13/09/2026
Abbiamo un problema.
Pare che un quindicenne italiano su due usi l’intelligenza artificiale per fare i compiti.
E già qui vorrei tranquillizzare tutti: copiavamo anche noi.
Solo che noi copiavamo male.
Ed era bellissimo.
C’era quello bravo della classe, che alle 7.55 diventava improvvisamente patrimonio dell’umanità. Arrivava col quaderno e attorno gli si formava una fila che neanche davanti alle reliquie di Padre Pio.
«Fammi vedere matematica.»
«Aspetta, sta copiando Chiara.»
«Chiara muoviti, che entra la prof.»
Quello era lavoro di squadra.
Altro che competenze trasversali.
C’erano i bigliettini miniati a mano, grazie ai quali generazioni di adolescenti hanno sviluppato capacità di sintesi che oggi metà dei laureati mette nel curriculum senza averle mai incontrate personalmente.
Tre guerre d’indipendenza, Cavour, Garibaldi, Mazzini, Plombières e la spedizione dei Mille in sette centimetri quadrati.
Quella era intelligenza.
Artificiale magari no, ma intelligenza sicuramente.
C’era chi scriveva le formule sul palmo della mano.
Chi trasformava il vocabolario di latino in una centrale operativa della CIA.
Chi teneva il Bignami sulle ginocchia assumendo per due ore la posizione ortopedica di un fenicottero con l’ernia.
Chi copiava dal vicino senza capire niente e modificava qualche parola per non farsi scoprire, riuscendo nel piccolo miracolo di trasformare una risposta già sbagliata di suo in una risposta catastrofica.
Quella era selezione naturale.
Se eri incapace persino di copiare, prendevi quattro.
Non arrivava tua madre a spiegare all’insegnante che eri un ragazzo molto sensibile, che attraversavi una fase delicata e che forse il problema era il metodo didattico.
Avevi copiato male.
Quattro.
A casa ti servivano il resto.
E il giorno dopo tornavi a scuola senza che venisse convocata una task force multidisciplinare per elaborare il trauma.
Adesso invece abbiamo industrializzato il fancazzismo.
Scrivi:
«Fammi un tema su Leopardi come se avessi sedici anni.»
E l’intelligenza artificiale te lo fa.
Poi però capisci che se fino a ieri scrivevi qual’è con l’apostrofo e oggi consegni una riflessione sul pessimismo cosmico degna di Walter Benjamin, persino l’insegnante che sta contando gli anni alla pensione potrebbe insospettirsi.
E allora aggiungi:
«Fallo meno bello.»
Qui c’è tutta la grandezza della nostra epoca.
Abbiamo costruito una tecnologia capace di elaborare una quantità sterminata di conoscenza e l’essere umano le chiede:
«Potresti sembrare un po’ più scemo?»
Duecentomila anni di evoluzione per arrivare finalmente alla richiesta di regresso assistito.
E infatti i dati OCSE-PISA raccontano che un ragazzo su cinque nei Paesi OCSE non raggiunge competenze sufficienti contemporaneamente in matematica, lettura e scienze.
Però possiede un telefono da 1.200 euro.
Non sa fare una proporzione, ma può fotografarla.
Non sa dove sia il Kazakistan, ma dispone del GPS.
Non distingue un congiuntivo da una bronchite, ma può chiedere all’IA di scrivergli una lettera motivazionale per entrare all’università.
Inclusione digitale raggiunta.
In Italia, peraltro, non siamo nemmeno messi peggio degli altri. In diversi indicatori stiamo sopra la media OCSE.
Ed è una notizia splendida.
Non perché siamo diventati più intelligenti.
Perché stanno peggiorando gli altri.
È la strategia italiana applicata all’istruzione: non correre più forte, aspetta che agli altri venga l’asma.
La Finlandia arretra, altri sistemi scolastici arrancano e noi recuperiamo posizioni restando sostanzialmente dove siamo.
Una specie di sorpasso da parcheggiati.
Fantastico.
Naturalmente adesso partirà la grande discussione pedagogica.
Bisogna vietare ChatGPT. Bisogna vietare gli smartphone. Bisogna vietare i tablet.
Tra poco qualche sottosegretario proporrà il ritorno al calamaio e alla penna d’oca, possibilmente accompagnato da educazione civica, latino, coding, educazione sentimentale, educazione finanziaria, educazione stradale, educazione alimentare e un breve corso di potatura dell’ulivo.
Tutto a scuola.
Perché ormai alla scuola chiediamo di insegnare ai ragazzi qualsiasi cosa tranne ciò che un tempo, con una certa audacia, pretendevamo insegnassero anche le famiglie.
E qui arriviamo alla parte politicamente scorretta.
Forse alcuni ragazzi non sono vittime dell’intelligenza artificiale.
Forse sono semplicemente pigri.
Lo so.
Parola tremenda.
Non si può più dire.
Bisogna cercare una spiegazione sistemica, educativa, sociale, ambientale, neurologica, algoritmica.
Può darsi.
Oppure forse, banalmente, Kevin non ha studiato.
È una possibilità che terrei sul tavolo.
E magari Kevin non ha studiato perché per quindici anni gli abbiamo spiegato che ogni sua difficoltà doveva necessariamente avere una causa esterna, mentre ogni suo risultato era manifestazione del suo straordinario potenziale.
Quindi se prende nove è brillante.
Se prende quattro bisogna convocare il consiglio di classe.
Anche perché spesso dietro Kevin c’è sua madre.
E dietro sua madre un gruppo WhatsApp.
E a quel punto persino il Ministero dell’Istruzione dispone di una potenza di fuoco inferiore.
Ma non prendiamocela con i ragazzi.
Gli adulti sono magnifici.
Passano quattro ore al giorno sul telefono, condividono articoli senza leggerli, credono a una fotografia perché sotto c’è scritto «NESSUNO VE LO DIRÀ», litigano con sconosciuti sulla geopolitica caucasica dopo aver scoperto l’esistenza del Caucaso diciassette minuti prima e poi, improvvisamente preoccupatissimi, dichiarano:
«Questi giovani non hanno più capacità critica.»
Certo.
Glielo dice zio Franco, che ha appena condiviso la foto di un coccodrillo a Venezia con scritto:
“I MEDIA TACCIONO.”
Quindi no.
Non credo che l’intelligenza artificiale renderà stupidi i nostri figli.
Sarebbe attribuirle poteri che non possiede.
Per diventare stupidi siamo sempre stati perfettamente autosufficienti.
L’intelligenza artificiale ha semplicemente democratizzato il processo.
Una volta, per non sapere niente, bisognava almeno impegnarsi a non studiare.
Oggi puoi non sapere niente, consegnare un tema da nove, avere tua madre che protesta perché meritavi nove e mezzo e pubblicare una storia su Instagram spiegando che la scuola italiana non valorizza il talento.
Questo sì che è progresso.
Non abbiamo sconfitto l’ignoranza. Le abbiamo dato il Wi-Fi.