18/09/2026
Per decenni il Beaujolais è stato vittima del suo stesso successo. Il Beaujolais Nouveau, il vino giovane che ogni terzo giovedì di novembre invade il mondo, ha reso famoso un intero territorio riducendolo a un’unica immagine: vino facile, fruttato, da bere subito e dimenticare. La realtà, oggi, è un’altra.
Il Beaujolais si stende tra Mâcon a nord e Lione a sud, in un lembo di Francia geograficamente vicino alla Borgogna ma con un’anima propria. La chiave del suo riscatto è nel sottosuolo del settore settentrionale: il granito rosa, spesso ridotto in superficie a sabbia friabile, povero e drenante. È su questa roccia che nascono i vini seri della regione — quelli che possono invecchiare cinque, dieci, quindici anni.
Il vitigno è uno solo: il Gamay. Bistrattato altrove, qui trova la sua terra d’elezione. Sul granito dà vini di frutto croccante — ciliegia, lampone, viola — con acidità viva e tannino sottile, ma capaci di struttura e profondità quando il suolo e il produttore lo permettono.
Il vertice qualitativo sono i dieci Cru, tutti nel nord su suoli granitici, ciascuno con la propria etichetta al posto della parola “Beaujolais”: Saint-Amour, Juliénas, Chénas, Moulin-à-Vent — detto “il re” per struttura e longevità — Fleurie “la regina”, Chiroubles, Morgon, Régnié, Brouilly e Côte de Brouilly. Proprio a Morgon, negli anni Ottanta, un gruppo di vignaioli guidati dalle idee di Jules Chauvet avviò il movimento che avrebbe riportato il Beaujolais ai vertici, puntando su rese basse, terroir e vini senza scorciatoie.
Il territorio che tutti credono di conoscere per una festa di novembre è oggi uno dei più dinamici di Francia. Nel 2024 tre Cru hanno chiesto il riconoscimento dei loro migliori vigneti come premier cru: la scalata continua.