleranza al rischio, i propri tempi, l'aspetto fiscale e - soprattutto - la costanza con cui lo si manterrà negli anni.
Ed in tutto questo, il compito di un consulente non è promettere di ba***re il mercato - nessuno può farlo con regolarità - ma fare ordine nelle informazioni, distinguere un titolo ad effetto da un numero compreso davvero, e restituirti scelte consapevoli.

Perchè, alla fine, la differenza non la fa lo strumento che si sceglie, ma la disciplina con cui lo si accompagna.
È così che un numero torna a essere ciò che è, ossia un punto di partenza, non un punto di arrivo.

🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹🔹

Ogni giorno affianco imprenditori, professionisti e famiglie nella costruzione, protezione e valorizzazione del patrimonio, attraverso un approccio fondato su metodo, trasparenza ed efficienza.
Se desideri valutare con maggiore attenzione il tuo portafoglio, comprendere dove può essere migliorato o semplicemente capire da dove iniziare per impostare un percorso patrimoniale più solido, sarò lieto di approfondire il tema con te.
Possiamo parlarne senza impegno.

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𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐄𝐋𝐓𝐀 𝐏𝐈𝐔̀ 𝐂𝐎𝐒𝐓𝐎𝐒𝐀 𝐄̀ 𝐐𝐔𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐄𝐌𝐁𝐑𝐀 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐄𝐋𝐓𝐀Quando un lavoratore lascia il proprio TFR in azienda, raramen...
04/06/2026

𝐋𝐀 𝐒𝐂𝐄𝐋𝐓𝐀 𝐏𝐈𝐔̀ 𝐂𝐎𝐒𝐓𝐎𝐒𝐀 𝐄̀ 𝐐𝐔𝐄𝐋𝐋𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐒𝐄𝐌𝐁𝐑𝐀 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐄𝐋𝐓𝐀

Quando un lavoratore lascia il proprio TFR in azienda, raramente ha la sensazione di aver deciso qualcosa.
Sembra l'opzione naturale, neutra, persino prudente, perchè il denaro resta dov'è, al sicuro, in attesa.
Eppure quella non-scelta è una delle decisioni finanziarie più rilevanti di una vita lavorativa.
E ha un prezzo preciso, calcolabile, che quasi nessuno mette nero su bianco.
Per comprenderlo bisogna partire da una verità poco nota.
Il TFR non è un investimento, è una formula.
La sua rivalutazione è stabilita per legge da:
▪️1,50% fisso
▪️in aggiunta al 75% del tasso di inflazione rilevata dall'ISTAT

Non dipende dalla bravura di nessuno, non partecipa alla crescita dell'economia, non conosce mercati.
È un meccanismo di indicizzazione, pensato per preservare il potere d'acquisto, non per accrescerlo.
Questo spiega anche i suoi paradossi.
Nel 2022 (anno dell'inflazione record), la rivalutazione del TFR ha superato i massimi degli ultimi decenni; sembrava un trionfo, ma arrivava proprio mentre i prezzi correvano ancora più veloci.
Nel 2025 (rientrata l'inflazione), la rivalutazione del TFR si è fermata all'1,9%, mentre le linee azionarie della previdenza complementare hanno reso in media tra il 7,7% e il 9,6%.
La tabella che ho elaborato sui dati COVIP racconta però qualcosa di più sottile.
Su cinque anni (segnati dallo shock del 2022), il TFR con una rivalutazione media del 3,4% annuo, ha battuto quasi tutte le linee prudenti; solo i comparti azionari lo hanno superato, segno che la scelta della linea pesa quanto quella dello strumento.
Ma è sul lungo periodo che il velo cade.
In dieci anni il TFR si è rivalutato del 2,5% medio annuo contro un'inflazione del 2,0% (appena 0,5% in più reale).
Le linee azionarie, nello stesso arco, hanno reso intorno al 5% e quindi non hanno conservato il potere d'acquisto, lo hanno accresciuto.
Tradotto in capitale, su 2.000 euro versati nel fondo pensione (TFR e contributo volontario, ogni anno per 30 anni), quella distanza può valere oltre 50.000 euro finali.
Eppure il rendimento, per quanto eloquente, è soltanto la metà visibile della storia.

🧾𝐒𝐮𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐚𝐬𝐬𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐢, 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐞̀ 𝐚 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐅𝐑

Il capitale lasciato in azienda è assoggettato a tassazione separata, con un'aliquota legata alla media dei redditi degli ultimi 5 anni (spesso ben oltre il 23%).
La medesima somma, conferita ad un fondo pensione, sconta invece un'imposta sostitutiva del 15% - che si riduce dello 0,30% per ogni anno di adesione oltre il quindicesimo - fino a un minimo del 9%.
Tradotto, più a lungo si resta, meno si paga.

📈 𝐀𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐫𝐞𝐧𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐦𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐭𝐢 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐨𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞

Dentro il fondo pensione sono tassati al 20%, con aliquota agevolata al 12,5% sulla quota in titoli di Stato, a fronte del 26% ordinario sugli strumenti finanziari come Fondi, ETF e azioni.
E chi affianca al TFR anche i versamenti volontari, trova un vantaggio ulteriore, ossia la deducibilità fino a 5.164,57 euro l'anno (5.300 euro con nuova riforma pensioni 2026), con un risparmio fiscale immediato e commisurato alla propria aliquota.

🛡️ 𝐔𝐧𝐚 𝐝𝐢𝐦𝐞𝐧𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚

Il TFR accantonato in azienda è, a tutti gli effetti, un credito verso il datore di lavoro.
In caso di insolvenza interviene il Fondo di Garanzia dell'INPS, ma con tempi e procedure non così celeri.
Il fondo pensione, al contrario, è patrimonio separato e autonomo, impermeabile alle vicende dell'impresa.
Non è un dettaglio, per chi cerca e costruisce sicurezza nel lungo periodo.
La verità è che il TFR non sta mai davvero fermo.
Mentre sembra riposare in azienda, sta silenziosamente rinunciando:
1️⃣ alla capitalizzazione composta
2️⃣ a un trattamento fiscale di favore
3️⃣ alla separazione dal rischio d'impresa

Quella del TFR non è sicurezza, è familiarità delle cose note, non di quelle giuste.
Un numero che resta fermo, mentre - piano piano - l'inflazione ne erode il valore.
E quasi sempre, in finanza, ciò che rassicura non è ciò che costruisce.

La domanda, allora, non è se il fondo pensione renda più del TFR, ma è più scomoda.

Hai mai messo davvero a confronto i numeri della tua non-scelta, o hai semplicemente lasciato che fosse l'abitudine a decidere per te?

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𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐍𝐒𝐈𝐆𝐋𝐈𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐓𝐈 𝐂𝐎𝐍𝐎𝐒𝐂𝐄Mai come oggi l'informazione finanziaria è stata così abbondante, immediata, a portata di...
01/06/2026

𝐈𝐋 𝐂𝐎𝐍𝐒𝐈𝐆𝐋𝐈𝐎 𝐂𝐇𝐄 𝐍𝐎𝐍 𝐓𝐈 𝐂𝐎𝐍𝐎𝐒𝐂𝐄

Mai come oggi l'informazione finanziaria è stata così abbondante, immediata, a portata di pollice.
Eppure mai come oggi il risparmiatore si è trovato così esposto a una corrente di voci che, sotto la veste della divulgazione, mescolano competenza e improvvisazione, didattica e marketing, opinione e raccomandazione.
Una ricerca della Queen Mary University of London (finanziata da Aberdeen Group e pubblicata a maggio 2026), ha analizzato circa 2.500 finfluencer attivi su Instagram, TikTok e YouTube.
Il risultato è abbastanza eloquente:
▪️9 post finanziari su 10 presentano più tratti di scarsa qualità che positivi
▪️solo l'8-9% dei contenuti dichiara la competenza dell'autore
▪️appena il 12-13% include un disclaimer
▪️2 adulti su 5 si rivolgono ai social per orientarsi nelle scelte finanziarie
▪️1 su 3 ha agito sulla base di un consiglio trovato nei social

🧮 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥'𝐚𝐥𝐠𝐨𝐫𝐢𝐭𝐦𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐞𝐭𝐨𝐝𝐨

Il fenomeno non è marginale, né estraneo all'Italia.
A giugno 2025 la CONSOB è intervenuta formalmente, nell'ambito della "Global Week of Action Against Unlawful Finfluencers", richiamando l'attenzione su una zona grigia normativa in cui consigli rapidi e promesse di rendimento alimentano il cosiddetto effetto gregge.
Lo IOSCO, nel suo rapporto di maggio 2025, ha segnalato l'intersezione crescente tra finfluencer non autorizzati e promozione di prodotti complessi, tra cui forex, derivati e criptovalute.
Un terreno in cui la suggestione vale spesso più dell'analisi.
Tuttavia il punto non è demonizzare uno strumento, ma ricordare una differenza sottile e decisiva.
Quella fra informazione e consulenza.
La prima è un contenuto, viaggia uguale per tutti.
La seconda è una relazione, che nasce dall'ascolto del singolo individuo, dall'analisi del profilo di rischio, dell'orizzonte temporale, dei progetti di vita, della fiscalità, della famiglia.
Una è generica per natura, l'altra è personale per vocazione.

📌 𝐋𝐚 𝐠𝐫𝐚𝐭𝐮𝐢𝐭𝐚̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐩𝐚𝐠𝐚 𝐢𝐧 𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐢

Il consiglio apparentemente gratuito non è mai davvero senza prezzo.
Quel prezzo lo si paga in scelte impulsive, in concentrazioni di rischio mal calibrate, in opportunità invisibili, in fiscalità non ottimizzata.
Lo si paga, soprattutto, in una valuta che il mercato non restituisce, ossia il tempo.
Sapere è facile, capire è raro.
E capire, in finanza, significa distinguere il rumore dalla disciplina.
Perchè nei mercati non vince chi sente più notizie, ma chi sa ignorarne molte.

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