21/08/2026
QUELLO CHE NON ENTRA NELLE FOTOGRAFIE
Diciannove giorni.
5.400 chilometri.
A raccontarli così sembrano soltanto numeri. In realtà, dentro quei chilometri, ci sono mondi.
Abbiamo navigato su un fiume sotterraneo, dentro una grotta a 103 metri di profondità. Siamo scesi nel ventre della terra, là dove la luce scompare e il tempo sembra essersi fermato.
Abbiamo camminato accanto alle bertucce e, inevitabilmente, io ho finito per osservarle come osservo gli esseri umani.
Le ho viste litigare. Fare pace. Cercarsi. Allontanarsi. Proteggersi. Ho visto piccoli che non appartengono soltanto alla madre, perché è il gruppo intero a partecipare alla loro crescita. Una comunità nella quale la cura circola e ciascuno sembra avere un posto anche nella vita degli altri.
E allora ho pensato che forse, quando qualcuno ci dà della “bertuccia”, dovremmo smettere di considerarla un’offesa.
Potrebbe persino essere un complimento.
Abbiamo attraversato borghi medievali nei quali ti aspetti che da un momento all’altro compaia un cavaliere in armatura scintillante e paesini così abbarbicati sulla roccia da richiedere qualche lontana parentela con gli stambecchi per visitarli.
E poi Mont-Saint-Michel.
Un luogo che non assomiglia a nessun altro.
Non abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo nel momento della massima marea, quando diventa davvero un’isola. Eppure basta il movimento dell’acqua intorno alle mura per cambiare il paesaggio e renderlo quasi irreale. Poi entri e scompaiono gli orizzonti: restano pietra, scale, passaggi, salite, discese e viuzze labirintiche. Un borgo che sembra costruito più dall’immaginazione che dagli uomini.
Abbiamo inseguito castelli, abbazie, leggende e tracce dei Templari, perché nei nostri viaggi finiamo sempre per andare alla ricerca anche di ciò che non c’è più.
Siamo entrati nelle antiche prigioni e lì sono state le pareti a raccontare.
Sulla roccia sono rimaste le incisioni dei detenuti: piccoli simulacri, scene di navigazione, figure, segni, riferimenti alle persone amate.
Mi ha colpito quel bisogno di lasciare una traccia proprio nel luogo in cui quasi tutto era stato sottratto.
Incidere una nave, una figura, il riferimento a qualcuno rimasto fuori. Continuare a rappresentare il mondo quando dal mondo si è stati separati.
Come se lasciare un segno significasse opporre qualcosa alla propria scomparsa.
Sono stato qui.
Ho amato qualcuno.
Ho immaginato ancora un altrove.
Forse è questo che mi affascina dei luoghi: non soltanto ciò che mostrano, ma ciò che trattengono.
Le tracce degli uomini sulle pietre e quelle che i luoghi, senza che ce ne accorgiamo, imprimono dentro di noi.
Abbiamo attraversato montagne e mare, caldo insopportabile e improvvisi cambiamenti d’aria, colori, climi e atmosfere completamente diversi. Abbiamo abitato case diversissime tra loro, in quartieri sconosciuti che per qualche giorno diventavano casa e che la mattina della partenza tornavano a essere luoghi di altri.
Anche questo mi piace del viaggio.
Per qualche giorno si abita una vita che non è la propria. Si cambia finestra, strada, panorama, ritmo. Si perdono le coordinate abituali e se ne costruiscono continuamente di nuove.
Forse viaggiare ha qualcosa di profondamente psicoanalitico proprio per questo.
Ci sposta.
Non soltanto nello spazio.
Ci costringe a incontrare l’imprevisto, a rinunciare all’illusione di poter controllare tutto, a fare i conti con tempi che non sono i nostri e con desideri che non coincidono necessariamente con i nostri.
E poi ci sono le risate, gli scazzi, la stanchezza, le attese, gli entusiasmi incontenibili di qualcuno davanti a qualcosa che agli altri interessa pochissimo. Il caldo, la fame, il sonno. Le corse perché si è fatto tardi, i programmi cambiati all’ultimo momento, qualcuno che non è mai pronto e qualcun altro che vorrebbe essere già partito da mezz’ora.
Diciannove giorni insieme sono anche una piccola geografia dei legami.
Ci si aspetta, ci si perde, ci si rincorre, ci si irrita, si ride, si cede, si ricomincia.
E alla fine sono spesso proprio le cose che non avevamo programmato a diventare quelle che ricordiamo meglio.
Torniamo da questa corsa sfrenata con milioni di diapositive nella testa: colori, odori, pietre, acqua, tradizioni, racconti, leggende, fatiche, caldo assurdo, incontri.
E con moltissimo lasciato indietro.
Luoghi che non siamo riusciti a raggiungere, deviazioni che non abbiamo fatto, porte trovate chiuse, strade che avrebbero portato altrove.
Ma forse un viaggio ha bisogno anche di una parte incompiuta.
Forse è proprio ciò che manca a tenere aperto il desiderio.
Se vedessimo tutto, se arrivassimo ovunque, se non restasse più niente da cercare, forse non avremmo più nessuna ragione per ripartire.
Adesso, invece, comincia un’altra vacanza.
Quella sedentaria.
Staremo fermi nel solito villaggio a Jesolo, che negli anni è diventato un luogo familiare. Tornarci assomiglia un po’ a quando, una volta all’anno, si andava a trovare i parenti lontani.
Conosci la strada. Sai cosa troverai. Riconosci i luoghi, le persone, le abitudini.
Dopo tanti giorni trascorsi a cercare l’altrove, torniamo volontariamente al già conosciuto.
E mi piace anche questo movimento.
Perché non abbiamo bisogno soltanto di ciò che ci sorprende.
Abbiamo bisogno dell’altrove, che ci sposta, ma anche del familiare, che ci permette di riconoscerci.
Partire e tornare.
Scoprire e riconoscere.
Perdersi e ritrovarsi.
Alla fine, di un viaggio, restano certamente i luoghi che abbiamo visto.
Ma resta soprattutto una quantità di cose difficili da fissare in un’immagine: una risata in macchina, una frase diventata tormentone, un silenzio, un’attesa, uno scazzo già dimenticato, una deviazione imprevista, la sensazione di essere stati per giorni continuamente insieme e continuamente in movimento.
È questo, forse, ciò che non entra nelle fotografie.
E che proprio per questo finisce per appartenerci di più.
Ora dovrei finalmente stare ferma.
Dovrei.
Perché, conoscendomi, sono abbastanza certa che anche nel luogo più familiare riuscirò a trovare qualcosa da vedere, cercare, organizzare o inventare.
Del resto, lo sguardo non va in vacanza.
E temo nemmeno io. 😂