dott.ssa Chiara Baratelli

dott.ssa Chiara Baratelli Psicoterapeuta - Psicoanalista - Sessuologa clinica

PRIMA CHE IL GIORNO PRENDA PIEDEAdoro seguire il movimento del sole, all’alba e al tramonto. Sono due passaggi opposti: ...
07/09/2026

PRIMA CHE IL GIORNO PRENDA PIEDE

Adoro seguire il movimento del sole, all’alba e al tramonto. Sono due passaggi opposti: il tramonto raccoglie ciò che è stato, l’alba sembra contenere ciò che ancora non è cominciato.

Stamattina ho voluto vederla a Monterosso, uno dei luoghi che mi sono più cari. Un luogo che custodisce la mia infanzia, la mia adolescenza e legami che resistono al tempo e nel tempo.

All’alba il paese si risveglia lentamente. Alcuni turisti se ne vanno, altri arrivano. C’è già chi occupa un posto sulla spiaggia striminzita che tra poche ore sarà gremita e chi entra in acqua per godersi la calma, prima che il mare venga preso dal movimento e dal rumore.

C’è chi fa sport dentro una cornice particolarmente suggestiva: chi corre e chi semplicemente cammina, come me, cercando nel frattempo di cogliere ogni sfumatura di ciò che cambia.

I bagnini aprono gli ombrelloni. Il sole illumina una parte dopo l’altra, come se restituisse progressivamente le cose alla vita. Le increspature del mare, lo sguardo che si perde all’orizzonte, la montagna che sembra sprofondare nell’acqua. Per un po’ si sente soltanto il rumore delle onde; poi, lentamente, quel suono viene coperto dalla vita che prende piede.

Passano persone delle quali si colgono soltanto frammenti di discorsi: un disagio, un problema amoroso, una lite con un’amica. Storie sconosciute che per pochi istanti si lasciano ascoltare e poi proseguono altrove.

Intanto il paese si riempie. Gli abitanti, pur sapendo che il turismo rappresenta la sua risorsa principale, sembrano sempre più privati dei propri spazi e stremati da una presenza che non concede tregua. Anche questo appartiene al risveglio di Monterosso: la bellezza e la fatica di essere continuamente attraversata.

È bello osservare lo stupore sui volti di chi la vede per la prima volta: il mare, la montagna, le case colorate ammassate le une sulle altre. Da lontano ci si domanda come sia possibile passare in mezzo a quell’intreccio; poi, entrando, si aprono vie, viuzze, archi e negozi.

Le Cinque Terre sono anche questo: luoghi che sembrano non avere spazio e che, una volta dentro, continuano ad aprirne.

Forse per questo amo l’alba. Perché non promette che tutto sarà diverso. Mostra semplicemente il momento in cui qualcosa ricomincia a prendere vita.

Un viaggio non è mai soltanto uno spostamento: è sempre un incontro, una scoperta, un apprendimento. Nel nuovo articolo,...
06/09/2026

Un viaggio non è mai soltanto uno spostamento: è sempre un incontro, una scoperta, un apprendimento. Nel nuovo articolo, il nostro viaggio verso Mont-Saint-Michel.
Buona lettura.

Da Ventimiglia a Carcassonne e ritorno: quello che non entra nelle fotografie Diciannove giorni. 5.400 chilometri. A raccontarli così sembrano numeri. In realtà, dentro quei chilometri ci sono mondi. E c’è tutto ciò che, una volta tornati, non sappiamo bene dove mettere. Siamo partiti da Venti...

Ci sono doni che non si misurano per ciò che contengono, ma per la distanza che hanno attraversato e per il pensiero che...
04/09/2026

Ci sono doni che non si misurano per ciò che contengono, ma per la distanza che hanno attraversato e per il pensiero che li ha messi in viaggio.

Dal Senegal a Jesolo, la storia di un incontro inatteso che, estate dopo estate, è diventato un legame.

Vi invito a leggere “L’inaspettato presente”.

L’INASPETTATO PRESENTE Quel dono che viaggia dal Senegal a Jesolo Ci sono persone che entrano nella geografia della nostra vita quasi senza che ce ne accorgiamo. Non perché le abbiamo cercate, ma perché qualcosa, tra noi e loro, accade. Lei la incontro a Jesolo da sei anni. Viene dal Senegal e t...

QUELLO CHE NON ENTRA NELLE FOTOGRAFIEDiciannove giorni.5.400 chilometri.A raccontarli così sembrano soltanto numeri. In ...
21/08/2026

QUELLO CHE NON ENTRA NELLE FOTOGRAFIE

Diciannove giorni.
5.400 chilometri.

A raccontarli così sembrano soltanto numeri. In realtà, dentro quei chilometri, ci sono mondi.

Abbiamo navigato su un fiume sotterraneo, dentro una grotta a 103 metri di profondità. Siamo scesi nel ventre della terra, là dove la luce scompare e il tempo sembra essersi fermato.

Abbiamo camminato accanto alle bertucce e, inevitabilmente, io ho finito per osservarle come osservo gli esseri umani.

Le ho viste litigare. Fare pace. Cercarsi. Allontanarsi. Proteggersi. Ho visto piccoli che non appartengono soltanto alla madre, perché è il gruppo intero a partecipare alla loro crescita. Una comunità nella quale la cura circola e ciascuno sembra avere un posto anche nella vita degli altri.

E allora ho pensato che forse, quando qualcuno ci dà della “bertuccia”, dovremmo smettere di considerarla un’offesa.

Potrebbe persino essere un complimento.

Abbiamo attraversato borghi medievali nei quali ti aspetti che da un momento all’altro compaia un cavaliere in armatura scintillante e paesini così abbarbicati sulla roccia da richiedere qualche lontana parentela con gli stambecchi per visitarli.

E poi Mont-Saint-Michel.

Un luogo che non assomiglia a nessun altro.

Non abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo nel momento della massima marea, quando diventa davvero un’isola. Eppure basta il movimento dell’acqua intorno alle mura per cambiare il paesaggio e renderlo quasi irreale. Poi entri e scompaiono gli orizzonti: restano pietra, scale, passaggi, salite, discese e viuzze labirintiche. Un borgo che sembra costruito più dall’immaginazione che dagli uomini.

Abbiamo inseguito castelli, abbazie, leggende e tracce dei Templari, perché nei nostri viaggi finiamo sempre per andare alla ricerca anche di ciò che non c’è più.

Siamo entrati nelle antiche prigioni e lì sono state le pareti a raccontare.

Sulla roccia sono rimaste le incisioni dei detenuti: piccoli simulacri, scene di navigazione, figure, segni, riferimenti alle persone amate.

Mi ha colpito quel bisogno di lasciare una traccia proprio nel luogo in cui quasi tutto era stato sottratto.

Incidere una nave, una figura, il riferimento a qualcuno rimasto fuori. Continuare a rappresentare il mondo quando dal mondo si è stati separati.

Come se lasciare un segno significasse opporre qualcosa alla propria scomparsa.

Sono stato qui.
Ho amato qualcuno.
Ho immaginato ancora un altrove.

Forse è questo che mi affascina dei luoghi: non soltanto ciò che mostrano, ma ciò che trattengono.

Le tracce degli uomini sulle pietre e quelle che i luoghi, senza che ce ne accorgiamo, imprimono dentro di noi.

Abbiamo attraversato montagne e mare, caldo insopportabile e improvvisi cambiamenti d’aria, colori, climi e atmosfere completamente diversi. Abbiamo abitato case diversissime tra loro, in quartieri sconosciuti che per qualche giorno diventavano casa e che la mattina della partenza tornavano a essere luoghi di altri.

Anche questo mi piace del viaggio.

Per qualche giorno si abita una vita che non è la propria. Si cambia finestra, strada, panorama, ritmo. Si perdono le coordinate abituali e se ne costruiscono continuamente di nuove.

Forse viaggiare ha qualcosa di profondamente psicoanalitico proprio per questo.

Ci sposta.

Non soltanto nello spazio.

Ci costringe a incontrare l’imprevisto, a rinunciare all’illusione di poter controllare tutto, a fare i conti con tempi che non sono i nostri e con desideri che non coincidono necessariamente con i nostri.

E poi ci sono le risate, gli scazzi, la stanchezza, le attese, gli entusiasmi incontenibili di qualcuno davanti a qualcosa che agli altri interessa pochissimo. Il caldo, la fame, il sonno. Le corse perché si è fatto tardi, i programmi cambiati all’ultimo momento, qualcuno che non è mai pronto e qualcun altro che vorrebbe essere già partito da mezz’ora.

Diciannove giorni insieme sono anche una piccola geografia dei legami.

Ci si aspetta, ci si perde, ci si rincorre, ci si irrita, si ride, si cede, si ricomincia.

E alla fine sono spesso proprio le cose che non avevamo programmato a diventare quelle che ricordiamo meglio.

Torniamo da questa corsa sfrenata con milioni di diapositive nella testa: colori, odori, pietre, acqua, tradizioni, racconti, leggende, fatiche, caldo assurdo, incontri.

E con moltissimo lasciato indietro.

Luoghi che non siamo riusciti a raggiungere, deviazioni che non abbiamo fatto, porte trovate chiuse, strade che avrebbero portato altrove.

Ma forse un viaggio ha bisogno anche di una parte incompiuta.

Forse è proprio ciò che manca a tenere aperto il desiderio.

Se vedessimo tutto, se arrivassimo ovunque, se non restasse più niente da cercare, forse non avremmo più nessuna ragione per ripartire.

Adesso, invece, comincia un’altra vacanza.

Quella sedentaria.

Staremo fermi nel solito villaggio a Jesolo, che negli anni è diventato un luogo familiare. Tornarci assomiglia un po’ a quando, una volta all’anno, si andava a trovare i parenti lontani.

Conosci la strada. Sai cosa troverai. Riconosci i luoghi, le persone, le abitudini.

Dopo tanti giorni trascorsi a cercare l’altrove, torniamo volontariamente al già conosciuto.

E mi piace anche questo movimento.

Perché non abbiamo bisogno soltanto di ciò che ci sorprende.

Abbiamo bisogno dell’altrove, che ci sposta, ma anche del familiare, che ci permette di riconoscerci.

Partire e tornare.
Scoprire e riconoscere.
Perdersi e ritrovarsi.

Alla fine, di un viaggio, restano certamente i luoghi che abbiamo visto.

Ma resta soprattutto una quantità di cose difficili da fissare in un’immagine: una risata in macchina, una frase diventata tormentone, un silenzio, un’attesa, uno scazzo già dimenticato, una deviazione imprevista, la sensazione di essere stati per giorni continuamente insieme e continuamente in movimento.

È questo, forse, ciò che non entra nelle fotografie.

E che proprio per questo finisce per appartenerci di più.

Ora dovrei finalmente stare ferma.

Dovrei.

Perché, conoscendomi, sono abbastanza certa che anche nel luogo più familiare riuscirò a trovare qualcosa da vedere, cercare, organizzare o inventare.

Del resto, lo sguardo non va in vacanza.

E temo nemmeno io. 😂

A volte basta una notizia, poche righe, una storia che non conosciamo davvero, e siamo già pronti a schierarci. A decide...
21/08/2026

A volte basta una notizia, poche righe, una storia che non conosciamo davvero, e siamo già pronti a schierarci. A decidere chi ha ragione e chi ha torto, chi è vittima e chi colpevole.

Ma quando abbiamo cominciato a pensare che ogni vicenda umana avesse bisogno di un podio e che spettasse proprio a noi assegnare i posti?

“Chi ci ha messo sul podio?” è una riflessione sulla nostra crescente difficoltà a tollerare la complessità, sul bisogno di trasformare le storie in verdetti e sulla possibilità, forse, di tornare ad ascoltare prima di giudicare.

Un invito alla lettura, ma soprattutto a scendere dal podio.

Chi ci ha messo sul podio? Ci sono vicende umane che sembrano esercitare un’attrazione irresistibile. Non perché ci riguardino direttamente. Non perché le conosciamo davvero. Ma perché ci offrono l’occasione di fare qualcosa che, nel nostro tempo, sembra diventato quasi irrinunciabile: prende...

«Mi faccio bella.»È una frase che diciamo quasi senza pensarci.Prima di uscire, di una cena, di un appuntamento.Un gesto...
13/08/2026

«Mi faccio bella.»

È una frase che diciamo quasi senza pensarci.

Prima di uscire, di una cena, di un appuntamento.
Un gesto di cura, di piacere, di gioco.

Continuano le mie riflessioni, che condivido mentre mi sposto da un luogo all’altro della Francia. Perché, anche in viaggio, ci sono parole e pensieri che continuano a viaggiare con noi.

Questa volta parto da una frase apparentemente semplice e da una domanda: che cosa accade quando “farsi bella” non significa più semplicemente prepararsi a uscire, ma prepararsi a esistere?

La domanda è nata in una stanza d’analisi, dalle parole di una giovane donna che soffre di anoressia.

Da allora ho iniziato ad ascoltare diversamente quel verbo: farsi.

Quando il corpo smette di essere una parte di sé e diventa il luogo in cui cercare il proprio valore, l’immagine rischia di prendere il posto dell’identità.

Da qui nasce il mio nuovo articolo:

«Mi faccio bella. Quando l’immagine prende il posto dell’identità»

Una riflessione sul corpo, sullo sguardo dell’altro e su quel confine sottile tra il desiderio di piacersi e il bisogno di costruire, attraverso l’immagine, la sensazione di valere.

Perché forse la domanda non è soltanto quanto desideriamo essere belli.

Ma chi sentiamo di essere quando nessuno ci guarda.

Di Chiara Baratelli

Fonte: Periscopio.it - l\'informazione verticale https://share.google/UttO05Gz6B2oJDCvI

Considerato che gli spostamenti in questo viaggio sono lunghi nel frattempo scrivo…L’infanzia non si perde all’improvvis...
07/08/2026

Considerato che gli spostamenti in questo viaggio sono lunghi nel frattempo scrivo…

L’infanzia non si perde all’improvviso. Si consuma lentamente ogni volta che gli adulti anticipano i tempi dei bambini, attribuendo loro significati, desideri e ruoli che appartengono al mondo adulto.

Dai “fidanzatini” detti con leggerezza alla sessualizzazione precoce dell’immagine, fino alla richiesta di comportarsi come piccoli adulti, il nostro sguardo sembra faticare sempre di più a riconoscere il valore dell’attesa, del gioco e della crescita.

In questo articolo propongo una riflessione su come stia cambiando il nostro modo di guardare l’infanzia e sulle conseguenze, spesso invisibili, che questo cambiamento produce nello sviluppo dei bambini. Perché il diritto più importante che un bambino dovrebbe conservare è quello di poter essere, semplicemente, un bambino.

L’infanzia perduta. Quando sono gli adulti ad anticipare il tempo dei bambini Quando abbiamo smesso di riconoscere ai bambini il diritto di essere bambini? È una domanda che il nostro tempo impone con sempre maggiore urgenza. Non riguarda una singola scelta educativa, né può essere ricondotta a...

Conosciamo il corpo come mai prima nella storia.Ne monitoriamo ogni funzione, lo correggiamo, lo fotografiamo, lo alleni...
17/07/2026

Conosciamo il corpo come mai prima nella storia.

Ne monitoriamo ogni funzione, lo correggiamo, lo fotografiamo, lo alleniamo, lo misuriamo.

Eppure, proprio mentre diventa sempre più visibile, rischiamo di abitare sempre meno ciò che sentiamo.

Da questo paradosso nasce la riflessione che condivido oggi: un invito a tornare a considerare il corpo non solo come qualcosa da osservare o migliorare, ma come il luogo in cui ciascuno di noi vive la propria esperienza.

Buona lettura

ABITIAMO ANCORA IL NOSTRO CORPO? Mai così visibile. Forse mai così poco abitato. Viviamo nel secolo del corpo. Non c’è mai stata un’epoca che lo abbia osservato tanto. Ne registriamo il battito, il sonno, i passi, la glicemia, il colesterolo. Lo fotografiamo, lo alleniamo, lo correggiamo, lo ...

Sul palco arrivano le luci, la musica, gli applausi.Ma ogni spettacolo custodisce anche un’altra storia. Una storia che ...
14/06/2026

Sul palco arrivano le luci, la musica, gli applausi.

Ma ogni spettacolo custodisce anche un’altra storia. Una storia che il pubblico non vede.

Cambi d’abito in pochi secondi, mani che aiutano altre mani, emozioni che attraversano generazioni diverse, stanchezza, concentrazione, paure che diventano energia condivisa.

Dopo Shakespeare in New York – Urban Story 9 ho provato a raccontare proprio questo: ciò che accade dietro le quinte e che, forse, spiega perché alcuni spettacoli restano dentro molto più a lungo degli applausi finali.

Per chi avrà voglia di leggerlo, vi lascio qui l’articolo.

Di Chiara Baratelli

IL LEGAME IN SCENA Cronaca interiore di uno spettacolo Centosessanta cuori, un solo battito Il giorno dopo restano gli applausi. Restano le fotografie. Restano i video che iniziano a circolare sui telefoni e sui social. Restano i complimenti ricevuti all’uscita del teatro. Ma non è questo che con...

10/06/2026

DAVANTI ALLA COMMISSIONE. DAVANTI A SÉ.

Gli esami che affrontiamo da ragazzi continuano ad accompagnarci per tutta la vita

In questi giorni migliaia di ragazzi stanno affrontando gli esami.

Li attendono da mesi. Li preparano, li immaginano, li temono. E quando finalmente arrivano sembrano occupare ogni spazio disponibile: i pensieri, le conversazioni, il sonno, le giornate.

Per chi li sta vivendo, tutto appare concentrarsi lì.

In quelle domande.
In quel colloquio.
In quel voto che verrà assegnato al termine della prova.

Eppure gli adulti sanno qualcosa che spesso i ragazzi non possono ancora sapere.

Sanno che, a distanza di anni, molto di ciò che è stato studiato verrà dimenticato.

Si confonderanno date, formule, definizioni e programmi.

Ma resterà il ricordo di quei giorni.

Resterà l'emozione dell'attesa.

Resterà il battito accelerato prima di entrare in aula.

Resterà quella particolare sensazione che si prova quando si è chiamati a esporsi in prima persona.

Forse è per questo che gli esami continuano a tornare nei sogni anche dopo decenni.

Quanti adulti, a quarant'anni, sognano ancora di arrivare impreparati a una prova? Di scoprire all'improvviso di dover sostenere un esame che credevano superato da tempo? Di non ricordare una risposta, di non trovare le parole, di essere osservati e valutati?

Sono sogni sorprendentemente frequenti.

E probabilmente non parlano più della scuola.

Parlano della vita.

Perché un esame è una delle prime occasioni in cui si sperimenta qualcosa che accompagnerà ogni essere umano anche dopo l'adolescenza: il confronto con il giudizio, con l'incertezza, con il limite e con il desiderio di essere riconosciuti.

Davanti a una commissione non ci si presenta soltanto con ciò che si è studiato.

Ci si presenta anche con le proprie aspettative, le proprie paure, le proprie speranze.

Con la domanda silenziosa che attraversa ogni essere umano quando viene chiamato a una prova importante: sarò all'altezza?

È una domanda che cambia forma nel corso degli anni, ma che non smette mai davvero di accompagnarci.

La ritroviamo nel primo colloquio di lavoro.
Nella scelta di una professione.
Nell'inizio di una relazione.
Nella nascita di un figlio.

In ogni passaggio che ci chiede di lasciare qualcosa di conosciuto per avventurarci verso ciò che ancora non sappiamo.

Per questo gli esami non sono soltanto una verifica delle conoscenze.

Sono una soglia.

Un momento in cui si scopre che crescere non significa eliminare la paura, ma imparare ad attraversarla.

A tutti i ragazzi che in questi giorni stanno studiando, ripassando e forse dubitando di sé stessi, vorrei allora augurare non soltanto di fare bene.

Vorrei augurare di accorgersi che il loro valore non coincide con un voto.

Che l'emozione che sentono non è un difetto da combattere, ma il segno dell'importanza di ciò che stanno vivendo.

Che l'incertezza fa parte di ogni esperienza significativa.

E che, qualunque sia il risultato, ciò che ricorderanno davvero non sarà il numero scritto su un verbale.

Sarà il momento in cui hanno trovato il coraggio di presentarsi.

Davanti alla commissione.

E, forse per la prima volta, anche davanti a sé.

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Ferrara
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