Asterys Lab

Asterys Lab Scuola di Coaching e Facilitazione, sviluppo della persona, dell'imprenditore e dell'impresa

Due coach possono ricevere la stessa domanda da un cliente e rispondere in due modi completamente diversi.Cambia il tono...
10/09/2026

Due coach possono ricevere la stessa domanda da un cliente e rispondere in due modi completamente diversi.

Cambia il tono. Cambia il ritmo delle pause. Cambia cosa si sceglie di chiedere subito dopo.

La parola stile viene dal latino stylus: lo strumento con cui si incidevano i segni sulla cera. Ogni coach, con il proprio modo di ascoltare e di stare nella relazione, lascia un segno diverso in seduta, anche quando la domanda è identica.

Il 15 settembre, dalle 18:30 alle 20:00, entreremo in questo tema con Graziano Nicoli: un’ora e mezza su Zoom per guardare da vicino cosa distingue una sessione condotta con uno stile riconoscibile, e cosa spinge un cliente a scegliere un coach piuttosto che un altro.

Prenota il tuo posto: link in bio!

Una persona che cerca un coach arriva sul tuo profilo per capire, in fretta, se sei una possibilità o un altro nome tra ...
23/08/2026

Una persona che cerca un coach arriva sul tuo profilo per capire, in fretta, se sei una possibilità o un altro nome tra i tanti.

Nelle ricerche sull’uso delle pagine web quella decisione si misura in decine di secondi, e il comportamento è sempre lo stesso: chi legge scorre, cerca un aggancio, e se non lo trova esce senza aver letto niente per intero.

Vale per il profilo LinkedIn come per la home di un sito.

Le cose che sta cercando in quei secondi sono tre.

Con chi lavori. Non “con le persone”, ma con chi: un ruolo, un momento della vita professionale, una situazione riconoscibile. È l’unico modo per immedesimarsi.

Che problema gli togli, descritto come lo direbbe lui e non come lo diresti tu. In maniera semplice e diretta.

Perché proprio tu. Serve una cosa che sai fare o che hai attraversato, e che rende sensato che sia tu a occuparti di quel problema.

Ci sono tre errori che fanno perdere quei secondi, e sono i più diffusi in assoluto: aprire con la propria biografia, elencare le certificazioni prima di aver detto a chi ci si rivolge, e usare il vocabolario del coaching con persone che quel vocabolario non lo hanno.

Il 9 novembre parte la prima edizione di Personal Branding per Coach con Helga Ogliari.

Cinque incontri in diretta online per creare un personal brand partendo dai materiali di ciascuno.

Scopri di più nel link in bio!

Quasi tutti hanno avuto almeno una volta un’intuizione importante mentre facevano una cosa che non c’entrava niente. Sot...
20/08/2026

Quasi tutti hanno avuto almeno una volta un’intuizione importante mentre facevano una cosa che non c’entrava niente. Sotto la doccia, in autostrada, il terzo giorno di ferie.

È un fenomeno studiato da un secolo e ha un nome.

Nel 1926 Graham Wallas descrisse il pensiero creativo in quattro fasi, e quella che chiamò incubazione è la fase in cui smetti volontariamente di lavorare al problema. Un secolo di ricerca successiva ha confermato che le pause producono soluzioni migliori delle sessioni continuative. Le neuroscienze hanno aggiunto il pezzo mancante: quando il cervello non è impegnato in un compito preciso si attiva una rete di aree chiamata default mode network, che mette in collegamento ricordi ed esperienze lontane tra loro. È la stessa rete che usiamo per immaginare il futuro e per rileggere il passato.

C’è una condizione, e conviene conoscerla. L’incubazione funziona solo su problemi su cui hai già lavorato tanto, perché il cervello ricombina materiale che ha già. Su una domanda che non ti sei mai posto, tre settimane di mare non producono niente.

Ad agosto arrivano decisioni che a marzo non arrivavano soprattutto per questa ragione, più che per il riposo: per la prima volta da mesi hai smesso di girare intorno alla stessa cosa nello stesso modo.

Se in questi giorni ti si è chiarita una cosa che rimandavi da tempo, sappi che ci stavi lavorando da un pezzo.

Chiedi a un adulto come sta e nove volte su dieci ti risponde con una di quattro parole: bene, stanco, stressato, incasi...
19/08/2026

Chiedi a un adulto come sta e nove volte su dieci ti risponde con una di quattro parole: bene, stanco, stressato, incasinato.

Negli anni Ottanta lo psicologo americano Robert Plutchik ha costruito la mappa che ancora oggi si usa di più per uscire da quelle quattro parole. Otto emozioni primarie disposte a fiore: gioia, fiducia, paura, sorpresa, tristezza, disgusto, rabbia, attesa.

Il suo lavoro aggiunge due cose che valgono più dell’elenco.

La prima è l’intensità. La stessa emozione cambia nome e cambia effetto a seconda di quanto è forte. Serenità, gioia, estasi sono la stessa famiglia a tre gradi diversi. Fastidio, rabbia, furia pure. La differenza è pratica: il fastidio si gestisce con una frase, la furia no. Chi impara a riconoscere il primo gradino si risparmia il terzo.

La seconda è che le emozioni si combinano tra loro come i colori, e dalle combinazioni nascono gli stati che ci mettono più in difficoltà, quelli che sentiamo benissimo e non sappiamo chiamare.

Gioia più fiducia danno amore.
Paura più sorpresa danno allarme, quello che senti quando arriva una mail alle 23:40.
Tristezza più disgusto danno rimorso, che spesso chiamiamo stanchezza e infatti ci riposiamo senza che passi.
Rabbia più attesa danno aggressività, la riunione in cui hai già pronta la risposta prima che l’altro finisca la frase.

La ragione per cui vale la pena distinguerle è pratica. La risposta che dai a un’emozione dipende da come l’hai chiamata. Se la chiami rabbia alzi la voce. Se sotto c’era paura, alzare la voce peggiora esattamente la cosa che ti spaventava.

Con quattro parole per dire come stai, tre quarti di quello che ti succede resta senza nome. E quello che non ha un nome non si riesce a maneggiare.

Se allenarlo in gruppo interessa, l’Emotional Intelligence Workout riparte il 9 settembre.

Quattro incontri da un’ora in videoconferenza, quattro emozioni del fiore per round, ognuno porta situazioni sue.

Scopri di più nel link in bio!

Rinnovare la credenziale ICF (ACC, PCC o MCC), in numeri. Ogni credenziale si rinnova ogni 3 anni, con 40 unità di CCE (...
31/07/2026

Rinnovare la credenziale ICF (ACC, PCC o MCC), in numeri.

Ogni credenziale si rinnova ogni 3 anni, con 40 unità di CCE (Continuing Coach Education): 24 di Core Competencies, di cui 3 obbligatorie di Etica (che l’ICF offre gratis col suo corso) e fino a 16 di Resource Development (business, ricerca, supervisione).

C’è un requisito in più se hai l’ACC: 10 ore di mentor coaching, fino a 7 in gruppo e almeno 3 individuali.
Per PCC e MCC non è obbligatorio, ma resta uno dei modi migliori per restare affilati.

La trappola in cui cadono in molti: arrivare a fine ciclo e raccogliere crediti a caso, purché contino.
I coach più solidi fanno l’opposto: scelgono poche esperienze che valgono due volte:
🔹 CCE per il rinnovo
🔹 Crescita reale

I tuoi prossimi CCE ti cambieranno il modo di fare coaching, o riempiranno solo un requisito?

Noi l’abbiamo pensato così: mentoring di gruppo, due incontri online il 29 settembre e il 10
dicembre (17:00–20:30). Valgono 7 ore, riconosciute come mentor coaching/CCE.

Rinnova la tua credenziale e migliora la pratica, iscriviti dal LINK IN BIO!

Il momento più difficile, per chi diventa coach, non è il diploma. È il lunedì dopo. Con la certificazione in mano arriv...
29/07/2026

Il momento più difficile, per chi diventa coach, non è il diploma.

È il lunedì dopo.

Con la certificazione in mano arriva la domanda vera: e adesso?
Il primo cliente, il primo « quanto costa? », la prima sessione senza un trainer accanto.

È qui che tanti si fermano, non per incompetenza, ma perché andare avanti da soli, con metodo, è un’altra cosa rispetto allo studiare.

Noi la pensiamo così: una scuola non finisce il suo lavoro il giorno del diploma.

Per questo abbiamo costruito tutto ciò che viene dopo, la community degli alumni per non esercitare da soli, il Continuous Learning per continuare a imparare ogni mese, il mentoring di gruppo per portare i primi casi e ricevere spunti nuovi.

Perché diventare coach è iniziare a esercitare, e in quel passaggio, la differenza la fa non restare soli.

Prima di iniziare un percorso, chiediti sempre: “Ci sono programmi che mi supportano anche dopo il diploma?”

In ogni persona c’è una voce che, in sessione, non parla mai. È quella che il cliente ha imparato a tenere fuori: troppo...
28/07/2026

In ogni persona c’è una voce che, in sessione, non parla mai.

È quella che il cliente ha imparato a tenere fuori: troppo scomoda, troppo giudicata, troppo lontana da come vuole vedersi.

Il perfezionista che non si concede errori.
La rabbia in chi « va sempre tutto bene ».
Il bisogno di fermarsi in chi si definisce instancabile.

Hal e Sidra Stone, con la Psicologia dei Sé, la chiamano un Sé rinnegato: non sparisce, agisce da dietro le quinte.
E spesso è lì che si blocca il cambiamento, perché lavoriamo solo con le parti che il cliente accetta di mostrare.

Il Voice Dialogue serve a dare voce, con rispetto, anche a quelle parti tenute in disparte.
Non per assecondarle, ma perché la persona possa sentirle e scegliere con più libertà.

Qual è la voce che il tuo cliente non ti fa mai sentire?

È proprio cio che imparerai a riconoscere nel laboratorio di Voice Dialogue in partenza il 17 novembre.

Scopri di più nel link in bio.

Una cosa che ci mancava. E che aspettavamo da tempo.In 25 anni abbiamo formato tanti coach, e una cosa l’abbiamo vista r...
20/07/2026

Una cosa che ci mancava. E che aspettavamo da tempo.

In 25 anni abbiamo formato tanti coach, e una cosa l’abbiamo vista ripetersi: il problema, quasi mai, è la competenza, è che il mercato non li conosce.

Per un po’ ci siamo detti “insegnare a farsi conoscere non è il nostro mestiere”. Poi ci siamo ricreduti, perché un bravo coach che resta invisibile è una perdita per tutti, a partire dalle persone che potrebbe aiutare.

Per questo siamo felici (davvero) di presentare un corso nuovo, il primo del suo genere da noi: Personal Branding per Coach, con Helga Ogliari.
Un percorso per passare dal “coach che sa fare” al professionista che si posiziona, comunica il proprio valore e viene scelto.

Cinque incontri live, da novembre. Prima edizione.

E per chi ha studiato con noi è ancora meglio: se hai frequentato il Master in Coaching, il corso è gratuito per chi ha fatto il 2° livello e a metà prezzo per chi ha fatto il 1°.

Se è una cosa che aspettavi anche tu, scopri di più nel LINK IN BIO.

Il 92% delle aziende dice che riorganizzarsi intorno ai team è una priorità. Ma solo l’8% lavora davvero così. (Deloitte...
18/07/2026

Il 92% delle aziende dice che riorganizzarsi intorno ai team è una priorità.
Ma solo l’8% lavora davvero così. (Deloitte, Global Human Capital Trends)

È il paradosso del lavoro di oggi: sappiamo che i risultati nascono da team che collaborano (quella che Deloitte chiama “rete di team”) eppure continuiamo a far crescere le persone una alla volta. Corsi individuali, valutazioni individuali, sviluppo individuale.

Così formiamo ottimi professionisti che, messi insieme, non diventano automaticamente un buon team. Perché saper funzionare sotto pressione, passarsi la palla, decidere, attraversare i conflitti, non è la somma dei talenti: è una competenza del team, e va allenata come tale.

È il lavoro del team coaching sistemico: sviluppare il team come team, non i suoi membri a turno.

Quanta parte del budget di sviluppo va agli individui, e quanta ai team che quei risultati li producono davvero?

Le tue emozioni vengono trasmesse anche alle persone che ti circondano.Sigal Barsade, alla Wharton, ha studiato per anni...
17/07/2026

Le tue emozioni vengono trasmesse anche alle persone che ti circondano.

Sigal Barsade, alla Wharton, ha studiato per anni quello che chiama contagio emotivo: in un gruppo, lo stato d’animo di una persona, soprattutto di chi guida, si trasmette agli altri, spesso senza che qualcuno se ne accorga.

Un tono, un respiro teso, un’espressione: bastano a cambiare il clima di una riunione.
Se sei un riferimento per altri, le tue emozioni non sono mai solo tue, diventano il meteo della stanza.

Non significa fingere di stare bene, ma allenare la consapevolezza di ciò che porti, perché la prima competenza emotiva di chi guida è accorgersi dell’onda che sta muovendo.

È da qui che partiamo nel nostro allenamento di intelligenza emotiva.

Se vuoi capire le tue emozioni e farne un punto di forza, iscriviti dal link in bio.

Indirizzo

Via Conservatorio 22
Milan

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