OrgPortunity

OrgPortunity Crescita di persone, team e aziende attraverso Sviluppo Organizzativo, Formazione, Headhunting

Società di consulenza il cui nome viene da Organizzazione e Opportunità. Lo scopo principale della società è infatti quello di contribuire alla crescita delle aziende clienti attraverso l’individuazione delle occasioni di miglioramento che a volte restano nascoste dentro l’organizzazione e il loro sviluppo come punti di forza e fattori di competitività. Creazione di team motivati e coesi verso gli

obiettivi, individuazione delle eccellenze fra le persone, utilizzo efficiente delle risorse ai vari livelli per ottenere il massimo risultato sono alcuni degli elementi chiave del percorso che siamo in grado di avviare e sviluppare con il cliente. Progettazione ad hoc di ogni intervento e concretezza di azione caratterizzano il nostro modo di lavorare. Il collegamento con un network di professionisti selezionati e capaci di portare specifiche competenze per ogni necessità garantisce la possibilità di intervenire rapidamente e con efficacia su tutti i fronti delle aree collegate all’Organizzazione e allo sviluppo delle persone in essa coinvolte.

𝗚𝗹𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗲𝗻𝗮𝘁𝗶, 𝗪𝗶𝘁𝘁𝗴𝗲𝗻𝘀𝘁𝗲𝗶𝗻, 𝗹'𝗔𝗜 𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼: 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗽𝗶ù 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼Prima ancora di scrivere codice, c...
10/05/2026

𝗚𝗹𝗶 𝗮𝗻𝘁𝗲𝗻𝗮𝘁𝗶, 𝗪𝗶𝘁𝘁𝗴𝗲𝗻𝘀𝘁𝗲𝗶𝗻, 𝗹'𝗔𝗜 𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼: 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗽𝗶ù 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼

Prima ancora di scrivere codice, costruire macchine o progettare algoritmi, l’essere umano ha imparato a fare una cosa decisiva: dare un nome al mondo.

Bruce Chatwin, nel suo bel libro Le vie dei canti, esplora la leggenda degli aborigeni australiani secondo cui gli antenati, emersi sulla Terra, iniziarono a percorrerla cantando. Con il canto davano nome a ogni cosa che incontravano: una roccia, un animale, un corso d’acqua, un tratto di paesaggio. Nominare significava rendere riconoscibile, distinguere, condividere, fare in modo che gli uomini potessero orientarsi nel mondo e capirsi quando ne parlavano.

È un’immagine potente, perché ci ricorda qualcosa che spesso diamo per scontato: 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 non serve solo a comunicare ciò che già esiste. 𝗦𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗮 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝘁à 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲.

Da sempre filosofi, pensatori e studiosi si interrogano sul rapporto tra parole, significati e mondo. In epoca moderna, 𝗪𝗶𝘁𝘁𝗴𝗲𝗻𝘀𝘁𝗲𝗶𝗻 ha rimesso al centro questo tema con una forza particolare: 𝗶 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗶𝗻𝗳𝗹𝘂𝗲𝗻𝘇𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗹𝗶𝗺𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗼, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗮𝗴𝗶𝗿𝗲.

Oggi questa riflessione torna di straordinaria attualità.

Per decenni, per parlare con le macchine, abbiamo dovuto usare il loro linguaggio: codice, comandi, sintassi rigide, strutture formali. La macchina capiva solo ciò che veniva espresso secondo regole precise, spesso accessibili a pochi specialisti.

Con la diffusione dei 𝗟𝗮𝗿𝗴𝗲 𝗟𝗮𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗲 𝗠𝗼𝗱𝗲𝗹 e dell’intelligenza artificiale generativa, con tutto il seguito di agenti AI e Vibe Coding, qualcosa è cambiato radicalmente: oggi 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮𝗴𝗶𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗰𝗰𝗵𝗶𝗻𝗲 𝘂𝘀𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲.

Possiamo chiedere, spiegare, correggere, approfondire, simulare scenari, generare idee, progettare contenuti, analizzare problemi, dare istruzioni, interagendo con computer e macchinari. Non dobbiamo più necessariamente tradurre tutto in linguaggio macchina. È la macchina che, almeno in apparenza, si avvicina al nostro modo di esprimerci.

Ma proprio qui nasce una nuova responsabilità e una criticità da affrontare con consapevolezza e preparazione.

Perché 𝗶𝗹 𝗹𝗶𝗻𝗴𝘂𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 è 𝗿𝗶𝗰𝗰𝗵𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼, 𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗺𝗯𝗶𝗴𝘂𝗼. È fatto di sfumature, contesti, impliciti, metafore, sottintesi, intenzioni non dette. Ciò che per noi può sembrare evidente, per un sistema di AI può essere incompleto, troppo vago o interpretabile in modi diversi.

Un prompt o un’istruzione operativa scritta male non è solo una frase poco efficace. È una richiesta che lascia troppo spazio all’incertezza, che non è, in questo caso, quella derivante dalle possibili “allucinazioni” del sistema (peraltro sempre meno presenti) ma la nostra capacità di espressione.

E allora 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮𝗹𝗶 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘇𝗲 𝗮𝗻𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗲: 𝘀𝗮𝗽𝗲𝗿 𝗱𝗲𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲, 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝗿𝗲, 𝗱𝗶𝘀𝘁𝗶𝗻𝗴𝘂𝗲𝗿𝗲, 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗽𝗮𝗿𝗼𝗹𝗲 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗲, chiarire l’obiettivo, definire i vincoli, indicare il pubblico, esplicitare il tono, precisare il risultato atteso.

In altre parole, usare bene l’AI non significa solo conoscere lo strumento. Significa conoscere meglio il linguaggio, ampliarlo, per ridurre quei limiti di cui parla Wittgenstein.

𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗹𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 “𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗽𝘁”. 𝗦𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗶𝗺𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝘂𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗽𝗶ù 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗶.

La qualità della risposta che otteniamo dipende spesso dalla qualità della domanda che siamo in grado di porre. E la qualità della domanda dipende dalla nostra capacità di trasformare un’intuizione vaga in una richiesta leggibile, ordinata, comprensibile.

Questo vale nel lavoro, nella formazione, nella comunicazione, nella progettazione, nella consulenza, nella scuola e nelle aziende.

𝗟’𝗔𝗜 𝗰𝗶 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗱𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮 𝘂𝗻 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗱𝗼𝘀𝘀𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗲𝘀𝘀𝗮𝗻𝘁𝗲: 𝗽𝗶ù 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗮𝘃𝗮𝗻𝘇𝗮𝘁𝗮, 𝗽𝗶ù 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗲𝗻𝘇𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶 𝗯𝗮𝘀𝗲.

Saper leggere.
Saper scrivere.
Saper interpretare.
Saper spiegare.
Saper collegare concetti diversi.
Saper dare un nome preciso alle cose.

Non è la fine del pensiero umano. Al contrario, è un nuovo banco di prova per la sua qualità.

La tecnologia ci offre strumenti sempre più potenti, ma il valore nasce ancora dalla capacità umana di orientarli verso uno scopo. E per farlo servono sia competenze tecniche sia competenze linguistiche, culturali, critiche.

𝗔𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮, 𝗻𝗲𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗼, 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝗲 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗲𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗮𝗻𝗼 𝘀𝘂 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗲 𝘀𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝘁𝗲, 𝗰𝗮𝗺𝗺𝗶𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻𝘀𝗶𝗲𝗺𝗲.

E forse è proprio questo il punto più importante per il mondo della 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, scolastica e aziendale: non 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝗲 persone capaci solo di usare nuovi strumenti, ma 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗿𝗲, 𝗱𝗲𝘀𝗰𝗿𝗶𝘃𝗲𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗺𝗲𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗾𝘂𝗲𝗴𝗹𝗶 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 .

Perché, anche nell’era dell’intelligenza artificiale, il futuro dipenderà da una competenza antichissima: la capacità di dare forma al mondo attraverso le parole. Se gli “antenati” ci avevano dedicato tanto tempo e fatica, facciamo tesoro dei loro sforzi, sono ancora preziosi!

INCONTRIAMOCI PER PARLARNE! 🙂

𝑮𝒂𝒃𝒓𝒊𝒆𝒍𝒆 𝑮𝒉𝒊𝒏𝒆𝒍𝒍𝒊

𝗠𝘂𝗰𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗲𝗹𝗶𝗰𝗶, 𝗮𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗔𝗜, 𝗰𝗼𝗻𝗻𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗶𝗰𝗮Qualche giorno fa, durante un evento in un luogo magnifico sopr...
28/09/2025

𝗠𝘂𝗰𝗰𝗵𝗲 𝗳𝗲𝗹𝗶𝗰𝗶, 𝗮𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗔𝗜, 𝗰𝗼𝗻𝗻𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗶𝗰𝗮

Qualche giorno fa, durante un evento in un luogo magnifico sopra il Garda (la Malga Pralongo) ho ascoltato la testimonianza dell'amico Placido Massella, che lo gestisce in maniera efficace e illuminata. Ci raccontava della perseveranza con cui aveva coltivato quel sogno, spiegandoci cosa lo avesse spinto a credere nella possibilità di creare allevamenti (questo non è il primo) in ambienti incontaminati, dove vacche di pregio potessero vivere in condizioni ottimali: silenzio, aria pulita, mangime di qualità, ampi spazi per muoversi e brucare liberamente, insieme a una cura attenta e costante.

Secondo Placido, nel suo settore per ottenere i risultati migliori non basta scegliere una razza di valore, nel suo caso l’Angus, ma occorre che l’intero contesto rifletta lo stesso livello di eccellenza. E la soddisfazione che traspariva dalle sue parole (oltre al successo dell'attività) era la conferma più autentica di questo approccio.

Non è la prima volta che lo noto, ma ogni volta diventa per me più chiaro: la visione di un imprenditore lungimirante non si limita mai al “miglior prodotto/servizio possibile”, ma include sempre l’intero sistema che lo rende realizzabile e che garantisce la soddisfazione dei clienti così come quella di tutti coloro che fanno parte del progetto.

La visione sistemica: dai pascoli all’intelligenza artificiale

In un ambito completamente diverso, ascoltavo recentemente il professor Luciano Floridi, filosofo dal taglio concreto e appassionante, esperto di sociologia, comunicazione, informazione e informatica, che spiegava come lo sviluppo rapidissimo dell’intelligenza artificiale, e in particolare degli “agenti AI”, sia reso possibile non solo dagli studi degli esperti o dai capitali investiti, ma soprattutto dall’ecosistema digitale già esistente, al quale si appoggia ognuno di questi nuovi strumenti.

Non viviamo più in un mondo dove servirebbe un robot umanoide per sbrigare le nostre pratiche quotidiane, come nei film di fantascienza di un secolo fa (vi ricordate gli androidi di Metropolis, capolavoro di Fritz Lang del 1927?). Oggi un agente AI può comporre e inviare messaggi, organizzare spedizioni o gestire investimenti senza muovere un passo: non va, spostandosi fisicamente, all’ufficio postale o in banca a fare la coda al posto nostro con il plico dei documenti in mano per dare disposizioni agli impiegati, ma sfrutta le reti digitali, le informazioni disponibili online e la potenza dei sistemi informatici. Se quell’ecosistema non fosse già stato costruito, tutto sarebbe infinitamente più lento, complicato e costoso, anche con il supporto degli automi.

𝗟𝗮 𝗹𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗲

Che si tratti di un allevamento di Angus o di sistemi di intelligenza artificiale, la lezione è la stessa: 𝗶𝗹 𝘀𝘂𝗰𝗰𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗻𝗮𝘀𝗰𝗲 𝗱𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮𝗿𝗴𝗮𝘁𝗮, 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗶𝗰𝗮.

Ogni attività complessa richiede di considerare connessioni, cause ed effetti, interdipendenze e conseguenze. Che si parli di motivare le persone in un’organizzazione o di integrare nuove tecnologie nei processi, guardare all’insieme e non solo alla singola parte fa la differenza.

Perché, come sosteniamo con convinzione quando aiutiamo imprenditori e manager a ridisegnare le loro organizzazioni, per renderle leve efficaci verso crescita e solidità, 𝗻𝗼𝗻 è 𝗺𝗮𝗶 𝘀𝗼𝗹𝘁𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗱𝗼𝘁𝘁𝗼 𝗼 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗮 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮, 𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗼 𝘀𝗼𝘀𝘁𝗶𝗲𝗻𝗲, 𝗮 𝗱𝗲𝘁𝗲𝗿𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗶𝘀𝘂𝗹𝘁𝗮𝘁𝗼.

𝘎𝘢𝘣𝘳𝘪𝘦𝘭𝘦 𝘎𝘩𝘪𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪

𝗙𝗮𝘃𝗼𝗹𝗲, 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘁𝗿𝗲𝗻𝗶... 𝗱𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗲𝗿𝗲!Ci sono lavori che sono facili da raccontare ai bambini, se non altro perch...
02/09/2025

𝗙𝗮𝘃𝗼𝗹𝗲, 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝘁𝗿𝗲𝗻𝗶... 𝗱𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗲𝗿𝗲!

Ci sono lavori che sono facili da raccontare ai bambini, se non altro perché in grado accendere la loro fantasia e di proiettarli in mondi divertenti, che attraggono la loro attenzione. Se fai l'astronauta, il veterinario, il progettista di automobili sportive o il macchinista di treni (passioni del mio nipotino più piccolo) i loro occhi probabilmente ti si puntano addosso e le orecchie per un po' ti seguono mentre dai le tue spiegazioni.

Ma se fai il manager o il consulente, come spiegarlo a un bambino curioso? "𝘡𝘪𝘰, 𝘮𝘢 𝘵𝘶 𝘤𝘩𝘦 𝘭𝘢𝘷𝘰𝘳𝘰 𝘧𝘢𝘪?"

𝗘𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗻𝗮𝗿𝗿𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝘀𝘂𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝗼

Stimolato da queste vitali domande, sostenuto dalla brezza marina di agosto e mosso dalla voglia di usare in maniera insolita un'oretta del tempo libero vacanziero, 𝗵𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝘁𝗼 𝗮 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗺𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗽𝗲𝗰𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝘃𝗼𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗹 𝗺𝗶𝗼 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝗮 𝗳𝗮𝗿𝗹𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝗰𝗼𝗻 𝗹'𝗮𝗶𝘂𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗮 𝗮𝗽𝗽𝗹𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝙎𝙩𝙤𝙧𝙮𝙗𝙤𝙤𝙠 𝙙𝙞 𝙂𝙚𝙢𝙞𝙣𝙞/𝙂𝙤𝙤𝙜𝙡𝙚, 𝘂𝗻 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗹𝗹𝘂𝘀𝘁𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮𝗴𝗴𝗶 𝗶𝗻 𝘀𝘁𝗶𝗹𝗲 𝗰𝗮𝗿𝘁𝗼𝗼𝗻.

Il risultato può essere visto cliccando sul link qui di seguito ( 𝗚𝗲𝗺𝗶𝗻𝗶 - 📖 𝗕𝗲𝗻 𝗙𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗲 𝗹𝗮 𝗙𝗮𝗯𝗯𝗿𝗶𝗰𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗚𝗶𝗼𝗰𝗮𝘁𝘁𝗼𝗹𝗶 𝗙𝗲𝗹𝗶𝗰𝗶 https://gemini.google.com/share/0fa8f686ac3b ) ed è secondo me piuttosto buono, visto il tempo limitato dedicato alla sua creazione, il cui sforzo maggiore personale è stato quello di inventare la semplice storia e i personaggi.

Mettendo un attimo da parte le valutazioni sulla qualità di questa specifica "opera" (tranquilli, non ruberò il posto a Rowling, Tolkien & Co., almeno per ora) è sorprendente notare i passi avanti fatti dall'intelligenza artificiale generativa anche in questo ambito.

𝗗𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗳𝗮𝘃𝗼𝗹𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲? 𝗨𝗻'𝗼𝗽𝗽𝗼𝗿𝘁𝘂𝗻𝗶𝘁à 𝗳𝗮𝘃𝗼𝗹𝗼𝘀𝗮!

Superata la sorpresa, però, questa mi sembra una grande opportunità per 𝗿𝗶𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗿𝗲 𝗹'𝗮𝗽𝗽𝗿𝗼𝗰𝗰𝗶𝗼 𝗮𝗱 𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶𝘁à 𝗳𝗼𝗿𝗺𝗮𝘁𝗶𝘃𝗲, e non solo per i più giovani. Giusto per fare un esempio fra i tanti possibili, potrebbe essere 𝘂𝘁𝗶𝗹𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗲𝗶 𝗰𝗮𝘀𝗶 in cui, magari a causa della stessa tecnologia che avanza, ci si trovi ad affrontare esigenze 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗶 𝗰𝗵𝗶 rischia di restare fuori dal mercato del lavoro, ma, non essendo più giovanissimo, 𝗵𝗮 𝗼𝗿𝗺𝗮𝗶 𝗮𝗯𝗯𝗮𝗻𝗱𝗼𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗮𝘀𝗲 𝗱𝗶 "𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶𝗼" 𝗱𝗮 𝘂𝗻 𝗽𝗼' 𝗱𝗶 𝗮𝗻𝗻𝗶, richiedendo quindi un'attenzione particolare al modo di affrontare nuovamente quell'attività. Chiunque, dopo anni lontano dai banchi di scuola, sa quanto sia faticoso rimettersi a studiare. Ecco 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵é 𝘀𝘁𝗿𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝘃𝗶𝘀𝗶𝘃𝗶 𝗲 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗶 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗲𝗿𝗲𝗻𝘇𝗮.

Che sia proprio attraverso l'uso di questa app o di altre (altro esempio, Notebook LM) penso che l'utilizzo di questi strumenti, grazie alla 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗶𝗹𝗹𝘂𝘀𝘁𝗿𝗮𝗿𝗲, 𝘀𝗰𝗵𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝘇𝘇𝗮𝗿𝗲, 𝗿𝗶𝗮𝘀𝘀𝘂𝗺𝗲𝗿𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗶𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗹𝘂𝗻𝗾𝘂𝗲 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗮 𝗱𝗮𝗿𝗲 a chi, come noi, si occupa di formazione, 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗮𝗰𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗮𝗱𝗮𝘁𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗿𝗴𝗼𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗹𝗮𝘁𝗲𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲𝗰𝗶𝗽𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻𝗮 𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à 𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗮𝗰𝗰𝘂𝗿𝗮𝘁𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗺𝗮𝗶 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮.

𝗧𝗮𝗸𝗲 𝘁𝗵𝗲 𝗔(𝗶) 𝘁𝗿𝗮𝗶𝗻 🎶
Un anno fa potevamo forse dire che i tempi non erano maturi per certi utilizzi. Oggi, chi lo dice pecca probabilmente di pigrizia, e rischia di perdere un treno che, a differenza di quelli piccoli, amati dal mio nipotino, difficilmente si potrà far tornare indietro. Come direbbe Ella Fitzgerald, "𝘪𝘧 𝘺𝘰𝘶 𝘮𝘪𝘴𝘴 𝘵𝘩𝘦 𝘈(𝘪) 𝘵𝘳𝘢𝘪𝘯, 𝘺𝘰𝘶'𝘭𝘭 𝘧𝘪𝘯𝘥 𝘺𝘰𝘶 𝘮𝘪𝘴𝘴𝘦𝘥 𝘵𝘩𝘦 𝘲𝘶𝘪𝘤𝘬𝘦𝘴𝘵 𝘸𝘢𝘺...🎶".

E voi che prove state facendo in questa direzione?

𝘎𝘢𝘣𝘳𝘪𝘦𝘭𝘦 𝘎𝘩𝘪𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪

𝗙𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮, 𝗱𝗿𝗼𝗻𝗶, 𝘀𝗰𝗵𝗲𝗺𝗶 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗕𝗲𝗿𝘁𝗿𝗮𝗻𝗱 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗲𝗹𝗹La passione per la fotografia mi accompagna dai tempi del liceo....
28/08/2025

𝗙𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗶𝗮, 𝗱𝗿𝗼𝗻𝗶, 𝘀𝗰𝗵𝗲𝗺𝗶 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗲 𝗕𝗲𝗿𝘁𝗿𝗮𝗻𝗱 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗲𝗹𝗹

La passione per la fotografia mi accompagna dai tempi del liceo. Dalla camera oscura al digitale ho seguito l’evoluzione di attrezzature e software, fino a curiosare recentemente nel mondo dell’AI per esplorare nuove possibilità creative. Ultimamente, mi sono tolto lo sfizio di aprire anche il capitolo droni: nuovi punti di vista, prospettive e opportunità di produzione di immagini, oltre alla stimolante sensazione di tornare a essere un principiante con tante nuove cose da imparare.

Il mio drone è piccolo, sotto la soglia che rende obbligatorio il “patentino”, ma (come dice Fabrizio De André) “𝘭𝘢 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘥𝘶𝘤𝘦 𝘢 𝘴𝘰𝘥𝘥𝘪𝘴𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘦 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦”, per cui, alla fine, vista anche la maggiore disponibilità di tempo libero in estate, ho deciso di studiare e ho preso comunque la licenza: trovo che conoscere meglio non solo lo strumento, ma anche le condizioni corrette d’uso, sia opportuno (e, per uno curioso come me, anche divertente).

Così, studiando per l’esame, ho scoperto un aspetto dell’aviazione che mi ha colpito: lo schema OODA, usato dai piloti per decidere in fretta in contesti complessi. Ed è sorprendente quanto sia utile anche fuori dal cielo.

𝗢𝗢𝗗𝗔 𝗶𝗻 𝟯𝟬 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗶

Ideato negli anni ‘50 dal colonnello USAF John Boyd, pilota da caccia e stratega, che lo ideò per analizzare e migliorare le prestazioni dei piloti in combattimento aereo, è un ciclo continuo di:

𝗢𝗯𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 – 𝗢𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮: raccogli segnali dall’ambiente;
𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁 – 𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝘁𝗶: interpreta alla luce di esperienza, obiettivi, contesto;
𝗗𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲 – 𝗗𝗲𝗰𝗶𝗱𝗶: scegli il piano “abbastanza buono, subito”;
𝗔𝗰𝘁 – 𝗔𝗴𝗶𝘀𝗰𝗶: esegui, osserva l’effetto e reitera.

Nel volo, questo significa, per esempio, leggere meteo, spazi aerei, imprevisti e, per i militari, comportamenti degli avversari e altri fattori. Fatte le debite proporzioni, con il drone vale lo stesso (qualche esempio: evitare di volare in presenza di vento forte, prevedendone anche l’intensità a quote alte, o atterrare rapidamente qualora ci siano in zona altri mezzi in volo con persone a bordo, magari per emergenze e incendi, per non intralciarli, e così via). Nel lavoro in azienda non è diverso: mercati, clienti, concorrenza cambiano continuamente e vanno osservati e capiti per prendere rapidamente le decisioni migliori.

𝗗𝗮𝗹 𝗰𝗶𝗲𝗹𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝘂𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗼: 𝗶𝗹 𝗺𝗮𝗽𝗽𝗶𝗻𝗴 𝗢𝗢𝗗𝗔 𝗽𝗲𝗿 𝗶𝗹 𝗯𝘂𝘀𝗶𝗻𝗲𝘀𝘀

𝗢𝗯𝘀𝗲𝗿𝘃𝗲 → raccogli dati di mercato, feedback clienti, trend, mosse dei competitor.
𝗢𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁 → filtra con cultura e capacità interne: per esempio, in cosa siamo davvero forti?
𝗗𝗲𝗰𝗶𝗱𝗲 → elabora un piano rapido (Minumum Viable Product, A/B test, aggiustamenti di pricing, o altro).
𝗔𝗰𝘁 → implementa, misura, impara… e riparti dal primo punto con aggiustamenti continui.

Come alcuni avranno notato, è la logica alla base di moderne pratiche come Design Thinking e Agile, che prevedono simili principi fondamentali: cicli brevi, prototipi, feedback continuo, ripetizione.

𝗩𝗶𝘃𝗮 𝗶𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗼 𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗵𝗼𝗯𝗯𝘆!

𝗕𝗲𝗿𝘁𝗿𝗮𝗻𝗱 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗲𝗹𝗹 lo aveva già sottolineato novant'anni fa, evidenziando le conseguenze positive del tempo libero (Elogio dell'ozio, 1935). In effetti, attraverso gli hobby possiamo scoprire tante cose interessanti, a dimostrazione del fatto che dove c’è passione c’è anche voglia di approfondire, e che il gioco è spesso il modo migliore per imparare. L’importante è restare curiosi, trasformando magari la curiosità in piccoli esperimenti con feedback rapidi, e aperti a individuare correlazioni con altri ambiti.

Le vacanze volgono al termine, ma anche negli altri periodi, un sia pur piccolo spazio di tempo per "il nuovo" (fare o pensare) sarebbe bello lasciarlo aperto!

E tu? Cosa hai imparato di utile partendo da una passione o da un gioco?

𝘎𝘢𝘣𝘳𝘪𝘦𝘭𝘦 𝘎𝘩𝘪𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪

𝗩𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶, 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗿𝗮𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗮𝗻𝗮𝘁𝗿𝗲 𝗲 𝗰𝗮𝗻𝘇𝗼𝗻𝗶Le vacanze estive mi fanno sentire un po' vagabondo, e colgo l’occasione per e...
28/08/2025

𝗩𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶, 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗿𝗮𝘀𝘁𝗶𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗮𝗻𝗮𝘁𝗿𝗲 𝗲 𝗰𝗮𝗻𝘇𝗼𝗻𝗶

Le vacanze estive mi fanno sentire un po' vagabondo, e colgo l’occasione per esplorare posti nuovi o che conosco ancora poco, vicini o lontani che siano. Quest’anno, come seconda tappa, mi trovo nella zona di Grado, in piena laguna e nelle vicinanze di una riserva naturale. Stamattina, mentre facevo colazione in veranda, uno stormo di anatre, proveniente da quella direzione, in perfetta formazione a V ha sorvolato le nostre teste, in un bellissimo spettacolo di eleganza e coordinamento.

Al tramonto, lo stesso stormo è ricomparso, stavolta in direzione opposta: rientrava “alla base”, proprio mentre anch'io stavo tornando da un giro in bici, ascoltando Take the Long Way Home dei magnifici Supertramp (super-vagabondi, sarà un caso?).

Un ritorno, quello di cui parla la canzone, molto meno efficiente e organizzato di quello delle anatre nel loro volo.

𝗗𝗮𝗹 𝘃𝗼𝗹𝗼 𝗳𝗹𝘂𝗶𝗱𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗻𝗮𝘁𝗿𝗲 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗮 𝗽𝗶ù 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗮 𝗲 𝘁𝗼𝗿𝘁𝘂𝗼𝘀𝗮

In 𝘛𝘢𝘬𝘦 𝘵𝘩𝘦 𝘓𝘰𝘯𝘨 𝘞𝘢𝘺 𝘏𝘰𝘮𝘦, il protagonista sceglie infatti ogni giorno di “prendere la strada più lunga per tornare a casa”, al fine di rimandare un momento di confronto con la moglie e con una situazione di vita che in generale non funziona. È un’immagine che racconta bene un atteggiamento frequente: procrastinare, evitare, illudersi che il tempo risolva le cose al posto nostro (la metafora della canzone ha, in realtà, anche un altro significato, altrettanto importante rispetto al tema della crescita, ma di quello magari ne parleremo la prossima volta).

A differenza delle anatre, che sanno perfettamente dove stanno andando e agiscono in modo coordinato ed efficiente, chi sceglie di “allungare la strada” spesso si allontana dalla rotta migliore, perde energie e si carica di pesi inutili.

𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗿𝗶𝗻𝘃𝗶𝗼

Nella vita reale (sia professionale che personale) le soluzioni raramente si materializzano da sole. Che si tratti di affrontare un problema in azienda, di prendere una decisione strategica o di avere una conversazione scomoda, il tempo che passa senza agire non lavora a nostro favore.

La procrastinazione è un freno alla crescita: più aspetti, più il “conto” che la realtà alla fine ti presenta diventa alto.

Allora cambia musica: per esempio, nella mia playlist di oggi (targata "1979", periodo eccezionale per successi e innovazioni musicali), oltre ai Supertramp, che ci avvertono dei rischi del rinvio, ho ritrovato Michael Jackson in Don’t Stop ’til You Get Enough, un titolo che, invece, ci spinge ad agire, con energia (e buon ritmo), finché non siamo soddisfatti. Perché, riassumendo in poche parole:

- Evitare il problema finisce per ingrandirlo;
- Affrontarlo subito ti dà più margini di scelta e controllo;
- E se ti serve energia… la musica è sempre un buon carburante!

𝗣𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗶 𝘁𝗿𝘂𝗰𝗰𝗵𝗶 𝗽𝗲𝗿 𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼?

Ebbene sì, e la buona notizia è che basta un po' di volontà, di impegno e di consapevolezza per iniziare! Psicologi ed esperti di processi mentali ci dicono, infatti, che un primo importante passo è quello di allenarsi a 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗿𝗲 𝗴𝗶à 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝘃𝘃𝗶𝗼 𝗾𝘂𝗲𝗶 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗲𝗿𝗶 𝗻𝗲𝗴𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶 che a volte popolano la nostra mente e limitano le nostre azioni, 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗽𝗲𝗴𝗻𝗲𝗿𝗹𝗶 𝘀𝘂𝗯𝗶𝘁𝗼 e mantenere lucidità e controllo attivo della situazione. Quindi, 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗼𝘀𝘀𝗶𝗺𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝘁𝗶 𝗮𝗰𝗰𝗼𝗿𝗴𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝘁𝗮𝗶 𝗽𝗲𝗿 “𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗱𝗮 𝗽𝗶ù 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗮” 𝗱𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗶𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗮𝗻𝗮𝘁𝗿𝗲, 𝗿𝗶𝗮𝗹𝗹𝗶𝗻𝗲𝗮 𝗶𝗹 𝘁𝘂𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗼𝗿𝘀𝗼, 𝗮𝗴𝗶𝘀𝗰𝗶… 𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗼𝗿𝗱𝗮: 𝘿𝙤𝙣’𝙩 𝙎𝙩𝙤𝙥 ’𝙩𝙞𝙡 𝙔𝙤𝙪 𝙂𝙚𝙩 𝙀𝙣𝙤𝙪𝙜𝙝!

E tu che musica stai ascoltando quest'estate, e cosa ti porta alla mente?

𝟱𝟬 𝘀𝗳𝘂𝗺𝗮𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗲𝗴𝗮: 𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮La delega? In azienda può diventare un vero cinema, a volte, con un numero di sfumatur...
18/07/2025

𝟱𝟬 𝘀𝗳𝘂𝗺𝗮𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗲𝗴𝗮: 𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮

La delega? In azienda può diventare un vero cinema, a volte, con un numero di sfumature da far invidia anche a Christian Grey! Come nel celebre film, infatti, anche nel mondo del lavoro ci sono temi in cui non esistono solo bianco e nero, ma una gamma infinita di sfumature. Perché delegare non è semplicemente “passare un’attività a qualcun altro”, ma un vero atto di fiducia e, come ogni atto di fiducia, può assumere forme diverse, alcune più strutturate, altre più fluide, ma tutte potenzialmente efficaci se ben calibrate.

𝗙𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮: 𝘂𝗻 𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝘁𝘁𝗼, 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗲 𝘀𝗳𝘂𝗺𝗮𝘁𝘂𝗿𝗲

Il giuramento di fedeltà, in auge ai tempi dell’investitura degli antichi cavalieri, come quella ritratta nell’immagine, tratta liberamente dal dipinto “The Accolade” di Edmund Blair Leighton, oggi è decisamente demodé, eppure il senso della delega a volte sembra somigliargli ancora. Spesso, infatti, pensiamo alla fiducia in modo univoco: “Mi fido di te, quindi ti affido questo compito”. Ma le cose non sono sempre così lineari. In realtà, esistono almeno due grandi modalità con cui la fiducia si esprime nel processo di delega:

- 𝗙𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗲𝘀𝗲𝗰𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: ti affido un compito preciso, con istruzioni dettagliate. Mi fido che tu lo eseguirai esattamente come previsto. È una fiducia “tecnica”, fondata sulla capacità di riprodurre un processo già definito.
- 𝗙𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗮𝘂𝘁𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗮: ti affido un obiettivo, senza dirti esattamente come raggiungerlo. Mi fido del tuo giudizio, della tua capacità di trovare la strada migliore, magari anche più efficace della mia. È una fiducia “strategica”, che valorizza il pensiero critico e la responsabilità.

Entrambe le forme sono valide, ma richiedono presupposti diversi. Nella prima serve chiarezza. Nella seconda, serve una relazione solida e una cultura del lavoro basata sulla responsabilizzazione.

𝗗𝗲𝗹𝗲𝗴𝗮𝗿𝗲 (𝗯𝗲𝗻𝗲) 𝗻𝗼𝗻 è 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮... è 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝘃𝗲𝘀𝘁𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼

C’è poi un aspetto meno discusso ma cruciale: 𝗹𝗮 𝗳𝗶𝗱𝘂𝗰𝗶𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗼𝘃𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗯𝗮𝘀𝗮𝗿𝘀𝗶 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝘀𝘂 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗲𝗱𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗼𝗴𝗴𝗶 – competenze, comportamenti, performance – 𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝘂 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝘂𝗶𝗿𝗲 𝗱𝗼𝗺𝗮𝗻𝗶.

Un leader efficace non si limita a osservare chi è già “meritevole di fiducia”. Si chiede “Cosa manca a questa persona per poterci arrivare?” e poi agisce:

- Formazione mirata
- Affiancamenti intelligenti
- Esperienze significative

Sono questi gli strumenti per colmare i gap e permettere a ciascun collaboratore di diventare qualcuno a cui possiamo delegare, anche con la massima autonomia.

𝟱𝟬 𝘀𝗳𝘂𝗺𝗮𝘁𝘂𝗿𝗲, 𝗶𝗻𝗳𝗶𝗻𝗶𝘁𝗲 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à: 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵é 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝗿𝗹𝗲 è 𝗹𝗮 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝘃𝗶𝗻𝗰𝗲𝗻𝘁𝗲

In conclusione, il mondo della delega – proprio come quello dei colori – offre una varietà straordinaria di tonalità. Non esiste una soluzione perfetta, ma esiste la possibilità di esplorare, sperimentare, integrare. Possiamo (e dobbiamo) imparare a riconoscere quando è il momento di dettagliare le attività da svolgere e quando invece lasciare spazio all’inventiva. Dobbiamo essere capaci di adattare la nostra fiducia, renderla dinamica, aggiornarla di fronte alle nuove sfide e alle persone che incontriamo.

Imparare a distinguere le sfumature della fiducia ci aiuta a delegare meglio, a far crescere i nostri team e a costruire ambienti di lavoro in cui la responsabilità non pesa, ma motiva.

Perché 𝗳𝗶𝗱𝗮𝗿𝘀𝗶 è 𝗯𝗲𝗻𝗲, lo sappiamo, 𝗺𝗮 formare e 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝗾𝘂𝗮𝗱𝗿𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗳𝗶𝗱𝗮𝗿𝗲, non solo è meglio, ma è ancora di più… è 𝗹𝗲𝗮𝗱𝗲𝗿𝘀𝗵𝗶𝗽!

Voi a quale tipo di delega vi riferite più spesso come capi e, da collaboratori "delegati", come la vivete e come la vorreste?

𝘎𝘢𝘣𝘳𝘪𝘦𝘭𝘦 𝘎𝘩𝘪𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪

𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 & 𝗔𝗜: 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗿 (𝗿𝗶)𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗰𝗶 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝗿𝗰𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲Quante volte, anche in aziende ben st...
25/06/2025

𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 & 𝗔𝗜: 𝗿𝗶𝗳𝗹𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗿 (𝗿𝗶)𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗰𝗶 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁à 𝗱𝗶 𝗳𝗮𝗿𝗰𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲

Quante volte, anche in aziende ben strutturate, un gruppo di lavoro non funziona semplicemente a causa di fraintesi e confusioni?

Le neuroscienze ce lo spiegano: prima pensiamo per immagini, 𝘱𝘰𝘪 le vestiamo di parole. Se io dico “mare”, tu potresti immaginare una baia affollata di ombrelloni, io una scogliera battuta dal vento, o viceversa. Il fraintendimento nasce lì, in quello scarto di visualizzazione che, in assenza di verifica, può avvenire anche nella situazione apparentemente più conosciuta.

𝗗𝗮𝗹𝗹’𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗲 “𝘁𝘂𝗼” 𝗮𝗹𝗹’𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗲 “𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗼”

Di fronte a un equivoco la reazione istintiva è: «𝘯𝘰𝘯 𝘮𝘪 𝘩𝘢𝘪 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘵𝘰». Tradotto: la colpa è tua. Eppure, basta cambiare prospettiva: «𝘮𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘣𝘣𝘢𝘴𝘵𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘣𝘦𝘯𝘦?», per scoprire che la responsabilità della chiarezza è condivisa.

𝗘 𝗹’𝗔𝗜 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗰’𝗲𝗻𝘁𝗿𝗮? 𝗠𝗼𝗹𝘁𝗼!

Scrivere un buon prompt in un sistema di AI significa proprio questo: descrivere con precisione ciò che abbiamo in mente affinché il modello restituisca un risultato coerente.

Se voglio il “mio” mare, devo specificarne i colori, l’ora del giorno, l’atmosfera e tanti altri dettagli. L’AI diventa così uno specchio implacabile: che si tratti di mare o di una modifica da apportare a un prodotto, ogni ambiguità di input genera un output incoerente con i miei desideri. Proprio come nella comunicazione umana.

𝗔𝗹𝗹𝗲𝗻𝗶𝗮𝗺𝗼𝗰𝗶 𝗮 “𝗽𝗿𝗼𝗺𝗽𝘁𝗮𝗿𝗲” (𝗲 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲) 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘀𝗶 𝗱𝗲𝘃𝗲!

- 𝗗𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼: più sfumature aggiungiamo, meno spazio lasciamo alle interpretazioni arbitrarie.
- 𝗩𝗲𝗿𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝗰𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: chiedere un riscontro non è insicurezza, è cura del risultato. Se con l’AI il risultato è di solito praticamente immediato, diventando un feedback su cui lavorare subito, in un gruppo di lavoro un equivoco può far sprecare giorni di lavoro e risorse.
- 𝗖𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗺𝗮𝗰𝗰𝗵𝗶𝗻𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗮𝗽𝗶𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶: se un algoritmo “sbaglia” perché io l’ho guidato male, forse con i colleghi succede la stessa cosa. Consapevolezza, mezza bellezza (forse il proverbio non suona proprio così, ma ci siamo capiti, vero?).

𝗘 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗳𝗼𝗿𝗺𝗶𝗮𝗺𝗼𝗹𝗼 𝗶𝗻 𝘂𝗻 𝗿𝗲𝗴𝗮𝗹𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘇𝗶𝗼𝘀𝗼 (𝗻𝗼𝗻𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗶 𝘁𝗶𝗺𝗼𝗿𝗶)

Le tecnologie generative di Intelligenza Artificiale sollevano dubbi etici e rischi concreti, vero, ma ci consegnano anche un promemoria prezioso: la chiarezza è un atto di leadership.

Allenandoci con i prompt e riflettendo sulla nostra capacità (e responsabilità) di migliorare nella comunicazione, possiamo 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲:

- 𝗖𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗶𝗻𝗰𝗹𝘂𝘀𝗶𝘃𝗼, evitando gergo e sottintesi.
- 𝗣𝗿𝗲𝘃𝗲𝗻𝗴𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗹𝗶𝘁𝘁𝗶, sostituendo supposizioni con spiegazioni.
- 𝗖𝗿𝗲𝗮𝗻𝗼 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮: l’accuratezza nel linguaggio è contagiosa e diventa valore aziendale.

E tu sei prompto, pardon, pronto, per questo nuovo allenamento?

𝘎𝘢𝘣𝘳𝘪𝘦𝘭𝘦 𝘎𝘩𝘪𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪

𝗣𝗲𝘀𝗶 𝗱𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝗿𝘂𝗼𝘁𝗲, 𝗴𝗶𝗼𝗰𝗵𝗶 𝗲 𝗶𝗻𝗻𝗼𝘃𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶𝙄𝙣𝙣𝙤𝙫𝙖𝙧𝙚 𝙨𝙞𝙜𝙣𝙞𝙛𝙞𝙘𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙣𝙚𝙩𝙩𝙚𝙧𝙚: 𝙡’𝙞𝙢𝙥𝙤𝙧𝙩𝙖𝙣𝙯𝙖 𝙙𝙞 𝙪𝙣𝙤 𝙨𝙜𝙪𝙖𝙧𝙙𝙤 𝙣𝙪𝙤𝙫𝙤 𝙨𝙪 𝙘𝙤𝙨𝙚...
25/06/2025

𝗣𝗲𝘀𝗶 𝗱𝗮 𝘁𝗿𝗮𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗿𝗲, 𝗿𝘂𝗼𝘁𝗲, 𝗴𝗶𝗼𝗰𝗵𝗶 𝗲 𝗶𝗻𝗻𝗼𝘃𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶

𝙄𝙣𝙣𝙤𝙫𝙖𝙧𝙚 𝙨𝙞𝙜𝙣𝙞𝙛𝙞𝙘𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙣𝙚𝙩𝙩𝙚𝙧𝙚: 𝙡’𝙞𝙢𝙥𝙤𝙧𝙩𝙖𝙣𝙯𝙖 𝙙𝙞 𝙪𝙣𝙤 𝙨𝙜𝙪𝙖𝙧𝙙𝙤 𝙣𝙪𝙤𝙫𝙤 𝙨𝙪 𝙘𝙤𝙨𝙚 𝙜𝙞à 𝙚𝙨𝙞𝙨𝙩𝙚𝙣𝙩𝙞

Chissà se l’invenzione della ruota è nata da un gioco (e magari inizialmente osteggiata) come nella vignetta? Forse no, ma la cosa non mi meraviglierebbe troppo, anche se, quando parliamo di innovazione, spesso ci immaginiamo grandi laboratori, studi complessi e squadre di scienziati immersi in calcoli meticolosi.

In realtà, infatti, innovare non significa sempre creare dal nulla attraverso lunghe ricerche. Steve Jobs amava dire: “Innovare è connettere”, sottolineando come molte innovazioni nascano semplicemente dall’osservare qualcosa che esiste già, ma utilizzandola in modo diverso o combinandola con elementi apparentemente distanti.

𝘼𝙡𝙘𝙪𝙣𝙞 𝙚𝙨𝙚𝙢𝙥𝙞

Prendiamo Henry Ford: la rivoluzione della sua catena di montaggio, che rese accessibile l’automobile al grande pubblico, nacque osservando il sistema di trasporto delle carcasse in una grande macelleria. O ancora Steve Jobs stesso, che intuì l’immenso potenziale del mouse dopo averne visto un prototipo nei laboratori dello Xerox Parc, dove però non avevano capito come utilizzarlo concretamente. Jobs ne fece l’elemento centrale per rendere il suo sistema operativo più intuitivo e facile da usare. Anche il velcro, oggi presente in tantissimi prodotti quotidiani, nacque dall’intuizione dell’ingegnere svizzero George de Mestral osservando i semi di bardana che rimanevano attaccati al pelo del suo cane. E non dimentichiamo i famosi Post-it, nati quasi per caso, quando i tecnici di 3M trasformarono una colla considerata poco efficace in un prodotto innovativo, che creò letteralmente un nuovo mercato.

L’innovazione, inoltre, non riguarda solo nuovi prodotti: può essere rivoluzionaria anche applicata al modo in cui si fanno le cose. Pensiamo al metodo Lean, messo a punto e reso famoso da Toyota con il Toyota Production System (TPS), e nato osservando e ripensando radicalmente i processi produttivi per ridurre sprechi e inefficienze. Questo approccio, basato su principi come il Just-in-Time e altri sviluppati nel tempo, ha radicalmente cambiato le logiche produttive in tutto il mondo.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗿𝗼𝗺𝘂𝗼𝘃𝗲𝗿𝗹𝗮?

Innovare, quindi, è anche e soprattutto saper osservare con curiosità, mantenere una mente aperta e connettere punti che altri ancora non hanno visto come collegabili. È avere il coraggio di provare e riprovare, sbagliando e correggendo continuamente il tiro attraverso un processo iterativo.

Come possono le aziende stimolare questo tipo di innovazione? Ecco alcuni elementi fondamentali da inserire nella propria cultura aziendale:

𝗩𝗮𝗹𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗲: considerare gli errori come tappe essenziali del percorso verso la scoperta e il miglioramento. Woody Allen suole dire che “𝘴𝘦 𝘥𝘪 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢𝘪 𝘥𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘪𝘯𝘴𝘶𝘤𝘤𝘦𝘴𝘴𝘪, è 𝘴𝘦𝘨𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘵𝘢𝘪 𝘧𝘢𝘤𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘯𝘶𝘭𝘭𝘢 𝘥𝘪 𝘥𝘢𝘷𝘷𝘦𝘳𝘰 𝘪𝘯𝘯𝘰𝘷𝘢𝘵𝘪𝘷𝘰”, come dargli torto?
𝗦𝘁𝗶𝗺𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝘃𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗮𝗹𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘁𝗶𝘃𝗶: incoraggiare singoli e team a proporre nuove prospettive e accogliere le proposte senza pregiudizi iniziali.
𝗙𝗮𝘃𝗼𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝘂𝗿𝗶𝗼𝘀𝗶𝘁à 𝗲 𝗹’𝗼𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲: creare spazi e momenti dedicati all’esplorazione di idee al di fuori delle attività quotidiane, premiando la curiosità.
𝗜𝗻𝘁𝗿𝗼𝗱𝘂𝗿𝗿𝗲 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗶 𝗺𝗲𝘁𝗼𝗱𝗶: anche l’innovazione può essere il frutto dell’applicazione di un metodo, come il Design Thinking, per esempio, che sfrutta l’enorme potenziale dell’empatia per la comprensione delle esigenze altrui, da trasformare in qualcosa di nuovo per soddisfarle.

Proprio come nella vignetta che ho scelto per accompagnare questo articolo, spesso la grande idea è proprio lì davanti a noi. Basta saper guardare con occhi nuovi e avere il coraggio di provare qualcosa di diverso.

E voi, avete mai partecipato a progetti di innovazione scaturiti da percorsi simili? E cosa pensate dell’impostazione delle aziende che avete conosciuto, con riguardo a questo tema?

𝘎𝘢𝘣𝘳𝘪𝘦𝘭𝘦 𝘎𝘩𝘪𝘯𝘦𝘭𝘭𝘪

𝗡𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝗙𝗗𝗔, 𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝗮𝗺𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶Negli ultimi mesi, stiamo assistendo a vere e prop...
12/05/2025

𝗡𝘂𝗼𝘃𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗲𝘁𝗶𝘇𝗶𝗼𝗻𝗶, 𝗙𝗗𝗔, 𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝗮𝗺𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗶

Negli ultimi mesi, stiamo assistendo a vere e proprie schermaglie commerciali tra blocchi economici. Una partita globale a colpi di restrizioni, contromisure fiscali e nuove regole che rendono il contesto sempre più incerto, anche a causa delle infinite e imprevedibili varianti che tali scontri possono assumere.

L’abbiamo visto quando, con una mossa a sorpresa, la Cina ha limitato l’export di materie prime critiche per certi cicli produttivi, o quando l’Europa ha rinforzato le minacce di ritorsioni fiscali verso i big del digitale.

𝗟𝗮 𝗺𝗼𝘀𝘀𝗮 𝗮 𝘀𝗼𝗿𝗽𝗿𝗲𝘀𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗙𝗗𝗔

In maniera inaspettata, per esempio, all’inizio di questa settimana, la Food and Drug Administration (FDA) ha aperto un nuovo fronte, anche se, ovviamente, nessuna correlazione fra gli argomenti è stata dichiarata ufficialmente: d’ora in poi, le ispezioni nelle fabbriche estere che producono per il mercato americano verranno condotte a sorpresa.

Un cambio radicale: finora, queste visite erano quasi sempre preannunciate e programmate. Ora non più. Un approccio che metterà sotto pressione molti sistemi di qualità e organizzazione aziendale.

𝗢𝗹𝘁𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝗴𝗼𝗹𝗮, 𝗰’è 𝗹’𝗼𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝘇𝘇𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

Non si tratta, infatti, solo di rispettare le norme. Chi ha esperienza nel settore farmaceutico (ci ho lavorato per molti anni) o in quelli affini, sa bene quanto lavoro ci sia dietro la preparazione di un’ispezione, vista l’enorme parte documentale e operativa che si muove in quell’ambito: dopotutto è un esame, e anche se la preparazione e le competenze ci sono tutte e le attività sono sempre portate avanti seguendo le normative, mantenere la capacità operativa industriale nel corso di un esame non pianificato può essere complesso.

𝗖𝗼𝗺𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗿𝘀𝗶? 𝗦𝗲𝗿𝘃𝗲 𝗲𝗾𝘂𝗶𝗹𝗶𝗯𝗿𝗶𝗼

Le aziende dovranno trovare un nuovo equilibrio: oltre a essere, come già accade, abbastanza strutturate da garantire compliance costante, dovranno essere abbastanza agili da non incepparsi davanti all’imprevisto.

In pratica, un’altra prova della capacità organizzativa in contesti in continua evoluzione.

𝗗𝘂𝗲 𝗹𝗲𝘃𝗲 𝗳𝗼𝗻𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗶 (che sembrano ovvie, ma non lo sono)

Tutto parte da qui:

𝗖𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗮𝘇𝗶𝗲𝗻𝗱𝗮𝗹𝗲: i cambiamenti si affrontano meglio con l’allenamento alla flessibilità e in presenza di un’attitudine all’innovazione, caratteristiche che devono quindi essere praticate ogni giorno, a ogni livello. Non solo raccontate nei valori aziendali.

𝗖𝗼𝗻𝗼𝘀𝗰𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶 in atto: modificare rapidamente un sistema, in risposta alle nuove situazioni, senza conoscere bene da dove si parte, può fare più danni che benefici. Non confondiamoli con le procedure, più rigide e resistenti al cambiamento, i processi non monitorati nel tempo cambiano quasi autonomamente, e non è raro perderne il filo.

𝗨𝗻 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗼

Questi due fattori non sono “stati dell’essere”, ma processi in movimento continuo, da nutrire e manutenere. Sempre.

Non sono mai traguardi, ma tappe intermedie in un viaggio lungo, complesso e – perché no – anche stimolante.

E voi, 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘃𝗶 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗽𝗿𝗲𝗽𝗮𝗿𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗮 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 𝘀𝗰𝗲𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼? Mi piacerebbe leggere la vostra opinione nei commenti!

Indirizzo

Via Turati 6
Milan
20121

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando OrgPortunity pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a OrgPortunity:

Condividi