26/06/2026
L'uberizzazione della psicologia è già iniziata. Solo che in Italia la chiamiamo in un altro modo.
Mai sentito parlare di "uberizzazione della cura psicologica"?
Il termine nasce in Francia e richiama un fenomeno ormai noto in molti settori: professionisti altamente qualificati che, invece di poter esercitare in autonomia il proprio valore, vengono inseriti all'interno di piattaforme o sistemi organizzativi che ne standardizzano il lavoro, comprimono i compensi e trasformano una professione intellettuale in una prestazione facilmente acquistabile.
Tutto esplode nel 2021.
Il governo francese introduce il rimborso delle sedute psicologiche attraverso il sistema sanitario nazionale. Un obiettivo condivisibile: rendere il supporto psicologico più accessibile ai cittadini.
Il problema, secondo gran parte della categoria, non è stato il "cosa", ma il "come".
Gli psicologi si sono trovati davanti a un modello costruito senza un reale coinvolgimento della professione.
Tra le principali criticità evidenziate:
🔥 compenso fissato unilateralmente a 30 euro a seduta;
🔥 numero di sedute rimborsabili molto limitato;
🔥 forte standardizzazione dell'intervento;
🔥 ridotta autonomia clinica;
🔥 sostenibilità economica giudicata insufficiente da molte organizzazioni professionali.
Per numerosi professionisti aderire significava, di fatto, lavorare con margini estremamente ridotti, per alcuni, se non addirittura in perdita, per altri.
Da qui nasce l'espressione "uberizzazione della psicologia": quando il professionista non viene valorizzato per le proprie competenze, ma diventa un esecutore di prestazioni standardizzate, con compensi decisi da altri.
E in Italia?
Da noi non esiste un equivalente perfettamente sovrapponibile eppure molti psicologi hanno la sensazione che l'uberizzazione sia iniziata già da tempo, solo che ha assunto forme differenti.
⚠️ Le cooperative sociali
Per molti giovani psicologi rappresentano il primo ingresso nel mondo del lavoro e svolgono un ruolo fondamentale nei servizi territoriali e nel welfare. Tuttavia, nonostante il valore sociale dei loro interventi:
🔥 i compensi risultano molto bassi rispetto alle responsabilità richieste.
🔥 il professionista è chiamato a gestire elevati carichi di lavoro, attività amministrative, spostamenti, progettazione e relazioni con le istituzioni, con tariffe orarie che faticano a riconoscere il valore della preparazione specialistica.
⚠️ Le piattaforme digitali
Negli ultimi anni sono nate numerose piattaforme che mettono in contatto psicologi e pazienti. Se da un lato, hanno certamente ampliato l'accessibilità alla professione e facilitato l'incontro tra domanda e offerta, dall'altro una parte del valore economico della relazione terapeutica viene trasferita verso soggetti che non svolgono direttamente l'attività clinica, ma organizzano l'accesso al servizio.
Lavorare per una piattaforma richiede allo psicologo di:
🔥 pagare un abbonamento o, in alternativa, ridurre la propria tariffa;
🔥 pagare quote extra per la propria visibilità all'interno di alcune piattaforme (servizi premium), commissioni sui pazienti acquisiti in altre.
🔥 gestire elevati carichi di lavoro per soddisfare le logiche dell'algoritmo interno per migliorare il proprio posizionamento all'interno della piattaforma (rispondendo gratuitamente a domande pubbliche, ottenendo un frequentemente recensioni, aggiornando costantemente il proprio profilo, producendo contenuti).
Tutti questi costi, in termini di denaro ma anche di tempo, raramente vengono considerati quando si valuta la reale sostenibilità economica dell'attività dello psicologo.
Il rischio non è certo l'esistenza delle piattaforme in sé che hanno registrato una crescita di circa 20 volte in tre anni, un ritmo raro anche nel panorama delle startup digitali.
Il rischio è che il professionista diventi dipendente dalle loro regole a discapito anche dei pazienti.
Quando il compenso viene progressivamente compresso, infatti, ciò che si riduce non è soltanto il guadagno dello psicologo ma anche il tempo disponibile per aggiornarsi, supervisionarsi, investire nella qualità del proprio lavoro.
E questo riguarda tutti, anche i pazienti.
Quindi al di là dei soldoni, che anche sono importanti, la domanda di fondo è che modello di cura vogliamo costruire.
Una psicologia sempre più gestita da privati, con inclinazioni più sociali o più aziendali ma influenzata sempre da interessi altri, oppure una professione che continui a fondarsi sulla competenza, sull'autonomia clinica, sulla qualità della relazione e sul tempo necessario per prendersi realmente cura delle persone?
Perché se rendere la psicologia accessibile è un obiettivo che molti condividono il renderla economicamente sostenibile per chi la esercita rischia sembra esserlo meno.
La professione di psicologo ha dei costi meno visibili di cui non si può non tenere conto. Quando si parla del compenso di uno psicologo, infatti, si guarda spesso soltanto alla tariffa della seduta e molto più raramente si considera quanto costa poter esercitare quella professione. Forse anche questo fattore incentiva molti giovani a iniziare questo tipo di studi, oltre che a una buona dose di altruismo.
E', invece, importante sottolineare come il reddito professionale medio netto, in Italia, si di 18.420 €, da cui vanno tolte alcune spese fisse, tra cui:
💸 contributi previdenziali;
💸 assicurazione professionale;
💸 tasse;
💸 iscrizione all'albo;
💸 formazione continua ECM;
💸 supervisione;
💸 affitto studio;
💸 pagamento utenze;
💸 gestione amministrativa (software o commercialista);
Per molti professionisti questi costi assorbono indicativamente tra il 40% e il 60% dei ricavi, prima ancora di poter parlare di reddito personale.
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In questa prospettiva diventa più comprensibile la crisi che attraversa oggi la professione dello psicologo. Una crisi che non coincide con una crisi del mercato. Anzi. Il mercato della salute mentale appare in piena espansione: aumentano la domanda, gli investimenti, le piattaforme digitali, le campagne di comunicazione e l'attenzione dei media.
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Ma la crescita del mercato non coincide necessariamente con il benessere di chi quella cura la rende possibile ogni giorno.
Dietro la vetrina di un settore apparentemente florido, dietro gli scaffali dei servizi sempre più numerosi, dietro gli spot, i post e i reel che raccontano il benessere – autentico o costruito – esiste un lavoro sommerso fatto di studio, formazione continua, supervisione, precarietà, investimenti economici, tempo non retribuito e fatica quotidiana.
È un lavoro che assomiglia molto meno agli eleganti setting immortalati dalla comunicazione e molto di più al lavoro silenzioso di una miniera: dove il valore si estrae con competenza, costanza e sacrificio, lontano dagli occhi di chi osserva soltanto il prodotto finale.
Forse è arrivato il momento di aprire una riflessione non solo su quanto debba costare una seduta, ma su quanto valore attribuiamo alla possibilità stessa di prenderci cura delle persone. Perché una professione può sopravvivere a compensi bassi per qualche anno. Difficilmente può farlo se perde le condizioni che le permettono di coltivare qualità, autonomia e dignità.
In Italia l'offerta di professionisti non manca e il numero, in questo caso, indebolisce la categoria invece di rafforzarla, perché è un'unione di tante individualità che non riesce ancora a farsi massa critica.
L'intenzione di questa mia critica è anche quella di generare massa. Colleghi, pazienti, che ne pensate?
C'è qualcuno o state in miniera, riposandovi dalla miniera o contando i benefici della vostra miniera?