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Geologo.giuliodifiore Dalla superficie al sottosuolo, fino al clima: raccontiamo il sistema Terra attraverso geologia, geofisica e dati.

Rischi geologici, ambiente, infrastrutture e vita quotidiana di un geologo. A cura di Giulio Di Fiore, geologo e geofisico. Giulio è un geofisico applicato specializzato nello studio del sistema Terra, la cui attività si colloca all'intersezione tra ricerca climatica e geologia applicata all'ingegneria civile. Grazie all'utilizzo di metodi geofisici avanzati e lo studio di modelli predittivi, si occupa sia dello studio paleoclimatico sia della valutazione e mitigazione del rischio idrogeologico. Attualmente collabora anche con diverse agenzie internazionali per unire i dati del sottosuolo con le sfide della transizione ecologica e della sostenibilità ingegneristico-ambientale.

Zona sorgente del collasso del 26 agosto 2026 sul versante settentrionale del Langtang Lirung in Nepal. Il Langtang Liru...
30/08/2026

Zona sorgente del collasso del 26 agosto 2026 sul versante settentrionale del Langtang Lirung in Nepal. Il Langtang Lirung (7227 m) è la vetta più alta del Langtang Himal, che è un sottoinsieme dell'Himalaya nepalese. La vasta superficie di roccia fresca visibile sotto il margine glaciale indica che l'evento non ha coinvolto soltanto il ghiaccio: una porzione significativa del substrato roccioso è collassata insieme al ghiacciaio, generando una rock–ice avalanche successivamente evoluta in colata detritica e piena catastrofica. L'esatta geometria e il meccanismo più preciso della rottura sono ancora oggetto di studio.
Foto: Guoxiong Zheng
nepaldisasterriskreduction

IL TERREMOTO CHE NON C’ERA: COSA È SUCCESSO DAVVERO IN NEPAL IL 26 AGOSTO(l'articolo più completo è sul mio sito: www.ge...
30/08/2026

IL TERREMOTO CHE NON C’ERA: COSA È SUCCESSO DAVVERO IN NEPAL IL 26 AGOSTO
(l'articolo più completo è sul mio sito: www.geologodifiore.it )

Il 26 agosto 2026, alle 02:52 UTC, le reti sismiche registrarono un forte segnale nella regione himalayana al confine tra Nepal e Tibet.
La prima soluzione automatica del Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS) lo classificò come un terremoto M4.4.
Ma il terremoto, in realtà, non c’era.
Le analisi successive delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari portarono USGS a riclassificare completamente l’evento:

Magnitudo 5.2 – Frana, profondità 0 km.

Non era stato un terremoto a provocare la frana.
Era stata la montagna che, crollando, aveva generato onde sismiche abbastanza intense da essere inizialmente scambiate per quelle di un terremoto.

Una frana può davvero produrre onde sismiche?

Sì.
Un terremoto tettonico produce onde elastiche attraverso la rottura e lo scorrimento lungo una faglia. Una grande frana, invece, può produrle perché una massa enorme accelera, impatta, frammenta e decelera esercitando forze sulla crosta terrestre.
È il campo della landslide seismology.

Il segnale del 26 agosto fu talmente importante che il centro di ricerca nazionale per le scienze della terra tedesco, GFZ Helmholtz, lo registrò anche attraverso stazioni situate in Europa.

Ma questa è soltanto la prima parte della storia. Infatti, non è crollato soltanto un ghiacciaio

Le prime notizie parlavano genericamente di "glacier collapse", mentre le immagini ad alta risoluzione acquisite successivamente mostrano qualcosa di più complesso.

Nella zona sorgente del Langtang Lirung è evidente una grande superficie di roccia fresca al di sotto del ghiacciaio sospeso. Le analisi satellitari indicano che il cedimento ha coinvolto anche una porzione importante del substrato roccioso, trascinando con sé il ghiacciaio sovrastante.

Quindi non semplicemente un crollo del ghiacciaio ma, più correttamente un cedimento del versante roccioso + ghiacciaio → valanga di roccia e ghiaccio (rock–ice avalanche).

La fotografia allegata di Guoxiong Zheng (foto 1) mostra molto bene la cicatrice di distacco e l’enorme corridoio percorso dal materiale.
Da una parete di montagna a una catastrofe lunga quasi 100 km
Ed è qui che la geomorfologia diventa particolarmente interessante.
La massa di roccia e ghiaccio è precipitata per oltre un chilometro di dislivello lungo un versante estremamente ripido, raggiungendo secondo GFZ velocità dell’ordine di:

40–50 m/s, cioè 145–180 km/h.

Ma durante il percorso la massa non è rimasta la stessa.

Ha eroso il fondo, destabilizzato le sponde e incorporato sedimenti, blocchi e acqua: un processo chiamato entrainment.
Il fenomeno si è quindi progressivamente trasformato:

rock–ice avalanche → debris flow → ad una piena carica di detriti.

Una vera "cascata" di pericoli, tecnicamente un cascading hazard.
La combinazione di colata e piena ha poi percorso quasi 100 km lungo il sistema fluviale, colpendo centri abitati, infrastrutture, ponti e impianti.
Quindi si può affermare che la sorgente era relativamente localizzata al contrario della catastrofe seguente!

Era quindi un GLOF?

Non necessariamente.
Un Glacial Lake Outburst Flood (GOLF) è propriamente lo svuotamento improvviso di un lago glaciale.
Alcune ricostruzioni iniziali hanno utilizzato questa definizione, ma le evidenze più recenti indicano chiaramente come evento iniziale un cedimento gravitativo della parete rocciosa che ha coinvolto il ghiacciaio.
Questo non esclude che acqua, piccoli bacini e sbarramenti temporanei abbiano contribuito successivamente alla piena.
Ma una cosa è importante:
“evento glaciale” non significa automaticamente “GLOF”.

E il cambiamento climatico?
Qui bisogna essere altrettanto prudenti.
Non possiamo affermare oggi che “il cambiamento climatico ha causato il crollo del 26 agosto”.

Non conosciamo ancora il trigger immediato: potrebbero essere intervenuti degradazione meccanica della roccia, acqua nelle fratture, variazioni termiche, fusione del ghiaccio, permafrost o una combinazione di più fattori.
PERSONAMENTE credo di si! Ma come detto prima ci sono sempre con cause in questi eventi.

Al contrario il contesto generale dell'area è molto più chiaro.

L’IPCC conclude con alta confidenza che il ritiro glaciale e il degrado del permafrost riducono la stabilità dei versanti d’alta montagna; evidenzia inoltre la possibilità crescente di eventi a cascata che combinano frane, ghiaccio e alluvioni. Fonte: https://www.ipcc.ch/srocc/chapter/chapter-2/

Nell’Hindu Kush Himalaya il processo è particolarmente rapido. ICIMOD ha documentato che il tasso di perdita glaciale nel decennio 2011–2020 è stato circa 65% superiore rispetto al decennio precedente; un aggiornamento pubblicato nel marzo 2026 conclude che il tasso di perdita di ghiaccio è ormai circa doppio rispetto all’inizio del secolo.
Nell’Himalaya il ritiro dei ghiacciai e il degrado del permafrost stanno modificando rapidamente le condizioni di stabilità dei versanti di alta quota. La letteratura scientifica considera proprio le rock–ice avalanches e gli eventi a cascata tra i pericoli emergenti delle montagne interessate dal riscaldamento e che saranno sempre più frequenti.

Quindi:
attribuire direttamente questo singolo evento al clima sarebbe prematuro; ignorare il cambiamento delle condizioni criosferiche sarebbe altrettanto scorretto.

E qui torna la geofisica.
I satelliti sono indispensabili per individuare ghiacciai in arretramento, fratture, laghi e settori instabili.

Ma il 26 agosto ha mostrato anche il loro limite: quando una massa percorre un versante e raggiunge il fondovalle in pochi minuti, serve qualcosa capace di riconoscere l’evento mentre sta avvenendo.

Ed è qui che i sismometri possono diventare strumenti di early warning.

Lo stesso segnale che il 26 agosto è stato inizialmente scambiato per un terremoto potrebbe, in futuro, essere riconosciuto automaticamente come una grande frana e trasformato in un allarme per le popolazioni più a valle.

Ed è forse questo il paradosso più interessante dell’intera vicenda:
la montagna ha prodotto un segnale.
La sfida della geofisica è imparare a trasformarlo abbastanza velocemente in un segnale d’allarme.

Fonti nei comenti.

Zona sorgente del collasso del 26 agosto 2026 sul versante settentrionale del Langtang Lirung in Nepal. Il Langtang Liru...
30/08/2026

Zona sorgente del collasso del 26 agosto 2026 sul versante settentrionale del Langtang Lirung in Nepal. Il Langtang Lirung (7227 m) è la vetta più alta del Langtang Himal, che è un sottoinsieme dell'Himalaya nepalese. La vasta superficie di roccia fresca visibile sotto il margine glaciale indica che l'evento non ha coinvolto soltanto il ghiaccio: una porzione significativa del substrato roccioso è collassata insieme al ghiacciaio, generando una rock–ice avalanche successivamente evoluta in colata detritica e piena catastrofica. L'esatta geometria e il meccanismo più preciso della rottura sono ancora oggetto di studio.
Foto: Guoxiong Zheng

Pisa ML 4.3 e Campi Flegrei Md 4.7: perché confrontare soltanto la magnitudo non ha alcun sensoQuesta mattina, 4 agosto ...
04/08/2026

Pisa ML 4.3 e Campi Flegrei Md 4.7: perché confrontare soltanto la magnitudo non ha alcun senso

Questa mattina, 4 agosto 2026 alle 10:15, un terremoto di magnitudo locale ML 4.3 è stato localizzato circa 6,7 km a sud-ovest di Pisa, a una profondità ipocentrale di circa 8 km.

Nell’ora successiva l’INGV ha registrato cinque repliche di magnitudo inferiore a 2. Alle 13:04 si è poi verificato un evento ML 3.2, localizzato 5 km a sud-ovest di Pisa, a circa 10,7 km di profondità. Al momento è quindi più prudente parlare di una sequenza con un evento principale e repliche, senza trarre conclusioni premature sulla sua evoluzione.

La scossa è stata avvertita in una zona molto estesa della Toscana e dell’Italia centro-settentrionale. La ShakeMap INGV stima uno scuotimento massimo fino al V grado MCS, mentre le segnalazioni macrosismiche raccolte dalla popolazione indicavano, al momento dell’aggiornamento, intensità fino al IV grado MCS.

Fin qui i dati.

Il problema nasce quando qualcuno confronta questo terremoto con quello dei Campi Flegrei del 31 luglio e conclude ad esempio:

“A Pisa magnitudo 4.3 e nessun danno; a Pozzuoli magnitudo 4.7 con danni. Quindi qualcosa non torna.”

In realtà NON torna il ragionamento.

La magnitudo non è lo scuotimento registrato in superficie!

Il terremoto flegreo è stato localizzato a circa 2,6–3 km di profondità, mentre quello pisano a circa 8,2 km. La sorgente di Pisa era quindi oltre tre volte più profonda.

Inoltre, i valori riportati non derivano dalla stessa misura:

- per Pisa è indicata una ML 4.3, magnitudo locale;

- per i Campi Flegrei una Md 4.7, magnitudo di durata, con una stima di magnitudo momento Mw 4.4 ± 0.3.

Md, ML e Mw sono stime diverse. Trattare 4.7 e 4.3 come due numeri perfettamente omogenei è già, di per sé, tecnicamente scorretto.

Ma la differenza più evidente emerge dalle ShakeMap.

Piccola precisazione - Che cos’è la PGA?

La PGA, Peak Ground Acceleration, è la massima accelerazione raggiunta dal terreno durante il passaggio delle onde sismiche in un determinato punto.

Viene normalmente espressa come frazione o percentuale dell’accelerazione di gravità:

0,05 g = 5% di g;

0,80 g = 80% di g.

NON misura direttamente l’energia complessiva del terremoto e non coincide automaticamente con il danno, ma descrive una componente fondamentale della sollecitazione dinamica applicata a edifici e infrastrutture.

Le ShakeMap INGV invece, combinano le misure delle stazioni sismiche e accelerometriche con modelli di attenuazione ed effetti di sito, producendo mappe di PGA, velocità di picco, accelerazione spettrale e intensità strumentale. NON sono mappe dei danni e non rappresentano valori misurati uniformemente in ogni pixel.

Pisa: circa 0,05 g nell’area epicentrale

La carta relativa al terremoto pisano mostra, nell’area prossima all’epicentro, valori di PGA dell’ordine del 5% di g, cioè circa:

PGA ≈ 0,05 g.

Lo scuotimento è stato avvertito su un territorio molto ampio, ma con accelerazioni relativamente contenute. Questo spiega la vasta area azzurra e verde della carta dell’intensità, senza corrispondenti livelli importanti di danneggiamento.

Campi Flegrei: localmente oltre 0,8 g

Per il terremoto Md 4.7 dei Campi Flegrei l’INGV ha invece comunicato che alcune stazioni hanno registrato accelerazioni localmente superiori all’80% di g, quindi oltre:

PGA > 0,8 g.

La ShakeMap ha stimato valori di intensità fino al VII grado MCS, mentre i risentimenti macrosismici hanno raggiunto il VI grado.

Rispetto agli 0,05 g stimati nell’area epicentrale pisana, parliamo di un’accelerazione locale superiore di oltre un ordine di grandezza, almeno circa sedici volte maggiore.

Questo rapporto non deve essere interpretato come un confronto perfettamente omogeneo fra due singole stazioni: nel caso flegreo si considera un massimo locale registrato, mentre per Pisa si legge il campo stimato della ShakeMap. Ma l’ordine di grandezza della differenza è inequivocabile!

Perché una differenza così grande?

Il terremoto flegreo era estremamente superficiale. Le onde hanno percorso una distanza molto breve prima di raggiungere la superficie, subendo minori effetti di dispersione geometrica e attenuazione.

A determinare il moto del suolo intervengono inoltre:

- distanza dalla sorgente;

- profondità ipocentrale;

- meccanismo e geometria della rottura;

- contenuto in frequenza;

- durata dello scuotimento;

- direzione di propagazione della rottura;

- caratteristiche geologiche e geotecniche locali;

- risposta dinamica dell’edificio.

Per questo terremoti con magnitudo apparentemente simile possono produrre accelerazioni, intensità ed effetti completamente differenti.

Guardate anche la scala delle due carte!

La mappa di Pisa rappresenta un territorio dell’ordine delle centinaia di chilometri.

Quella dei Campi Flegrei è ingrandita su un settore dell’ordine delle decine di chilometri.

Il terremoto pisano ha prodotto uno scuotimento relativamente debole ma percepibile a grande distanza. Quello flegreo ha prodotto uno scuotimento molto più intenso e concentrato in una zona urbana ristretta e densamente edificata.

I colori non possono essere confrontati senza leggere contemporaneamente:

legenda, scala geografica, profondità, PGA e intensità.

La conclusione

Dire «a Pisa non è successo nulla nonostante una magnitudo quasi uguale» non dimostra che i danni di Pozzuoli siano inspiegabili.

Dimostra soltanto che si sta confrontando un terremoto usando un unico numero, ignorando quasi tutto ciò che determina realmente lo scuotimento al suolo.

La magnitudo descrive la dimensione della sorgente.
La PGA e la ShakeMap descrivono ciò che è "arrivato" sul territorio.

E nelle carte allegate la differenza è molto netta: a Pisa circa 0,05 g nell’area epicentrale; ai Campi Flegrei oltre 0,8 g localmente.

Prima di confrontare i danni, bisogna confrontare il moto del suolo.

Fonti: INGV – Rete Sismica Nazionale, Osservatorio Vesuviano e portale ShakeMap.

CAMPI FLEGREI: COSA SAPPIAMO DOPO IL TERREMOTO DEL 31 LUGLIOAlle 19:46:43 del 31 luglio 2026, la rete dell’Osservatorio ...
01/08/2026

CAMPI FLEGREI: COSA SAPPIAMO DOPO IL TERREMOTO DEL 31 LUGLIO

Alle 19:46:43 del 31 luglio 2026, la rete dell’Osservatorio Vesuviano ha registrato nei Campi Flegrei un terremoto di magnitudo durata Md 4.7±0.3, corrispondente a una stima di magnitudo momento Mw 4.4±0.3.

L’ipocentro è stato localizzato a circa 2,6 km di profondità, nell’area compresa tra Pozzuoli e Quarto. È l’evento di magnitudo più elevata registrato durante l’attuale fase bradisismica, iniziata nel 2005.

Non è stata però una scossa isolata.

Alle 11:28 del 1° agosto l’INGV aveva individuato, in via preliminare, 169 terremoti con Md≥0, tra i quali un evento Md 3.8 alle 22:00 e diversi terremoti di magnitudo compresa tra 2 e 3.1. La distribuzione temporale e spaziale degli eventi permette quindi di parlare propriamente di sciame sismico.

Che cosa si è rotto nel sottosuolo?

I terremoti flegrei avvengono prevalentemente nella parte più superficiale della crosta, generalmente entro i primi 3–4 km, dove le rocce possono ancora deformarsi in maniera fragile.

Il sollevamento del suolo produce deformazione, distensione e riattivazione delle discontinuità presenti nella caldera. Quando lo sforzo supera la resistenza delle rocce, avviene una rottura improvvisa e vengono generate onde sismiche.

Il processo non può tuttavia essere ridotto alla semplice presenza di una “bolla di gas” sotto Pozzuoli. Il sistema flegreo comprende un apparato magmatico profondo, fluidi di origine magmatica in risalita e un sistema idrotermale che interagisce con le rocce nei primi chilometri di crosta.

La Commissione Grandi Rischi considera il magma presente in profondità una delle cause fondamentali dell’attuale crisi, ma al momento non risultano evidenze di una risalita magmatica verso la superficie. Ciò significa che il terremoto, da solo, non costituisce un segnale automatico di eruzione imminente.

Perché la scossa è stata avvertita così violentemente?

La ragione principale è la ridottissima profondità ipocentrale.

Un terremoto generato a meno di 3 km dalla superficie percorre una distanza molto breve prima di raggiungere abitazioni e infrastrutture. Le onde mantengono quindi una forte componente ad alta frequenza, particolarmente importante per edifici bassi, tamponature, cornicioni e altri elementi non strutturali.

La mappa strumentale dell’INGV ha mostrato, in alcune stazioni vicine alla sorgente, picchi locali di accelerazione del suolo superiori all’80% dell’accelerazione di gravità. Si tratta di valori puntuali, condizionati dalla distanza e dalla risposta locale del terreno, e non di un’accelerazione uniforme su tutta l’area.

Il terremoto indica che le scosse continueranno a diventare più forti?

Non possiamo dirlo.

Negli ultimi anni sono stati registrati eventi massimi di Md 4.2 nel 2023, Md 4.4 nel 2024, Md 4.6 nel 2025 e ora Md 4.7. Questa sequenza descrive un incremento dei massimi osservati, ma non rappresenta una progressione matematica e non permette di prevedere il prossimo terremoto.

L’INGV ha chiarito che un singolo evento, anche significativo, non è sufficiente per stabilire un cambiamento dello stato del vulcano. Devono essere analizzati insieme sismicità, deformazioni GNSS, dati geochimici, temperature, emissioni fumaroliche e tutti gli altri parametri della rete di monitoraggio. Non è possibile prevedere con certezza né il numero né la magnitudo delle scosse successive.

Il vero tema è il rischio, non soltanto la magnitudo

Il terremoto ha causato danni, crolli in edifici disabitati, dissesti locali e feriti. Nell’aggiornamento della mezzanotte, la Protezione Civile riferiva 21 persone ferite, due delle quali in codice rosso.

Il rischio sismico non dipende soltanto dall’energia liberata nel sottosuolo. Dipende dall’interazione tra:

pericolosità del fenomeno, vulnerabilità degli edifici ed esposizione della popolazione.

Non possiamo impedire il bradisismo né stabilire il momento esatto della prossima scossa. Possiamo però monitorare l’evoluzione del sistema, verificare gli edifici, mettere in sicurezza gli elementi vulnerabili e intervenire sulle strutture che non garantiscono prestazioni adeguate.

La scienza non può promettere l’assenza di terremoti. Può però trasformare i dati in prevenzione.

Fonti: INGV – Osservatorio Vesuviano; Dipartimento della Protezione Civile.

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