21/02/2026
Cura e strategia ESG: non una check list, ma un cambio di sguardo
Un anno fa' abbiamo parlato di Risk Management nelle strutture sanitarie.
Parlavamo di matrici 5×5, di probabilità e impatti, di supply chain, di continuità operativa.
Oggi, a distanza di dodici mesi, sento che la domanda da aggiungere sia un’altra:
Stiamo gestendo rischi… o stiamo imparando ad avere cura delle cure?
La lezione più radicale: la cura è politica
Joan Tronto ci ricorda che:
“La cura è tutto ciò che facciamo per mantenere, continuare e riparare il nostro mondo affinché possiamo viverci nel miglior modo possibile.”
Definizione ampia di cura J. Tronto.
Il “mondo” non è un’astrazione.
Sono i nostri corpi, le relazioni, l’ambiente, le reti che sostengono la vita
Questo significa che la cura non è solo assistenza clinica.
È struttura di vita. È organizzazione sociale. È potere.
E ogni relazione di cura contiene un’asimmetria: chi cura può esercitare potere su chi è fragile.
Nel sistema sanitario questo è evidentissimo:
tra struttura e paziente,
tra management e professionisti,
tra appaltatore e fornitore,
tra pubblico e privato.
Ecco perché parlare di ESG in sanità non è parlare di rendicontazione.
È parlare di redistribuzione delle responsabilità nella cura.
Le quattro fasi della cura… e il Risk Management.
Tronto individua quattro momenti fondamentali della cura
Caring about: riconoscere un bisogno
Taking care of: assumersi la responsabilità
Care-giving: prestare concretamente cura
Care-receiving : ascoltare la risposta di chi riceve cura.
Il punto decisivo è il quarto: care-receiving.
Se il paziente non è ascoltato, la cura è solo atto tecnico.
Se il territorio non è coinvolto, la sanità è solo erogazione.
Se i lavoratori non sono tutelati, la sostenibilità è una parola vuota.
Il falso amico: la responsabilità individuale
Tronto critica la riduzione neoliberale della cura a “responsabilità personale”
Tradotto in sanità:
Se un paziente non aderisce alla terapia è colpa sua.
Se un operatore è in burnout è un problema individuale.
Se una struttura collassa e' inefficienza gestionale.
No.
La cura è sempre sistemica.
E quando diventa solo responsabilità individuale, perdiamo la dimensione democratica e umana.
È qui che l’ESG entra in scena.
ESG in sanità: pre-requisito per cambiare sguardo.
Implementare una strategia ESG in una struttura sanitaria significa:
integrare E (ambiente)
salute e ambiente sono interdipendenti (One Health);
rafforzare S (sociale)
dignità del lavoro, parità, inclusione, equità di accesso;
strutturare G (governance)
trasparenza, accountability, gestione dei conflitti di interesse.
Ma soprattutto significa fare una cosa più profonda:
passare dalla gestione delle prestazioni alla cura delle relazioni.
La sostenibilità non è solo:
un bilancio,
un audit,
una check list,
un adempimento normativo.
È una strategia di erogazione della cura.
Tronto ci invita a superare il mito dell’individuo autonomo.
In sanità questo vuol dire riconoscere che:
ogni paziente è vulnerabile,
ogni medico è vulnerabile,
ogni organizzazione è vulnerabile.
La vulnerabilità non è debolezza.
È il fondamento della cittadinanza sanitaria.
Una struttura sanitaria davvero sostenibile:
riduce le asimmetrie di potere,
redistribuisce le responsabilità,
integra cura e giustizia
considera la fragilità come dato strutturale, non eccezione.
A un anno di distanza: cosa abbiamo imparato?
Che il Risk Management non è solo prevenzione del danno.
È architettura della fiducia.
Che la supply chain sanitaria non è solo catena di fornitura.
È catena di responsabilità condivisa.
Che l’ESG non è un linguaggio finanziario importato in sanità.
È la grammatica contemporanea della cura.
C’è un’espressione che mi accompagna da mesi:
“Avere cura delle cure.”
Significa:
progettare organizzazioni che non schiaccino i professionisti,
costruire sistemi che non scarichino sui pazienti le fragilità strutturali,
integrare ambiente, lavoro e governance nella qualità clinica.
Se la cura è tutto ciò che mantiene e ripara il mondo, allora la sostenibilità è la forma strategica della cura nelle organizzazioni complesse.
E la vera domanda, oggi, non è:
Come rendicontiamo l’ESG?
Ma:
Che tipo di sanità vogliamo costruire, se riconosciamo che tutti siamo vulnerabili e interdipendenti?
Perché la sostenibilità, in fondo, non è un protocollo.
È un modo più umano di organizzare la cura.