Santini di Giorgio Santini

Santini di Giorgio Santini Consulenze professionali, strategiche ed operative.

Il Sabato del Libro (13/06/2026)Genesi. Il grande racconto delle originiGuido Tonelli (1950-)Nella Bibbia, convivono due...
13/06/2026

Il Sabato del Libro (13/06/2026)
Genesi. Il grande racconto delle origini
Guido Tonelli (1950-)

Nella Bibbia, convivono due narrazioni della creazione del mondo: Genesi 1:1-2:4a e Genesi 2:4b-25; la prima si fa risalire alla tradizione sacerdotale, la seconda dalla tradizione jahvista. Ad oggi, il dibattito è ancora acceso su chi e quando abbia raccolto e messo per iscritto questi racconti. È certo che la creazione, per la Bibbia, è vista con occhi diversi, a seconda dell’autore e, soprattutto, dei destinatari, ovvero dei riceventi il messaggio che, comunque, c’è un creatore che si è occupato di ogni cosa; un servizio completo, un all-inclusive, un tutto compreso. Ci devi credere.
Dagli esegeti contemporanei, sappiamo bene che la scrittura della Bibbia, non rispetta l’ordine cronologico dei suoi Libri, né tantomeno che si tratta di un singolo autore (basti pensare a Isaia, identificando sotto questo nome più persone). Ciò non toglie che è una lettura bella e coinvolgente, dove storie di popoli si intrecciano con tradizioni di epoche diverse, vissute in terre diverse, e contaminate da leggende e tradizioni che il popolo di Abramo ha incontrato dalle sue origini, quando ancora la scrittura non era il veicolo per tramandare usi, costumi, riti, culti.
Fin qui la religione. Il volume di Guido Tonelli – fisico e divulgatore – è una bellissima narrazione di ciò, allo stato attuale dell’arte, sappiamo sulla nascita dell’universo come lo conosciamo oggi. Tutto comincia 13,8 miliardi di anni fa, e tutto si decide in meno di dieci minuti. C’è un momento in cui non c’è il tempo e non c’è lo spazio: l’unica cosa che c’è è il vuoto; e leggendo questo libro impariamo che l’idea di vuoto è strettamente legata allo “0”, traduzione dalla cifra araba sifr, concetto introdotto dall’India in un’opera del 458 d.C. dal titolo “Le parti dell’universo”. Ed è nella Teogonia, che Esiodo sintetizza ciò che c’era prima: “All’inizio e per primo venne a essere il caos”:
«Prima di tutto certo fu Caos, poi
Terra dall'ampio seno, sempre sede sicura di tutti
gli immortali, che abitano la vetta dell'Olimpo nevoso
e il Tartaro caliginoso nel fondo della Terra dalle ampie vie,
120 e Eros, il più bello fra gli dèi immortali,
che scioglie le membra, e che di tutti gli dèi e degli uomini tutti
doma nel petto la mente e la saggia volontà.
Da Caos nacquero Erebo e la Notte nera,
e da Notte, poi, Etere e Giorno nacquero,
125 che concepì e generò unitasi a Erebo in amore.
Terra per primo generò, uguale a sé,
Cielo stellato, affinché tutt'intorno la coprisse,
perché per gli dèi beati fosse sede sicura sempre;
generò gli alti Monti, dimore graziose delle dee
130 Ninfe, che abitano sui monti ricchi di gole,
e partorì il pelago infaticabile che con l'onda infuria,
Mare, senza il desiderabile amore. Ma poi,
congiuntasi a Cielo, partorì Oceano dai vortici profondi
e Coios e Creos e Iperione e Giapeto
135 e Tea e Rea e Temis e Memoria.»
(Teogonia, 116-135, ed. a cura di Gabriella Ricciardelli, Mondadori)
Così come la musica non è altro che matematica dissimulata, la scienza in questo libro è poesia, costituita di formule e teorie che hanno avuto una accelerazione negli ultimi duecento anni, e quasi una fuga in avanti negli ultimi cinquanta, grazie agli strumenti logici-matematici e tecnologici, messi a disposizione dalle moderne scoperte e dalle più recenti tecnologie. Oggi ipotizziamo che tutto ciò che esiste, visibile ed invisibile, sia nato in un vuoto, in un tempo misurabile in 10-35 secondi (questo tempo: 0,00000000000000000000000000000000001). Che ci sia stato un Big Bang, che siano state delle leggi fisiche oggi non applicabili, ma soprattutto sappiamo che la scienza cercherà sempre di capire come sia avvenuto, e cercherà sempre leggi tali da suffragare le ipotesi che alcune donne e alcuni uomini, hanno avuto quali illuminazioni e percezioni di un evento grazie al quale noi siamo.
Solo una cosa la scienza non sarà in grado di trovare una risposta: perché? Ma questo è il bello dell’intelligenza, come ha scritto un uomo grande e da me amato:
Di Guido Tonelli avevo parlato di un altro libro nel 2024 (Eccolo qui!), e nemmeno quello di oggi deluderà chi ama la scienza e la narrazione della sua storia. Come in quello si ricordava il mito di Chrónos, in questo il tempo ha una parte fondamentale ma anche di quinta teatrale. Al termine della lettura, non saremo persone migliori o più sagge; sicuramente, saremo più consapevoli della bellezza che ci circonda, e soprattutto che l’equilibrio e la tranquillità con la quale guardiamo il cielo stellato, non sono altro che una illusione della nostra scarsa capacità di immaginare le potenze e le perturbazioni silenziosamente devastanti delle stelle e delle galassie, vicine e lontane.
«Arte, bellezza, filosofia, religione, scienza, in una parola la cultura, sono la nostra tenda magica, e ne abbiamo bisogno, disperatamente, da tempo immemorabile. Con tutta probabilità sono nate assieme, sono forme diverse nelle quali il pensiero simbolico si è articolato. Non è difficile immaginare che ritmi e assonanze nelle parole abbiano facilitato la trasmissione mnemonica del racconto delle origini e che, con esso, siano nati il canto e la poesia; che lo stesso sia avvenuto con segni e simboli raffigurati sulle pareti, con perfezione formale sempre più sofisticata; o nei riti e nelle cerimonie che accompagnavano i momenti di festa o di lutto, suoni regolari potessero accompagnare movimenti ritmici del corpo o il canto del saggio o dello sciamano. La scienza è parte di questo racconto, non a caso è insieme di episteme e techne, conoscenza e capacità di produrre utensili, oggetti, macchine. Non a caso per i Greci techne, radice della tecnica, indica anche l’attività insieme artigianale e artistica ed ecco che, quando si producono selci bifacciali, le esigenze di avere a disposizione un attrezzo tagliente e maneggevole si intrecciano con quelle estetiche di produrlo simmetrico, sottile, perfettamente bilanciato, in una parola bello, come un oggetto d’arte.» (Ciò che ci rende umani, In principio era il Thauma, pp. 209, 210)
https://www.google.it/books/edition/Genesi/WR-TDwAAQBAJ?hl=it&gbpv=0

Il Sabato del Libro (06/06/2026)Dal Mito al LogosVenti Lezioni di Filosofia Antica(Alberto Jori)Il Professor Jori è uno ...
06/06/2026

Il Sabato del Libro (06/06/2026)
Dal Mito al Logos
Venti Lezioni di Filosofia Antica
(Alberto Jori)
Il Professor Jori è uno dei professori più straordinari e originali che ho incrociato nel mio triennio nel Dipartimento di Scienze Umanistiche. Autore di una ampia letteratura, consiglierò volentieri altri suoi volumi.
Tutti gli argomenti che il professore tratta sono attuali, grazie alla sua capacità di “lanciare” connessioni fulminee alla filosofia moderna e postmoderna, e riferimenti alla moderna e attuale politica. Mai banale, mai scontato, non stanca mai. Grazie agli esempi, sempre intelligenti, ed anche alla partecipazione del suo cocker Tom, i concetti più complessi trovano un percorso di chiarificazione, e ciò che era non chiaro, viene improvvisamente illuminato e reso intelligibile. Anche la mia ignoranza sulla cultura e sulla lingua greca antica, si è attenuata.
È un libro per tutti i curiosi, per tutti coloro che vogliono capire sé stessi e il mondo che, liquido e apparente, stiamo vivendo o forse subendo.
«Perciò è chiaro che l’uomo è animale più socievole di qualsiasi ape e di qualsiasi altro animale che viva in greggi. Infatti, secondo quanto sosteniamo, la natura non fa nulla invano, e l’uomo è l’unico animale che abbia la favella (logos): la voce è segno del piacere e del dolore e perciò l’hanno anche gli altri animali, in quanto la loro natura giunge fino ad avere e a significare agli altri la sensazione del piacere e del dolore. Invece la parola serve a indicare l’utile e il dannoso, e perciò anche il giusto e l’ingiusto. E questo è proprio dell’uomo rispetto agli altri animali: essere l’unico ad avere nozione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e così via. È proprio la comunanza di queste cose che costituisce la famiglia e la città.» (Aristotele, Politica, I, 1253 a 7–18; XV lezione, Aristotele, p.457)
https://www.google.it/books/edition/Dal_mito_al_logos/t6O4swEACAAJ?hl=it

Il Sabato del Libro (30/05/2026)Perché avete paura? Una lettura del Vangelo di MarcoEnzo Bianchi (1943-)Si può leggere l...
30/05/2026

Il Sabato del Libro (30/05/2026)
Perché avete paura? Una lettura del Vangelo di Marco
Enzo Bianchi (1943-)

Si può leggere l’ascolto della parola? È la sfida, tanto sul piano semantico quanto su quello logico, proposta da questo testo del fondatore della Comunità di Bose. Qui abbiamo l’opportunità di legger il Vangelo di Marco in una traduzione e in una modalità non religiosa, non adattata all’uso celebrativo della Santa Messa. Mantenendo l’allineamento con gli altri due Vangeli sinottici, il libro di oggi ci offre insieme il rigore teologico, e la poesia dei suoni, lo scandire dei tempi e del tempo sacro direttamente nel nostro cuore. Un’utile premessa, completa e semplice, ci aiuta a comprendere la struttura e l’organizzazione del testo, Una lettura di pace e di speranza, un canto di lode, senza dimenticare la nostra misera condizione umana, che tanto male continua a provocare sul pianeta che ci è stato affidato.
«E passato il sabato Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono aromi per andare a fare le unzioni su di lui. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levar del sole. Dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’entrata del sepolcro?”. Alzando lo sguardo, videro che la pietra era già stata fatta rotolare benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro videro un giovane seduto alla destra avvolto di una veste bianca ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate il Gesù Nazareno il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete come vi ha detto.” Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.» (Cap. 16, vv. 1-8, p. 109)
https://www.google.it/books/edition/Perché_avete_paura/JVgp4kGCaq4C?hl=it&gbpv=0

Il Sabato del Libro (23/05/2026)Piccolo manuale della speranzaCarlo Maria Martini (1927-2012)Ascoltando le notizie alla ...
23/05/2026

Il Sabato del Libro (23/05/2026)
Piccolo manuale della speranza
Carlo Maria Martini (1927-2012)

Ascoltando le notizie alla radio, guardando con la coda dell’occhio le immagini a contorno del telegiornale quotidiano, leggendo i giornali che narrano sempre più storie “effetto wow” e sempre meno fatti e commenti appropriati, mi sono rifugiato in questo libro, breve raccolta di testi a cura del Cardinal Martini. Se il valore degli uomini fosse misurabile con il metro che si usa nel nostro contemporaneo, l’Autore sarebbe sommerso di like, faccine sorridenti e commenti alle sue “Stories” o “Reel”. Invece, il Cardinal Martini è morto prima di questa commercializzazione planetaria del consumismo, ignorante ed ingenuo; ignorante ed ingenuo da parte di chi lo subisce – pensando di essere il fautore del successo degli autori – ma conscio e predatorio da parte delle piatteforme che vogliono governare il pianeta.
La dimensione di questi testi è l’eternità: una saggezza mai urlata o alla ricerca di successo e denaro, una serie di puntini da allineare secondo la linea guida della speranza, della conoscenza, dell’approfondimento personale, garante dell’indipendenza della libertà del singolo. Ed ora silenzio: il cuore ascolta ciò che la mente imbandisce:
«Abbiamo innanzitutto un grande bisogno di percepire dentro di noi una fontana zampillante di pace, che ci apra la fiducia nella possibilità di passi concreti e semplici verso un cambiamento di stile di vita e di criteri di giudizio, unica via a un cammino serio di pace. Evitiamo di lasciarci intorpidire da un clima consumistico che rischia di farci rimuovere le domande serie emerse da questi fatti drammatici. Per evitare di essere trascinati, magari non intenzionalmente, in uno scontro di civiltà, occorrerà esercitarsi nell'arte del dialogo, che parte da una chiara coscienza della propria identità e della ricchezza dei linguaggi con cui esprimerla e renderla accessibile smontando i pregiudizi, i cavilli e le false comprensioni. Per questo sarà importante imparare a conoscere le altre religioni, in particolare l'ebraismo e l'islam, scrutando di ciascuna la storia, la letteratura, le ricchezze spirituali, le profondità mistiche, il pluralismo espressivo, anche quello sociale e politico. Soprattutto occorrerà educare a gesti, pensieri e parole di perdono, di comprensione e di pace, usando tolleranza zero per ogni azione che esprima sentimenti di xenofobia, di antisemitismo, di minor rispetto di qualunque sentimento e tradizione religiosa. Questo richiede che anche gli altri rispettino e apprezzino quei segni religiosi che sono stati e sono tuttora per noi la via e il simbolo che ci permette oggi di offrire a tutti ospitalità e pace. Auguriamo a tutti i giovani del mondo di essere come le “sentinelle del mattino” che annunciano il giorno della tanto desiderata pace.» (1. Fine o inizio? L’apocalisse del male, p.49, “Discorso per la vigilia di S. Ambrogio, Duomo, Milano, 6 dicembre 2001)
https://www.google.it/books/edition/Piccolo_manuale_della_speranza/06yg2sJW3sYC?hl=it&gbpv=0

Il Sabato del Libro (16/05/2026)Volo di notteA. De Saint-Exupéry (1900-1944)Dopo aver affrontato il libro dell’aviatore ...
16/05/2026

Il Sabato del Libro (16/05/2026)
Volo di notte
A. De Saint-Exupéry (1900-1944)

Dopo aver affrontato il libro dell’aviatore Richard Bach, oggi affrontiamo il lato oscuro del volo, nelle sue parafrasi e nelle sue metafore. È un libro breve, ispirata ad una esperienza dell’autore in Argentina con i servizi postali, scritto nel 1931. Il racconto non ha una fine lieta, i personaggi non escono sollevati alle luci dell’alba, la natura non è positivamente avvolgente e rassicurante. Non ci sono i personaggi variopinti e variegati che appaiono ne “Il Piccolo Principe”. Questo libro ci porta nel cuore della notte, nel tempo in cui non solo non c’è la luce della luna ad illuminare e dominare il paesaggio – e quando c’è ed il cielo è sereno, è sempre altrove – e non ci sono le stelle a punteggiare, come un coro silenzioso, il firmamento. La luna e le stelle sono sempre sopra la tempesta, sopra l’uragano, oltre le nuvole: un luogo che si raggiunge solo quando ogni altro sentiero è precluso.
Rimane poi all’uomo il dramma esistenziale sul suo ruolo, sul suo destino, sulla vita giusta: quale normalità può essere raggiunta? Quale prezzo siamo disposti a pagare, perché la rotta che è tracciata debba essere la rotta che dobbiamo (possiamo?) scegliere? Quanto è libera la nostra scelta, rispetto al senso del dovere nel rispettare non solo le regole, bensì il senso di giustizia per vivere la nostra vita? Un libro rude e nero, come la notte.
«Rivière continuava a osservare i segretari e, al di là dei segretari, gli uomini di manovra, i meccanici, i piloti, tutti quelli che lo avevano aiutato nella sua impresa, con una fede da creatori. Pensò alle piccole città di una volt, che sentivano parlare delle “isole” e si costruivano una nave. Per caricarla con la loro speranza. Affinché gli uomini potessero vedere la loro speranza spiegare le vele in mare. Tutti resi più grandi, tutti tratti fuori da loro stessi, tutti liberi grazie a una nave. “Forse il fine non giustifica nulla, ma l’azione libera dalla morte. Quegli uomini erano immortali grazie alla loro nave.” E anche Rivière lotterà contro la morte, quando restituirà ai telegrammi il loro pieno significato, alle squadre di turno la loro angoscia e ai piloti il loro drammatico obiettivo. Quando la vita rianimerà quell’impresa, come il vento rianima un veliero in alto mare.» (XIX, pp. 67,68)
https://www.google.it/books/edition/VOLO_DI_NOTTE/IBV4EQAAQBAJ?hl=it&gbpv=0

Il Sabato del Libro (09/05/2026)Realtà e giovinezza. La sfida(Luigi Giussani)Non mi sono mai vergognato di definirmi cat...
09/05/2026

Il Sabato del Libro (09/05/2026)
Realtà e giovinezza. La sfida
(Luigi Giussani)
Non mi sono mai vergognato di definirmi cattolico praticante. Esserlo vuol dire testimoniare faticosamente con la propria vita, la fede che si professa, nella libertà personale e nel rispetto della legge civile. Questo testo aiuta a cercare domande giuste per risposte possibili. È un libro che parla di noi, ma soprattutto dei giovani che nella realtà cercano la scintilla di spiritualità nuova e antica. Leggetelo e fatelo leggere ai vostri ragazzi, e poi concentrate il confronto su una parola: LIBERTÀ!
“Ecco, quindi, il problema d’ogni problema: usare bene della libertà. Questa è la seconda risposta cristiana ai problemi della vita. Fortuna o disgrazia si determinano esclusivamente dal buono o cattivo uso della libertà. Felice o infelice, è l’uomo che bene, o male, usa della sua libertà.” (pag.166)
Realtà e giovinezza. La sfidabooks.google.com › books

Il Sabato del Libro (02/05/2026)Nessun luogo è lontanoRichard Bach (1936-)Sento la impellente necessità di essere preso ...
02/05/2026

Il Sabato del Libro (02/05/2026)
Nessun luogo è lontano
Richard Bach (1936-)

Sento la impellente necessità di essere preso per mano. Questa giornata mi trova affaticato, non tanto per l’attività a scuola – che per la materia e l’età dei discenti mi stanca ma contemporaneamente carica la mia anima con forza inesauribile anche per il corpo – e nemmeno per le attività domestiche e di giardinaggio. Sono affaticato per una subdola e cattiva sensazione di inadeguatezza che mi erode prima la corteccia, e poi prosegue nella carne viva. Mi sembra di non essere sufficientemente preparato per comprendere la diversità, l’evoluzione della civiltà e delle culture, per adeguare i miei linguaggi alla comunicazione contemporanea. Troppo semplicistico sarebbe dire “non capisco più il mondo”; io credo di non averlo mai capito. La situazione è peggiorata, se possibile, anche con alcune tra le persone a me più vicine, che considero amiche di lunga data. È come se si fosse interrotto un colloquio silenzioso ma caldo, si fosse tagliato un nastro rosso che partiva dal passato e mi rendeva una tranquillità utile a vivere il presente con più serenità.
Sto leggendo più libri contemporaneamente, come ho sempre fatto da quando ho imparato il piacere della lettura. Ma ho dovuto sospendere tutto, e concentrarmi su questo volumetto breve e poetico. Avevo bisogno di riprendere fiato, di riprendere la leggerezza del volo, di riprendere le distanze da ciò che penso, e che in realtà è ciò che proietto negli altri, di riprendere il filo del mio pensiero come essere. So che a molti queste mie parole possono muovere anche al riso, ma poco mi importa. A me è caro che le poche amicizie che considero tali – e si contano veramente sulla dita di una mano – siano lì, e non mi sia necessario mettermi in viaggio per raggiungerle. Pace a voi.
«Di là dal mare, di là dai monti, finalmente il gabbiano calò e si posò sul tetto di casa tua. “Perché l’importante,” mi disse, “è che tu sappia la verità. Finché non la sai – finché non la capisci veramente – puoi solo afferrarne qualche stralcio, o brandello, e non senza un aiuto dall’esterno: da uomini, macchine, uccelli. Ma ricordati,” disse, “che l’essere ignota non impedisce alla verità d’essere vera.” Ciò detto, disparve».
https://www.google.it/books/edition/Nessun_luogo_è_lontano/TWgHuQEACAAJ?hl=it

Il Sabato del Libro (25/04/2026)L’armonia del mondo-Miti di oggi(Pietro Citati 1930-2022)Sono vecchio. Già nel 1992, ad ...
25/04/2026

Il Sabato del Libro (25/04/2026)
L’armonia del mondo-Miti di oggi
(Pietro Citati 1930-2022)

Sono vecchio. Già nel 1992, ad una cena conviviale a quattro, un allora collega di lavoro mi definì obsoleto e polveroso; a 34 anni di distanza, ho aggiunto questa qualità, che alcuni amici non hanno raggiunto, e che soprattutto nei momenti di dubbi e domande, vorrei interrogare. Ecco perché la mia età, in avanzamento e in rapida accelerazione, la considerò una qualità. Io vorrei vivere mille anni per leggere e imparare, il tempo non basta mai per scoprire o riscoprire cose nuove e antiche, per scoprire la curiosità dei più giovani, trovare nuove domande e riscoprire vecchie risposte, magari dimenticate in qualche paragrafo di libri che mi assomigliano, obsoleti e polverosi.
Poi mi accorgo che il mio tempo, non è più il tempo del mondo che mi avvolge. Finalmente, un mattino di ottobre del 2024, ho capito sulla mia pelle la differenza tra Kronos (χρόνος) e Kairos (καιρός); improvvisamente ho capito che niente sarebbe più stato come prima, che l’accelerazione alla quale mi ero sempre proiettato nella vita, non ci sarebbe mai più stata. Ho capito che arriva il momento in cui non vale più la pena di condividere i progetti di chi non ha gli stessi tuoi obiettivi e, soprattutto, non crede nei tuoi stessi valori. Basta. Basta. Basta. Basta giocare a scacchi con un piccione.
Ecco la scelta di questa meravigliosa raccolta di Pietro Citati. Una scrittura gustosa, anzi non si può parlare di scrittura bensì di un dialogo verbale continuo. Tante piccole perle che danno il senso giusto alla nostra esistenza, una saggezza mai stucchevole o fintamente cordiale. Sono piccoli e brevi capitoli, o storie, o articoli, o pensieri in libertà: alcuni hanno una data, altri no. Ma ogni pezzo è contemporaneo, in ogni riga troverete la bellezza dell’eternità, eleganza e semplicità, la lingua colta ma quotidiana, fresca come l’acqua di fonte e croccante come un pane sfornato al mattino.
«Gli italiani non si amano. Gli italiani non hanno mai amato studiare la propria anima, il proprio io, il proprio carattere, il rapporto tra sé stessi e Dio. Una specie di immensa censura, di cui siamo in parte inconsapevoli, grava sulla nostra tradizione letteraria, se escludiamo il Petrarca latino, il Tasso e pochi altri. Le Confessioni di Sant’Agostino non hanno fatto scuola: quell’investigare pieno di lacrime, di tortuosità e di incertezze, quel domandare, quell’interrogare disperato che non si accontenta di nessuna risposta, quell’affondare nell’infinita dimensione del tempo interiore, che è il solo Tempo, hanno trovato pochi allievi degni di questo nome. Così, la tradizione italiana è avara di verità sull’anima e sul cuore. La psicologia fiorisce di rado nelle nostre case. Se vogliamo conoscere cosa è l’anima, quale sguardo dobbiamo gettare su noi stessi, dobbiamo leggere Montaigne e Rosseau, Baudelaire e Proust, Shakespeare e Hawthorne, Hölderlin e Dostoevskij, Cervantes e Sterne, Freud e Jung: quasi mai un autore italiano.» (Gli italiani non si amano, p. 152)
«Il vero signore del tempo è un bambino che gioca: un bambino che mette in tutto ciò che fa una sovrana ironia e leggerezza. Noi dobbiamo soltanto apprendere il suo ritmo: accettare la sua velocità, il suo capriccio, il suo sorridente sfruttamento del caso, la sua delicata follia. Nel Timeo Platone dice che il Padre ha cercato di rendere eterno il mondo. Questo tentativo fallisce: eppure il tempo, sia pure di qualità inferiore al modello, diventa tra le mani del Padre “una imitazione mobile dell’eternità”. Quale parola stupenda: il tempo non ci soffoca e non ci imprigiona. Il suo infinito fluire, il suo movimento ciclico, il susseguirsi ritmato delle ore, dei giorni, dei mesi, delle stagioni, degli anni, questo scintillio effimero di momenti, questa rincorsa di era, è e sarà è un’imitazione mobile dell’eterno. Stiamo assistendo al gioco del bambino davanti alla dama: tutte le sue mosse sulla scacchiera, tutti i suoi spostamenti di pedine, tutte le sue vittorie, le sue sconfitte, quella partita che non finisce mai, è il gioco che egli conduce con la nostra esistenza. Non importa che noi siamo soltanto le pedine di un divertimento infantile: questo è il nostro piacere più acuto.» (Morte e resurrezione, pp. 104, 105)
https://www.google.it/books/edition/_/4o68CgAAQBAJ?hl=it&gbpv=0

Il Sabato del Libro (18/04/2026)Mea culpaDiario di un parroco di campagna(Francesco Fuschini 1914-2016)Mi ha raggiunto q...
18/04/2026

Il Sabato del Libro (18/04/2026)
Mea culpa
Diario di un parroco di campagna
(Francesco Fuschini 1914-2016)

Mi ha raggiunto questa settimana la notizia della morte di un caro amico. Claudio viveva solo, in radi rapporti con la famiglia, tormentato dall’impossibilità di incontrare le sue nipotine, e con il ricordo mai sopito dell’amata moglie. Lo hanno trovato in casa, disteso sul pavimento. Lo hanno trovato perché gli amici, non ricevendo più i messaggi di buongiorno e buonanotte, e non vedendolo al consueto appuntamento in palestra, si sono mossi per avere sue notizie, pensando purtroppo al peggio. È rimasto così su un freddo pavimento, solo perché i suoi eredi non lo sentivano, evidentemente, almeno una volta al giorno. No, non si può dire “povero Claudio”; Claudio non era perfetto, ha sicuramente fatto degli errori anche educativi; ma non ha mai vantato l’infallibilità, o la certezza dei suoi atteggiamenti; ha vissuto con amore totale e gratuito chi ha incontrato, e il suo lamento per non poter incontrare le nipotine è sempre stato un mugolio — i cani erano il suo amore vista la passione di ex-cacciatore — sommesso e discreto, un sussurro, un lamento coinvolgente. E noi, amici, vicino come gli amici erano vicini a Giobbe.
Allora è uscito dalla memoria un vecchio amico prete, conosciuto nei suoi elzeviri sul Carlino. Scriveva “parole poverette”, testimoni di fatti che già negli anni ’90 del secolo breve sembravano lontani. Proprio come i racconti di Claudio, condivisi nello spogliatoio e nella sala della palestra, don Fuschini scava nella nebbia dei ricordi, tra sacrifici e profumo di terra di valle, tra anime diffidenti come animali selvatici timorosi e soli, come il caldo che spacca le teste con il concerto delle zanzare e lo sguazzare delle anguille alla ricerca dell’acqua lontana dai fiocinini di valle. I racconti delle cacce rubate per la fame, che rimandano a tempi di fame ricordati da un emiliano della Bassa come Guareschi. Ecco, Claudio sapeva parlare ma anche scrivere: la sua autobiografia è stata solo un pretesto per onorare l’amore per la moglie.
Leggere don Fuschini non è semplice, il suo stile parte dal profumo dei futuristi, e arriva al corsivo ormai perduto, che nessuno più usa o capisce. Ma scalda il cuore e apre la fantasia, anche ai più giovani, ai quali noi vecchi abbiamo tolto un futuro migliore di quello che ci avevano offerto i nostri nonni.
«Oggi, non è che siamo tutti uguali; ma sembriamo. Una patina uguale, come calcina, ci imbianca. Una duchessa e una casalinga vestono più o meno alla stessa maniera. L’ideale del secolo dovrebbe essere, io credo, una scatola di sardine, due scatole di sardine, tre scatole di sardine. Una volta ogni uomo era, non un ergastolano in questa galera del mondo né un esemplare senza cresta nella stia: era una solitaria fantasia su due gambe. Dio in principio ha fatto Adamo, dopo la Tv ha creato il gregge. Finirà che avremo la stessa cera a furia di fare tutti la stessa grinta.» (“Sottana nera e pugno in canna”, Porto Fuori, 26 aprile, p.116)
https://www.google.it/books/edition/Mea_culpa/tXbRpwAACAAJ?hl=it

Il sabato del libro (11/04/2026)L’uomo a una dimensione(H. Marcuse, 1898-1979)Ha senso oggi ri-conoscere Herbert Marcuse...
11/04/2026

Il sabato del libro (11/04/2026)
L’uomo a una dimensione
(H. Marcuse, 1898-1979)

Ha senso oggi ri-conoscere Herbert Marcuse? Ha senso oggi ri-leggere a 62 anni dalla sua pubblicazione, L’uomo a una dimensione? Quando si parla di capacità negativa del pensiero, sappiamo dare la giusta accezione nel contesto contemporaneo? Siamo ancora disposti ad accettare ciò che nella realtà produce dominio, contraddizione e sofferenza storica? Le società moderne si limitino a reprimere, o aderiamo all’ordine esistente proprio attraverso il benessere, il consumo e la razionalità tecnica?
L’unidimensionalità non coincide solo con l’impoverimento culturale; è la forma di soggettività in cui si atrofizza la negatività, cioè la capacità di prendere distanza dal presente, di negarlo, di immaginare forme di vita diverse, di vedere un futuro diverso. L’individuo sembra rimanere libero nella forma, ma integrato nella sostanza. La libertà non scompare del tutto: è amministrata e gestita anche dall’industria culturale, oltre che dal potere politico ed economico, si parli di regimi democratici o totalitari. Per questo la diagnosi marcusiana è più inquietante di una teoria classica della repressione: il dominio più efficace non è quello che si impone soltanto dall’esterno, bensì quello che si interiorizza come normale quotidianità, come vita vera e piena.
Ecco la distinzione tra bisogni veri e bisogni falsi: Marcuse non formula una morale del rifiuto del benessere, bensì produce la dimostrazione che il desiderio è socialmente prodotto. I bisogni falsi sono quelli che il sistema prepara perché la persona desideri ciò che le garantirà l’integrazione nell’ordine controllato e integrato: il dominio non si esercita soltanto sui corpi o sulle istituzioni, ma sulle strutture del desiderio.
Ecco l’attualità di Marcuse! Oggi il dibattito sulla cosiddetta intelligenza artificiale oscilla tra l’entusiasmo ingenuo e le profezie apocalittiche. Ma il punto è un altro: quale forma di società si rafforza oggi, con gli strumenti che le governance hanno a disposizione? Le definizioni tecniche correnti, come quella proposta dal NIST, descrivono l’IA come un sistema basato su macchine che, a partire da obiettivi definiti da esseri umani, produce previsioni, raccomandazioni o decisioni capaci di influenzare ambienti reali o virtuali. Questa definizione consente di evitare il mito: l’IA non è un soggetto autonomo dotato di coscienza, dispositivi tecnologici progettati ed in grado di classificare, prevedere, raccomandare, ottimizzare.
Il dibattito verte non se tali sistemi siano “intelligenti”. Il fatto è che si inseriscono in una logica di razionalità strumentale: rendono calcolabile ciò che prima era ipotetico, ordinano le priorità di visibilità, anticipano e prevedono preferenze, semplificano e riducono tempi e processi decisionali, favoriscono il controllo dei comportamenti. In altri termini, l’IA in molti dei suoi impieghi non interrompe l’unidimensionalità, l’amplifica a dismisura se si considerano i ruoli delle piattaforme digitali e dei social media. Gli algoritmi non offrono contenuti neutri; selezionano ciò che è programmato rilevante e ne organizzano la visibilità; rinforzano i pattern di attenzione, premiando forme di partecipazione ad alta reattività. La promessa (illusoria) di personalizzazione della scelta, si trasforma in una nuova forma di mancato rifiuto: l’utente si percepisce come libero perché riceve contenuti “su misura”, venendo altresì inserito in un ambiente che restringe il campo del vivibile, del pensabile, dell’opporsi.
Non è finita; l’effetto echo chamber sui social media, ad esempio, è alimentato dall’omofilia delle reti e i bias dell’informazione. Anche l’UNESCO segnala che gli ambienti digitali e i feed algoritmici rafforzano echo chamber; lo spazio pubblico condiviso è manipolato e acriticamente accettato e vissuto, riducendo e annullando quasi l’esperienza del negativo. L’altro da me, il diverso pensatore, il critico negativo non è l’interlocutore necessario e sufficiente, bensì una minaccia, un pericolo, o una caricatura e, nella migliore delle ipotesi, un rumore ignorabile.
L’ulteriore danno è l’impoverimento del linguaggio. Quando questo si riduce a formula standardizzata e ripetitiva, slogan, reazione immediata, esso perde la complessità, la mediazione e il contraddittorio. I social media radicalizzano questa dinamica: premiano la brevità, la polarizzazione, l’identità produttiva, l’aggressività virale, non come effetti collaterali. Il linguaggio non è per la verità o per la riflessione. Il dominio dei poteri non elimina necessariamente la contestazione, la metabolizza: è un’integrazione algoritmica.
I padri fondatori della Scuola di Francoforte, analizzarono l’integrazione attraverso industria culturale; oggi tale integrazione è più sottile, mimetica, subdola, personalizzata: le piattaforme digitali modulano e impongono desideri, attenzioni, priorità cognitive. Costruiscono ambienti comodi e acritici, in cui il piacere della conferma coincide con l’ordine. Le IA non sono periferiche alla teoria critica: ne costituiscono uno dei campi decisivi. La riduzione dello spazio critico, la compressione della sfera pubblica, l’incapacità di immaginare alternative: ecco l’attualità di Marcuse.
Oggi dobbiamo difendere spazi di negatività, di dissonanza; dobbiamo costruire ambiti di riflessione non legati alla logica della prestazione, della visibilità e della conferma. Oggi dobbiamo diffidare, criticare, e se necessario, distruggere e rifondare la società nella quale che viviamo. La lezione di Marcuse è questa: la libertà non consiste nell’accesso a più informazioni o a più connessioni, bensì nella necessità di sottrarsi all’amministrazione dei bisogni, di resistere alla assuefazione del pensabile imposto, e di sviluppare la capacità critica.
“È possibile distinguere tra bisogni veri e bisogni falsi. I bisogni «falsi» sono quelli che vengono sovrimposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari cui preme la sua repressione: sono i bisogni che perpetuano la fatica, l’aggressività, la miseria e l’ingiustizia. Può essere che l’individuo trovi estremo piacere nel soddisfarli, ma questa felicità non è una condizione che debba essere conservata e protetta se serve ad arrestare lo sviluppo della capacità (sua e di altri) di riconoscere la malattia dell’insieme e afferrare la possibilità che si offrono per curarla. Il risultato è pertanto un’euforia nel mezzo dell’infelicità. La maggior parte dei bisogni che oggi prevalgono, il bisogno di rilassarsi, di divertirsi, di comportarsi e di consumare in accordo con gli annunci pubblicitari, di amare o odiare ciò che gli altri amano e odiano, appartengono a questa categoria di falsi bisogni.” (La società a una dimensione, 1. Le nuove forme di controllo, p. 19)

“«Esistenza pacificata». La frase esprime abbastanza poveramente l’intento di riassumere, in una singola idea-guida, il fine della tecnologia già oggetto di ridicolo e di tabù, la causa finale dietro l’impresa scientifica. Se questa causa finale dovesse materializzarsi e diventare operante, il Logos della tecnica aprirebbe un universo di relazioni qualitativamente differenti tra uomo e uomo, e tra l’uomo e la natura. […] La tecnica, come universo di strumenti, può accrescere tanto la debolezza quanto la potenza dell’uomo. Nello stato attuale egli è forse più impotente rispetto al proprio apparato di quanto sia mai stato in passato.” (Le possibilità delle alternative, 9. La catastrofe della liberazione, pp.238-239)
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