FutureFly - Coaching per Volare

FutureFly - Coaching per Volare Programmi per la tua centratura personale e per la tua autodeterminazione professionale

Siamo professioniste capaci di accompagnarti nel tuo cammino di centratura e di autodeterminazione valoriale.

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ORA VADO IN VACANZA, me lo merito!Come?Dopo un anno di lavoro questo è il premio che mi merito.Quando mi sono sentita st...
31/05/2026

ORA VADO IN VACANZA, me lo merito!

Come?

Dopo un anno di lavoro questo è il premio che mi merito.

Quando mi sono sentita stanca, avevo sottovalutato il rischio di ammalarmi come poi è successo. Ce n’è voluto poi per guarire davvero e per riuscire a riposare, chiedere permesso a me stessa e prendermi il tempo necessario per tenermi bene in salute.

Cosa è cambiato?

Ho scelto di essere me stessa.

Mi affido al mentore giusto per me e capisco che il tema dell’accettazione è relativo, è stato per me più un tema di “perfezione relazionale” che essendo imperfetta per natura, mi faceva sentire “in qualche modo meno anziché alla pari proprio perché consapevole della mia umana diversità”.

Ritrovo la gioia di esserci, anche quando il momento è difficile, triste, delicato.

Cambia il mio modo di essere e con lui anche il senso del mio lavoro e del mio stare qui, in vita.

"Senza di me nessun stipendio arriva."

Ora, i risultati iniziano ad arrivare e così invece di rischiare di nuovo e di raccontarmi che “il lavoro non aspetta”, scelgo di investire ancora un po’ su di me.

Così faccio, continuo e vado pure in vacanza, me lo merito!

A che pro?

A che pro andare al risparmio su sé stessi fino a stare male?

E magari nascondersi in un falso senso di responsabilità quando manca l’amor proprio?

Me lo sono chiesta spesso, perché a volte restiamo anche quando siamo stanchi, svuotati o malati, per il timore di essere messi da parte, isolati o sommersi da pratiche e urgenze che sembrano importanti.

Poi scelgo di prendermi cura di me stessa e di praticarlo ogni giorno.

Siamo interconnessi, se cade uno, l’impatto è anche sugli altri.

È inevitabile.

Tra adulti possiamo scegliere in autonomia e indipendenza, possiamo fermarci, possiamo continuare ad evolvere e, con noi, anche le persone che ci stanno accanto.

A volte cambiano le priorità, le relazioni e allora anche la vacanza recupera il suo senso.

Mai fatta una vacanza?

Neanche dopo un anno di scuola?

A presto,

Lorena

22/04/2026

DOVE METTI LA TUA ENERGIA?
I 1000 MOTIVI?

C’è un momento nelle organizzazioni in cui inizi a sentire una frizione tra ciò che sei e fai e ciò che pensi ti venga richiesto.

Vuoi portare risultati, per cui entri nelle situazioni con tutta la tua esperienza, intelligenza e sensibilità, e lo fai per 1000 motivi: per spiegare meglio, per incoraggiare chi lavora con te, per aggiungere tutto il tuo sapere.

Questo modo di lavorare stanca, eppure ti funziona, perché le relazioni tengono, nessuno si arrabbia e le cose ti sembra che vadano avanti nel miglior modo possibile.

Giorno dopo giorno diventa un modo di stare dentro una situazione che magari ti piace poco e che, alla fine, senti come l’unica possibile.

Per me significa che così lasci sullo sfondo il tuo passaggio più importante. A che pro?

La tua energia, la promozione, il modello di te che lasci a chi verrà e a chi già c’è.
Per cui la dai in azienda e la porti anche dove la tua esperienza non è richiesta.

Sai anche che, a prescindere da ciò che pensi che gli altri pensino di te, la qualità del tuo lavoro resta.

Alla fine sono le decisioni, quelle che chiedono più fatica, più tempo e più presenza, a far emergere chi cresce davvero.

Sì. E come mai?

Per me è probabile che la tua scelta primaria sia di essere accudente.
È una scelta che stanca e che, allo stesso tempo, resta la più facile per evitare di incidere.

E c’è poi quel punto che pesa: questa tua intromissione nella spiegazione e nella “bona pacis”, quando non è richiesta, non paga.

Brutto o bello, di fatto esula dai patti di lavoro e di relazione tra adulti.

I motivi, come dicevo, possono essere anche più di 1000.

Per cui, che dirti? Che te ne viene?

Alla fine scegli ancora tu anche quando non scegli.
Certo, puoi rischiare di essere impopolare… perdi davvero?

Non so, so che se ti va, ne possiamo anche parlare insieme. Le soluzioni sono molteplici.

A presto, ciao Lorena Bullo

Lorena Bullo
Confidente di Fiducia per CEO e CXO
Leadership Advisor · Executive Coach

09/04/2026

QUANDO TI FISSI
sul tenere una persona nel team, rischi di perdere il team.

E quando si tratta dell’Executive Team, la situazione può diventare rischiosa anche per il business nel suo insieme.

È una sensazione che affiora tra i tuoi pensieri mentre sei immerso nel lavoro, tra priorità che si accavallano e richieste che non aspettano. Proprio quando hai bisogno della tua massima concentrazione, ti ritrovi a fare, rifare, ricordare, tenere insieme pezzi che dovrebbero già stare in piedi da soli.

Poi, in riunione con l’Executive Team, tra professionisti competenti a cui hai dato fiducia e spazio, ti trovi a sostenere tu ciò che non viene più portato fino in fondo.
Il carico si sposta e si accumula, lentamente, sulle tue spalle.

All’inizio dai tempo, cerchi spiegazioni, consideri variabili e intanto compensi, aggiusti, tieni insieme.
Fino a quando diventa evidente che ciò che sembrava un momento è diventato una dinamica, una prassi.

Nel linguaggio del leadership coaching si chiama pattern.

Il team, in superficie, sembra reggere.
Poi qualcosa cambia.

C’è chi inizia a esporsi meno, a rallentare, a dosare il proprio contributo. È una questione di equità percepita, che genera un progressivo allontanamento dalla responsabilità.

È come entrare in campo e restare sulla linea, con una presenza che nel tempo si ritira. Si osserva, si commenta, si leggono le dinamiche, evitando la piena esecuzione.

In sintesi succede che:
1. La responsabilità si sfuma, mentre la presenza formale resta.
2. Presente nel ruolo, assente nella responsabilità.
3. E intanto resti tu a tenere insieme tutto.

Assorbi tensioni, proteggi equilibri, rimandi decisioni che hai già chiare. È una pressione silenziosa, che nasce dentro il team, tra le figure più vicine al vertice, dove supporto e pressione si intrecciano fino a confondersi.

Nel breve questa configurazione sembra sostenibile.
Nel tempo incrina la fiducia e frammenta la squadra.

A questo punto la questione cambia.

Riguarda la qualità della relazione, la responsabilità condivisa, la capacità reale di lavorare insieme.

Sono dinamiche che il CHRO e il COO intercettano con lucidità.
Chi entra nel sistema con uno sguardo libero, come Maria Rosaria Macaluso, le riconosce subito.

È lì che vengo chiamata.
Perché la domanda è già cambiata.

Non è più chi tenere o chi lasciare.
È quale sistema vuoi sostenere davvero.

Da questa scelta dipende la tenuta del team.
E la tenuta del tuo ruolo.



Lorena Bullo
Confidente di Fiducia per CEO e CXO
Leadership Advisor
Founder FutureFly | CEO Coaching · Executive Advisory Board

IL CORPO TI PARLA... E TU CHE FAI?(3° episodio di Edda la neo-CEO di Lorena Bullo) Mentre le settimane scorrono veloci e...
06/03/2026

IL CORPO TI PARLA... E TU CHE FAI?

(3° episodio di Edda la neo-CEO di Lorena Bullo)

Mentre le settimane scorrono veloci e le agende continuano a riempirsi, in Edda, la neo-CEO, c’è un altro tipo di “neo” che prende forma.

Dopo quel primo pranzo, Edda mi aveva ingaggiato a lavorare con lei. Da quel giorno ci vediamo ogni mese: sempre a pranzo, sempre fuori dall’azienda. Si racconta con profonda onestà, si espone e lo fa con naturalezza e sempre di più.

E quando quella mattina di primavera entra in ufficio, qualcosa è già cambiato.

Ma cosa? L’orario è lo stesso di sempre, passa tra i corridoî e saluta, come sempre. Si siede alla scrivania e apre il computer. Come sempre.

Poi prende un foglio dal cassetto e scrive alcune righe. Domande. Le stesse che da mesi si trascinano con lei, le stesse che aveva tenuto a distanza anche da me sin dall’inizio dei nostri incontri a pranzo.

Resta a guardarle per qualche istante. Poi, d’improvviso, prende quel foglio e lo straccia. Ne prende un altro e, con una foga nuova, inizia a scrivere di nuovo. Questa volta qualcosa di diverso: le risposte.

Non fa quasi in tempo a terminare, né a godersi quel momento, che entra Martino, trafelato come al solito, per raccogliere le firme di routine.

Edda firma, come sempre. Nulla di diverso. Eppure Martino se ne accorge subito.

È come se la stanza rispondesse in modo diverso, come se segnalasse una presenza più stabile. Lo pensa tra sé, senza soffermarcisi troppo.

Il registro è completo e lui potrebbe tornare nel suo ufficio. Eppure, prima di uscire, resta ancora un attimo, come in attesa di qualcosa che di solito arriva. La neo-CEO ora lo congeda e lui lascia la stanza.

Poco dopo, Edda chiama Filiberto per avere un punto rapido sulla situazione e decidere il da farsi.

Filiberto entra con la sua sicurezza abituale, pronto a spiegare, rassicurare, coprire. Dopo le prime frasi, per quanto sia piacevole ascoltarlo, Edda lo ferma.

«Questa parte la conosco, Filiberto, grazie. Ora dimmi cosa sta accadendo nella realtà e come intendi portare avanti questo progetto da oggi in poi.

Vorrei che entro Pasqua le persone siano informate e comprendano quali sono gli obiettivi di questa direzione e ciò che serve fare in azienda, per continuare a crescere, costruire e coltivare un ambiente in cui lavorare con gioia. Desidero che ciascuno sappia quanto è importante qui.»

Filiberto si ferma e la guarda. Sorride, come per alleggerire.

Per un attimo pensa a me, alla coach. Il pensiero resta sospeso, come stampato lì, a mezz’aria.

Poi la voce di Edda lo riporta alla realtà e, congedato, riprende il corridoio verso il suo ufficio. Si sente strano ai propri occhi e, dopo pochi passi, si blocca. Invece di proseguire, cambia direzione e va da Martino.

«Ti va un caffè?»

Martino è già in piedi, pronto ad accogliere quell’interruzione. Anche lui si sente irrequieto. Si avviano insieme verso la macchinetta.

«Hai notato anche tu?» «Sì.» «Secondo te…?» «Boh… secondo me sta succedendo qualcosa di grosso.»

Le parole si fermano lì. Il silenzio li accompagna mentre rientrano nei rispettivi uffici.

Le ore passano ed Edda, la neo-CEO nome di fantasia, esce dall’ufficio che è già buio. Sull’uscio sorride. Porta con sé una sensazione nuova, lieve, ancora senza nome.

Avverte che restare nella versione di allora richiede uno sforzo crescente, ormai inaccettabile. La versione che sta emergendo le chiede spazio.

Da quel momento, vedere diventa inevitabile.

Da parte mia, nulla da dire. Solo la sensazione di aver seminato bene.

Nel mio lavoro sono le domande a fare la differenza, perché sono le risposte che già abbiamo che, in passaggi come questi, chiedono presenza. Qui e ora.

Vedere, oppure continuare a non vedere.

Quando una leader arriva lì, compie una scelta. Per sé. Per l’azienda. Per le persone.

continua...

***

Per continuare il confronto, puoi scrivermi a [email protected].

Ci prendiamo uno spazio breve di conoscenza reciproca per capire se e come lavorare insieme, con attenzione all’azienda e alle persone che la abitano.

A presto, Lorena Bullo Leadership Advisor · Confidente di Fiducia per CEO e CXO

QUANDO LA REALTÀ È DIVERSA DA COME CE LA RACCONTIAMOIn questo 2° episodio c'è Edda, la neo-CEO, che arriva ad accoglierm...
02/03/2026

QUANDO LA REALTÀ È DIVERSA DA COME CE LA RACCONTIAMO

In questo 2° episodio c'è Edda, la neo-CEO, che arriva ad accogliermi sulla soglia dell’azienda. Usciamo insieme, saliamo in auto e andiamo al ristorante.
Una volta sedute a tavola, dopo i primi scambi di rito, inizia a parlare.

“Cara Lorena, ti ringrazio di aver accettato questo invito senza esitazione. Per me è importante sentirmi libera di parlare, senza sentirmi giudicata in alcun modo. Ed è una sensazione che ho avvertito subito, sin da quando, questa mattina, sei entrata in sala riunioni.”

Poi si ferma un attimo, come se stesse ascoltando quelle sue stesse parole per la prima volta.

“Con Filiberto, ogni volta, mi sembra di essere ancora la ragazzina di sempre. Con te, invece, è diverso. Con te mi sono vista davvero come la CEO di un’azienda. Ed è la prima volta che lo noto con lucidità e senso di realtà. Perché ti confesso che spesso, anche quando ho la sensazione di esserlo, in realtà non me lo sento addosso.”

La guardo e continuo ad ascoltarla in silenzio e lei riprende.

“Sì, mi è dura dirtelo, ma capisco che sia importante. La verità è che ogni volta che entro in azienda mi sento ancora quella ragazzina spensierata di allora, più che la donna che sono oggi. Figurati se riuscirò mai, davvero, a guidare quest’impresa.”

Abbassa gli occhi sul piatto. E anche la voce.

“So di essere molto diversa da mio padre. Eppure, per lui, ho studiato tanto e ho fatto esperienze in altre aziende e all’estero, anche quando non lo desideravo davvero. Ho studiato tanto per arrivare a essere degna di questo posto.

Sai che c’è? Io avrei voluto solo essere sua figlia. Per come ero, e per come sono ancora: sua figlia."

Alza lo sguardo.

“Eppure è come se, ogni volta che entro da quella porta, qualcosa in me iniziasse a remare contro. È più forte di me. E questo mi dispiace.

Non so che altro dirti. Puoi capirmi? Tu riesci a darmi, se ti va, il tuo punto di vista in questa storia?”

Le rispondo:

“Sì. Ma dimmi: hai davvero voglia di saperlo? Quello che posso dirti è che io vedo davanti a me una professionista. Vedo una donna capace di essere ciò che è, a prescindere da ciò che pensa che gli altri pensino di lei.”

Edda mi guarda e dice: “È interessante quello che dici. Anche se è molto difficile da accettare. È come se io mi sentissi legata da un filo invisibile.”

Aggiungo: “Sai, la tua stessa assistente, questa mattina, mi ha presentata a te come la figlia dell’imprenditore, più che come la CEO dell’azienda. Capisco che, in entrambi i casi, si parli sempre di te. Eppure è una differenza sottile. E molto profonda.”

Pensaci. Se avesse detto il contrario? Oppure qualcosa tipo: ti presento la CEO di questa azienda, che è anche la figlia dell’imprenditore, il campo sarebbe stato diverso.”

La guardo. “Riesco a spiegarmi?”

Lei mi guarda a sua volta, poi abbassa gli occhi sul piatto. “Sì.”

In quel momento arriva il cameriere e ci chiede se desideriamo un dolce o un caffè. Rispondiamo all’unisono:

“Io un caffè, grazie.”

Lui annuisce. “Perfetto, Signore. Per voi due caffè. Arrivano subito.”

Beviamo i nostri caffè. Poi ci alziamo da tavola come due amiche che, terminata la pausa, tornano alle proprie faccende.

Saliamo in macchina e rientriamo in azienda. Lei si dirige verso la direzione. Io verso la reception, dove chiedo di annunciarmi al CFO, con cui avrò la sessione del pomeriggio.

Mentre la reception mi consegna un nuovo cartellino per l’ingresso, il CFO è già pronto ad accogliermi.

L’ufficio di Martino è essenziale: due quadri alle pareti, una bella libreria e un tronchetto della felicità che, nel tempo, è diventato una sorta di baobab che arriva quasi al soffitto. Bellissimo.

Mi accomodo sulla poltroncina di pelle rossa davanti alla grande scrivania di legno chiaro. Iniziamo a parlare.

“Allora Martino, dimmi. Di cosa vuoi parlare oggi? Cosa vuoi portarti a casa da questa sessione?”

Mi guarda e risponde senza esitazione: “Già riuscire a capire cosa sta succedendo in questa azienda sarebbe il miglior risultato che potrei portarmi a casa.”

Sorrido: “Spiegami meglio.”

E lui continua: “Non so dirti come. Ma ho la sensazione che qualcosa sia davvero cambiato. E non è solo perché c’è stato il passaggio generazionale. E nemmeno perché non c’è più il mio ex capo, l’imprenditore.”

Lo guardo “Ok, ho capito. Dimmi di più.” E in quel momento si apre la porta del suo ufficio. È Filiberto.

“Disturbo?” E, rivolgendosi a Martino: “Stamattina stavo guardando con Edda alcune note per decidere sulla nuova implementazione e volevo chiederti se avevi sottomano gli ultimi preventivi."

Si volta mi guarda ed esclama: "Buongiorno Lorena, come va? Non sapevo fossi qui.”

Rispondo: “Sì, in realtà ero qui stamattina per questa sessione, che poi abbiamo deciso di spostare al pomeriggio.”

E intanto, dentro di me, penso: chissà come mai.

Martino intanto risponde: “Sì, certo, adesso ti do tutto. Scusami Lorena, abbi pazienza.”

Gli rispondo: “Fai come se fossi nel tuo ufficio.”

Filiberto accenna un sorriso. “Sì, scusatemi il disturbo. Grazie Martino. Ciao Lorena, e buona continuazione a entrambi.”

Esce.

A quel punto mi accorgo che è già passata più di un’ora. Mi congedo e Martino, un po’ impacciato, mi accompagna verso l’ascensore, continuando a scusarsi e a chiedere di perdonarlo ed io, prima che le porte si chiudano, gli dico:

“Dal mio punto di vista, è comunque una tua scelta. Probabilmente quella che, in quel momento, ti faceva sentire meglio. A prescindere dal fatto che, nello stesso momento, fosse davvero — nella realtà — la scelta migliore.”

Ci salutiamo. Scendo.

continua...

Per approfondire i temi e valutare quanto sia importante per te generare benessere e profitto per te e le tue persone, scrivimi una mail di contatto [email protected]

e ci organizziamo una breve call di reciproca conoscenza.

A presto e grazie, ciao Lorena Bullo

18/02/2026

Quando il CEO condivide lo scopo delle sue scelte,
anche l’HR entra nella direzione.

Presidiare i processi è necessario.
Eppure, ci sono momenti in cui aggiungere coerenza alle decisioni diventa essenziale allineare ruolo, responsabilità e struttura.

Chiarezza dei ruoli.
Responsabilità definite.
Scelte che trovano spazio nell’organizzazione.

Il confronto professionale, riservato e alla pari, va all’essenza e semplifica la complessità: porta ordine dove la decisione diventa direzione.


Lorena Bullo
Leadership Advisor · Confidente di Fiducia

Chi governa organizzazioni complesse spesso rimanda il confronto per eccesso di responsabilità.Il pensiero ricorrente è:...
14/02/2026

Chi governa organizzazioni complesse spesso rimanda il confronto per eccesso di responsabilità.

Il pensiero ricorrente è:
“Se non sono pronto a un percorso strutturato, allora non ha senso scrivere.”

È in questo spazio che molte conversazioni potenzialmente utili si interrompono, anche quando il passaggio è attivo e richiederebbe confronto ora.

Il confronto, quando è fatto nel momento giusto, fa parte della responsabilità di chi governa.

Il primo passo è un confronto di allineamento.


Lorena Bullo
Leadership Advisor · Confidente di Fiducia

ACCORGERSI DI QUANDO LA REALTÀ È DIVERSA DA COME CE LA RACCONTIAMOÈ Edda che arriva ad accogliermi sulla soglia dell’azi...
07/02/2026

ACCORGERSI DI QUANDO LA REALTÀ È DIVERSA DA COME CE LA RACCONTIAMO

È Edda che arriva ad accogliermi sulla soglia dell’azienda. Usciamo insieme, saliamo in auto e andiamo al ristorante.
Una volta sedute a tavola, dopo i primi scambi di rito, inizia a parlare.

“Cara Lorena, ti ringrazio di aver accettato questo invito senza esitazione. Per me è importante sentirmi libera di parlare, senza sentirmi giudicata in alcun modo. Ed è una sensazione che ho avvertito subito, sin da quando, questa mattina, sei entrata in sala riunioni.”

Poi si ferma un attimo, come se stesse ascoltando quelle sue stesse parole per la prima volta.

“Con Filiberto, ogni volta, mi sembra di essere ancora la ragazzina di sempre. Con te, invece, è diverso. Con te mi sono vista davvero come la CEO di un’azienda. Ed è la prima volta che lo noto con lucidità e senso di realtà. Perché ti confesso che spesso, anche quando ho la sensazione di esserlo, in realtà non me lo sento addosso.”

La guardo e continuo ad ascoltarla in silenzio e lei riprende.

“Sì, mi è dura dirtelo, ma capisco che sia importante. La verità è che ogni volta che entro in azienda mi sento ancora quella ragazzina spensierata di allora, più che la donna che sono oggi. Figurati se riuscirò mai, davvero, a guidare quest’impresa.”

Abbassa gli occhi sul piatto. E anche la voce.

“So di essere molto diversa da mio padre. Eppure, per lui, ho studiato tanto e ho fatto esperienze in altre aziende e all’estero, anche quando non lo desideravo davvero. Ho studiato tanto per arrivare a essere degna di questo posto.

Sai che c’è? Io avrei voluto solo essere sua figlia. Per come ero, e per come sono ancora: sua figlia."

Alza lo sguardo.

“Eppure è come se, ogni volta che entro da quella porta, qualcosa in me iniziasse a remare contro. È più forte di me. E questo mi dispiace.

Non so che altro dirti. Puoi capirmi? Tu riesci a darmi, se ti va, il tuo punto di vista in questa storia?”

Le rispondo:

“Sì. Ma dimmi: hai davvero voglia di saperlo? Quello che posso dirti è che io vedo davanti a me una professionista. Vedo una donna capace di essere ciò che è, a prescindere da ciò che pensa che gli altri pensino di lei.”

Edda mi guarda e dice: “È interessante quello che dici. Anche se è molto difficile da accettare. È come se io mi sentissi legata da un filo invisibile.”

Aggiungo: “Sai, la tua stessa assistente, questa mattina, mi ha presentata a te come la figlia dell’imprenditore, più che come la CEO dell’azienda. Capisco che, in entrambi i casi, si parli sempre di te. Eppure è una differenza sottile. E molto profonda.”

Pensaci. Se avesse detto il contrario? Oppure qualcosa tipo: ti presento la CEO di questa azienda, che è anche la figlia dell’imprenditore, il campo sarebbe stato diverso.”

La guardo. “Riesco a spiegarmi?”

Lei mi guarda a sua volta, poi abbassa gli occhi sul piatto. “Sì.”

In quel momento arriva il cameriere e ci chiede se desideriamo un dolce o un caffè. Rispondiamo all’unisono:

“Io un caffè, grazie.”

Lui annuisce. “Perfetto, Signore. Per voi due caffè. Arrivano subito.”

Beviamo i nostri caffè. Poi ci alziamo da tavola come due amiche che, terminata la pausa, tornano alle proprie faccende.

Saliamo in macchina e rientriamo in azienda. Lei si dirige verso la direzione. Io verso la reception, dove chiedo di annunciarmi al CFO, con cui avrò la sessione del pomeriggio.

Mentre la reception mi consegna un nuovo cartellino per l’ingresso, il CFO è già pronto ad accogliermi.

L’ufficio di Martino è essenziale: due quadri alle pareti, una bella libreria e un tronchetto della felicità che, nel tempo, è diventato una sorta di baobab che arriva quasi al soffitto. Bellissimo.

Mi accomodo sulla poltroncina di pelle rossa davanti alla grande scrivania di legno chiaro. Iniziamo a parlare.

“Allora Martino, dimmi. Di cosa vuoi parlare oggi? Cosa vuoi portarti a casa da questa sessione?”

Mi guarda e risponde senza esitazione: “Già riuscire a capire cosa sta succedendo in questa azienda sarebbe il miglior risultato che potrei portarmi a casa.”

Sorrido: “Spiegami meglio.”

E lui continua: “Non so dirti come. Ma ho la sensazione che qualcosa sia davvero cambiato. E non è solo perché c’è stato il passaggio generazionale. E nemmeno perché non c’è più il mio ex capo, l’imprenditore.”

Lo guardo “Ok, ho capito. Dimmi di più.” E in quel momento si apre la porta del suo ufficio. È Filiberto.

“Disturbo?” E, rivolgendosi a Martino: “Stamattina stavo guardando con Edda alcune note per decidere sulla nuova implementazione e volevo chiederti se avevi sottomano gli ultimi preventivi."

Si volta mi guarda ed esclama: "Buongiorno Lorena, come va? Non sapevo fossi qui.”

Rispondo: “Sì, in realtà ero qui stamattina per questa sessione, che poi abbiamo deciso di spostare al pomeriggio.”

E intanto, dentro di me, penso: chissà come mai.

Martino intanto risponde: “Sì, certo, adesso ti do tutto. Scusami Lorena, abbi pazienza.”

Gli rispondo: “Fai come se fossi nel tuo ufficio.”

Filiberto accenna un sorriso. “Sì, scusatemi il disturbo. Grazie Martino. Ciao Lorena, e buona continuazione a entrambi.”

Esce.

A quel punto mi accorgo che è già passata più di un’ora. Mi congedo e Martino, un po’ impacciato, mi accompagna verso l’ascensore, continuando a scusarsi e a chiedere di perdonarlo ed io, prima che le porte si chiudano, gli dico:

“Dal mio punto di vista, è comunque una tua scelta. Probabilmente quella che, in quel momento, ti faceva sentire meglio. A prescindere dal fatto che, nello stesso momento, fosse davvero — nella realtà — la scelta migliore.”

Ci salutiamo. Scendo.

continua...

Per approfondire i temi e valutare quanto sia importante per te generare benessere e profitto per te e le tue persone, scrivimi una mail di contatto [email protected]

e ci organizziamo una breve call di reciproca conoscenza.

A presto e grazie, ciao Lorena Bullo

Il dilemma di Edda, la neo-CEO, la Dottoressa: cosa rimbomba, cosa manca?Lorena BulloLorena BulloConfidente di Fiducia e...
25/01/2026

Il dilemma di Edda, la neo-CEO, la Dottoressa: cosa rimbomba, cosa manca?
Lorena Bullo
Lorena Bullo
Confidente di Fiducia e Leadership Advisor per CEO e CXO · Executive Coach - Founder FutureFly | FlyClub – Belle Teste | T-Time FutureFly

25 gennaio 2026
Edda oggi è CEO, la notizia è ufficiale. È uscito anche sul giornalino cittadino:

“Figlia dell’imprenditore fondatore, eredita l’azienda di famiglia e, con il ruolo di CEO, ne assume il governo. Le auguriamo tutta la nostra stima e successo.”
Era un periodo di relativa pace. L’azienda era finanziariamente sana e questo cambiamento al vertice, almeno per noi osservatori esterni, appariva più che naturale: passaggio generazionale avvenuto, ruolo formalizzato, fiducia dichiarata.

Filiberto è il nome di fantasia del consulente esterno, a contratto annuale rinnovabile, da anni. Ottimo sui processi e sull’innovazione d’impresa. Una sorta di consigliere ad interim ai tempi del padre. È rimasto anche come: figura di continuità, di solidità, di memoria operativa.

Edda che anch'essa porta il nome suo di fantasia, lo conosce pressoché da sempre. Ancora studentessa all’Accademia di Belle Arti, passando in azienda per salutare il padre, spesso lo incontrava nel suo studio. Poi era andata all’estero per l’Erasmus e c’era rimasta. Gli anni erano scivolati via.

Fu dopo il Covid che, con la crisi e l’impegno in una serie di ristrutturazioni, rientrò in Italia, si iscrisse a un altro master, riuscendo a stare a distanza dall’azienda. Sono scelte difficili per tutti.

Oggi, a distanza di oltre un quinquennio, si ritrovano entrambi seduti allo stesso tavolo, alle soglie del Natale, per capire come avviare l’azienda in un programma di sviluppo e digitalizzazione.

"Soprattutto ora che in azienda ci si può tranquillamente dire che:

il contesto è corretto;
le competenze ci sono;
il progetto ha senso."

Quella giorno ero in azienda anch'io e me lo ricordo bene perché era giorno di sessione in presenza in ufficio del CFO Martino mio cliente-coachee, anch'egli col nome di fantasia, per svolgere il suo programma di leadership coaching,

E fu proprio quella mattina che, mentre stavo svettando per i corridoi per arrivare puntuale all'incontro, vengo raggiunta dall'Assistente Premurosa della Dottoressa e invitata ad andare con lei in direzione. Le annuisco e lei mi sorride.

"Le faccio strada" mi dice lei.

"D'accordo Signora, la seguo" le replico io.

Arriviamo, mi apre la porta ed io entro da lei seguita nella sala presidenziale e, mentre vengo invitata a sedermi, l’Assistente Premurosa mi ritira il cappotto e mi chiede se desidero un caffè. Chiedo dell’acqua e mi accomodo.

“La Dottoressa” inizia a parlare e introduce Filiberto, che inizia a raccontare la situazione. E, mentre lo fa, a me qualcosa non torna.

Filiberto espone con chiarezza il progetto che scopro essere già nella testa dell’imprenditore due anni prima.
È preparato, puntuale, conosce bene l’azienda.
Edda lo ascolta, annuisce, comprende. Fa domande pertinenti. Dimostra visione. Sulla carta, il lavoro è fatto bene.

Eppure le decisioni per passare dalla comprensione all’azione restano sospese. Le azioni, anche solo per validare una proposta piuttosto che un’altra, partono e poi rimbalzano da una data all’altra del calendario.

Il tempo si dilata.

E mi chiedo che cosa c’entri io in questa storia, e che cosa vogliano davvero da me.

E mentre loro si perdono in dettagli tecnici e disquisizioni di stile, io mi guardo intorno.

Per un attimo ho la sensazione che i collaboratori siano accovacciati dietro la grande finestra che dà sul corridoio. È facile immaginare che anche loro osservino.

A un certo punto Edda guarda il cellulare, si scusa e si alza. Mi dice che torna subito e mi invita ad avere pazienza. Attraversa gli spazi aziendali come una presenza quasi trasparente.

Nessuno la ostacola apertamente. Nessuno la contraddice.

Mettendo insieme le informazioni raccolte nelle mie visite precedenti, capisco che sono pochi coloro che si muovono davvero attorno a lei. Immagino che anche loro inizino a chiedersi che cosa ci sia e che cosa manchi, cercando spiegazioni spesso rapide e superficiali:

mancanza di leadership?
fragilità legata alla “figlitudine”, all’essere ancora pensata come la figlia, la Dottoressa che forse – e chissà quando – diventerà davvero CEO?
una donna ancora “troppo” per quel ruolo?

Ipotesi facili. Risposte comode.

Forse perché, altrimenti, anche tu sei chiamato a verificare come abiti il tuo ruolo, come costruisci le relazioni, come amministri il tuo equilibrio, anche quando appare maldestro e imperfetto ai tuoi stessi occhi.

Sono ipotesi umane che mi attraversano mentre resto in ascolto.

Nel frattempo, la porta si richiude alle spalle di Edda. Rientra, non torna al suo posto. Ringrazia Filiberto. Ringrazia me per esserci stata. Null’altro.

Capisco che è il momento di lasciare la sala. Saluto e mi congedo. Attraverso il corridoio e torno dal mio coachee, il CFO, che resta seduto nella sua poltroncina, guardandomi come se fossi un’estranea: tra il curioso e il meravigliato, con un’espressione da puzzle.

Lo rassicuro: nulla a che vedere con la sua persona o il suo operato. Gli torna il sorriso. Dopo due battute di leggerezza, fissiamo un nuovo incontro per il pomeriggio ed esco dall’azienda.

Il cielo è ceruleo, l’aria è fresca, profuma di terra bagnata ed io respiro a pieni polmoni. Mi avvio lungo il viale di ghiaia bianca del cortile aziendale che conduce al parcheggio esterno dei visitatori. Arrivata, mi giro a guardare lo stabile della direzione generale. E mentre sono immersa tra me e me in mille pensieri ecco che il cellulare mi suona in mano riportandomi alla realtà in un lampo. "Pronto?"

È l’Assistente Premurosa che mi chiama e dice:

«La Dottoressa Edda chiede se ha ancora tempo e se avrebbe piacere di pranzare con lei in un grazioso ristorante poco distante. Acconsente?»

Le rispondo che acconsento. Lei riprende:

«La Dottoressa Edda chiede anche se per lei va bene attenderla all’ingresso laterale: passerà a prenderla tra due minuti con la sua auto e andrete insieme. La Dottoressa la riaccompagnerà in tempo per la sessione del pomeriggio.»

Le rispondo che va bene e che mi sto già avviando verso il punto indicato. La ringrazio.

«La Dottoressa Edda la ringrazia a sua volta», aggiunge.

***

Quando tutto sembra a posto — ruoli, competenze, progetto — eppure le decisioni vengono rimandate, di rado siamo davanti a un problema di strategia.

Spesso è l'evidenza di una sorta di dilemma.

Un dilemma che emerge in quello spazio sottile in cui tutto si muove e, allo stesso tempo, resta immobile.

È come il rumore assordante del silenzio che in montagna annuncia il distacco di un seracco: non lo vedi arrivare, ma quando accade capisci che una crepa era già lì.

Io sono lì. In ascolto.

Osservo. E comprendo che il compito che mi è stato affidato non è ancora quello che mi compete davvero.

Me ne esco con attenzione e rispetto. Poi arriva una chiamata.

Da quel momento, il mio lavoro inizia davvero.

Alla prossima, Lorena

Lorena Bullo Confidente di Fiducia · Executive Coach · Leadership Advisor Founder FutureFly | Teaming-Time | FlyClub Belle Teste

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