07/04/2020
context cafè:
Avete mai sentito l’espressione “dillo con parole tue”? È il modo di dire con cui si incitano gli studenti titubanti e gli innamorati che balbettano nel dichiararsi. Un invito gentile, possiamo dire, ma che ha in sé una menzogna: le parole sono sempre degli altri. Di chi le ha “inventate”, di chi le ha usate e tramandate a noi. Quando entrano in nostra disposizione possiamo prendere atto di ciò che sono, sostenendone e indirizzandone (per infinitesimale parte) la vita futura.
Per non dire della strada non sempre lineare che separa significato, significante e referente, ovvero, con un esempio, il concetto di “mattone”, la parola fatta di elementi fonetici e grafici “mattone” e l’oggetto “mattone” (percepibile quanto ci casca in testa).
Vogliamo complicare ancora un po’ le cose? Aggiungiamo alla lingua ufficiale anche il dialetto, che è lingua quotidiana, del fare, e per questo più vicina ai bisogni essenziali del vivere.
Le parole di Luigi Meneghello (1922 - 2007) illustrano a perfezione questa dicotomia lingua ufficiale/dialetto, che nel contesto altoatesino assume toni particolarissimi
«Ci sono due strati nella personalità di un uomo: sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C'è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un'altra lingua. Questo vale soprattutto per i nomi delle cose.»
Tratto da Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, Feltrinelli, Milano, 1963