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12/03/2021

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19/10/2019

l'UTENTE è parte integrante del sistema di sicurezza

ll ransomware può ormai essere considerato come una delle più grandi piaghe informatiche di questo decennio.
Proprio a causa della sua pericolosità, per potersi difendere non basta un solo strumento, ma servono una serie di elementi: un buon antivirus, degli utenti consapevoli e delle accurate misure preventive, e nonostante tutto potrebbe non essere abbastanza.
GLI UTENTI sono una parte importante del sistema di sicurezza.
Infatti proprio dall’utente e per suo tramite il ransomware riesce ad avere accesso al sistema ed a diffondersi nel network.
Basta davvero poco. Una email letta distrattamente o frettolosamente con relativo un click sul link indicato o peggio ancora l’apertura di un allegato infetto (spesso mascherato da PDF o DOC).
In realtà gli UTENTI non dovrebbe mai essere amministratori delle loro macchine, è una comodità non dover inserire password di accesso o autorizzazione MA HA UN PREZZO talvolta alto!
Strano a dirsi ma bisogna difendersi prima di tutto dall’interno. Un utente non amministratore non ha i privilegi necessari per eseguire tutta una serie di attività e quindi anche il ransomware trova una serie di ostacoli.
Ovviamente in questa continua lotta, giocano un ruolo importante anche gli aggiornamenti del sistema operativo e degli applicativi (specialmente i browser), anche in questo caso spesso ritenuti superflui dall’utente oppure considerati una perdita di tempo.
Magari anche Disabilitare autorun sui client può aiutare, ed anche in questo caso bisogna che l’utente si abitui a fare un click in più!
Sicuramente anche Disabilitare gli script con un adblocker o scriptblocker può essere d’aiuto, anche se è scomodo dover autorizzare gli script quando richiesto (vedi infezioni da allegati .zip .doc che in realtà sono script camuffati). Se necessario si possono associare le estensioni degli script al blocco note:
Sempre nell’ambito dell’impedire script malevoli si può disabilitare VSH (scripting Host di Windows), valutando di volta in volta l'impatto sul corretto funzionamento delle applicazioni installate.
Magari poi Disabilitare sui client Powershell, ovviamente se questi non eseguono applicazioni o script che necessitano di Powershell!
GLI UTENTI insomma sono una parte importante del sistema di sicurezza e del contrasto agli attacchi informatici.
Bisogna formare l’utente all’attenzione verso quello che gli viene richiesto da siti e email.

04/02/2019

Per valutare la sicurezza delle tue password fai un giro sul sito

How long it would take a computer to crack your password?

24/01/2019

Gli hacker riscoprono il fattore umano

l report di Trend Micro evidenzia che l’attenzione degli attaccanti è tutta sulla compromissione delle email di business. E intanto cade la barriera fra IT e OT, con ampie vulnerabilità per il mondo industriale
I report delle società specializzate nella security non sono certo fatti per spargere ottimismo e le prediction di Trend Micro non fanno eccezione. Perché con lo sviluppo tecnologico aumentano anche i rischi. In questo caso la parola chiave, sottolinea il country manager italiano Gastone Nencini, è “interconnettività”. Il grande numero di dispositivi in circolazione connessi alla rete, la connessione fra software e dispositivi, la caudata delle barriere in ambito industriale fra Information Technology (IT) e Operational Tecnology (OT) ampliano le possibilità di intervento degli hacker che, volendo, in certi casi possono anche fare a meno del protocollo IP e lavorare in radiofrequenza bloccando per esempio la gru di un cantiere. “Mappare il futuro: affrontare minacce pervasive e persistenti” è il titolo dell’annuale rapporto di Trend Micro che segnala la diminuzione delle minacce Zero day. “Troppi dispositivi con sistemi diversi rendono questa tecnica di attacco troppo costosa. Gli attaccanti preferiscono ora utilizzare il social engineering”, aggiunge Nencini. Torna in primo piano il fattore umano, un trend confermato dal protagonismo del’email (l’Italia è fra i primi 15 Paesi per il “Business Email Compromise”) e dall’aumento del phisihng. In Italia siamo passati da 117.692 attacchi di questo tipo del 2015 a 2.017.553 del 2018.

Sembra però che le aziende abbiano capito che i dipendenti possono rappresentare l’anello debole delle procedure di sicurezza. “Per questo – sottolinea Alberto Meneghini, managing director di Accenture Security, si nota un certo interesse ai basic con investimenti in tecnologia ma anche una rinnovata attenzione al fattore umano con i programmi di security awareness“.

Altri dati dicono che l’Italia è nella top ten mondiale e seconda in Europa per il malware e 18esima al mondo (quarta in Europa) per le malicious app.

A rincarare la dose arrivano le anticipazioni del rapporto del Politecnico di Milano che, come spiega Alessandro Piva, Director dell’osservatorio Information Security & Privacy, annuncia che “l’inverno sta arrivando, con una forte crescita degli attacchi e aziende che fanno fatica a tenere il passo”.

Ce n’è per tutti. Il rapporto spiega infatti che nel 2019 nel mondo consumer gli Exploit Kit saranno sostituiti da attacchi phishing che sfruttano tecniche di ingegneria sociale. Aumenteranno anche gli attacchi attraverso le chatbot. Gli account online delle celebrità verranno colpiti da attacchi watering hole (in cui si infettano siti che si presume saranno visitati dal vero bersaglio dell’attacco). Ci sarà un utilizzo massiccio di credenziali violate per ottenere vantaggi nel mondo reale e aumenteranno i casi di sextortion. Anche le smart home saranno a rischio con i cybercriminali che cercheranno di prendere possesso del maggior numero di dispositivi e vedremo probabilmente i primi casi di anziani vittime di attacchi ai dispositivi Smart Health.



Molto più nutrito l’elenco delle minacce per le aziende. Con il diffondersi dell’azienda estesa e dipendenti che lavorano anche da casa, aumenteranno i rischi veicolati tramite le aziende domestiche, le minacce tramite Business Email Compromise coinvolgeranno anche i dipendenti di grado inferiore (la formazione diventa fondamentale), aumenteranno i casi di estorsione digitale e anche l’automazione sarà sfruttata per gli attacchi di Business Process Compromise, che mirano a bloccare o alterare la produttività degli impianti. Perché con l’Industry 4.0 cade la barriera che separava l’IT dalle macchine della fabbrica. In più, il concetto di security by design che sta cercando di farsi strada nell’IT non è stato certo finora patrimonio del mondo industriale, che si ritrova con macchine molto vulnerabili.

Se ne è sicuramente accorta anche quella azienda, racconta Nencini, che ha avuto la produzione bloccata per un paio di giorni. E i bug nella HMI (l’interfaccia uomo– macchina) saranno la prima fonte di vulnerabilità sul fronte del controllo industriale.

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23/01/2019

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Cosa è e come funziona l’SNMP Posted on 23 Gennaio 2019 by gdamore Sai bene come funziona il protocollo SNMP? Se la risposta è sì, allora ti consiglio di non perdere tempo con questa lettura, potresti non trovare materiale interessante per te. Se la risposta è no, o comunque vorresti saperne d...

23/01/2019

Collection #1: rivelati online 773 milioni di email. Come proteggersi?

La violazione di dati denominata Collection #1 raccoglie oltre un miliardo tra password e indirizzi email.
Cosa dobbiamo fare se scopriamo di essere stati hackerati?

Le violazioni dei dati stanno diventando sempre più comuni, ma quella venuta a galla nelle scorse ore ha proporzioni davvero colossali: 1,160,253,228 di password uniche e indirizzi e-mail compongono infatti la recente violazione chiamata Collection #1.

L’elenco collettivo di 773 milioni di indirizzi e-mail provenienti da diverse fonti, pubblicato sul servizio di archiviazione cloud MEGA, è stato segnalato da Troy Hunt, il proprietario del sito web HaveIBeenPwned che indicizza le informazioni compromesse da attacchi e violazioni di dati. Il numero di indirizzi e-mail rende Collection #1 il più grande data breach mai caricato sul sito di Hunt. Ma ci sono anche 21.222.975 password uniche contenute in questo “pacchetto” e per di più archiviate e mostrate chiaramente (e quindi non criptate) per essere viste da tutti.

Ciò che non è esattamente chiaro è se la violazione abbia memorizzato un indirizzo email effettivamente associato alla password utilizzata. Il database di Hunt consente di controllare il vostro indirizzo e-mail per vedere se è tra quelli hackerati e lo stesso vale per la password; se entrambi sono presenti nell’elenco, dovete presumere che qualcuno là fuori abbia accesso alla vostra email.

Per di più alcuni servizi online, come Google, consentono di archiviare anche le password di siti web di terze parti all’interno del servizio. In tal caso, conoscere la vostra password di Gmail darà a un utente malintenzionato l’accesso anche a quelle di altri vostri servizi.

Ciò che è particolarmente pericoloso è se si utilizzano sia il proprio indirizzo email, sia la stessa password per accedere a più siti. Che cosa si può fare allora? La prima cosa che consigliamo è controllare sul sito di Hunt se la vostra email è stata compromessa (ed è probabile che lo sia già considerando che questa non è certa la prima grande violazione di dati emersa negli ultimi anni).

HaveIBeenPwned consente inoltre di controllare la vostra password per vedere se è stata visualizzata nella Collection #1. Se così fosse, cambiatela il prima possibile. La protezione più collaudata contro le massicce violazioni dei dati è, ovviamente, l’utilizzo di un gestore di password.

I migliori non costano poco, ma possono generare automaticamente password quasi impossibili da indovinare, che diventano ancora più complicate da violare se abbinate all’autenticazione a due fattori. È poi vero che nemmeno un gestore di password può essere considerato sicuro al 100%, ma se non altro è molto più efficace dell’uso di password come 12345678 per ogni sito sul web.

21/06/2018

GDPR 2016/679: Il Registro dei Trattamenti

Dal 25 maggio 2018 si è applicato il nuovo Regolamento UE 2016/679 (cd. GDPR), che sostituisce la Direttiva CE sulla protezione dei dati (EC / 95/46), attualmente vigente, ed introduce nuove disposizioni giuridiche sui diritti per le persone, infatti estende la portata delle responsabilità per i responsabili del trattamento dei dati e incentiva l’adeguamento alla nuova normativa prevedendo sanzioni pecuniarie amministrative che, nei casi più gravi, raggiungono il 4% del fatturato annuale mondiale di un’organizzazione.

Il GDPR comporta una serie di cambiamenti significativi, pertanto si devono adeguare alla nuova normativa tutti coloro che trattano dati personali nell’ambito della loro attività lavorativa, e precisamente:

Le aziende, a prescindere dalla loro dimensione;
I liberi professionisti;
Le pubbliche amministrazioni;
Le associazioni;
Le cooperative.

Bisogna precisare che il nuovo Regolamento UE si applica anche a tutte le organizzazioni che a prescindere dalla loro collocazione geografica conservano informazioni relative ai propri clienti europei.

Il processo di adeguamento al GDPR si articola nelle seguenti fasi:

Valutazione dello stato dell’organizzazione aziendale in merito al trattamento dei dati personali già raccolti e analisi della documentazione in uso;
Individuazione dei ruoli e delle responsabilità dei soggetti che effettuano il trattamento, quindi bisogna indicare almeno il titolare ed il responsabile del trattamento;
Eventuale individuazione e nomina di un Data Protection Officer (cd. DPO). La responsabilità principale di questa figura è quella di valutare e organizzare la gestione del trattamento di dati personali – e dunque la loro protezione – all’interno di un’azienda, affinché questi siano trattati nel rispetto delle normative europee e nazionali sulla privacy. Il DPO svolge non solo la funzione di supervisore interno, per dimostrare la conformità dei dati trattati rispetto alla normativa vigente, ma anche di agevolare la comunicazione relativa al trattamento dei dati sia verso il vertice dell’organizzazione sia verso l’esterno.
Inoltre, il DPO può essere sia interno che esterno all’azienda ma in ogni caso è una figura indipendente rispetto all’organizzazione.
Creazione del registro dei trattamenti. Si tratta di un documento volto a tenere traccia dei trattamenti effettuati da parte del titolare e degli eventuali responsabili, e contiene:
o le finalità del trattamento,
o le categorie di interessati e dei dati personali,
o i destinatari,
o gli eventuali trasferimenti verso Paesi terzi
o la durata del trattamento
o l’indicazione delle modalità di raccolta dei dati
o l’eventuale descrizione dell’attività di profilazione dei dati.
Definizione delle politiche di sicurezza e valutazione dei rischi. In questa fase bisogna procedere alla valutazione e all’attuazione di tutte le misure tecniche e organizzative adeguate per garantire, ed essere in grado di dimostrare, che il trattamento è effettuato conformemente al GDPR.
Data Breach. In caso di accessi non autorizzati, perdita o furto di dati vi è l’obbligo di comunicare tempestivamente e, ove possibile, entro 72 ore sia agli interessati che alla competente autorità le suddette violazioni.
DPIA: Valutazione d’impatto sulla protezione dei dati personali. Al fine di assicurare trasparenza nelle operazioni di trattamento dei dati personali e adeguata protezione agli stessi, la DPIA implica che il titolare effettui precise e adeguate valutazioni d’impatto. Attraverso tale istituto è possibile, di conseguenza, valutare gli aspetti relativi alla protezione dei dati, prima che questi vengano trattati.
Generazione, stesura o modifica della documentazione contenente le risultanze dei punti precedenti, affinché sia completa ed aggiornata secondo le prescrizioni della nuova normativa.

22/02/2018

Cloud Server: cosa sono e come scegliere

Negli ultimi anni si sente parlare sempre più di cloud e cloud hosting, ma in pochi sanno effettivamente di cosa si tratta. In questo articolo spiegheremo a tutti coloro che sono a digiuno sull’argomento, cosa sono i cloud server e come funzionano e porremo in evidenza le differenze sostanziali tra i VPS e i server cloud

Chiunque si sia trovato nella situazione di dover pubblicare il proprio sito Internet, o di dover condividere i propri documenti e servizi online, ha certamente sentito parlare di “cloud” e in particolare di cloud server e cloud hosting. I servizi “on the cloud”, ossia sulla nuvola, stanno prendendo sempre più piede e si accingono a rappresentare il futuro di Internet. Ma di cosa si tratta realmente? Possono i cloud server rappresentare una valida alternativa a quelli privati virtuali o agli hosting condivisi? In questo articolo risponderemo a queste e altre domande, al fine di comprendere se una soluzione cloud sia o meno conveniente per il nostro business.

Cos’è un cloud server?

Prima di procedere con la valutazione dei servizi cloud messi a disposizione da alcuni provider di hosting, è bene comprendere chiaramente cosa sia un cloud server. Sebbene, infatti, siano in molti ad averne sentito parlare, solo pochi sanno effettivamente di cosa si tratti. Inoltre, accade spesso di non riuscire a comprendere la differenza tra i server privati virtuali (VPS) e i cloud server.

I cloud server sono delle macchine, caratterizzate da una propria RAM, spazio su disco e processore, in grado di condividere le risorse grazie alla tecnica della virtualizzazione. Dal punto di vista tecnico, dunque, potremmo anche dire che i cloud server sono identici ai VPS.

Il condizionale è comunque d’obbligo, perché in realtà esistono delle sottili differenze fra l’una e l’altra tipologia di infrastruttura. Una prima differenza, che non sempre è comprensibile ai non addetti ai lavori, risiede nella possibilità di poter aumentare in tempo reale le risorse hardware del proprio cloud server. A tal proposito, spesso si sente parlare di scalabilità. Con questo termine si indica proprio la capacità di modificare istantaneamente parametri come la quantità di RAM, la potenza computazionale e la banda dedicata del cloud server in pochi clic, senza problemi, senza rinegoziazioni contrattualistici e pagando solamente le risorse impegnate, solo per il tempo in cui queste vengono utilizzate.

Ed è proprio in ambito economico che risiede un’ulteriore differenza fra i cloud server e i VPS. I VPS in generale vengono fatturati agli utenti sulla base di una tariffa mensile o annuale, che dipende dalle risorse a disposizione e dal traffico di trasferimento dati, quindi dal profilo prescelto in fase di attivazione. Nel caso dei cloud server, invece, è possibile pagare a consumo secondo una tariffazione oraria. Un vantaggio non da poco, considerando che sarà possibile pagare solo per il tempo effettivo di utilizzo del server e solo per le risorse di cui si ha necessità.

Quali sono i vantaggi di un cloud server

I vantaggi che possono derivare affidandosi ai cloud server appaiono quindi evidenti. In ogni caso, per chi non avesse ancora ben compreso quale giovamento possa apportare il cloud al proprio business, elenchiamo di seguito quelli che potrebbero essere, per alcuni utenti, i punti a favore di questa soluzione.

In primis potremmo affermare che i server cloud sono la soluzione ottimale per tutti coloro che necessiterebbero di un server dedicato o un server privato virtuale ma non possiedono il budget necessario per il mantenimento. Il vantaggio assoluto dei cloud server risiede appunto nell’aspetto economico. Potendo pagare solo le risorse che effettivamente si utilizzano, il cloud server rappresenta di certo la soluzione migliore, soprattutto rispetto all’hosting condiviso, che, per ovvi motivi, offre prestazioni limitate. In generale, possiamo affermare che per progetti che richiedono molte risorse, banda elevata e traffico intenso, sarebbe più opportuno optare per i servizi dedicati.

Al contrario, per i progetti in divenire, come ad esempio i siti Web che crescono di giorno in giorno, sarebbe opportuno optare inizialmente per una soluzione su cloud server. Con la scalabilità, infatti, possiamo aumentare in tempo reale le risorse necessarie e possiamo così offrire continuamente ai propri visitatori prestazioni ottimali, anche quando si verificano picchi improvvisi di carico.

A quest’ultimo vantaggio è strettamente correlato l’aspetto della flessibilità. Con un cloud server, infatti, è possibile modellare il proprio spazio sulla nuvola in funzione delle proprie esigenze. In pochi clic si potranno impostare spazio su disco, RAM e CPU.

L’ultimo vantaggio, ma non di certo il meno importante, riguarda la sicurezza. Nel cloud hosting le risorse sono distribuite su più macchine, ciò significa che è molto difficile si verifichino downtime, cosa che al contrario potrebbe avvenire nel caso dei server dedicati non ridondati. Un cloud server, inoltre, si può ritenere nell’ambito della sicurezza dei dati, anche più affidabile di un VPS. Nei cloud hosting, infatti, i dati sono ridondati su vari server e in alcuni casi anche in differenti aree geografiche, mentre nei VPS i dati sono ridondati all’interno della stessa macchina fisica. In caso di guasti è dunque molto più probabile vengano danneggiati i dati in un VPS che non in un server cloud.

Come scegliere il cloud server ideale

La prima operazione da compiere nella scelta del cloud server è quella di individuare il provider al quale affidare i propri dati. La sicurezza del cloud dipende, infatti, anche da quest’ultimo. Per individuare un provider di fiducia valgono sempre le stesse regole che interessano anche gli altre tipologie di hosting. In primis bisogna valutare la reputazione del provider, tramite ricerche online su forum e blog. Successivamente è necessario valutare l’assistenza tecnica fornita, che ricordiamo deve essere garantita 24 ore su 24, almeno via email, e deve essere fornita in lingua italiana.

Individuato il provider a cui affidarsi è necessario verificare, tra i vari profili di cloud server messi a disposizione, quale soddisfi al meglio le proprie esigenze. In particolare è opportuno valutare il tipo di processore, la quantità di RAM e lo spazio su disco. A seguire è necessario scegliere tra i sistemi operativi Linux o Windows e sulla base di questa scelta è possibile indicare quali software installare eventualmente nella cloud. Molti provider, individuato il piano di interesse, il sistema operativo e i software danno la disponibilità a pagare sulla base delle ore, dei giorni o dei mesi di utilizzo delle risorse.

Cloud server: quale tecnologia?

Un’altra difficoltà che spesso si incontra nello scegliere il proprio cloud server ideale è riuscire a discernere nel modo più corretto possibile e in base alle proprie esigenze la tecnologia di virtualizzazione alla base del cloud server. Alcuni provider sono orgogliosi di basare la propria infrastruttura su OpenStack, altri ancora sbandierano ai quattro venti l’utilizzo della piattaforma di Amazon AWS o VMware. Un utente inesperto o comunque ferrato in ambito IT, ma che si avvicina per le prime volte al cloud, si potrebbe trovare spaesato.

E in realtà è complicato consigliare in modo rigido quando scegliere una o l’altra tecnologia. Esistono comunque tutta una serie di parametri che si possono tenere in considerazione per operare la selezione più corretta.

Ad esempio, il CEO di Eucalyptus, Marten Mickos, afferma senza problemi che tutte e tre le tecnologie hanno i loro rispettivi punti di forza. VMware è il leader indiscusso nella virtualizzazione e più in generale nelle infrastrutture on-premise, pur non riuscendo a dimostrare una forte valenza nel cloud pubblico. Al contrario di Amazon AWS che gode di una leadership indiscussa e schiacciante nell’ambito del cloud pubblico, un settore che sta crescendo rapidamente e che può essere connesso e integrato con le struttura aziendali attraverso le tecnologie di Virtual Private Cloud (VPC) e di Direct Connect (DC). OpenStack, dalla sua, ha un’enorme popolarità e il sostegno di moltissimi fornitori IT.

Tralasciando OpenStack, la scelta fra Amazon AWS e VMware dipenderebbe dalla concezione di cloud. Secondo Lydia Leong, Reseach VP presso Gartner, VMware è un approccio azienda-centrico, mentre Amazon AWS è un approccio prettamente cloud-centrico.

Infatti, con VMware si ha l’opportunità di spingere il data center verso la nuova era della virtualizzazione, costruendo un cloud privato sulla propria infrastruttura virtualizzata. Al contrario, con Amazon AWS è il cloud computing che penetra nella propria infrastruttura, costringendoci a costruire e lanciare le applicazioni direttamente sulla piattaforma IaaS offerta dal noto provider.

Insomma, la scelta fra una o l’altra tecnologia sta nell’approccio e se ancora si hanno dubbi conviene magari confrontare le caratteristiche tecniche una ad una, come propone Jonathan Gershater in un post che confronta OpenStack con VMware.

Non resta, dunque, che individuare il piano secondo le proprie esigenze e iniziare a pensare con la testa fra le nuvole!

22/02/2018

I cybercriminali non vogliono più soldi ma potenza di calcolo?

Posted on 22 febbraio 2018

E se i cybecriminali iniziassero a generare denaro senza nemmeno dover spedire malware e cryptovirus a destra e a manca sperando che qualcuno paghi il riscatto per riottenere i propri file?

E’ esattamente quello che sta succedendo.

Il fenomeno si chiama cryptojacking e sfrutta dei codici JavaScript per usare la potenza di calcolo dei PC per generare cryptovalute.

Lo scopo?

Quando un utente visita un sito che contiene un particolare codice JavaScript la CPU dell’utente inizia a “minare” cryptomonete (nello specifico Monero) per il proprietario del sito.

Probabilmente gli utenti, ignari di quello che succede, perderanno un po’ di potenza del loro PC (se mai se ne accorgeranno) ma il portafoglio del proprietario del sito potrebbe crescere in fretta.

Se chi naviga sul web svolgendo semplici attività potrebbe non accorgersi della perdita di potenza, chi fa attività grafiche di alto livello, complessi calcoli matematici o in ogni caso tiene la CPU sempre sotto pressione, potrebbe invece notare dei rallentamenti anche pesanti, con ovvie conseguenze per la propria attività.

Se ti stai chiedendo perché i cybercriminali hanno iniziato a “minare” la moneta Monero invece dei Bitcoin (che valgono ormai migliaia di dollari), è perché Monero è completamente anonimo e le transazioni non sono in alcun modo tracciabili. Anonimato più assoluto.

I creatori del primo sito dove le visite degli utenti servono a minare crypto monete è CoinHive (se non riesci ad andare su questo sito e usi Webroot è normale, come puoi leggere più sotto) i cui titolari dichiarano esplicitamente che prima di dare il via all’utilizzo della CPU dei visitatori per minare cryptomonete è previsto un esplicito opt-in ossia un consenso esplicito da parte del visitatore.

Tuttavia iniziano a circolare dei siti dove è stato aggirato l’opt-in (ossia il consenso del navigante) e gli ignari visitatori contribuiscono a generare le cryptomonete per i possessori del sito utilizzando parte della potenza del proprio computer.

E non finisce qui: come riportato da BleepingComputer qualche sito crea delle finestre che si nascondono nella taskbar di Windows in modo da risultare non solo invisibili agli utenti, ma che restano attive anche quando gli utenti lasciano il sito, quindi praticamente iniettano nel pc dell’utente un sistema per generare cryptomonete a insaputa dell’utente.

Con il diffondersi di questo tipo di minacce, proprio chiunque può essere colpito e contribuire inconsapevolmente a far crescere il portafoglio dei cybercriminali

Indirizzo

Via Alexander Fleming, 15-15a
Nardò
73048

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