21/01/2026
Nacque in una casa di campagna e scelse di sfidare il mondo a colpi di pedale, quando farlo era considerato quasi una colpa.
Alfonsina Morini Strada venne al mondo il 16 marzo 1891 a Castelfranco Emilia, seconda di dieci figli di una famiglia contadina. La fatica era una compagna quotidiana, ma a dieci anni ne arrivò un’altra, destinata a cambiarle la vita: una bicicletta malandata, rimessa insieme dal padre con pezzi di fortuna. Da quel momento Alfonsina non scese più davvero dalla sella.
Pedalava su strade bianche, tra polvere e fango, mentre attorno a lei cresceva lo stupore. Gareggiava dove correvano soltanto uomini, arrivava spesso davanti a molti di loro, e intanto si guadagnava un soprannome che diceva tutto: “il diavolo in gonnella”. Non per provocazione, ma perché non si fermava mai.
Nel 1915 sposò Luigi Strada, meccanico. Non fu una rinuncia, ma un’alleanza. A Milano lui divenne il suo allenatore, il suo sostegno, il suo scudo contro i pregiudizi. Alfonsina continuò a correre, più forte di prima. Nel 1917 affrontò il Giro di Lombardia come unica donna; arrivò ultima, ma arrivò. Più della metà degli uomini si era ritirata.
Il momento che la rese leggenda arrivò nel 1924, al Giro d’Italia. Unica donna in gara, su strade spietate e con una bici pesantissima, percorse 3618 chilometri. Cadde, si rialzò, riparò il manubrio con un ma**co di scopa e ripartì. A Perugia entrò tra due ali di folla incredula. Non stava soltanto correndo una corsa: stava forzando una porta chiusa da secoli.
Il pubblico la amava, i giornali vendevano grazie al suo nome. Ma il tempo cambiò. L’Italia fascista non voleva donne così. La sua carriera fu lentamente soffocata, senza applausi.
Rimasta vedova, Alfonsina si risposò e aprì a Milano un negozio di biciclette. Per anni lavorò in officina, mani nere di grasso e schiena curva, come se fosse il modo più naturale di stare al mondo. Morì il 13 settembre 1959, improvvisamente.
Poco prima aveva detto di non essere bella né graziosa. Disse solo di avere buone gambe, una figlia da crescere e di non essersi mai pentita.
Aveva ragione. Perché Alfonsina Strada non corse per vincere. Corse per esistere. E da quella sella, nessuno è mai riuscito a farla scendere davvero.