Macchinario Sicuro - Certificazione - Ing.Delaini

Macchinario Sicuro - Certificazione - Ing.Delaini I Tuoi Macchinari Marcati CE sono sicuri? Le Macchine che stai usando per produrre sono sicure? e

10/06/2026

La macchina che ti consegnano non sempre è quella che ti hanno venduto.

Ti racconto la storia di un’azienda che stampa carta per sacchetti. Mi chiamano esasperati:
la nuova macchina da stampa **non funziona come promesso.**

Basta poco, sul luogo, per capire il perché:

• Per togliere un inceppo devi **infilarti sotto la macchina**
• La **doppia bobina** promessa è impossibile da usare nella realtà, manca • lo spazio
• Un pistone **scatta in faccia** se lo inserisci mezzo millimetro storto
• La pulizia dei rulli è l’operazione più **pericolosa** dell’impianto
• Il manuale non descrive l’uso vero
• Promessa: **400 m/min**; Realtà: **120–230** (quando sei fortunato)

La cosa che ripeto sempre ai clienti è una sola: **non pagate il saldo finché non siete sicuri che la macchina non funziona davvero.**

Funziona **con il vostro prodotto**, non in bianco.
Funziona **con tutte le protezioni inserite**, non “tanto la bypassiamo un attimo”.
Funziona **alla velocità promessa**, non solo a vuoto.
Funziona **in pulizia e in manutenzione**, non solo nel giorno del collaudo.

Perché il collaudo vero non è la dimostrazione del venditore: **è la vostra produzione**, con le vostre carte, le vostre persone, le vostre procedure.

Morale?

Una macchina non è buona perché ha la targhetta CE. È buona se:
• Funziona come promesso
•È sicura da usare,
• Mantiene le prestazioni
• Non costringe gli operatori a fare acrobazie
• Supera il collaudo prima che voi paghiate il saldo.

Tutto il resto sono scuse.

08/06/2026

Marcatura CE di un’isola robotizzata: sulla carta è semplice. In officina, molto meno.

Qualche tempo fa ero in visita per la marcatura CE di un’isola robotizzata.
Sulla carta era tutto perfetto: robot, convogliatori, centro di lavoro, protezioni, manuali “completi”.

Poi arrivi in officina e scopri la verità:

– Manuali standardizzati e poco specifici
– Più loghi e nessuna chiarezza su chi è il costruttore vero
– Saldature “creative” e ganci senza marcatura
– Componenti non identificati
– Rischi residui ignorati perché “non ci vai mai”
– Dichiarazioni di incorporazione che non dicono a quali RES rispondono

Un’isola robotizzata non è una macchina, è un incastro di robot, automatismi, manuali, persone e modifiche accumulate nel tempo.
E la marcatura CE non è mettere un’etichetta.
È ricostruire la coerenza tra ciò che c’è scritto e ciò che si vede nella realtà.

La visita serve proprio a questo:a far emergere quello che sulla carta non si vede.
E a riportare ordine dove la complessità, inevitabilmente, crea confusione.

03/06/2026

“Aggiungere un dispositivo in rete a una macchina è una modifica sostanziale?”

Mi ha scritto un tecnico (chiamiamolo Luca) con un dubbio sempre più comune:
Installare un **dispositivo passivo** sulla rete di controllo di una macchina può essere considerato una modifica sostanziale?
La risposta, detta semplice, è questa:

**🔹 Di solito no.**
Un dispositivo passivo e certificato EMC raramente cambia la natura della macchina.

**🔹 Il punto delicato non è il dispositivo, è la logica.**
Se la modifica può interferire con il controllore, allora il rischio c’è.
Se la logica resta invariata, la macchina resta “se stessa”.

Il metodo che consiglio sempre:

1_ Scrivere esattamente cosa si installa e dove,

2_ Fare una valutazione dei rischi seria ma semplice,

3_ Basarsi sulla certificazione EMC,

4_ Chiedere sempre una conferma scritta al costruttore.

E se il costruttore integra il dispositivo nei suoi schemi?
Non è un’assunzione formale di responsabilità, ma è il segnale più forte che la modifica è compatibile.

01/06/2026

“Scale e passerelle: non pagate mai senza questi documenti.”

L’altro giorno un RSPP mi ha scritto per un caso purtroppo molto comune:
una scala fissa con passerella installata sopra cisterne verticali… e **zero documentazione.**

Il costruttore gli aveva dato solo una relazione di calcolo “standard”, non riferita alla struttura reale, e nient’altro.

Nessun manuale. Nessuna relazione di calcolo specifica. Nessuna portata.
Nessuna qualifica dei saldatori. Nessuna certificazione dell’officina. Nessuna conformità alle 14122.

Io gli ho risposto quello che rispondo sempre in questi casi:

🔧 NTC? Solo se la struttura è collegata al capannone in modo permanente.
📘 UNI EN 14122? Sì, sempre, se è accesso a silos/cisterne.
E poi le richieste minime che, da tecnico, non mollerei mai:
✔️ 1. Mappa delle saldature
Ogni punto va dichiarato. Zero improvvisazione.
✔️ 2. Patentini e qualifica dei saldatori
Se è saldato, deve essere certificato. Fine.
✔️ 3. Tipo di saldatura usata
Non “l’hanno fatta bene”. Ci vuole il dettaglio tecnico.
✔️ 4. Targhetta con portata e nome del costruttore

Senza portata dichiarata, quella passerella non può essere usata.
E senza il nome del costruttore, non c’è nessuno da chiamare quando qualcosa non torna.

Se comprate o fate installare scale, passerelle o accessi sopraelevati: non abbassate la guardia.

Una passerella non è un pezzo di ferro.
È un luogo di lavoro.
E chi ci sale sopra ha diritto a sapere che qualcuno, a monte, si è preso la responsabilità tecnica e documentale di farla come si deve.

27/05/2026

Questa è la domanda che periodicamente ci arriva e pubblico la risposta che diamo sempre.
La pubblico per far capire un metodo che seguiamo in tanti, che rende fattibile una cosa che sembra impossibile. Non dobbiamo cadere nella tentazione di fare solo tanta carta.

Cliente: “Claudio, qui abbiamo circa 250 macchine… mi fa un’offerta indicativa, giusto per capire i costi?”

Io: “Guardi, glielo dico con sincerità: un prezzo ‘a occhio’ in questi casi non ha alcun valore tecnico.”

Cliente: “Perché? Sono più o meno simili…”

Io: “Sulla carta sì, ma nella pratica no. Ogni macchina ha la sua storia: anno di costruzione, modifiche fatte negli anni, documentazione presente o mancante… e finché non le guardiamo una per una, nessuno può sapere davvero cosa serve.”

Cliente: “Quindi da dove si parte?”

Io: “Dalla fase preliminare. È una ricognizione completa, macchina per macchina.
Solo così capiamo:
– quali modelli sono uguali
– quali sono simili
– quali sono completamente diversi
– quali hanno i manuali
– quali no
– quali sono già a posto e quali no.”

Cliente: “E a cosa serve tutta questa analisi?”

Io: “A evitare confusione. Se non uniformiamo il più possibile, il lavoro diventa ingestibile e si rischia di produrre solo carta.
Invece, con questa fase, da 250 macchine arriviamo spesso a una ventina di famiglie omogenee.
E lavorare su 20 famiglie è molto diverso dal lavorare su 250 macchine singole.”

Cliente: “E cosa ottengo, concretamente?”

Io: “Un quadro chiaro.
Da lì si vede quali macchine vanno periziate, quali vanno adeguate, quali sono già a posto, quali hanno documentazione incompleta e quali richiedono interventi prioritari.
È la base tecnica per capire davvero cosa serve.”

Cliente: “Ok… però poi la fase successiva potrei darla anche a un altro fornitore.”

Io: “Certo, è possibile. Però glielo dico per esperienza: chi entra nella seconda fase senza avere fatto la prima, spesso lavora con informazioni parziali e rischia di sbagliare direzione.
Ed è un problema sia per voi che per chi prende in carico il lavoro.”

Cliente: “Quindi, se capisco bene, senza la fase 1 si va alla cieca.”

Io: “Esatto.
E noi preferiamo lavorare in un modo che davvero migliori la situazione, non che la complichi.
La fase preliminare serve proprio a questo: a rendere tutto semplice, chiaro e gestibile.
È l’unico modo per ottenere un miglioramento reale.”

25/05/2026

La scala prestata non è un favore: è una responsabilità.

​​Parlando con **Fabio Raccagni**, abbiamo toccato un tema in cui mi imbatto spesso: **le attrezzature date in uso alle ditte esterne.**

Non le grandi macchine, no.
Le cose banali: una scala, un trabattello, un’idropulitrice, un muletto “prestato per due minuti”.

Troppo spesso è proprio lì che succedono gli infortuni peggiori.

Perché nella realtà funziona così:
– arriva l’appaltatore
– chiede una scala
– qualcuno gliela presta “per gentilezza”
– nessuno verifica niente
– nessuno controlla formazione o idoneità
– nessuno sa se quell’attrezzatura è a norma
– e poi quando succede l’incidente… è tardi

La legge (artt. 71-72-26 dell’81/2008) è molto chiara:
se concedi un’attrezzatura, ne rispondi tu.
Conformità, manutenzione, idoneità, formazione, uso corretto.
Tutto sulle tue spalle.

Lo dice bene Fabio:
“L’articolo 72 è quello che nessuno applica mai.”

Eppure basterebbero tre cose per evitare molti infortuni:
1️⃣ non prestare attrezzature senza verifiche
2️⃣ non far lavorare persone non previste
3️⃣ non accettare “lavori da 5 minuti” senza informazione

La sicurezza negli appalti non è burocrazia. È capire che quando presti una scala…
**stai prestando anche una responsabilità penale.**

13/05/2026

Quando un operatore esterno si fa male… non è mai solo un incidente

Qualche tempo fa, nel webinar con con l’avvocato **Rinaldo Sandri**, è riemerso un tema che vedo in tantissime aziende:
**un operatore esterno si fa male e il committente scopre che la responsabilità è anche sua.**

Non importa se l’operatore “lo conosci da anni”,
se “era un lavoro da 10 minuti”,
o se “tanto lo ha sempre fatto lui”.

La legge è chiarissima:
se entra nel tuo stabilimento, **tu devi verificare, informare e coordinare.**

Perché quando si lavora in appalto:
– entrano rischi nuovi,
– entrano persone che non conoscono l’ambiente,
– e nascono interferenze che nessuno ha previsto.

La sicurezza negli appalti non è carta.
È sapere **chi entra, cosa fa, e quali rischi porta.**

Perché quando un esterno si fa male,
la domanda che torna sempre è la stessa:
**“Chi doveva controllare?”**

E la risposta, troppo spesso, non piace.

11/05/2026

**Quando una linea non ha più una storia, diventa pericolosa.**

L’altro giorno ero da un cliente per valutare una linea di produzione.
Come spesso accade, era un mosaico di pezzi aggiunti, modifiche accumulate negli anni, interventi non tracciati e documentazione sparita.

A un certo punto ho capito che **non stavo guardando una macchina, ma una storia senza autore.**

Chi ha cambiato quel riduttore?
Perché ci sono due punti di comando identici così vicini?
Perché la cesta autocostruita non ha portata? Quante ne puoi impilare una sopra l’altra?
Perché gli schemi elettrici non esistono più? E quelli pneumatici?
L’emergenza passa per un relé? per il PLC? o per un modulo di sicurezza?

Nessuno lo sapeva.

E quando nessuno sa più chi ha fatto cosa,
nessuno può più garantire sicurezza, logica dei comandi, manutenzione e responsabilità.

Mettere ordine non significa fare carta.
Significa ricostruire il senso della linea:
– com’è fatta oggi
– come reagisce ai rischi veri
– chi deve fare cosa
– quali modifiche sono critiche
– come renderla di nuovo sicura

Perché una linea senza storia è una linea che non può essere difesa.
E soprattutto, è una linea su cui nessuno dovrebbe lavorare al buio.

06/05/2026

**ATEX non è una sigla: è evitare che tre cose si incontrino**

Di recente sono stato da un cliente per adeguare tre macchine alla **ATEX.**
Sulla carta sembrava semplice: un miscelatore con miscela idroalcolica, eliche, un vibratore, un galleggiante.
Niente di complesso… finché non c’è il rischio di **esplosione.**

A un certo punto il cliente mi fa:
**“Se metto una cappa grande… ho risolto?”**
La risposta è no.
Sempre no.

Perché gestire l’ATEX non è mettere una cappa Vuol dire controllare innesco, aria e combustibile.

È decidere come l’aria fluisce, cosa può sfregare, dove può accumularsi carica elettrostatica, quale parte elettrica deve sparire da lì.

In mezz’ora sono usciti i problemi veri:

• Ventilatore non certificato
• Manutenzioni mai descritte dal costruttore
• Rischio di caduta dentro la vasca
• Aspirazione della stanza al posto di quella locale
• Tubi che accumulano cariche
• “Qui le polveri le usiamo… ogni tanto”

Alla fine, la soluzione più semplice per l’ATEX resta una sola:
**prima riprogetti, poi compri. Non il contrario.**
Sequenze vincolate, aspirazione dimensionata bene, messa a terra reale, griglia antintrusione, procedure di pulizia che funzionano anche il sabato pomeriggio quando nessuno ha voglia di fare acrobazie.

La verità è semplice:
l’ATEX non è un adempimento, è un modo di tenere vive le persone.

E non si può improvvisare.

04/05/2026

**Quando una linea cambia… ma sulla carta resta quella di sempre**

Il mese scorso sono stato da un cliente del settore alimentare per ricertificare una linea che, sulla carta, è nata completamente automatizzata: robot, protezioni, interblocchi, comandi coordinati.

Poi la guardi oggi e scopri tutt’altro:

• I robot sono stati tolti
• Le protezioni rimosse
• Gli operatori lavorano al posto delle macchine
• L’ergonomia è pessima
• Nessuno sa più esattamente cosa sia rimasto della linea originale

A un certo punto il cliente mi chiede:
**“Claudio, come la ricertifichiamo, se non sappiamo più nemmeno dove inizia e dove finisce la linea?”**

Ed è lì che nasce il problema vero:
la linea è stata cambiata così tante volte da non essere più quella progettata anni fa.

È un’altra linea.
Con altri rischi, altre responsabilità e altre esigenze di documentazione.
E allora bisogna **rimettere ordine.**
Cosa vuol dire?
Vuol dire ricostruire il quadro completo:
• Capire com’è fatta davvero la linea oggi
• Ridefinire i confini dell’impianto
• Aggiornare l’analisi dei rischi sui rischi reali
• Ridisegnare schema dei comandi, protezioni e flussi
• Riallineare documentazione, manuali e funzioni
• Rimettere in fila ruoli, responsabilità e modalità d’uso
In poche parole:
**restituire alla linea una logica, una forma e una sicurezza che negli anni si sono p***e.**

La verità è che le linee cambiano più velocemente dei manuali.
E se non governi tu i cambiamenti, ci pensa l’improvvisazione.

La ricertificazione non è burocrazia, non è un timbro.
È un lavoro di pazienza, analisi e ordine che serve per far tornare la linea… una linea, e non un puzzle.

Indirizzo

Via Mameli 4
Milan
20129

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