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11/01/2026
Anche questo può diventare competenza trasversale, parlandone in aula e imparando tecniche per analizzare le fonti e app...
10/01/2026

Anche questo può diventare competenza trasversale, parlandone in aula e imparando tecniche per analizzare le fonti e approfondire correttamente le notizie

Sempre meno tv e stampa, sempre più social

Secondo un’interessante riflessione apparsa sulla piattaforma di informazione Digitale Popolare, negli ultimi vent’anni il modo in cui ci informiamo è cambiato radicalmente. Telegiornali e quotidiani, un tempo punti di riferimento quasi esclusivi, perdono progressivamente centralità a favore dei social media, che oggi rappresentano per molti – soprattutto tra i più giovani – la principale porta d’accesso alle notizie. Non si tratta solo di una trasformazione tecnologica, ma culturale: cambia il modo in cui scopriamo i fatti, li interpretiamo e costruiamo le nostre opinioni.
Il modello informativo del Novecento era basato su gerarchie chiare, palinsesti e media riconosciuti come autorevoli, capaci di creare un’agenda condivisa. Con internet e, soprattutto, con i social, questa centralità si è spezzata. Le notizie circolano in modo virale, spesso all’interno dei feed personali, sotto forma di video brevi, meme o contenuti emotivi. L’approfondimento arriva solo in un secondo momento, se arriva.
Gli algoritmi hanno sostituito in parte le redazioni nella selezione delle notizie, premiando ciò che genera interazione più che ciò che è rilevante dal punto di vista civico. Politici, aziende e personaggi pubblici comunicano direttamente, riducendo l’intermediazione giornalistica. In questo contesto, anche creator e canali indipendenti possono diventare più influenti dei media tradizionali, come dimostrano casi recenti di notizie diffuse esclusivamente sui social e diventate virali.
Questa disintermediazione ha aspetti positivi, perché amplia le voci e democratizza l’accesso alla sfera pubblica, ma presenta anche rischi evidenti: diffusione di fake news, confusione tra popolarità e autorevolezza, rafforzamento delle “camere dell’eco” create dagli algoritmi, ossia bolle circoscritte popolate da soggetti che condividono le medesime opinioni in cui si smarrisce un quadro complessivo realmente pluralista. Informarsi sui social significa spesso muoversi in ambienti personalizzati e parziali.
Per questo cresce la responsabilità individuale: servono nuove competenze critiche per valutare le fonti e riconoscere le distorsioni. Allo stesso tempo, il giornalismo è chiamato a rinnovarsi, ripensando linguaggi e formati, se vuole tornare a essere un riferimento credibile nell’informazione quotidiana.
Per approfondire: urly.it/31dfj1

09/01/2026
Nell’augurare un buon anno, cominciamo dal condividere la locandina di corsi gratuiti1 di IAL Emilia Romagna, sede di Mo...
02/01/2026

Nell’augurare un buon anno, cominciamo dal condividere la locandina di corsi gratuiti1 di IAL Emilia Romagna, sede di Modena, partner di codesta rete per l’apprendistato coordinata da Studio Lodi, rivolti a chiunque ne abbia interesse (sia nell’ambito aziendale sia privatamente come persone, indipendentemente dallo stato occupazionale ed eventualmente, se lavoratori dipendenti, sfruttando ferie e permessi per partecipare privatamente previo accordo con il proprio datore di lavoro qualora l’iscrizione non sia aziendale).

Trattasi di corsi su competenze digitali, business, ambiente, transizione ecologica e digitale.

Nell’augurare un buon anno, cominciamo dal condividere la locandina di corsi gratuiti1 di IAL Emilia Romagna, sede di Modena, partner di codesta rete per l’apprendistato coordinata da S…

Video Instagram natalizio
19/12/2025

Video Instagram natalizio

(cliccare l’anteprima per avviare la sequenza musicale)

Saper fare. L'apprendistato proprio a questo serve. Sapere e saper fare.
19/12/2025

Saper fare. L'apprendistato proprio a questo serve. Sapere e saper fare.

Mi chiamo Renato. Ho 71 anni, sono stato elettricista industriale. Da qualche mese sono ufficialmente in pensione.

Per una vita intera ho lavorato tra quadri elettrici, capannoni rumorosi e scale traballanti. Ho passato più tempo con cacciaviti e tester che seduto a una scrivania. Ho tirato cavi, sistemato impianti, fatto sì che luci e macchine si accendessero quando qualcuno premeva un interruttore.

Nessuno mi ha mai chiesto dove avessi studiato. Nessuno si è mai interessato ai miei voti o a eventuali titoli. La domanda era sempre la stessa:
“Renato, riesci a far ripartire la linea? Se l’impianto resta fermo, qui si blocca tutto.”

Qualche mese fa mi hanno invitato alla scuola media di mio nipote Luca per una giornata dedicata ai mestieri.

In aula c’erano un commercialista, una psicologa, un ingegnere gestionale e una ragazza che lavorava nel marketing digitale. Io ero quello con le scarpe antinfortunistiche e le mani segnate dai tagli. L’unico senza una presentazione in PowerPoint.

Quando è toccato a me, ho parlato semplice:
“Non ho una laurea appesa al muro. Però ho contribuito a far funzionare fabbriche, ospedali, scuole. Quando salta la corrente, non basta sapere come dovrebbe funzionare un sistema. Serve qualcuno che sappia rimetterci mano davvero. E spesso quel qualcuno lavora mentre tutti dormono.”

La classe, che all’inizio era un po’ distratta, ha smesso di sussurrare.

Sono arrivate domande vere:
“È pericoloso?”
“Sì.”
“Si impara sul campo?”
“Soprattutto.”
“Hai mai avuto paura?”
“Ogni volta che non rispettavo l’elettricità.”

Alla fine, mentre gli altri uscivano, un ragazzo è rimasto seduto. Aveva le spalle curve e parlava a bassa voce.
“Mio padre lavora come manutentore. Dice che non è un gran lavoro. Alcuni lo prendono in giro perché non ha studiato molto…”

Gli ho risposto senza pensarci troppo:
“Tuo padre è quello che entra quando qualcosa smette di funzionare. È quello che evita i disastri prima che diventino notizie. Senza persone come lui, tutto quello che vedi intorno a te si spegne.”

Qui sta il problema: abbiamo iniziato a raccontare certi mestieri come se fossero una scelta di ripiego. Come se usare le mani fosse un fallimento. Ma senza chi sa fare, progettare non serve a nulla. A cosa serve il miglior software se manca la corrente? A cosa serve il progetto perfetto se nessuno sa realizzarlo?

C’è chi dopo il diploma passa anni a cercare un posto. E c’è chi impara un mestiere, costruisce competenze, lavora, cresce, vive con dignità. Perché le competenze vere non vanno mai fuori moda. Cambia il mondo, ma qualcuno dovrà sempre farlo funzionare.

Qualche settimana fa ho incontrato il padre di quel ragazzo davanti al supermercato. Mi ha stretto la mano e mi ha detto:
“Da quando ha parlato lei a scuola, mio figlio mi chiede di ve**re con me al lavoro. Dice che vuole imparare.”

Ecco cosa conta davvero: il rispetto.
Non per il mestiere in sé, ma per ciò che rappresenta. Essere utili. Sapere fare. Lasciare qualcosa che resta anche quando tu non ci sei più.

Per questo dovremmo smettere di chiedere ai ragazzi solo:
“Che titolo prenderai?”

E iniziare a chiedere:
“Che tipo di persona vuoi diventare?”

Se la risposta è: “Voglio fare l’elettricista”, “voglio aggiustare cose”, “voglio costruire”, non correggeteli.

Guardateli e dite:
“È una scelta forte. Il mondo ha bisogno di te.”

Perché quando le luci si spengono, quando le macchine si fermano, quando qualcosa va storto…
non servirà un discorso brillante.

Servirà qualcuno che sappia rimettere tutto in funzione.

13/12/2025

Indirizzo

Via E. Gerosa, 18 (aula In Angolo In Strada Canaletto Sud, 246)
Modena
41122

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00

Telefono

0598676960

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