06/10/2026
La mia analisi sull’accoltellamento avvenuto al Liceo Ariosto di Ferrara oggi sul quotidiano La Nuova Ferrara
Buona lettura!
Titolo: Reggere senza comprendere
“Raptus”: una parola che sembra spiegare l’aggressione al liceo Ariosto e rischia di interrompere ogni domanda. Il fatto che un gesto ci sorprenda non significa che non abbia una storia. Prima, apparentemente, nulla. Poi, la violenza. Che cosa viene cancellato in quel prima?
Resta l’adolescente aggredito. Le ferite non misurano il terrore di trovarsi esposto alla morte nella propria scuola. Un luogo familiare diventa estraneo; tornarvi può significare incontrare ancora quella paura. Va preso sul serio ciò che dovrà attraversare.
Accanto alla vittima, c’è l’enorme disagio dell’aggressore, che non cancella la sua responsabilità ma ci interroga: dove sono gli adulti? Quali presenze, parole e limiti ha incontrato? Chi si è accorto di lui nella scuola? Ferire e volersi uccidere possono intrecciarsi: il male inflitto potrebbe diventare un’accusa contro di sé, una ragione per autorizzare la propria fine, oppure un modo terribile di essere visto quando ci si sente senza valore. Ipotesi da esplorare, non spiegazioni su questo ragazzo.
“La scuola deve essere sicura” diventa una formula vuota se non interroghiamo come la abitiamo. La scuola mostra come funziona la società, nelle sue assenze. Avvicinarsi a qualcuno e chiedergli chi sia, che cosa faccia lì, rende presente una funzione adulta. Il limite deve essere incontrato prima della violenza.
Il controllo serve soprattutto a chi lo esercita: tratta l’angoscia suscitata dal gesto e restituisce una presa su ciò che ha sconvolto le certezze. Sentirsi rassicurati non significa aver ridotto il pericolo. Un metal detector può ostacolare un’arma; chi vuole fare del male può cercare altre strategie. La paura del diverso alimenta il tentativo di arginarlo, espellerlo, eliminarne la presenza, come se così scomparisse il problema.
Il controllo non può sostituire l’ascolto. Si invita ad ascoltare i ragazzi, ma prestare orecchio non basta. L’ascolto psicoanalitico si orienta verso le sfumature dissonanti, una parola che ritorna, una contraddizione, lo scarto tra ciò che viene detto e come viene pronunciato. Si sofferma dove il discorso inciampa, senza affrettarsi a comprenderlo o ricondurlo a un significato rassicurante. Sa reggere ciò che non comprende e sostenere una domanda senza saturarla con una risposta.
Intanto tutti diventano esperti, pronti a giudicare senza conoscere una storia. Leggendo della madre che avrebbe convinto il figlio a presentarsi ai carabinieri, posso solo immaginarne la disperazione. Incontro ogni giorno famiglie esasperate da un disagio difficile da gestire, che si sentono lasciate sole dai servizi. Chi sostiene loro? Essere presi in carico non esaurisce la domanda sulla continuità della cura.
La responsabilità adulta richiede di entrare in relazione, sostenere un limite e reggere anche senza comprendere. Restare quando la sofferenza dell’altro non trova posto nelle nostre spiegazioni, facendo dialogare sguardi e strumenti diversi. Lasciarsi interrogare, anziché cercare rassicurazione.