08/03/2026
Nel Franchising si parla spesso di etica.
Il Franchising viene raccontato come un modello win-win: il franchisor espande il brand, il franchisee avvia un’attività con un modello già testato, sulla carta è perfetto.
Nella realtà, però, il rapporto tra franchisor e franchisee nasce spesso con uno squilibrio informativo e contrattuale evidente.
Chi entra nel sistema investe capitali, tempo, energie e aspettative, e lo fa fidandosi di numeri, promesse e business plan che molto spesso sono più strumenti commerciali che strumenti previsionali.
La legge sul Franchising ha provato a mettere qualche paletto, ma diciamolo chiaramente: obbligare a fornire informazioni non significa garantire la qualità del modello.
Un esempio su tutti: la sperimentazione.
Davvero pensiamo che un solo anno di test sia sufficiente per dimostrare che un modello funziona?
Ci sono aziende che dopo vent’anni di attività stanno ancora cercando il proprio equilibrio.
Forse la vera domanda non è quanto tempo hai sperimentato, ma: il tuo modello è davvero scalabile e trasferibile a terzi?
Mirco Comparini ne ha già parlato in un suo post.
Perché il Franchising non è aprire un negozio che funziona ma replicare un sistema che fa guadagnare altri imprenditori.
Poi ci sono gli altri attori del settore.
Alcune fiere di settore presentano progetti che di Franchising hanno ancora poco o nulla.
Alcuni portali specializzati promuovono modelli che stanno di fatto usando quegli spazi solo per testare il mercato.
Il messaggio implicito per chi vuole affiliarsi diventa: Apri, prova… e vediamo cosa succede.
Ma il franchisee non è un beta tester.
L’etica nel Franchising non è un optional, ma una responsabilità strutturale del sistema.
E qui entrano in gioco anche associazioni di categoria e consulenti.
Le prime dovrebbero fare di più per alzare gli standard del settore.
I secondi avrebbero bisogno di un vero albo professionale, per evitare il proliferare di venditori di fumo.
E lo dico mettendo in discussione anche me stesso.
Io dopo quasi 15 anni nel settore, ho cambiato il mio modello di lavoro.
Sono passato da consulente a temporary manager, per poi scegliere di sviluppare solo quei brand dove posso assumere anche il ruolo di direttore commerciale.
In altre parole: meno progetti, più responsabilità diretta sui risultati.
E’ facile vendere affiliazioni, è difficile costruire reti che funzionano nel tempo.
Mi pongo spesso alcune domande, che giro a voi:
• Quanto è davvero trasparente la fase di presentazione del progetto agli affiliati?
• I business plan sono strumenti previsionali o strumenti di vendita?
• Che responsabilità reale ha il franchisor quando un affiliato fatica o chiude?
• Dove finisce il marketing e dove dovrebbe iniziare l’etica?
Il Franchising può crescere solo se cresce anche il livello di responsabilità dell’intero ecosistema.
Sono curioso di sentire il punto di vista di chi il franchising lo vive ogni giorno.
Voi come la vedete e cosa fareste?