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02/07/2024

Tiempo / Time - di Erri De Luca

In un intervento pubblico a Napoli l’argomento è il tempo.
Premetto che per me non andrebbe usato per le condizioni climatiche. Il vocabolo “tempus” in Latino non si estendeva alla meteorologia. In napoletano è tiempo, con dentro una i sp****la che lo rende guizzante, inafferrabile.
Nel film “Maccheroni” di Ettore Scola, ambientato a Napoli, Marcello Mastroianni dice a Jack Lemmon: “Com’è bello perdere tempo”. Qui il verbo perdere raggiunge il suo miglior risultato. Perdere qui vuol dire impiegare al meglio il proprio tempo disoccupato, libero da obblighi di utilizzo.
Opposto al napoletano tiempo è “Seize the time”, afferra il tempo, parola d’ordine delle Black Panthers, movimento di rivolta dei neri americani, negli anni ’60 e ’70.
Quando si sente di appartenere in massa al ritmo accelerato della storia, ecco che il tempo si fa afferrare da molte mani insieme e si mette a ba***re un suo ragtime fatto di strappi.
“Seize the time” è anche il titolo di un film realizzato nel 1970 dal regista Antonello Branca con i militanti di quel movimento. Oggi si definirebbe docu-fiction, allora era cinema allo stato puro.

Ho conosciuto questi due tempi, diversi tra loro. Quello personale coincide in questo preciso momento con la scrittura. Quello collettivo aveva raggiunto la massa critica, era sceso dal marciapiede e occupava il centro della carreggiata.
Si occupava di mondo con l’avverbio di luogo “qui”, perchè non esisteva il lontano né il laggiù. Usava i verbi all’indicativo presente perchè il futuro era l’opera del giorno in corso.
Oggi so che il tempo è solo un’altra parola per definire la vita.

Erri De Luca, 01 luglio 2024

*Dipinto di Gil Bruvel, Relative Time, 1993

11/08/2023

“Non permettergli mai di ridurti a pensare che vali solo quello che ti pagano”. Michela Murgia.

26/10/2022

700 PREADOLESCENTI IN UNA CHAT DELL’ORRORE: LA DISTRUZIONE DELL'INFANZIA
Oggi da più parti, i media hanno condiviso notizie e particolari relativi all’operazione della Polizia Postale chiamata “Poison", che ha portato alla luce una “community” composta di circa 700 preadolescenti e giovanissimi che si scambiavano immagini di corpi mutilati, abusi sessuali su minori, cadaveri, Hi**er e Mussolini, oltre a video raccapriccianti con atti di crudeltà verso gli uomini e gli animali. Il tutto era spalmato in cinque gruppi Whatsapp e Instagram. Un movimento “tossico” di parole e immagini basato sullo scambio di oltre 85mila messaggi. L’operazione è partita dalla denuncia di una mamma, il cui figlio, all’interno di tali gruppi, aveva subito un’estorsione. Le chat dei ragazzi erano suddivise per filoni tematici: Zoofilo, Splat, Necrofilo, Pedopornografico e P***o. Se ripenso a me quando avevo 12, credo che probabilmente avrei ignorato il significato di almeno 3 di queste cinque parole. E invece 700 giovanissimi, intorno ad esse costruivano messaggi, immagini, video e si scambiavano commenti. Questo è l’ennesimo orrore che come adulti ci vede spettatori impotenti ed educatori incapaci di fornire regole, cornici educative e senso del limite a figli che, nell’età in cui dovrebbero sognare il primo bacio, socializzano condividendo scene di stupri e violenze inaudite. Oggi molti giornalisti mi chiedevano di commentare questa notizia. Perché accadono queste cose orribili? Di chi è la colpa? Perché i genitori non controllano la vita online dei loro figli? Queste domande – così piene di senso – non possono avere una risposta sensata. Perché la vita online messa in mano ad un minore di 10, 11 o 12 anni è una vita che svuota di senso e significato le cose più importanti per cui siamo al mondo. Le relazioni umane diventano esperienze “social” in cui la fragilità narcisistica dei giovanissimi obbliga a presentarsi in una versione “filtrata” e spesso “spogliata” di sé, a caccia di like e validazione del proprio valore. La curiosità e l’esploratività nel territorio della sessualità viene nutrita e alimentata da una pornografia sempre più violenta e senza limiti in cui i corpi, per generare eccitazione e attenzione, devono essere portati alle situazioni più estreme fino alla violenza e alla mutilazione. Stare in una community o in una chat a 12 anni ti può portare all’obbligo di vedere e postare le cose più estreme, più orride, più disgustose in una sorta di gara finalizzata a capire “fin dove sei capace di resistere”. Perché accade tutto questo? Personalmente penso che la ragione sia dentro ad una cultura che non accetta più l’importanza di educare al senso del limite. Nella totale mancanza di percezione del limite, la chat di “Poison” ci dice che questi preadolescenti stanno urlando a gran voce: “Adulti, ma dove cavolo siete? Perché nessuno viene a dirci dove va messo il confine tra ciò che si può e ciò che non si può, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è?”. Forse, davvero noi adulti non siamo più capaci di usare la nostra competenza e autorevolezza adulta per dire ai nostri figli i “no che aiutano a crescere”. Mettiamo nelle loro mani, quando hanno 8 anni (a volte anche prima) strumenti complessissimi che richiedono competenze di utilizzo che a volte noi stessi genitori non abbiamo. Continuiamo ad affermare – e magari anche a credere - che le tecnologie portatili, (gli smartphone in particolare), siano strumenti di cui basta educare il corretto uso per evitare che accadano cose come quelle che oggi i media ci hanno raccontato. Invece gli smartphone non sono strumenti, ma sono “ambienti”, anzi sono “universi” in cui chi entra rischia di perdersi e di farsi molto male. Sono gestiti con criteri paradossali che non tengono in alcuna considerazione i bisogni di crescita dei nostri figli. I siti pornografici sono vietati ai minori di 18 anni ma, attraverso la logica dell’algoritmo, fanno di tutto per richiamare al loro interno la maldestra curiosità eccitata e inesperta, diseducata e ignorante (ovvero che ignora) di bambini e preadolescenti. L’esito di questo mix di ingredienti scapestrati è la normalizzazione dell’orrido, la glamourizzazione del “terrifico”, la scomparsa delle categorie di “bene” e “male”, di “giusto” e “sbagliato”. Perché queste categorie possono esistere solo dentro ad una consapevolezza etica che sa definire regole, limiti e confini. E che lo fa in modo molto chiaro soprattutto per chi questa consapevolezza ancora non la possiede, perché la deve formare grazie alle relazioni educative in cui si trova immerso. I genitori sembrano inconsapevoli di ciò che i loro figli possono vivere nell’online e quindi permettono ai figli di entrarci sempre prima. Addirittura molti esperti sollecitano i genitori a far usare gli strumenti sempre prima, educando a farne buon uso, trascurando di dire che “anche quando educhi al buon uso” poi ti ritrovi ingabbiato in dinamiche dipendentigene, dopaminergiche, manipolatorie che controllano e annullano tutti gli sforzi cognitivi che provi a mettere in gioco, trovandoti così a diventare – nel mondo online – ciò che non avevi intenzione di essere. Del resto, l’online è governato da regole (progettate e attuate dal mondo adulto) che obbligano i nostri figli a fare le peggiori cose che un soggetto in età evolutiva non dovrebbe fare mai. 700 minori dentro ad una chat degli orrori: 700, non 3, non 10, non 30. Bensì 700. Ovvero una scuola secondaria di medie dimensioni. E questi 700 sono stati intercettati perché una mamma ha fatto la denuncia. Ora, per favore, non ditemi più che lo smartphone è uno strumento. Basta semplicemente imparare a usarlo bene. Il problema è immensamente più vasto. E io, oggi più che mai, penso davvero che bisognerebbe vietare l’uso dello smartphone ai minori di 14 anni. Il dibattito è aperto. Condividete con altri genitori e commentate. Qui c’è davvero da imparare ad usare la rete per fare l’unica rete che serve: quella dell’alleanza educativa.

21/06/2022

«Dobbiamo ridurre drasticamente l’orario di lavoro per evitare che la disoccupazione cresca». Per il sociologo è possibile immaginare un mondo del lavoro che l…

01/06/2022

I numeri del Reddito di Cittadinanza testimoniano i reali problemi nel mondo dell'occupazione

10/08/2021

Chiara Saraceno: 'La gran parte dei percettori del reddito di cittadinanza ha bassissima istruzione e bassissime competenze'

27/07/2021

Non so voi, ma io tutte le volte che leggo un titolo su un imprenditore che fa fatica a trovare lavoratori mi chiedo: "chissà quanto li pagano o che condizioni di lavoro propongono per far diventare un sussidio più allettante di uno stipendio?".
Oggi abbiamo una parziale risposta a quella domanda. Sono stati arrestati per sfruttamento della manodopera 11 persone tra cui due dirigenti di Grafica Veneta, una di quelle aziende che era andata sui giornali a lamentarsi di non trovare personale.
Ecco direi che il problema non sono i giovani che non vogliono lavorare o il reddito di cittadinanza, ma lo sfruttamento su cui si basa un pezzo del nostro mercato del lavoro.

14/07/2021

Grazie Ascanio Celestini per essere ancora tra chi continua testardamente a raccontare la verità della sofferenza sociale e non si accontenta di spiegazioni di comodo.

23/06/2021

"Noi diamo ai nostri dipendenti quello che devono avere. Uno stipendio equo rispetto alle loro prestazioni, gli straordinari pagati, il meritato riposo. Non si possono pagare sei ore a chi ne fa tredici, come spesso accade".

L'uomo che vedete nell'immagine si chiama Maurizio Ciavatti ed è un imprenditore. Un imprenditore che non ci sta ad essere associato a chi, in questi giorni, ha accusato i giovani di non voler lavorare, di preferire il divano e il reddito minimo garantito.

Perché Maurizio è il titolare di un hotel, l’hotel Aros di Torre Pedrera, e problemi a trovare lavoratori stagionali non ne ha mai avuti.

Com'è possibile? In un modo piuttosto semplice: garantendo loro una giusta retribuzione e rispettando le ore di lavoro pattuite: non più di 40 a settimana. E con gli straordinari pagati.

"I miei profitti, magari, saranno inferiori ma il valore umano ne beneficerà", racconta oggi. E per non limitarsi alle parole, ha chiesto a Ethicjobs, una startup che si occupa di monitorare le condizioni di lavoro nelle aziende, di certificare il suo hotel.

E così è stato: l'hotel di Maurizio Ciavatti ha ottenuto il riconoscimento di azienda etica.

Perché è questa che dovrebbe essere la normalità.
È così, con dignità, che i lavoratori andrebbero trattati.
Ed è questo il modo in cui gli imprenditori dovrebbero comportarsi. Come Maurizio Ciavatti.

Andrea Costa

Indirizzo

Via Carlo Cattaneo, 24
Lecco
23900

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