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16/06/2022

"Quando il sole cadde sulla terra, due volte"

Tsutomu Yamaguchi muore all'età di 93 anni dopo una vita di sofferenze, vita interrotta una prima volta il 6 agosto del 1945 quando si trovava a distanza di tre chilometri dal punto in cui fu sganciata la prima bomba atomica su Hiroshima, riportando severissimi danni e ustioni su tutto il corpo. Dopo aver trascorso la notte in un rifugio antiaereo con alcuni colleghi anch'essi sopravvissuti, decise di rientrare la mattina successiva nella sua città: Nagasaki. Trascorse pochi giorni all'ospedale e ritornò al lavoro dove ai colleghi tentò di raccontare quanto aveva visto: un oggetto sganciato dall'alto e una luce abbagliante precipitare a terra, proprio come se il sole stesso fosse caduto sulla città. Nessuno comprese quello che stava raccontando e credettero che il suo fervore dipendesse dal trauma di aver assistito a un bombardamento qualsiasi.
Di lì a poco, il 9 agosto un'altra bomba, simile, fu sganciata su Nagasaki: Tsumotu si salvò anche questa volta, salvezza che sconterà per il resto della vita, dovendo fare i conti con i terribili effetti dell'esposizione alle radiazioni. Si guadagnò così il titolo di Nijuuhibaku, bombardato due volte.
Altro non poté fare, come fosse un monito o l'unica ragione per essere sopravvissuto, che dedicare ogni giorno alla lotta contro le armi nucleari, auspicando un disarmo totale e portando la sua testimonianza al mondo.
Due ordigni dai nomi agghiaccianti per la loro stupidità, ragazzino e grassone, in lingua originale Little boy e Fat Man che distrussero due città in pochi istanti, Hiroshima e Nagasaki, due armi di una potenza straordinaria spesso definite semplicemente bombe atomiche, in realtà molto diverse: una all'uranio 235, l'altra al plutonio 239 uguale a The Gadget esplosa ad Alamogordo nel Trinity Test (New Mexico) di tre settimane prima.
In sostanza pare che gli Usa decisero di testare due ordigni differenti, dando così inizio all'era atomica che erroneamente credemmo terminata con la fine della guerra fredda.
Ancora più agghiaccianti saranno le parole di Truman nel suo discorso successivo: “Con questa bomba noi ora abbiamo aggiunto un nuovo e rivoluzionario avanzamento in termini di forza distruttrice, integrando così il crescente potere delle nostre forze armate”. Potere, ecco la spiegazione, la giustificazione, la motivazione, l'uni ragione che spinge a uccidere.
Come se questo non fosse già sufficiente, c'è qualcosa di ancora più agghiacciante e sono le parole dei superstiti: “Sapevamo che stavamo respirando i morti”. Non sapevano ancora cosa fosse accaduto realmente, non sapevano quali effetti devastanti quelle bombe avrebbero prodotto su di loro e sulle generazioni future, ma errano terribilmente coscienti che nell'aria che respiravano c'erano i loro concittadini, compagni, fratelli, figli disintegrati dall'esplosione, respirarono l'aria di 140mila persone a Hiroshima e 70mila a Nagasaki.
A distanza di quasi ottant'anni, alla luce di progressi pressoché sconosciuti in campo militare viene da domandarsi se, nel caso qualcuno decidesse di giocarsi il tutto per tutto pur di vincere la corsa al potere, se questi sia disposto a respirare l'aria dei suoi stessi figli, supposto che rimanga qualcuno capace di farlo.

Stefania de Girolamo

www.ilcoraggiodelledonne.it

24/05/2022

Qualche giorno fa ero al mare con Alba. Giocavamo alle giostre in spiaggia.
Si è avvicinato un bimbo e, senza minimi termini,  mi ha detto che secondo la sua mamma Alba è malata e anche br**ta.
Sono rimasto di pietra, non sapevo nemmeno cosa rispondere, perché mia figlia non è malata e la sua disabilità non la invalida dell'essere una bambina felice, oltre ad essere oggettivamente bella.
Quel bimbo, grazie alla sua mamma,  rappresenta una parte della società ostile alla diversità, indifferente al dolore, incentrato sul raggiungimento di una perfezione che non esiste.
Poi lunedì pomeriggio mi arriva questa foto di Alba con Arturo, un suo compagno di classe con questo messaggio:
" Grazie a te e ad Alba...lei riesce a sfiorargli le mani...e il cuore "
Bisognerebbe iniziare a costruire una società nella quale i figli non vengano visti come una proprietà o augurare che siano i primi ed i migliori.
Bisognerebbe iniziare a ragionare sul bene comune, partire dall'idea che sono TUTTI figli nostri, nonostante le diversità, e che ognuno di loro ha diritto alla FELICITÀ e non al primato di "migliore".
Bisognerebbe costruire una società incentrata sull'idea del "villaggio" dove le ricchezze, le gioie, i problemi, le difficoltà si condividono ed i figli diventano di un'intera Comunità.
Certo è che posso rendere Alba la bambina più abile del mondo, le posso garantire le migliori terapiste,  posso cercare per lei la scuola più preparata, ma se non sarà accolta dalla società come una persona e non come una handicappata il mio lavoro è stato del tutto inutile.
Grazie Arturo perché con questa foto mi hai ridato la speranza che avevo perso qualche giorno fa.

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