Macchinario Sicuro - Certificazione - Ing.Delaini

Macchinario Sicuro - Certificazione - Ing.Delaini I Tuoi Macchinari Marcati CE sono sicuri? Le Macchine che stai usando per produrre sono sicure? e

31/08/2026

C'è una dinamica che vedo spesso nelle fabbriche.
I rischi più sottovalutati non sono quelli relativi alle macchine complesse, ma quelli legati a quello che ci sta intorno.
Una scala a tre gradini. Una pedana autocostruita. Una piattaforma di servizio che "c'è sempre stata".

Nessuno le percepisce come pericolose.
Eppure è lì che succedono infortuni gravi.

Il motivo è semplice: queste strutture vengono aggiunte nel tempo, spesso per risolvere un problema pratico immediato: raggiungere un punto di regolazione, accedere a un boccaporto, pulire un componente in quota.
Nessuno si ferma a valutare se la soluzione adottata sia sicura.
Si costruisce, si usa, diventa normale.
Il problema è che una scala o una pedana non è un elemento neutro. Sopra i 50 cm di altezza il rischio di caduta va gestito con attenzione: fermapiedi, parapetti, superfici antiscivolo. E se quella scala rende raggiungibile un punto della macchina che prima era protetto semplicemente dalla distanza, ha introdotto un rischio nuovo che non esisteva prima.

C'è un altro aspetto che si trascura.
Le scale portatili vanno bene per lavori brevi: salgo, faccio quello che devo fare, scendo. Se invece un operatore deve usare quella scala più volte al giorno, ogni giorno, per svolgere operazioni ordinarie, serve
una soluzione fissa progettata per quell'uso, non una scala appoggiata al muro.
Le verifiche da fare sono queste:
Tutte le scale e pedane presenti in reparto (comprese quelle autocostruite) hanno fermapiedi e parapetti?
Gli operatori sanno scegliere l'attrezzatura giusta in base al tempo
e al tipo di operazione?
Quelle strutture sono state valutate nel DVR?
Se la risposta a una di queste domande è no, il rischio esiste. Indipendentemente dal fatto che finora non sia mai successo niente.

25/08/2026

**Stai comprando un macchinario usato?
Ecco cosa controllare prima di firmare.**

Comprare un macchinario usato con la documentazione in ordine non significa automaticamente comprare una macchina sicura.

Il punto non è verificare solo che i documenti esistano, ma capire se descrivono davvero la macchina che hai davanti, oppure quella che esisteva anni fa.

**1. Verifica che documenti e macchina coincidano**

Prendi dichiarazione CE e manuale e confrontali con la macchina.

Controlla che:

• modello e numero di serie corrispondano alla targhetta;
• il manuale descriva realmente quella macchina;
• gli schemi elettrici coincidano con il quadro quando lo apri.

Anche piccole differenze possono significare che la documentazione non appartiene a quella macchina oppure che sono state eseguite modifiche senza aggiornare i documenti.

Le difformità più critiche riguardano spesso i componenti di sicurezza. Una fotocellula diversa da quella indicata, cablaggi aggiunti o modifiche alla logica di interblocco possono anche essere miglioramenti, ma devono essere stati valutati e documentati. Se la modifica è sostanziale, la certificazione CE originaria potrebbe non essere più valida.

**2. Ispeziona la macchina**

Non limitarti a verificare che funzioni.

Controlla:

• ripari fissi e mobili con relativi interblocchi;
• fotocellule, laser scanner, sensori e pulsanti di emergenza;
• quadro elettrico, cercando componenti sostituiti, segni di surriscaldamento e cablaggi coerenti con gli schemi;
• stato generale della struttura meccanica.

Se non hai competenze interne, fai eseguire questa verifica a un tecnico qualificato prima dell'acquisto. È un costo minimo rispetto ai problemi che può evitarti.

**3. Cerca modifiche non dichiarate**

Confronta la macchina con le fotografie del manuale e con gli schemi.

Verifica la presenza di:

• componenti elettrici diversi da quelli indicati;
• parti meccaniche aggiunte;
• cavi o tubazioni installati successivamente.

Ogni modifica non dichiarata è un campanello d'allarme. Può significare che il venditore non è stato trasparente oppure che non conosce la storia della macchina.

In entrambi i casi, ciò che stai acquistando potrebbe non corrispondere a quanto riportato sulla carta.

Trovare delle difformità non significa necessariamente rinunciare all'acquisto.

Significa però che hai un elemento concreto per riaprire la trattativa e valutare il costo degli interventi necessari per riportare la macchina in una condizione di conformità e sicurezza.

Una barriera ottica di sicurezza non si sceglie “a occhio”.Altezza, risoluzione, distanza operativa, posizione di montag...
18/08/2026

Una barriera ottica di sicurezza non si sceglie “a occhio”.

Altezza, risoluzione, distanza operativa, posizione di montaggio e tipo di accesso alla zona pericolosa cambiano completamente la scelta del dispositivo.

Una barriera pensata per rilevare il corpo non lavora come una barriera pensata per rilevare mani o dita.
E questa differenza, in macchina, non è un dettaglio tecnico: è sicurezza reale.

In questo video Claudio Delaini ne parla con Alberto Biraghi, confrontando tre diverse barriere SICK e mostrando quali sono gli aspetti da guardare prima di scegliere il modello giusto.

Perché la domanda non è:
“Che barriera monto?”

La domanda corretta è:
“Che rischio devo intercettare, in che punto, e con quale livello di rilevamento?”

Link del video nel primo commento

11/08/2026

"Hanno firmato il registro." Quando la formazione è solo carta.

Arriva una macchina nuova. Il costruttore mostra velocemente come funziona a due operatori e se ne va. L'azienda fa firmare il registro a tutti quelli del reparto — anche a chi non c'era, anche a chi ha guardato da lontano. La documentazione è a posto.

Questa scena si ripete in molte fabbriche, in varianti diverse.

C'è il corso generico di quattro ore sulla sicurezza macchine, slide e tutto, seguito dalla firma. Gli operatori tornano al lavoro come prima, senza che nessuno abbia verificato che sappiano usare quella macchina specifica.

C'è l'operatore esperto che spiega velocemente al nuovo come si fa, lo fa provare due volte, fine… senza documentazione e senza verifica.

E c'è il registro firmato e perfetto, che in tribunale non salva nessuno.

Perché la Cassazione negli ultimi anni è stata chiara: avere il registro firmato non basta. Esistono diverse condanne verso aziende con documentazione impeccabile, in cui l'operatore non sapeva davvero usare quella macchina.

L'obbligo di addestramento specifico esiste dal 2008, sancito dall'art. 71 comma 7 del D.Lgs. 81/2008. Non è una novità. È semplicemente una norma che molti hanno sempre interpretato come adempimento burocratico invece che come obbligo sostanziale.

Ma cosa significa formare davvero un operatore su una macchina?

Al collaudo, il costruttore deve formare gli operatori che useranno quella macchina… non fare una dimostrazione generica!

Questo va richiesto come clausola contrattuale, va fatta provare la macchina sotto supervisione, e il verbale finale va firmato da costruttore e operatori.

Per i nuovi assunti, l'affiancamento deve essere reale: un tutor identificato, una macchina specifica, un registro con nome dell'operatore, nome del tutor, date, ore e firme di entrambi.

E alla fine dell'addestramento, una verifica pratica: l'operatore deve dimostrare di conoscere le operazioni base, i pulsanti di emergenza, cosa fare in caso di blocco.

Di cosa significa fare una formazione specifica ne ho parlato tempo fa in un video con Piercarlo Bonomi, costruttore di impianti robotizzati, che racconta come funziona questo processo dal lato del costruttore — e perché tutela sia il costruttore che l’utilizzatore.

→ Guarda il video qui (link nel primo commento)

04/08/2026

"È provvisorio, sistemiamo domani": la frase più pericolosa in fabbrica.

C'è una fotocellula sporca che genera falsi allarmi e blocca la produzione. La soluzione: la sconnettiamo, tanto domani arriva il ricambio.

Poi "domani" diventa una settimana. La fotocellula resta sconnessa. Magari qualcuno ci appiccica un pezzo di scotch rosso per ricordare il problema. Ma nessuno interviene.

Questa dinamica ha un nome preciso: elusione dei dispositivi di sicurezza.

Ed è una delle situazioni più pericolose che incontro nelle fabbriche, proprio perché si installa silenziosamente, sotto la soglia di attenzione di tutti.

Immagina una sega circolare con protezione mobile interbloccata. La guida si usura, la protezione si inceppa, la produzione rallenta. Ci sono consegne urgenti. Il capoturno chiede al manutentore di mettere una fascetta sul microinterruttore — solo per oggi, domani si ordina la guida nuova.

Domani non arriva. Gli ordini si accumulano, nessuno ordina niente. Passa una settimana. Gli operatori si abituano a lavorare con una protezione che non ferma più. Diventa normale.

Dopo dieci giorni un operatore si distrae, la mano scivola, la lama lo ferisce gravemente. L'inchiesta parte con la fascetta ancora al suo posto.

Il capoturno viene ritenuto responsabile per aver deciso l'elusione. Il manutentore per averla eseguita. Il preposto perché aveva visto operatori al lavoro in quella condizione e non aveva fermato nulla. Il datore di lavoro per mancata vigilanza.

Ok, ma come proteggersi in questi casi?

Se devi disabilitare temporaneamente un dispositivo di sicurezza, per una situazione davvero eccezionale, la procedura corretta è questa:

1- Metti la macchina fuori servizio se possibile, con un cartello che segnali lo stato di manutenzione.

2- Documenta subito cosa è stato disabilitato, quando, perché, chi ha deciso, e una scadenza per il ripristino – espressa in ore, non in giorni!

3- Se la macchina deve comunque lavorare con il dispositivo disabilitato, serve una procedura scritta che tenga conto dei rischi aggiuntivi.

4- Quando riabiliti il dispositivo, testalo. Non dare per scontato che tutto funzioni.

5- Chiudi la documentazione con data, ora, esito del test e firma.

Un criterio pratico: se l'elusione deve durare più di 24-48 ore, la macchina andrebbe fermata. Oltre quella soglia è molto difficile costruire procedure alternative che coprano il rischio senza aumentarlo in modo significativo.

La differenza tra una gestione corretta e una situazione fuori controllo non sta nell'intenzione… sta in quello che si fa nei minuti successivi alla decisione.

28/07/2026

Macchine vecchie: hai la documentazione giusta, o solo quella più comoda?

Nelle fabbriche italiane ci sono ancora molte macchine costruite prima del 1996, funzionanti e al centro della produzione.

Quando si decide di adeguarle, emerge quasi sempre la stessa domanda: basta il manuale d'uso?

No. E il motivo vale la pena capirlo.

Per queste macchine esistono tre documenti distinti, con tre funzioni diverse:

• Relazione tecnica di adeguamento: dimostra che gli interventi sono stati eseguiti correttamente e che la macchina risponde ai requisiti dell'Allegato V del D.Lgs. 81/08. È la memoria tecnica del lavoro svolto.

• Manuale di uso e manutenzione: strumento operativo per chi usa la macchina ogni giorno. Obbligatorio, ma non descrive gli interventi né dimostra la conformità tecnica.

• Dichiarazione di rispondenza: entra in gioco quando la macchina cambia proprietario. È la firma di chi attesta che la macchina rispetta i requisiti di sicurezza nella sua condizione attuale.

Nessuno di questi tre documenti sostituisce gli altri. Produrre solo il manuale e chiamarlo "fascicolo tecnico" lascia un vuoto documentale che in caso di infortunio o ispezione diventa un problema serio.

Per capire meglio, leggi l’articolo:
→ Macchine vecchie ante 1996: il manuale d’uso può sostituire il fascicolo tecnico?
link nel primo commento

15/07/2026

L'operatore che "sa fare tutto": se non è scritto da nessuna parte, è un problema.

In molte fabbriche esiste una figura informale che tutti riconoscono: l'operatore esperto, quello che sa come si fa, quello a cui gli altri chiedono quando c'è un problema. Pulisce le parti che gli altri non toccano, riarma i termici, fa piccole regolazioni al volo. Lo fa bene, lo fa da anni.

Il problema è che nel DVR non esiste.

Finché non succede niente, questa figura è una risorsa preziosa. Il giorno in cui si fa male durante una di quelle operazioni "di confine" — una pulizia tecnica, un riarmo, una regolazione — emerge che stava svolgendo una mansione che nessun documento prevedeva per lui.

E a quel punto la domanda del giudice diventa: perché quell'operatore stava facendo quella cosa, se non era previsto che la facesse?

La soluzione non è vietare quelle attività. Spesso sono necessarie, sensate, difficili da eliminare dal ciclo produttivo reale. La soluzione è formalizzarle.

Questo significa definire la figura dell'operatore avanzato (o qualsiasi nome si voglia darle) con una formazione specifica documentata, un mansionario aggiornato che includa esplicitamente quei compiti, e un DVR che li riconosca e li valuti.

Non si tratta di semplice burocrazia. Questi accorgimenti segnano la differenza tra un'azienda che gestisce la realtà e un'azienda che gestisce la carta, sperando che le due cose coincidano.

Nella maggior parte dei casi non coincidono. E la discrepanza emerge sempre nel momento peggiore.

→ Per approfondire come fare la valutazione del rischio, leggi anche l’articolo “Guida completa: come fare la valutazione rischi dei macchinari industriali e a compilare il DVR (con esempi concreti di calcolo e riduzione rischi)”

13/07/2026

Chi gestisce i rischi quando una ditta esterna entra in azienda?

Qualche tempo fa ero in un'azienda dove operava una ditta esterna
per la manutenzione. A un certo punto un responsabile interno si accorge che un lavoratore esterno sta operando in condizioni rischiose.
Lo ferma, gli spiega come si fa, lo segue passo per passo.

Gesto comprensibile. Ma gesto sbagliato.

Nel momento in cui il committente inizia a dare ordini diretti al lavoratore esterno, si sostituisce di fatto al suo datore di lavoro. E con quella sostituzione si assume una parte della responsabilità che non gli apparteneva.

Il confine è sottile ma preciso.

Il committente ha obblighi chiari: fornire informazioni sui rischi presenti nel sito, mettere a disposizione il DUVRI, coordinare le interferenze tra le attività.

Ma l'organizzazione del lavoro (come si fa, con quali strumenti, in quale sequenza) spetta alla ditta esterna.

Se si vede un lavoratore esterno in una situazione pericolosa, lo si ferma. Questo è legittimo, in certi casi doveroso. Ma ci si ferma lì. Si contesta formalmente l'accaduto al suo datore di lavoro, per iscritto, senza entrare nella catena di comando della ditta.

Perché il rischio opposto — non intervenire mai, lasciare che accada qualcosa di grave — non è una soluzione.

Ma nemmeno sostituirsi all'appaltatore lo è.

Il punto è che molti committenti non conoscono il confine. Pensano che basti "tenere d'occhio" chi lavora in azienda, oppure al contrario che una volta firmato il DUVRI il problema non li riguardi più.

Non funziona né in un senso né nell'altro.

Chi entra in azienda porta con sé i propri rischi. Governarli non significa gestirli al posto dell'appaltatore. Significa sapere esattamente dove finisce la propria responsabilità e dove inizia quella di qualcun altro.

Ho scritto un articolo su questo tema che entra nei dettagli: cosa contiene un DUVRI, quando è obbligatorio, cosa deve fare il committente per non trovarsi nei guai e cosa deve fare l'appaltatore per tutelarsi.

Ti lascio nel primo commento il link per l'articolo su: lavori in appalto: DUVRI, attrezzature e responsabilità del committente

Il manuale può essere il migliore amico del costruttore di macchine…o il suo peggior nemicoQualche tempo fa ero da un'az...
08/07/2026

Il manuale può essere il migliore amico del costruttore di macchine…
o il suo peggior nemico

Qualche tempo fa ero da un'azienda che produce impianti industriali. Stavamo lavorando sulla documentazione, e ad un certo punto ho detto una cosa che li ha fatti riflettere:

Il manuale non è scritto per chi usa la macchina.
È scritto per chi deve difendersi in tribunale.

Non è cinismo. È la realtà di come funziona.

Quando succede un infortunio, o quando un cliente contesta che
la macchina non funziona come promesso, la prima cosa che tutti guardano è il manuale. Il perito, il giudice, l'avvocato.

E quello che cercano non è la spiegazione tecnica di come funziona
il macchinario, ma i limiti dichiarati, i divieti espliciti, i rischi residui descritti, le istruzioni di manutenzione.

Se nel manuale c'è scritto "non utilizzare con materiali diversi da quelli indicati" e il cliente ha cambiato i materiali senza dirlo, il problema diventa suo. Se nel manuale c'è scritto "verificare i fissaggi ogni due anni" e il cliente non l'ha fatto, il problema diventa suo.
Se nel manuale non c'è scritto niente, il problema è del costruttore.

Dal punto di vista del costruttore, lo scopo del manuale deve essere, dunque, delimitare con precisione il suo perimetro di responsabilità.

Più è preciso sugli usi vietati, sui rischi residui, sulle manutenzioni obbligatorie e sui comportamenti che fanno decadere la conformità, meno il costruttore risponde di quello che succede fuori da quel perimetro.

Nella pratica, i manuali che vedo sono quasi sempre troppo generici.
Copiano da altri manuali, descrivono funzionamenti che tutti già conoscono, e tacciono proprio sulle cose che farebbero differenza in caso di contestazione.

Un buon manuale non è lungo. È preciso. E preciso significa: dice esattamente cosa si può fare, cosa non si può fare, e cosa succede se si fa diversamente.

06/07/2026

Il cliente non ti dice cosa aspira davvero. E il problema diventa tuo.

Qualche tempo fa ero da un'azienda che produce (anche) impianti di aspirazione e filtrazione.
Durante la consulenza è emerso un meccanismo che conosco bene, perché lo vedo spessissimo: i clienti spesso non sanno (o non dicono) esattamente cosa verrà aspirato dall'impianto che stanno acquistando.

A volte è buona fede. A volte è approssimazione. A volte la lavorazione cambia nel tempo e nessuno pensa di aggiornare il fornitore.

Il risultato è sempre lo stesso: il costruttore progetta e certifica l'impianto per un certo tipo di atmosfera, il cliente lo installa in una zona con caratteristiche diverse, e quando succede qualcosa emerge che l'impianto non era idoneo per quell'uso reale.

Però in ambito ATEX questo ha conseguenze precise.
Un impianto che lavora in zona 2 — dove c'è una scarsa probabilità
di atmosfera esplosiva — richiede componenti di categoria 3 e un'autocertificazione.
Uno che lavora in zona 1 richiede componenti di categoria 2
e una valutazione depositata presso un ente notificato.
La differenza tra le due situazioni è quella tra un impianto idoneo
e uno che in caso di incidente non ha nessuna copertura.

Il problema è che il costruttore non può sapere in quale zona verrà installato il suo impianto se non glielo dicono. E se non fa le domande giuste prima di progettare, rischia di consegnare qualcosa che non è adatto all'uso reale.
Le domande da fare prima di accettare una commessa sono,
ad esempio:
Cosa viene aspirato?
La zona è classificata?
Ci sono analisi disponibili sui materiali trattati?

Se il cliente non sa rispondere, è il momento di fermarsi — non di andare avanti sperando che vada bene.
Perché se va male, la documentazione dirà che l'impianto è stato consegnato conforme. Ma conforme a quel che era stato dichiarato, non a come è stato usato.
E distinguere le due cose, in sede di perizia, può essere molto più difficile di quanto sembri.

Indirizzo

Via Mameli 4
Milan
20129

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