Busacca & Associati

Busacca & Associati Modelli originali, strumenti collaudati, opportunità innovative, supporto all'execution.

Busacca & Associati dal 1985 lavora intensamente a fianco dei propri clienti per portarli a conquistare e difendere una posizione competitiva superiore. Busacca & Associati mette a disposizione dei propri clienti opportunità di business innovative, modelli originali, strumenti collaudati e supporto all'execution avendo sempre come obiettivo il Cliente finale, unica reale fonte del vantaggio compet

itivo. I risultati: crescita della base clienti, sviluppo del suo valore, crescita del valore complessivo dell'impresa

Medicina della longevità: vantaggio competitivo per la sanità di domaniL’invecchiamento della popolazione rappresenta un...
25/02/2026

Medicina della longevità: vantaggio competitivo per la sanità di domani

L’invecchiamento della popolazione rappresenta una trasformazione strutturale della domanda sanitaria che sposta il baricentro del sistema dall’intervento episodico alla gestione proattiva e continuativa del rischio clinico. Gli operatori capaci di integrare prevenzione, monitoraggio e assistenza continuativa secondo quattro precise linee strategiche, disporranno di un vantaggio competitivo sostenibile e difendibile.

L’Italia è tra i Paesi più longevi al mondo e presenta una delle quote più elevate di popolazione anziana. Al 1° gennaio 2025 gli over 65 rappresentano il 24,7% della popolazione e la speranza di vita supera gli 85,6 anni per le donne e gli 81,5 per gli uomini. L’allungamento della vita non coincide però con un equivalente aumento degli anni in buona salute: il 57% degli over 65 convive con almeno una patologia cronica e circa un quarto presenta condizioni di multi-cronicità, con un progressivo rischio di perdita di autonomia. La pressione si riflette anche sul piano economico. Nel 2024 la spesa pubblica per il cosiddetto Long Term Care è stata pari all’1,6% del PIL e, parallelamente, l’indebolimento del modello di caregiver familiare riduce la capacità tradizionale di assorbimento del bisogno.
In questo contesto, il valore sanitario si genera attraverso la prevenzione e sorveglianza continua, modelli operativi capaci di ridurre il rischio di aggravamento e perdita di autonomia.
Attorno a questa trasformazione si sta ridefinendo la filiera della prevenzione e gestione delle cronicità:
• Ospedali e gruppi sanitari, chiamati ad ampliare l’offerta integrando prevenzione e percorsi post-acuzie
• Operatori Long Term Care e RSA, orientati verso modelli più integrati e digitalizzati per monitoraggio clinico
• Fondi e assicurazioni, interessati a ridurre il rischio clinico e sinistrosità nel medio-lungo periodo
• Player health-tech e telemedicina, che abilitano monitoraggio continuo e analisi predittiva
• Investitori infrastrutturali, attratti da una domanda crescente nel lungo termine
In questo spazio strategico si collocano le cosiddette Longevity Clinics: non centri di check-up evoluti, ma centri sanitari integrati focalizzati su medicina predittiva, diagnostica avanzata e monitoraggio costante, con l’obiettivo di ampliare l’aspettativa di vita in buona salute. La relazione con il paziente diventa continuativa e basata sulla valorizzazione del dato clinico nel tempo.
Il punto di equilibrio competitivo si sposterà quindi verso chi saprà integrare continuità clinica, dato sanitario e sostenibilità economica. La prevenzione assume così una dimensione industriale e sostenibile, attraverso l’integrazione tra abbonamenti sanitari, pacchetti modulari e coperture assicurative. Il target primario è costituito da una popolazione attiva, con buona capacità di spesa e orientata a investire nella stabilità della propria traiettoria sanitaria prima dell’insorgenza di patologie invalidanti.
La creazione di valore richiede allora una revisione strutturale dei modelli clinici e organizzativi, integrando tecnologie d’avanguardia e logiche economiche coerenti, trasformando l’invecchiamento da fattore di pressione sulla spesa pubblica a motore di sviluppo sanitario ed economico. In questo nuovo paradigma, la fidelizzazione diventa una necessità clinica: la relazione continua permette la raccolta stratificata dei dati necessari alla medicina predittiva e alla costruzione di interventi personalizzati. Le chiavi di successo in questa sfida sono quattro:
• Transizione da modello reattivo a modello proattivo, gestione anticipatoria del rischio clinico
• Segmentazione avanzata della domanda, basata su profilo demografico, comportamentale e di propensione all’investimento in prevenzione, sensibilità al rischio e livello di digitalizzazione
• Modello di business sostenibile, fondato su pacchetti modulari e modelli a canone, facilitando l’integrazione con fondi e assicurazioni
• Integrazione di filiera, tra prevenzione, monitoraggio digitale, assistenza domiciliare e Long Term Care riducendo la frammentazione attuale del sistema sanitario, garantendo continuità del dato clinico
Si tratta quindi di attrezzarsi per presidiare efficacemente la relazione sanitaria lungo l’intero arco della vita.
Gli operatori capaci di integrare prevenzione, monitoraggio e assistenza continuativa costruiranno un vantaggio competitivo difficilmente replicabile.

Precisione chirurgica,  la strategia vincente nei settori ad alta numerosità clientiTelecomunicazioni, utilities, credit...
19/02/2026

Precisione chirurgica, la strategia vincente nei settori ad alta numerosità clienti

Telecomunicazioni, utilities, credito, assicurazioni, grande distribuzione hanno un tratto comune: operano su una base clienti estremamente ampia, milioni di individui, con servizi relativamente omogenei e margini unitari contenuti. In questi settori, l’efficacia del marketing non dipende solo dalla creatività, ma dalla capacità di combinare scala, precisione e continuità.

Dalla campagna al ciclo continuo: marketing come sistema
Le aziende leader stanno abbandonando il modello “a colpi di campagna” per passare a un ecosistema marketing always-on, capace di generare contatti, conversioni e retention in modo continuo. In Francia, Orange utilizza un motore di marketing automation che analizza dati di rete e comportamentali in tempo reale, attivando messaggi personalizzati via app e push notification, con incrementi di conversione a doppia cifra. La logica non è più “lancio – attesa – analisi post”, ma ciclo permanente di micro-interventi, test A/B continui e aggiornamento costante dei segmenti.

Personalizzazione di massa: segmentare per comportamenti, non solo per demografia
Con basi clienti di milioni di utenti, la personalizzazione individuale totale è impraticabile, ma la segmentazione comportamentale permette di avvicinarsi. Le banche retail, per esempio, usano ormai cluster basati su frequenza e tipologia di operazioni, preferenze digitali e propensione al rischio per proporre pacchetti “tailor made”. BBVA (Spagna) ha sviluppato un sistema che riconosce pattern d’uso dei conti correnti e propone upgrade automatici o servizi aggiuntivi (es. assicurazioni viaggi) nel momento in cui il comportamento lo suggerisce. In Italia, Enel Energia ha introdotto segmentazioni su base di consumo e interazione digitale per proporre bundle luce-gas con sconti mirati solo ai clienti che hanno mostrato interesse online per offerte dual fuel, evitando dispersione pubblicitaria.

Multicanalità e phygital: integrare presenza fisica e digitale
Anche nei settori a forte penetrazione digitale, la rete fisica resta strategica. La britannica Tesco utilizza il loyalty program “Clubcard” per raccogliere dati in store e online, creando offerte integrate (es. coupon digitali personalizzati in base agli acquisti offline). Il risultato è un tasso di redemption più che doppio rispetto a campagne non integrate. La chiave è non pensare più ai canali come separati, ma come a un’unica “tela” di punti di contatto coerenti e complementari.

Dati, automazione e AI: il motore invisibile
Dietro le strategie vincenti c’è una solida infrastruttura dati e di marketing automation. Le compagnie assicurative statunitensi come Progressive utilizzano modelli predittivi per identificare i clienti con maggiore probabilità di rinnovo o abbandono, attivando comunicazioni personalizzate con settimane di anticipo. Nel retail, Carrefour Francia utilizza l’intelligenza artificiale per ottimizzare la frequenza e i contenuti delle newsletter in base al comportamento recente (acquisti, aperture, click), migliorando del 30% il CTR medio. In Italia, il settore bancario e assicurativo sta recuperando terreno: molte realtà stanno adottando piattaforme CRM integrate con motori di scoring comportamentale e recommendation engine per proporre servizi aggiuntivi in modo proattivo, anziché reattivo.

Brand e fiducia: non solo performance
In settori “commoditizzati”, il brand resta un fattore competitivo fondamentale. Iliad ha costruito in Italia una base clienti di milioni di utenti grazie a un posizionamento di trasparenza e semplicità: tariffe chiare, zero sorprese, forte coerenza tra messaggio e servizio. All’opposto, operatori con comunicazioni aggressive ma esperienze frammentate hanno visto crescere il churn. Anche utilities e banche stanno riscoprendo l’importanza di programmi di loyalty e customer care coerenti con la promessa di marca: non basta portare dentro nuovi clienti, bisogna mantenerli nel tempo con esperienze credibili e servizi fluidi.

Guardando avanti: precisione, sostenibilità, relazioni
Nei prossimi anni, le strategie di marketing nei settori ad alta numerosità dovranno focalizzarsi su a tre assi:
• Precisione algoritmica, con AI e dati in tempo reale per comunicazioni iper-rilevanti.
• Sostenibilità relazionale, per costruire fiducia e loyalty oltre la promozione.
• Ecosistemi integrati, in cui fisico e digitale collaborano senza frizioni.
Chi saprà orchestrare questi elementi non solo venderà di più: costruirà relazioni scalabili e durature, in un mercato dove la concorrenza è ormai a un clic di distanza.

Creare valore comprendendo i problemi del clienteCapire i problemi che i clienti incontrano nell’acquisto e nell’utilizz...
24/09/2024

Creare valore comprendendo i problemi del cliente

Capire i problemi che i clienti incontrano nell’acquisto e nell’utilizzo di un prodotto o di un servizio consente di lanciare azioni immediatamente efficaci per l’incremento della soddisfazione, della fedeltà e, in definitiva, del valore della base clienti.

In azienda non si ha sensibilità sui problemi che vengono imposti ai clienti. Per poca concretezza, perché i punti di contatto con il cliente sono spesso deformanti, perché ciò che il cliente dice viene ascoltato dal management con il filtro delle proprie convinzioni e dei miti aziendali. Tuttavia, i problemi del cliente sono la fonte prima di spunti per lanciare azioni crash in grado di migliorare radicalmente la customer satisfaction generando un extra-valore per il cliente e per l’azienda.
Cercando di migliorare customer satisfaction e loyalty, le aziende spesso commettono alcuni errori. Se è vero che disporre di un sistema affidabile e standardizzato per la misurazione della customer satisfaction è la premessa essenziale per influenzare con i sistemi incentivanti i comportamenti aziendali, è anche vero che identificare con precisione i pochi problemi chiave che il cliente avverte nel corso della sua customer journey per agire poi su questi con decisione, rappresenta il modo migliore e più sicuro per avere risultati nel breve periodo.

Metriche strutturate o azioni sui problemi?
La realtà è che proprio i problemi che si creano al cliente, più ancora dei benefici che gli si offrono, sono il terreno dove viene vinta o persa la sfida della customer satisfaction.
Una recente ricerca ci dice che in Italia un’azienda su quattro conosce quanto rende ogni cliente, il suo grado di fedeltà o lo share of wallet raggiunto. Una su tre dispone di una qualche strumentazione per la misurazione periodica della customer satisfaction ma solo una su dieci è in grado di fornire una valutazione attendibile dei cinque più importanti fattori che influenzano la soddisfazione della propria clientela. Ma se andiamo più sul concreto le cose si complicano ulteriormente. Invitati ad elencare i dieci problemi maggiormente sentiti dai propri clienti, nella maggior parte dei casi i manager non sono in grado di dare risposte corrette. Nessuno, preso singolarmente, è capace di elencare più di tre dei dieci problemi realmente gravi per il cliente.
Ma come può accadere che manager affermati ed efficienti si rivelino così poco capaci di conoscere i propri clienti e i loro problemi nell’acquistare ed utilizzare i prodotti forniti?
Una prima motivazione è puramente tecnica. I manager sono abituati a discutere utilizzando termini astratti, considerando il cliente una sorta di entità virtuale, che prende esistenza soltanto al momento dell’acquisto, non esistendo prima e cessando di esistere subito dopo. Ne deriva un atteggiamento distaccato nei confronti dei problemi che il cliente deve affrontare per scegliere, acquistare ed utilizzare un prodotto o un servizio. Inoltre, la grande familiarità che i manager hanno con i prodotti che realizzano e vendono li rende assolutamente inadatti a valutare l’impatto di problemi spesso banali che rendono difficile la vita del cliente e ne fanno crollare i livelli di soddisfazione.

Una seconda motivazione deriva dai numerosi punti di contatto con la clientela di cui ogni azienda dispone che, a prima vista, sembrano un valido canale per ottenere segnali ed informazioni, ma che spesso si traducono in fonti di errori di valutazione. La gran parte dei clienti, infatti, non protesta al customer care, semplicemente se ne va. Anche la comunicazione fra acquirente e fornitore spesso è fuorviante. Se un cliente afferma che Il prezzo è eccessivo. raramente è l’importo in sé che viene contestato spesso egli vuole esprimere che ciò che ha ottenuto non giustifica il prezzo pagato.
Un’altra fonte di convinzioni errate sul cliente è costituita dai miti che in azienda vengono a consolidarsi in merito al comportamento, alle esigenze e ai problemi della clientela. Più o meno tutti i manager, ad esempio, sono convinti che i propri clienti si irritino sempre nel telefonare in azienda. Ciò deriva, con ogni probabilità, dall’immagine generalmente negativa dei call center. In realtà i clienti sono tolleranti e pazienti, a patto però che il tempo di attesa sia certo e il problema venga risolto.
Un’altra conseguenza della scarsa visibilità del management sui problemi dei clienti è costituita dai messaggi pubblicitari generici e privi di un obiettivo preciso. Se infatti esaminate una campagna pubblicitaria di successo, con ogni probabilità sarete subito in grado di dire quali problemi quel prodotto si propone in grado di risolvere.

Analizzare i problemi del cliente
Il lavoro di analisi dei problemi del cliente ha come obiettivo finale quello di ottenere una lista di azioni chiara e concreta ed articolata secondo due criteri:
• i differenti segmenti del mercato;
• la fase della customer journey in cui il cliente si trova.
Il lavoro, a sua volta, si articola in tre fasi:
• identificazione dei problemi;
• analisi quantitativa dei problemi;
• definizione dei progetti di azione.

La prima fase consiste in un ciclo di interviste a clienti posizionati nelle differenti fasi della customer journey ovvero clienti che:
• hanno deciso di acquistare il prodotto;
• hanno acquistato di recente il prodotto e lo iniziano ad utilizzare;
• utilizzano il prodotto da tempo ed hanno avuto modo di avvalersi del servizio post-vendita;
• sono in fase di riacquisto e stanno valutando se passare ad un altro fornitore;
• hanno deciso di cambiare fornitore e hanno chiuso la relazione con l’azienda;
• hanno deciso di riacquistare.
Questa prima fase qualitativa genera di norma una lista di 100-150 problemi estremamente specifici da inserire in un questionario che verrà sottoposto ad un campione rappresentativo della base clienti con l’obiettivo di ottenere un valore di importanza e frequenza di accadimento per ciascun problema
La fase successiva è rappresentata dalla somministrazione delle interviste, che di regola viene effettuata via e-mail, ad un campione rappresentativo della base clienti. Il questionario elenca i problemi e chiede semplicemente di attribuire ad ogni problema un voto di importanza ed uno di frequenza. L’ analisi delle risposte permetterà di avere la lista dei dieci problemi maggiormente importanti per tutta la base clienti e di quelli relativi ai diversi segmenti. Ma la stessa analisi ci darà anche la lista dei dieci problemi meno importanti complessivamente e per segmento.
La prima lista ci darà indicazioni estremamente chiare e concrete sulle azioni da mettere in campo per migliorare effettivamente la customer experience, la seconda lista viceversa ci darà indicazioni chiare sulle aree sulle quali è possibile fare savings.
Nella terza fase, sulla base delle evidenze emerse dall’analisi dei questionari, viene definito un piano azioni dettagliato che include anche le metriche per valutarne gli impatti.

Intelligenza artificiale: moda, opportunità o minaccia?Perché oggi tutti parlano di intelligenza artificiale? Semplice, ...
03/05/2024

Intelligenza artificiale: moda, opportunità o minaccia?

Perché oggi tutti parlano di intelligenza artificiale? Semplice, perché la potenza elaborativa e di memoria dei computer è esplosa. Un esempio: un iPhone 15 è 8.000 volte più capiente, 4.500 volte più veloce, 13.000 volte più piccolo e costa 11.000 volte meno del computer che nel 1969 supportò la missione Apollo 11 sulla luna.

Le basi di tutto ciò che oggi viene chiamato Intelligenza Artificiale (IA) vengono poste a fine ‘800 da Charles Babbage che teorizza una allora irrealizzabile “macchina analitica”. Ma è negli anni ’40 che con Alan Turing e la decrittazione di Enigma nascono le prime macchine “pensanti” in grado di simulare operazioni tipiche del cervello umano. Negli anni ’70 nasce, come scienza a sé la cibernetica, che studia come riprodurre meccanicamente i meccanismi cognitivi. Negli anni ’90, con la nascita delle reti neurali, si pongono le basi per i primi software in grado di apprendere dalle esperienze pregresse e generare algoritmi decisionali. Ma è in questo decennio che con l’esplosione delle capacità elaborative e di memoria, unita al crollo dei costi relativi, che si rende possibile la realizzazione di sistemi che realmente approssimano il funzionamento della mente umana.
Se volgiamo spiegare in parole semplici come funzionano “oggi” i sistemi di IA generativa, possiamo pensare a macchine in grado di leggere e assimilare, ad altissima velocità e con enorme capacità di memorizzazione, dati ed esperienze pregresse formulando, sulla base di queste esperienze, soluzioni a problemi anche complessi.
Quali aree professionali si gioveranno prima di applicazioni dell’IA?
• Sanità: nella diagnostica e nello sviluppo, rapido e a costi inferiori, di nuovi farmaci e nuove terapie
• Finanza: in tutte le aree dove devono essere prese decisioni probabilistiche, bilanciando rischi e opportunità
• Logistica: per l’ottimizzazione di percorsi e stoccaggi
• Servizio clienti: nella soluzione di problemi, ottenibile condividendo in linguaggio naturale, knowledge base globali
• Giornalismo e Media: nella generazione di contenuti sulla base di datti pregressi e notizie in tempo reale
• Formazione: nella creazione di supporti formativi estremamente articolati e differenziati per livello e contenuti
• Legale: nel supporto alla formazione di strategie sulla base della giurisprudenza e di esperienze pregresse.
E quali lavori saranno difficilmente sostituiti dalla IA?
• Lavori realmente creativi e di innovazione, nell’arte nella scienza, nell’imprenditoria
• Lavori che richiedono empatia e relazioni interpersonali
• Ruoli di motivazione e leadership
• Ruoli che devono affrontare rapidamente situazioni complesse ed eticamente difficili
E infine, alcuni esempi di opportunità disponibili grazie all’IA?
• Sviluppo di nuovi prodotti e nuovi servizi, per la possibilità di costruire modelli di adozione e di mercato computazionali e non sperimentali
• Miglioramenti radicali e rapidi nella sanità, nella diagnostica, nello sviluppo di nuovi vaccini, nuovi antibiotici e nuovi farmaci,
• Miglioramenti radicali nella medicina preventiva per la possibilità di realizzare screening computazionali e non sperimentali su enormi basi di dati anche transnazionali
• Incremento dell’efficacia nella ricerca di base e applicativa, per la possibilità di costruire realizzazioni pilota computazionali
Quindi tutto facile e senza problemi il nostro futuro grazie all’IA?
Sicuramente, come ogni invenzione e ogni strumento, l’IA può essere addestrata ed usata per il bene ma anche per il male, con la specificità di una enorme potenza di impatto, in positivo e in negativo. Nuovi farmaci ma anche deep-fake estremamente pericolosi, tanto per fare un esempio. Il grande interrogativo è se l’uomo riuscirà a creare un sistema etico realmente capace di guidare i comportamenti dei sistemi basati sull’IA. Chi ha letto Isaac Asimov forse ricorda le tre “leggi della robotica” e la sua capacità di immaginarne la necessità.
In definitiva cosa ci riserva il futuro? l’IA ci permetterà di costruire un mondo dove il lavoro umano scomparirà per consentirci di dedicare tutto il nostro tempo alle arti alla scienza ed al divertimento o il genere umano, non più pressato dalla necessità, subirà una involuzione mentale e fisica che lo porterà, quali nuovi dinosauri, all’estinzione?

Questo articolo è stato scritto con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale

PMI: la ricetta per un decollo senza scosseIn Italia, in proporzione, poche aziende decidono di compiere il passo che le...
22/09/2023

PMI: la ricetta per un decollo senza scosse

In Italia, in proporzione, poche aziende decidono di compiere il passo che le farà diventare globali, per timore di non avere successo o, più frequentemente, per paura di perdere il controllo. In questo articolo vengono presentati pochi e semplici ingredienti che consentono all’impresa di prendere con sicurezza il volo, conservando il timone nelle mani dell’imprenditore.

Nella vita di un’impresa giunge un momento in cui si devono raccogliere le forze per passare in poco tempo ad una dimensione e ad un respiro di un ordine di grandezza superiore. È la cosiddetta fase del decollo, che in pochi anni proietta l’azienda sui mercati internazionali.
In Italia sono poche, in proporzione, le aziende che decidono di fare questo passo, per timore di non avere successo o, più frequentemente, per paura di perdere il controllo. In questo articolo vengono evidenziate le cinque condizioni e i due step che rendono possibile, per una piccola o media azienda, un decollo vincente consentendo all’imprenditore che l’ha portata al successo di mantenere il controllo societario e realizzando al contempo una trasparenza ed una negoziabilità del suo valore.
Provate a guardare fra le prime cinquecento imprese globali analizzate da Fortune nel 2023: l’Italia seconda potenza industriale in Europa e settima nel mondo, che nel 2007 ne contava 10 ora è scomparsa. Il Regno Unito, con un prodotto interno lordo di poco superiore a quello italiano, ne conta 15, la Francia è a quota 23 e la Germania a 30. Del Giappone è meglio non parlare (41), e sanno fare meglio di noi anche gli svizzeri (11) e gli olandesi (10).
Ma perché è così difficile vedere, al di là del classico made in Italy, nomi italiani nel mondo? Perché, ad esempio, oltre due terzi degli americani sono convinti che la pizza sia nata negli USA? Perché le più grandi operazioni che hanno al centro alcuni dei miti italiani, come il caffè espresso e il cappuccino, devono essere targate Svizzera o USA? Perché è sempre più diffusa la falsificazione dei nostri migliori prodotti alimentari?
Il punto è che le nostre imprese mostrano una strutturale debolezza in quella che viene comunemente detta la fase del decollo, e se questa carenza poteva, solo qualche anno fa, essere trattata come un peccato veniale, nell’ottica consolatoria del piccolo è bello, oggi, in un’economia globalizzata, diventa un tema di estrema criticità.
Vediamo quindi come è possibile, esaminando i momenti chiave nel ciclo di vita di un’impresa, e sulla base dell’analisi di numerosi casi di successo e di insuccesso, evidenziare le attività che vanno intraprese per supportare e rendere più facile il momento del decollo.

Le cinque fasi nello sviluppo di un’impresa
Nel ciclo di vita di un’impresa possono normalmente essere individuate cinque fasi.
Nella prima, la nascita, l’imprenditore, convinto di una propria idea di impresa, lavora duramente per realizzarne l’esistenza, nella seconda, lo sviluppo, l’impresa si dota delle capacità e degli strumenti per sopravvivere prima e poi crescere. Nella terza fase, quella della maturità, l’impresa raggiunge il successo: l’organizzazione si sviluppa e la redditività cresce, si creano le risorse per la quarta fase, il decollo, nel corso della quale l’impresa compie importanti cambiamenti organizzativi, finanziari e strutturali mirati a renderla competitiva sui mercati di tutto il mondo.
Si tratta di uno sforzo rilevante che richiede grande motivazione e determinazione e che frequentemente porta a modifiche strutturali in tema di governance e di compagine azionaria.
Nella quinta fase, la globalizzazione, l’impresa si internazionalizza e pone le premesse per uno sviluppo di lungo periodo.
Nella realtà italiana, dopo aver concretizzato con enormi sforzi la propria idea di impresa ed aver raggiunto successo e redditività, l’imprenditore spesso si ferma. Pur disponendo delle premesse per un decollo internazionale e successivamente per un rafforzamento su scala globale, molte delle nostre imprese familiari di successo esitano, fanno scelte sbagliate e finiscono per mancare le opportunità di decollo che periodicamente, come veri e propri slot, si presentano alla loro azienda. I casi di decollo favorevole sono sempre rari: spesso al momento di spiccare il balzo l’impresa inizia ad appassire lentamente o passa di mano diventando parte di qualche gruppo multinazionale (spesso, per ironia, a proprietà familiare!).
In definitiva, per continuare con la metafora, al numero oggettivamente rilevante di imprese italiane che continuano a muoversi sulla pista di rullaggio non corrisponde un numero adeguato di aziende in volo.

Le cinque “F” che permettono il decollo
Se analizziamo molti casi in cui il decollo è avvenuto con successo, sia per quanto riguarda le imprese italiane, sia con riferimento a casi internazionali, è possibile individuare con sufficiente chiarezza cinque condizioni da realizzare perché questo momento estremamente critico nella vita di un’impresa si realizzi con favore:
1. Focus. Mantenere elevata l’attenzione al core business.
Giunto al successo, l’imprenditore o i suoi eredi spesso disperdono risorse finanziarie e mentali in iniziative che non hanno grande attinenza con l’impresa. Diversificazioni azzardate, investimenti immobiliari impegnativi, progetti di ricerca eccessivamente innovativi, finiscono per aprire drammatiche crepe nell’unità di intenti che ha caratterizzato l’impresa fino a quel momento. L’effetto è evidente: non si raggiunge la massa critica per nessuna attività di marketing e di sviluppo e la scarsa chiarezza di obiettivi si traduce in un crollo della motivazione di tutti coloro che lavorano in azienda. Imprese familiari di grande successo devono gran parte dei risultati ottenuti proprio alla capacità di mantenere il focus.
2. Formula. Rendere replicabile la formula del successo.
C’è un modo per verificare se un’impresa di successo ha le carte in regola per decollare: chiedere all’imprenditore di illustrare il modello di business dell’azienda, ovvero la sua formula di successo. Se otterrete una descrizione sintetica e completa, l’azienda è pronta per il grande balzo, se viceversa la descrizione, come spesso accade, è confusa e lacunosa, allora i presupposti non sono buoni. Descrivere in dettaglio le condizioni che rendono possibile la replica della formula di successo su più sedi o in diversi mercati è la base per uscire da una dimensione legata alla persona e puntare ad una dimensione di sistema. La replica efficace si basa inoltre sempre più su di un uso competitivo delle tecnologie informative.
3. Finanza. Dotare l’impresa di risorse finanziarie idonee.
Il timore di perdere il controllo azionario dell’impresa è quasi sempre alla base della cronica sottocapitalizzazione di molte medie imprese italiane. Il concetto secondo il quale è sei volte meglio controllare il 60% di un’impresa che vale 1000 piuttosto che il 100% di una che vale 100 è facile da esprimere ma molto più difficile da realizzare. Il momento del decollo è quello in cui maggiori sono i fabbisogni finanziari, tuttavia, la scarsa dimestichezza che la piccola e media impresa ha con gli strumenti di finanza straordinaria e la sostanziale e interessata ignoranza che, in merito a tali strumenti, caratterizza la gran parte del sistema bancario italiano fanno sì che la preferenza venga accordata a fonti tradizionali di finanziamento. Queste però sono fortemente soggette alle variazioni di mercato e tendono sempre di più a divenire costose e limitate.
4. Fattore umano. Dare progressivamente all’azienda una struttura manageriale.
Di frequente l’ansia di controllare integralmente l’organizzazione porta a scelte discutibili sul piano organizzativo: scelte che privilegiano le persone rispetto alle competenze, con il risultato di arrivare al momento del decollo con un corpo gracile e con un management debole. Non è assolutamente facile managerializzare un’azienda di piccole o medie dimensioni, il punto sta nel farlo progressivamente e non dall’oggi al domani. La soluzione ideale è quella di formare e motivare adeguatamente i collaboratori più promettenti o gli stessi componenti della famiglia che mostrano attitudine, ma ciò richiede tempo, lungimiranza e disponibilità al sacrificio. La storia di due grandi imprese familiari italiane, Ferrero e Barilla, mostra come l’aver affiancato un management di qualità alla presenza carismatica della famiglia abbia permesso di raggiungere traguardi di eccellenza senza per questo escludere la famiglia dalla stanza dei bottoni.
5. Forza. Rendere trasparente e negoziabile il valore e la forza dell’impresa.
Disporre di una struttura finanziaria e di una strumentazione che renda agevole la valorizzazione dell’azienda consente di realizzare sistemi incentivanti estremamente efficaci e, al contempo, di risolvere alla base molti problemi di successione e governance. Meccanismi di incentivazione che portino i manager a comportarsi da imprenditori sono spesso il segreto di un decollo di successo. Per le aziende di medie dimensioni è possibile realizzare un percorso di quotazione che inizi dai mercati minori. Ma una buona trasparenza è ottenibile anche per le strutture più piccole, semplicemente adottando modelli di valutazione oggettivi, legati ad esempio all’EBITDA, al valore aggiunto (EVA) o ad altri indici di performance.

Pianificare e realizzare un decollo di successo
A questo punto, chiarite le condizioni necessarie, è utile analizzare nel dettaglio i due momenti chiave in grado di realizzare nella pratica un decollo di successo.
Il primo momento consiste nell’esplicitare, condividere e rendere credibili gli obiettivi a tre-cinque anni che si vogliono conseguire, oltre naturalmente alla strategia di sviluppo che si intende perseguire. Il secondo momento vede un doppio processo di riduzione progressiva del controllo, sia dal punto di vista organizzativo sia dal punto di vista azionario che, adeguatamente pianificato e gestito, darà il risultato di creare valore, rendendo questo stesso valore trasparente e negoziabile e conservando al contempo all’imprenditore il controllo della propria azienda.
• Costruire un piano industriale solido, condiviso e credibile.
Spesso si sente affermare che molti dei problemi delle piccole e medie aziende derivano dall’assenza di una strategia industriale di medio-lungo termine. In realtà ciò non è quasi mai vero. Di regola una chiara strategia industriale c’è, ed è più frequente trovarla nelle aziende di piccola e media dimensione piuttosto che in quelle grandi, ma questa strategia è quasi sempre ben nascosta nella testa dell’imprenditore, quasi mai formalizzata e men che meno comunicata.
Se si vogliono coinvolgere manager brillanti, finanziatori o operatori della comunità finanziaria che condividano i rischi in un progetto industriale, quest’ultimo deve essere solido e credibile ma, più di ogni altra cosa, deve essere comunicabile per poter essere condiviso.
Quindi, a differenza di quanto si crede comunemente, la costruzione di un piano industriale non consiste nel creare una strategia, ma nel mettere nero su bianco e nell’affinare progressivamente la strategia industriale che l’imprenditore conosce bene e che ha maturato nel tempo, corredandola di dati numerici ed evidenze fattuali che la rendano credibile e condivisibile.
L’obiettivo primario di un piano industriale è quello di comunicare, in maniera credibile, gli obiettivi ed il cammino di sviluppo che l’azienda intende percorrere nei successivi tre-cinque anni. Il tutto corredato da numeri che da un lato ne documentino la credibilità e dall’altro ne descrivano compiutamente investimenti, costi, ritorni e redditività attesa.
È buona norma prestare sempre grande attenzione ai dati di vendita attuali e futuri su cui si basa il piano. Spesso è molto utile far precedere al piano un ciclo di market test11 che dia a questi dati la tangibilità e la credibilità che poi supporteranno il resto della documentazione.
• Generare valore riducendo, ma conservando, il controllo.
Far crescere rapidamente un’azienda, conservando il controllo dell’organizzazione e della struttura azionaria, rappresenta una sorta di quadratura del cerchio per la gran parte degli imprenditori che si trovano in una fase di crescita e che vedono avvicinarsi questo momento.
In aggiunta molti imprenditori sentono la necessità di rendere trasparente ed in qualche maniera negoziabile il valore della propria azienda.
E questo sia per rendere in prospettiva più agevole la fase di successione, sia per poter mettere in atto modelli di incentivazione del management simili a quelli adottati nelle grandi aziende e basati per l’appunto su obiettivi di crescita del valore dell’azienda.
L’esperienza insegna che questa quadratura va ricercata anticipando in maniera graduale e progressiva la riduzione del controllo, mettendo al contempo in atto meccanismi basati su opzioni incrociate che tutelino allo stesso tempo proprietà e investitori. In buona sostanza si deve poter dare all’azienda una spinta manageriale e finanziaria molto intensa ma sostanzialmente limitata nel tempo. È quello che normalmente fanno, in grande, i fondi di private equity: focalizzare al meglio una strategia di crescita rapida e rilevante, spesso tramite acquisizioni, mettere sulla plancia di comando un management fortemente motivato, fornire carburante finanziario, e poi cedere o, se possibile, andare in quotazione. Se ci pensiamo bene, è proprio quello che si desidera: il decollo unito alla trasparenza e alla negoziabilità del valore!
La cattiva notizia è che quasi tutti i fondi entrano preferibilmente su operazioni di rilevante importanza e che comportino la cessione delle quote di controllo dell’azienda; la buona notizia è che non esistono solo i grandi fondi, ma anche investitori privati o istituzionali che intervengono per valori alla portata delle PMI. Ma è anche vero che è possibile selezionare anche altri strumenti nel portafoglio della finanza straordinaria. Ad esempio, oltre ai fondi di private equity esistono strumenti ibridi finanziamento partecipativo, una sorta di azioni privilegiate.
Infine, il percorso può essere concluso con la quotazione di una minoranza su un mercato regolamentato, conciliando in questo modo la creazione di valore, la sua trasparenza e la negoziabilità con la conservazione del controllo.

Indirizzo

Milan
20149

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