26/10/2026
Silvio Loffredo nasce a Parigi nel 1920 da genitori originari di Torre del Greco. Da sempre pittore, fin dalla nascita segue le orme del padre, ottimo ritrattista di fine Ottocento, dal quale apprende i primi insegnamenti artistici.
Attratto poeticamente dall’incanto di Firenze, vi si trasferisce stabilmente nel 1947, dove frequenta con successo l’Accademia di Belle Arti della città, che lo vedrà, negli anni Novanta, diventare titolare della cattedra di pittura.
Era un personaggio di media statura, alquanto stravagante, da «pazzerello italo-francese», dai modi gentili ed educati, con un curioso accento derivato dai suoi studi francesi: non sapeva pronunciare i numeri in italiano e li diceva in francese. Anche se quasi sempre trascurato nel vestire, aveva un bel viso nobile ed espressivo, con una folta capigliatura, anche da vecchio, sempre ben rasato.
D’inverno portava con affezione un cappottaccio di lana grigia a lisca di pesce, un po’ logoro, oppure un giubbotto pesante di pelle color cuoio che gli aveva regalato un suo amico pellicciaio. Col tempo e con l’incuria, il cappotto era diventato importabile, come del resto gli altri indumenti, che non ha mai voluto dismettere. Sotto indossava una giacca le cui tasche erano perennemente gonfie e sformate dalle consunte cartoline postali, con i suoi grafiti a penna, quasi sempre bellissimi, per gli amici lontani, pronte a essere imbucate, e dalle lettere di altrettanti amici e colleghi, dei suoi innumerevoli allievi e collezionisti.
Raccontava divertito che, quando incontrava Rosai, questi gli diceva: «Loffredo, vieni qua e fammi vedere l’armadio», alludendo alle tasche dell’amico.
D’inverno, per combattere il freddo, indossava sotto la giacca e la camicia anche quattro maglioni di lana, mentre d’estate rimaneva in giacchetta di fresco di lana, con le solite tasche.
Asta 2270
16-27 ottobre
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