Santini di Giorgio Santini

Santini di Giorgio Santini Consulenze professionali, strategiche ed operative.

Il Sabato del Libro (29/08/2026)La MandragolaNiccolò Macchiavelli (1469-1527)Un doppio salto mortale carpiato con avvita...
29/08/2026

Il Sabato del Libro (29/08/2026)
La Mandragola
Niccolò Macchiavelli (1469-1527)

Un doppio salto mortale carpiato con avvitamento, trampolino da un metro. Questa è la miglior presentazione di questo testo, che è in realtà una tra le più belle commedie del Cinquecento italiano ed europeo. Credo che in pochi, che per mestiere non facciamo i docenti di italiano, o i ricercatori universitari, abbiamo letto la commedia di Macchiavelli, divertendoci anche!
Perché consigliare la lettura di un testo teatrale? Sembra essere una contraddizione in termini: un’opera nata per essere vista ed ascoltata, non viene forse maltrattata per la sua natura di lettura altra, con altri sensi? Sono convinto che assistere dal vivo, in un teatro possibilmente non troppo grande, possa essere la miglior condizione di fruizione: ricordo di aver acquistato il libro nel 1980, dopo aver assistito alla sua rappresentazione teatrale in televisione, credo nel 1978 o 1979 (ebbene sì, allora la RAI trasmetteva anche “prodotti” così!). Non avrei mai pensato di riprendere in mano dopo così tanti anni il volume. La sua attualità è pari alla modernità dell’argomento; rapido riassunto per chi non conosce la commedia: si svolge a Firenze nel 1504. Callimaco è innamorato di Lucrezia, moglie dello sciocco dottore in legge messer Nicia, che si cruccia per la mancanza di figli. Con l'aiuto del servo Siro e dell'astuto amico Ligurio, Callimaco, in veste di famoso medico, riesce a convincere messer Nicia che l'unico modo per avere figli sia di somministrare a sua moglie una pozione di mandragola (da qui il titolo della commedia), ma il primo che avrà rapporti con lei morirà. Ligurio quindi propone a Nicia una geniale soluzione, cioè che a morire sia un semplice garzone: Nicia si tranquillizza in parte, ma rimane comunque perplesso, visto che qualcuno dovrà giacere con sua moglie, che però è l'unica a farsi scrupoli (non se li fanno né la madre né il frate confessore di Lucrezia). Naturalmente Ligurio ha pensato all'amico Callimaco, che spasima per Lucrezia: infatti non vi sarà nessun garzone come vittima predestinata, bensì sarà lo stesso Callimaco a travestirsi da tale. In una famosa e molto divertente scena, il garzone-Callimaco viene colpito, portato a casa di Nicia e poi infilato nel letto insieme a Lucrezia. Questa, che nel frattempo è stata convinta a consumare il rapporto adulterino da fra' Timoteo, accetta, e nel momento in cui scopre la vera identità di Callimaco, passa con lui una piacevolissima notte e decide di diventare sua amante. Dopo la notte degli inganni, assunte nuovamente le sembianze del medico, Callimaco ottiene dall'inconsapevole Nicia, contento della futura paternità, il permesso di abitare in casa sua e quindi di godere, non visto, delle grazie di Lucrezia. (Fonte: Wikipedia).
Tralascio naturalmente le considerazioni sulla bellezza dell’italiano/fiorentino usato nel testo, che si intende facilmente, ma che diventa ancor più chiaro se si utilizza un buon accompagnamento di note e di analisi critica. Dove sta la modernità e l’attualità dell’argomento? L’inganno, ecco il vero protagonista. Ed è proprio l’inganno ciò che lega la concezione politica rinascimentale all’epoca contemporanea, dove pur di raggiungere i risultati desiderati, oltre a calpestare il diritto e l’etica, si premia la scaltrezza e l’ignoranza altrui. Nel nostro mondo contemporaneo, dalla politica alla gestione della cosa pubblica, assistiamo al prevalere della feccia sulla capacità intellettuale, e alla ricerca del facile consenso utilizzando slogan (“saper di latino”) capaci di irretire la massa acritica della popolazione (Nicia), disposta a tutto pur di soddisfare un proprio desiderio di presunto status. C’è una differenza però: a noi mancano i Principi ai quali Macchiavelli si rivolgeva con i suoi trattati e le sue ambasciate. Come pubblico, cerchiamo di capire quanto ci dicono i protagonisti della commedia, e usiamo il nostro spirito critico!
Frate: «Io voglio tornare a quello che io dicevo prima: Voi avete, quanto alla conscienza, a pigliare questa generalità, che, dove è un bene certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a Messere Domeneddio; il male incerto è che, colui iacerà, doppo la pozione, con voi, si muoia: ma è si truova anche di quelli che non muoiono. Ma perché la cosa è dubbia, però è bene che messer Nicia non corra quel periculo. Quanto all'atto, che sia peccato, questa è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltre di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose: el fine vostro si è riempire una sedia in paradiso, contentare il marito vostro. Dice la Bibbia che le figliuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorno con el padre; e, perché la loro intenzione fu buona, non peccorno.» (Atto terzo, scena undicesima)
https://www.google.it/books/edition/_/t2m6BQAAQBAJ?hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwj7-L-J2r6WAxW1RkEAHRO6ElUQ7_IDegQICxAI

Il Sabato del Libro (22/08/2026)Il deserto dei TartariDino Buzzati (1906-1972)Lo scorso sabato, ho consigliato la lettur...
22/08/2026

Il Sabato del Libro (22/08/2026)
Il deserto dei Tartari
Dino Buzzati (1906-1972)

Lo scorso sabato, ho consigliato la lettura dell’Enciclica di Papa Leone XIV Magnifica humanitas. Sarà la mia guida per le lezioni delle classi terze delle secondarie di primo grado che mi saranno affidate. Una lettura corale, alla ricerca dei significati delle parole ed alla lettura del tempo e dei tempi; una parte delle lezioni sarà sicuramente segnata come Educazione Civica. So con certezza che sarà complicato catturare l’attenzione di queste creature preadolescenziali, ma non ho alternative per “giocare con le parole”, per avere la speranza che nel futuro un germoglio – forse – possa nascere da un ricordo di questo tempo trascorso insieme. Perché allora oggi parlo di un libro letto e riletto da sempre? Ero proprio in terza media, usavo senza ritegno la biblioteca scolastica, e questo libro fu una delle prime rivelazioni sul mio carattere, e che ancor oggi un caro amico mi ricorda: il “facile entusiasmo” del tenente di prima nomina Giovanni Drogo, mi si cuce addosso come una camicia su misura.
Il deserto dei Tartari venne pubblicato nel 1940, e consegnato per i tipi di Longanesi nel 1939, l’anno di inizio della Seconda guerra mondiale. È la storia di vita di un uomo solo, del quale il “facile entusiasmo” va e viene per tutta la durata della sua vita adulta, che da quattro mesi di prevista permanenza alla fortezza Bastiani (omonimo nome di un mitico produttore di vini di Cormons non più esistente) farà trascorrere quarant’anni di presenza e di presidio, di attese e di rimandi, di drammi amplificati dalla lontananza, dal silenzio, dalla solitudine, dallo squallore dei regolamenti esistenti in una comunità piccola o dagli eventi tragici – la morte del soldato Lazzari o quella del tenente Augustina – con un crescendo di vacuità nel cuore del protagonista.
Romanzo bellissimo scritto da un pittore e giornalista, a me particolarmente caro per le sue origini e per l’amore per le montagne dolomitiche (c’è il bellissimo sentiero attrezzato 721 a lui dedicato che porta al rifugio Velo della Madonna), è caratterizzato da un racconto di una vita che viene scandita nelle sue pagine in modo quantitativamente originale: si può dire che ci accorgiamo che sono trascorsi anni e anni solo al XXV capitolo su ### totali. L’augurio che mi faccio, e che faccio a tutti i miei cari, è di riuscire a non aspettare le ultime giornate della nostra vita, per apprezzare ciò in cui abbiamo creduto, sperato, desiderato, nel corso della terrena esistenza.
«A poco a poco la fiducia si affievoliva. Difficile è credere in una cosa quando si è soli, e non se ne può parlare con alcuno. Proprio in quel tempo Drogo si accorse come gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangano sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé la minima parte; che se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita.» (cap. XXIV)
https://www.google.it/books/edition/Il_deserto_dei_Tartari/8mn06ymSh8kC?hl=it&gbpv=0

Il Sabato del Libro (15/08/2026)Magnifica humanitasPapa Leone XIV – Robert Francis Prevost (1955-) Silenzio. Passata l’e...
15/08/2026

Il Sabato del Libro (15/08/2026)
Magnifica humanitas
Papa Leone XIV – Robert Francis Prevost (1955-)

Silenzio. Passata l’euforia dell’industria culturale, terminati i commenti, le analisi, le facezie finto intellettualoidi di tiktoker e influencer, gli stupori di divulgatori e presentatori del branding di te stesso, settembre, le narrative e i commentari di volti e penne – cattolicissimi o meno – che si sono sbizzarriti in instant book, trasmissioni radiotelevisive ad hoc e podcast orecchiabilissimi. In parole povere, è finito il fastidio; tutti noi abbiamo sopportato forse per troppo tempo, l’ennesima considerazione profonda di un uomo di chiesa, addirittura di un Papa. Il mondo è talmente stanco di chi chiede pace, rispetto, amore, coerenza, che siamo arrivati a celebrare due lutti cittadini per due uomini, Franco Baresi e don Paolo Mazzi. Stessa città stessa chiesa. Affetto da parte mia per Baresi, ancor giovane ed esempio di sportività, correttezza e fedeltà alla maglia (Magnifica humanitas, cap. quinto, p.202). Affetto e ammirazione per un prete che non ha avuto paura di sporcarsi le mani (Magnifica humanitas, introduzione, 16. p. 21). Se andate a vedere le foto che l’ANSA pubblica sul suo sito, di entrambe le cerimonie, vi renderete conto però che degli uomini di Dio, alle masse (gente, popolo, e altri sinonimi roboanti), frega niente, ma proprio niente di niente. Niente. Nell’assolata Milano, si sono sentati i cori dei milanisti ed il silenzio dei cristiani, il brusio degli ultimi salvati forse. Ecco allora che l’esercizio che ho portato a termine negli ultimi due mesi – la lettura e lo studio per quanto nelle mie capacità – mi fa urlare silenziosamente, quasi fossi solo fuori dalla fortezza, al confine del deserto dei Tartari.
Il costo del volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana è di 2,90 euro (con 1,76 euro potete anche acquistare un Vangelo, nel caso vi incuriosisse il povero Cristo e la Sua Parola). Poi ci sono le versioni commentate, prefate e postfate di grandi nomi anche appartenenti al clero, che vi spiegano come leggere e soprattutto, vi dicono cosa ha detto il Papa veramente; non crederete che il Papa vi abbia detto tutto, no? E allora meglio leggere la lettura del testo da parte di “chi ne sa”, invece che impegnarsi a comprendere il testo originale, spendendo allora cinque o sei o dieci volte di più, volumi rifiniti in oro e argento, in brossura o con copertina rigida. Vi assicuro che l’estensore dell’enciclica si esprime con un linguaggio semplice e non banale; affronta con chiarezza e rimandi sempre appropriati ad altri testi (recuperabili gratuitamente online, come tute le encicliche e i testi liturgici) i temi trattati, che sono plurimi e votati alla comprensione, al dialogo col divino, alla costruzione della Pace e del rispetto attraverso l’amore di Dio.
Due personaggi sono centrali in questo testo. L’Uomo e Dio, Uomo come immagine e somiglianza di Dio. Ed attorno a questo rapporto, a questa relazione bella e difficile per noi, tutta l’enciclica riassume con grande intelligenza la storia della dottrina sociale della Chiesa, riportando testi fondamentali ed oggi a volte dimenticati dai sacerdoti, che oltre a dimenticare il Dio misericordioso lasciano scivolare sulle loro teste le grandi encicliche dei secoli XIX e XX, e soprattutto ciò che è il Concilio Vaticano Secondo.
Ciò che i superficiali commentatori hanno fatto (ho letto una frase di questo tipo: “riassumendo la parte laica dell’enciclica”, come se fosse possibile isolare il sole da un tramonto…), è stato praticamente ignorare proprio i principi evangelici del percorso sempre in itinere della dottrina sociale della Chiesa: sussidiarietà e solidarietà.
Le considerazioni del Papa sull’intelligenza “artificiale” sono proprio il completamente ed il prosieguo della dottrina sociale della Chiesa, e la conferma dell’uomo quale essere immagine e somiglianza del suo Creatore.
Vi invito a leggere con passione e concentrazione questa enciclica, e di fare lo sforzo di recuperare anche quelle lettere e quei documenti richiamati nella Magnifica humanitas: sono gratuiti on line, sul sito del vaticano. Pace a voi.
«In un mondo attraversato da tante manovre che puntano a conquistare mercati e spazi di influenza, spesso rivestite da retoriche rassicuranti e costruzioni ideologiche seducenti, il nostro cuore avverte il bisogno di scoprire un disegno diverso, sapiente e benevolo, simili a quello che Maria contempla nel Magnificat, quando proclama che di generazione in generazione la misericordia di Dio si stende su quelli che lo temono. Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale.» (Conclusione, 230. Il verbo si è fatto carne, pp. 215,216)
https://www.libreriaeditricevaticana.va/it/leone-xiv/970-magnifica-humanitas.html

Il Sabato del Libro (08/08/2026)Aspetti del nuovo radicalismo di destraTheodor W. Adorno (1903-1969)«Il 6 aprile 1967 Th...
08/08/2026

Il Sabato del Libro (08/08/2026)
Aspetti del nuovo radicalismo di destra
Theodor W. Adorno (1903-1969)

«Il 6 aprile 1967 Theodor Adorno tenne una conferenza all’Università di Vienna il cui valore va ben oltre l’aspetto puramente storico e che può aiutarci a comprendere il tempo che stiamo vivendo. Risalendo alle origini del consenso ottenuto dei movimenti radicali di destra, il filosofo intendeva chiarire le ragioni dell’ascesa dell’NPD, formazione di destra che all’epoca stava registrando un certo successo nella Repubblica Federale Tedesca. Adorno mette in luce e collega tra loro in modo inedito vari elementi: il congegno sofisticato della propaganda e l’antisemitismo, il connubio tra perfezione tecnologica e un “sistema folle”, l’individuazione di un caprio espiatorio e l’odio ostentato verso gli intellettuali di sinistra e la cultura in generale, la tendenza del capitale alla concentrazione e la paura diffusa di perdere il proprio status sociale. Oggi lo “spettro” a cui la conferenza è dedicata non solo non si è dissolto, ma assume nuove ed inquietanti sembianze. Diventa dunque ancora più importante prendere coscienza dei meccanismi dell’agitazione fascista e dei fondamenti psicologici e sociali su cui poggia. Nella consapevolezza che “se non si vogliono affrontare sul serio queste cose, bisogna richiamare in modo perentorio gli interessi di coloro ai quali la propaganda si rivolge. Ciò vale soprattutto per i giovani che devono essere messi in guardia”.» (dalla seconda di copertina).
Sono liberale einaudiano, cattolico praticante. Da sempre, per educazione, per ambiente, per convinzione. Non sono mai stato comunista – seguace del socialismo reale quale applicazione del marxismo in versione leninista ed internazionalista – con il cosiddetto cervello all’ammasso, non sono mai stato un fascista – nostalgico del ventennio o di nuovi profeti del “siamo qui noi fratello – con il cosiddetto cervello all’ammasso. Basta questa identificazione, per essere, a seconda del periodo storico dominante, inviso all’una e all’altra compagine; deve esserci una particolare congiunzione astrale, oggi, perché credo di essere inviso agli estremisti di entrambi gli schieramenti. Perché il reale problema sono gli estremisti: alle mie ragazze ed ai miei ragazzi, ho spiegato dal primo giorno che la Costituzione Italiana – la più bella del mondo – è nata dalla discussione, a volte aspra e fortissima tra politici anzi, tra statisti, di altissimo livello culturale e di educazione: persone unite da principi (“ragazzi, parliamo di principi, cominciamo ad elencarli!”) e da visioni del futuro (“ragazzi, il vostro futuro è nelle vostre mani, cominciamo a scriverlo insieme?”) che andava oltre i singoli interessi personali o di parte. Gli estremisti ci sono anche al centro, è vero, e tanti danni procurano anche loro. Per questo è indispensabile lottare duramente contro gli estremisti e gli estremismi, sapendo che fanno parte dell’umano e che possono assolvere una loro funzione, per quanto distruttiva e lesiva dell’integrità umana, esattamente il ruolo del lato oscuro della Forza (scusate la citazione).
Questo libro è stato edito nel 2019 in Germania e nel 2020 in Italia: lascio a ciascuno, nel mentre affronterete la lettura pagina dopo pagina, il doveroso attualizzare le visioni del testo: rispettando le differenze dal 1967 all’oggi, tutto trova purtroppo una conferma verso le linee guida che da Mosca a Washington, da Buenos Aires a Tokio, da Roma a Kabul, il radicalismo di destra porta avanti sfruttando l’ignoranza non dei poveri o degli ignoranti, bensì dei vecchi e nostalgici elefanti che fino ad oggi hanno goduto di privilegi e scorciatoie, della finta classe borghese che di borghese non ha più l’intelligenza e tra non molto perderà anche il reddito minimo consentito per definirsi tale, dei funzionari e dei finti politici che si aggrappano al potere che i loro padroni gli permettono di mantenere, finché saranno funzionali ai comodi di questi ultimi; e quasi tutti questi personaggi appartengono alla mia generazione, che ha fallito temo consapevolmente la missione dei fondatori delle democrazie – da Pericle in poi – e delle visioni di pace ed ordine internazionale sorte dall’incubo della seconda guerra mondiale.
Pregevole inoltre è la postfazione di Volker Weiss: l’attualità delle sue considerazioni ha preso ancor maggior forza rispetto a quando le espresse nel 2019: la feccia nel mondo è aumentata di “rumore” e orrende considerazioni, basti leggere ed osservare le, per me ancora, incredibili affermazioni e posizioni dei partiti fascisti in Italia, in Germania, in Spagna, e il campione delle eresie civili e diplomatiche che siede al comando del paese più forte del mondo: «L’Istituto per la ricerca sociale aveva studiato come il fascismo potesse emergere insieme al fordismo. Oggi si interroga su che cosa produrranno i resti della soggettività borghese nell’epoca successiva. La digitalizzazione ha ulteriormente accresciuto quella ”automazione” di cui parlava Adorno. La trasformazione del lavoro umano in settori precari produce ferite anche nell’epoca high tech. Sullo sfondo della decadenza della sinistra, ha ragione Didier Eribon a chiedersi chi oggi “tiene conto” che i superflui, coloro che hanno un’occupazione precaria e ciò che resta del proletariato industriale “sono e vivono, di ciò che pensano e vogliono”. Tutto questo indica una grave carenza nel dibattito a proposito di quelle rivolte autoritarie di oggi che – e non sono certamente le uniche – sono contraddistinte da una forma di razzismo. Viceversa, viene espresso un risentimento che si estende, per esempio, tanto ai socialisti quanto ai liberali. Spesso che si sente minacciato dal declassamento dà la colpa alla miseria, “non agli apparati che lo producono, ma a coloro che si sono contrapposti in chiave critica al sistema nel quale avevano potuto godere di quello status. Coloro che propongono un modello alternativo diventano bersagli prediletti della rabbia, come avviene nel caso dell’estrema destra attuale nei confronti di una sinistra che è da decenni priva di ogni potere effettivo.» (Postfazione di Volker Weiss, pp. 79,80)
Da liberale confido nella forza del dialogo e dell’intelligenza da trasmettere alle future generazioni, da cristiano prego: per chi non ha fede nell’uomo e in Dio, questi due atteggiamenti sembreranno ridicoli e degni di derisione. A costoro, lascio un ulteriore consiglio di lettura e riflessione che riguarda la lettera di San Giacomo Apostolo 2, 14-26, e che trova la sua migliore spiegazione qui (dal sito amicidomenicani.it):
Caro Padre Angelo,
in riferimento al versetto: “Vedete: l’uomo è giustificato per le opere e non soltanto per la fede” (Gc 2,24), potrebbe spiegarmi il rapporto fra fede e opere? È vero che la fede non basta da sola a fare un buon credente se non è accompagnata dalle opere: questa, infatti, impone una conversione del cuore che non può non declinarsi in un atteggiamento aperto verso l’altro. Il precetto cristiano che prescrive di amarsi gli uni agli altri, per coerenza, impone un atteggiamento concreto di attenzione e cura verso il proprio simile. Ma che ne è delle opere senza la fede? Come interpretare il comportamento del filantropo che agisce con slancio umanitario nei confronti del suo prossimo, incurante della fede in Cristo? Che significato dare al suo operato in una prospettiva prettamente cristiana?
Grazie per la risposta.
Giacomo

Caro Giacomo,
1. la fede di cui parla San Giacomo non è solo la virtù teologale della fede, ma comprende anche la speranza e la ca**tà. Qui la parola fede va intesa nel medesimo modo in cui nei Vangeli si parla di fede. E più precisamente secondo il significato che questa parola ha quando esce dalla bocca di Gesù: “Va, la tua fede ti ha salvato”. È in San Paolo che troviamo la fede specificata nei tre atteggiamenti tipi delle virtù teologali: fede, speranza e ca**tà.
2. Opportunamente San Giacomo ricorda che la fede senza le opere, e cioè senza la ca**tà, è morta. Non basta conoscere il Vangelo o sapere che Dio esiste. Per salvarsi è necessario declinare il Vangelo nella nostra vita secondo le parole di Gesù: “Beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,28).
3. Tu mi domandi invece: “che ne è delle opere senza la fede?”. Qui non bisogna fraintendere. Tu intendi le opere come atti di buona volontà, come azioni buone, come quelle compiute da un filantropo, che magari non crede neanche in Dio. Mentre per San Giacomo e anche per San Paolo le “opere” sono sinonimo di ca**tà.
4. Ora la ca**tà è quella virtù teologale che non spinge semplicemente a fare il bene. Ma fa il bene “perché Dio sia nell’uomo e l’uomo in Dio”, come insegna San Tommaso (cfr. Quaest. disp. de caritate, a. 4). Il bene può essere fatto anche senza ca**tà e anche senza la fede. Ma quando lo si fa per motivi di fede e di ca**tà lo si fa per motivi più alti: per dare quelle premesse o quei beni fondamentali che permettono ad una persona di godere non solo di quello che le si dà, ma anche del bene più grande di tutti, di Dio. Per questo la ca**tà è un atto di amore di Dio: perché si ama Dio e lo si desidera nel cuore di tutti.
5. Venendo ora alla tua specifica domanda troviamo la risposta in san Paolo quando dice: “E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la ca**tà, a nulla mi servirebbe” (1 Cor 13,3). Al posto di “per essere bruciato” la Conferenza episcopale italiana ha tradotto “per averne vanto”. Ma il testo greco e latino dice “per essere bruciato”. La Bibbia di Gerusalemme “per essere dato alle fiamme”. “Per averne vanto” è una variante e non lascia al testo il significato forte che gli è stato dato: ci potrebbe essere anche grande filantropia, ma se quelle opere non vengono fatte per Dio non sono ancora ca**tà.
6. Nel commentario di Vincenzo Jacono alla prima lettera ai Corinzi (edizione Marietti) si legge: “Non mancano uomini – osserva il Cornely – i quali sono spinti dalla propria natura a dare le proprie sostanze e persino ad esporsi al gravissimo pericolo di perdere la propria vita per salvare il prossimo. Ora quello che alcuni hanno da natura, altri possono averlo – con dono gratuito – dallo Spirito Santo. Trattasi dunque di eroica misericordia verso il prossimo, non ispirata però dalla virtù della misericordia e molto meno dalla virtù della ca**tà. Anche in questi casi, «in quanto al merito per la vita eterna nulla giova; perché Iddio lo promette solo a chi lo ama». «Se sacrifici anche eroici – fa rilevare l’Allo – fatti per la comunità, possono non essere accettati da Dio, malgrado l’utilità che ne ricevono gli uomini, vuol dire dunque che la ca**tà non ha per oggetto soltanto gli uomini, ma prima Dio, e che sorpassa gli atti più elevati della filantropia»”.
7. Per questo San Tommaso sottolinea che la ca**tà è amore, ma non ogni amore è ca**tà.
È ca**tà solo ciò che viene fatto direttamente o indirettamente per amore di Dio. Ed è per questo che San Paolo dice: “Ma non avessi la ca**tà, non sarei nulla” (1 Cor 13,2). E subito dopo ripete: “Ma non avessi la ca**tà, a nulla mi servirebbe” (1 Cor 13,2).
8. Gesù ha detto: “Come il tralcio non può far frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,4-5). Se si è in peccato mortale le opere buone per quanto animate da grande filantropia non uniscono ancora a Cristo. Pertanto, perché le opere buone abbiano frutto per la vita eterna è necessaria essere uniti a Cristo mediante la grazia che opera attraverso la ca**tà. Infatti “l’uomo con le sue sole facoltà naturali non può compiere opere meritorie proporzionate alla vita eterna, ma si richiede per questo una virtù superiore quale è appunto quella della grazia” (San Tommaso, Somma teologica, I-II, 109, 5).
9. Questo senza escludere che Dio possa donare la sua grazia proprio mentre ci si apre all’amore del prossimo. In tal caso – senza che lo si sappia – uno compie atti meritori per la vita eterna.
Ma di per sé solo ciò che è fatto per motivi di ca**tà, e cioè per amore di Dio, giova.
Mentre ti auguro di avere una ca**tà sempre più grande perché questa è la cosa che più conta, ti ricordo al Signore e ti benedico.
Padre Angelo
Un augurio di un agosto di riposo e ripresa, per chi vorrà dedicare questo tempo alla cura del fisico e dell’anima. Da settembre, si torna alla lotta.
https://www.google.it/books/edition/Aspetti_del_nuovo_radicalismo_di_destra/rQ_WDwAAQBAJ?hl=it&gbpv=0

Il Sabato del Libro (01/08/2026)SiddhartaHermann Hesse (1877-1962)Era giunto il momento di rileggerlo. Accade spesso di ...
01/08/2026

Il Sabato del Libro (01/08/2026)
Siddharta
Hermann Hesse (1877-1962)

Era giunto il momento di rileggerlo. Accade spesso di passare davanti agli scaffali, e sentire un richiamo: può essere un sussurro, un ammiccamento, un urlo, un gestaccio poco urbano, un silenzio prolungato, che magari induce ad una sosta più lunga del preventivato davanti a quei dorso colorati e, talvolta, scoloriti. L’occasione di riprendere in mano questo meraviglioso romanzo, è stata determinata dal fatto che sto preparando le lezioni per il prossimo anno scolastico; nelle prime, affronteremo il tema della religiosità, vedremo insieme alcune religioni che l’uomo pratica, e soprattutto cercheremo i punti di unione; ciò che differenzia è in verità molto meno di quanto di bene e di buono possiamo trovare. Ecco allora che, dovendo trattare anche l’induismo – ovvero l’insieme di religiosità che noi occidentali abbiamo riunito sotto tale termine nel XIX secolo – rileggere Siddharta si vive come una sintesi di quanta sia stata forte e oserei dire violenta, l’influenza di questo insieme di culti nella nostra cultura moderna. Per praticità ecco il riassunto delle caratteristiche della religione induista, secondo la corte suprema dell’India (fonte: Wikipedia):
1. l'accettazione rispettosa dei Veda come la più alta autorità riguardo agli argomenti religiosi e filosofici, e l'accettazione rispettosa dei Veda da parte dei pensatori e filosofi induisti come base unica della filosofia induista;
2. lo spirito di tolleranza e di buona volontà per comprendere e apprezzare il punto di vista dell'interlocutore, basato sulla rivelazione che la verità possiede molteplici apparenze;
3. l'accettazione, da parte di ciascuno dei sei sistemi di filosofia induista, di un ritmo dell'esistenza cosmica che conosce periodi di creazione, di conservazione e di distruzione, periodi, o yuga che si succedono senza fine;
4. l'accettazione da parte di tutti i sistemi filosofici induisti della fede nella rinascita e preesistenza degli esseri;
5. il riconoscimento del fatto che i mezzi o i modi di raggiungere la salvezza sono molteplici;
6. la comprensione della verità che, per quanto grande possa essere il numero delle divinità da adorare, si può essere induisti e non credere che sia necessario adorare le Murti (rappresentazioni) delle divinità;
7. a differenza di altre religioni o fedi, la religione induista non è legata a un insieme definito di concetti filosofici.
Seguire la crescita umana, esperienziale e intellettuale del figlio di bramino, rispecchia ciò che da sempre l’uomo cerca: qualcosa oltre il visibile, oltre la conoscenza della realtà tangibile. La lettura del volume può anche essere veloce, soprattutto se anche voi lo doveste riprendere in mano non per la prima volta. Per chi invece non lo conosce, assicuro un grande piacere nel gustare sia la storia degli uomini che dei luoghi, approfittando della propria intelligenza per assaporare paesaggi, suoni, contesti e parole di una bellezza luminosa e travolgente, calda nelle sue tinte vive così come nei suoi sapori speziati e avvolgenti. Se poi, dopo la lettura, anche per voi il mondo sarà un luogo migliore da abitare, vi dico solo una parola: benvenuti!
«Non scherzo. Dico quello che ho trovato. La scienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, si può viverla, si può farsene portare, si possono fare miracoli con essa, ma dirla e insegnarla non si può. Questo era ciò che da giovane avevo più d’una volta presentito e che mi ha tenuto lontano dai maestri. Ho trovato un pensiero, Govinda che tu riterrai di nuovo uno scherzo o una sciocchezza, ma che è il migliore di tutti i miei pensieri. Ed è questo: d’ogni verità anche il contrario è vero! In altri termini: una verità si lascia enunciare e tradurre in parole soltanto quando è unilaterale. E unilaterale è tutto ciò che può essere concepito in pensieri ed espresso in parole, tutto unilaterale, tutto dimidiato, tutto privo di totalità, di sfericità, di unità. Quando il sublime Gotama nel suo insegnamento parlava del mondo, era costretto a dividerlo in samsara e nirvana, in illusione e verità, sofferenza e liberazione. Non si può fare diversamente, non c'è altra via per chi vuole insegnare. Ma il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi e in noi, non è unilaterale. Mai un uomo, o un atto, è tutto samsara o tutto nirvana, ma è un uomo interamente santo o interamente peccatore. Sembra così, perché noi siamo soggetti alla illusione che il tempo sia qualcosa di reale. Il tempo non è reale, Govinda; questo io l'ho appreso ripetutamente, in più d'una occasione. E se il tempo non è reale, allora anche la discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l'eternità, tra il me il bene, è un'illusione.» (parte seconda, Govinda, pp160,161)
https://www.google.it/books/edition/Siddharta/PXXPzQEACAAJ?hl=it

Indirizzo

Ferrara

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
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