10/05/2026
𝗚𝗹𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗲𝗻𝗮𝘁𝗶, 𝗪𝗶𝘁𝘁𝗴𝗲𝗻𝘀𝘁𝗲𝗶𝗻, 𝗹'𝗔𝗜 𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼: 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗽𝗶ù 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼
Prima ancora di scrivere codice, costruire macchine o progettare algoritmi, l’essere umano ha imparato a fare una cosa decisiva: dare un nome al mondo.
Bruce Chatwin, nel suo bel libro Le vie dei canti, esplora la leggenda degli aborigeni australiani secondo cui gli antenati, emersi sulla Terra, iniziarono a percorrerla cantando. Con il canto davano nome a ogni cosa che incontravano: una roccia, un animale, un corso d’acqua, un tratto di paesaggio. Nominare significava rendere riconoscibile, distinguere, condividere, fare in modo che gli uomini potessero orientarsi nel mondo e capirsi quando ne parlavano.
È un’immagine potente, perché ci ricorda qualcosa che spesso diamo per scontato: 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 non serve solo a comunicare ciò che già esiste. 𝗦𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗮 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁à 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲.
Da sempre filosofi, pensatori e studiosi si interrogano sul rapporto tra parole, significati e mondo. In epoca moderna, 𝗪𝗶𝘁𝘁𝗴𝗲𝗻𝘀𝘁𝗲𝗶𝗻 ha rimesso al centro questo tema con una forza particolare: 𝗶 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗹𝘂𝗲𝗻𝘇𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗼, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗮𝗴𝗶𝗿𝗲.
Oggi questa riflessione torna di straordinaria attualità.
Per decenni, per parlare con le macchine, abbiamo dovuto usare il loro linguaggio: codice, comandi, sintassi rigide, strutture formali. La macchina capiva solo ciò che veniva espresso secondo regole precise, spesso accessibili a pochi specialisti.
Con la diffusione dei 𝗟𝗮𝗿𝗴𝗲 𝗟𝗮𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗲 𝗠𝗼𝗱𝗲𝗹 e dell’intelligenza artificiale generativa, con tutto il seguito di agenti AI e Vibe Coding, qualcosa è cambiato radicalmente: oggi 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮𝗴𝗶𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗰𝗰𝗵𝗶𝗻𝗲 𝘂𝘀𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲.
Possiamo chiedere, spiegare, correggere, approfondire, simulare scenari, generare idee, progettare contenuti, analizzare problemi, dare istruzioni, interagendo con computer e macchinari. Non dobbiamo più necessariamente tradurre tutto in linguaggio macchina. È la macchina che, almeno in apparenza, si avvicina al nostro modo di esprimerci.
Ma proprio qui nasce una nuova responsabilità e una criticità da affrontare con consapevolezza e preparazione.
Perché 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 è 𝗿𝗶𝗰𝗰𝗵𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼, 𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗺𝗯𝗶𝗴𝘂𝗼. È fatto di sfumature, contesti, impliciti, metafore, sottintesi, intenzioni non dette. Ciò che per noi può sembrare evidente, per un sistema di AI può essere incompleto, troppo vago o interpretabile in modi diversi.
Un prompt o un’istruzione operativa scritta male non è solo una frase poco efficace. È una richiesta che lascia troppo spazio all’incertezza, che non è, in questo caso, quella derivante dalle possibili “allucinazioni” del sistema (peraltro sempre meno presenti) ma la nostra capacità di espressione.
E allora 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗲: 𝘀𝗮𝗽𝗲𝗿 𝗱𝗲𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲, 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝗿𝗲, 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝗴𝘂𝗲𝗿𝗲, 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗲, chiarire l’obiettivo, definire i vincoli, indicare il pubblico, esplicitare il tono, precisare il risultato atteso.
In altre parole, usare bene l’AI non significa solo conoscere lo strumento. Significa conoscere meglio il linguaggio, ampliarlo, per ridurre quei limiti di cui parla Wittgenstein.
𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗹𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 “𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗽𝘁”. 𝗦𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝘂𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗽𝗶ù 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗶.
La qualità della risposta che otteniamo dipende spesso dalla qualità della domanda che siamo in grado di porre. E la qualità della domanda dipende dalla nostra capacità di trasformare un’intuizione vaga in una richiesta leggibile, ordinata, comprensibile.
Questo vale nel lavoro, nella formazione, nella comunicazione, nella progettazione, nella consulenza, nella scuola e nelle aziende.
𝗟’𝗔𝗜 𝗰𝗶 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗱𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮 𝘂𝗻 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗱𝗼𝘀𝘀𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁𝗲: 𝗽𝗶ù 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗮𝘃𝗮𝗻𝘇𝗮𝘁𝗮, 𝗽𝗶ù 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘇𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶 𝗯𝗮𝘀𝗲.
Saper leggere.
Saper scrivere.
Saper interpretare.
Saper spiegare.
Saper collegare concetti diversi.
Saper dare un nome preciso alle cose.
Non è la fine del pensiero umano. Al contrario, è un nuovo banco di prova per la sua qualità.
La tecnologia ci offre strumenti sempre più potenti, ma il valore nasce ancora dalla capacità umana di orientarli verso uno scopo. E per farlo servono sia competenze tecniche sia competenze linguistiche, culturali, critiche.
𝗔𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮, 𝗻𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗼, 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗲𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗮𝗻𝗼 𝘀𝘂 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗲 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗲, 𝗰𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲.
E forse è proprio questo il punto più importante per il mondo della 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, scolastica e aziendale: non 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝗲 persone capaci solo di usare nuovi strumenti, ma 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗿𝗲, 𝗱𝗲𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗺𝗲𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗾𝘂𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 .
Perché, anche nell’era dell’intelligenza artificiale, il futuro dipenderà da una competenza antichissima: la capacità di dare forma al mondo attraverso le parole. Se gli “antenati” ci avevano dedicato tanto tempo e fatica, facciamo tesoro dei loro sforzi, sono ancora preziosi!
INCONTRIAMOCI PER PARLARNE! 🙂
𝑮𝒂𝒃𝒓𝒊𝒆𝒍𝒆 𝑮𝒉𝒊𝒏𝒆𝒍𝒍𝒊