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INTRIGHI IDRAULICI
19/09/2026

INTRIGHI IDRAULICI

Quante e quali sono le spiagge italiane che rischiano di scomparire per il cambiamento climatico?Spiagge italiane a risc...
18/09/2026

Quante e quali sono le spiagge italiane che rischiano di scomparire per il cambiamento climatico?

Spiagge italiane a rischio: quali potrebbero scomparire per il cambiamento climatico e perché l'erosione avanza.

Le coste italiane rappresentano uno dei patrimoni naturali più preziosi del Paese, ma anche uno dei più vulnerabili agli effetti della crisi climatica. L’innalzamento del livello del mare, l’aumento della frequenza delle mareggiate e la progressiva erosione del litorale stanno modificando il profilo di numerose località balneari. Non si tratta di un fenomeno confinato al futuro: in molte aree è già possibile osservare l’arretramento della linea di costa e la riduzione della superficie delle spiagge sabbiose. Comprendere quali sono le spiagge che rischiano di scomparire, perché questo accade e quali territori risultano maggiormente esposti significa leggere il cambiamento climatico attraverso uno dei suoi effetti più tangibili sul paesaggio italiano.

Quante spiagge italiane rischiano davvero di scomparire entro il 2100?
Le proiezioni elaborate da istituti di ricerca e organismi scientifici indicano uno scenario particolarmente delicato. Se le emissioni globali continueranno a seguire gli scenari più sfavorevoli, entro la fine del secolo quasi il 45% delle spiagge sabbiose italiane potrebbe essere interessato da una forte regressione o addirittura scomparire. Si tratta di una percentuale che non implica la perdita totale di tutti questi litorali, ma evidenzia un rischio concreto di trasformazione irreversibile.

Il fenomeno dipende principalmente dalla combinazione tra innalzamento del livello medio del Mar Mediterraneo, erosione costiera e riduzione dell’apporto naturale di sedimenti trasportati dai fiumi. Quando il mare avanza e la spiaggia non riceve nuovo materiale sabbioso, la linea di costa arretra progressivamente, fino a compromettere ecosistemi, infrastrutture e attività economiche.

Perché il cambiamento climatico accelera l’erosione delle coste italiane?
L’erosione costiera è un processo naturale, ma oggi viene amplificato da fattori climatici e antropici che agiscono contemporaneamente.

Il primo elemento riguarda l’aumento del livello del mare, conseguenza dello scioglimento dei ghiacciai e della dilatazione termica delle acque. Anche pochi millimetri all’anno, accumulandosi nel corso dei decenni, modificano profondamente l’equilibrio delle spiagge.

A questo si aggiunge una maggiore intensità delle mareggiate. Eventi meteorologici più violenti trasportano grandi quantità di sabbia verso il largo, accelerando l’arretramento della costa. In molti casi il naturale recupero della spiaggia durante la stagione estiva non riesce più a compensare le perdite.

Un ruolo importante è svolto anche dall’intervento umano. Porti, pennelli, dighe, urbanizzazione costiera e canalizzazione dei corsi d’acqua alterano il trasporto dei sedimenti, mentre la riduzione delle dune limita la capacità naturale delle spiagge di assorbire l’energia del mare.

Quali sono le regioni italiane più esposte alla scomparsa delle spiagge?
Non tutte le coste italiane presentano lo stesso livello di vulnerabilità. Le aree pianeggianti, caratterizzate da litorali bassi e sabbiosi, risultano generalmente più esposte rispetto alle coste rocciose.

Tra i territori maggiormente interessati figurano il Delta del Po, il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia e l’Emilia-Romagna, dove l’Adriatico presenta fondali poco profondi e vaste spiagge facilmente soggette all’erosione.

Anche il Lazio, soprattutto lungo il litorale romano e pontino, mostra tratti costieri in progressivo arretramento. Situazioni analoghe interessano diverse zone della Campania, della Puglia, in particolare il Gargano e alcuni litorali del Salento, oltre a porzioni della Calabria e della Sicilia.

Persino la Sardegna, spesso associata a spiagge incontaminate, presenta aree sensibili. I litorali del Golfo di Cagliari, dell’Oristanese e alcune spiagge della costa occidentale mostrano dinamiche erosive che richiedono monitoraggi costanti.

Quali spiagge italiane sono considerate tra le più vulnerabili?
Le situazioni più critiche riguardano soprattutto le spiagge caratterizzate da fondali bassi e limitata disponibilità di sedimenti.

Tra gli esempi più frequentemente analizzati dagli studiosi figurano Rosolina, Jesolo, Bibione, il sistema costiero del Delta del Po, parte del litorale ravennate, alcune spiagge della costa laziale come quelle comprese tra Ostia e Fiumicino, oltre a diversi tratti della costa campana e pugliese.

Non significa che queste località siano destinate a scomparire completamente nel breve periodo. Piuttosto, rappresentano territori nei quali il rischio di perdita di superficie balneabile è significativamente superiore rispetto ad altre aree, soprattutto in assenza di efficaci strategie di adattamento.

L’evoluzione delle coste, infatti, dipenderà sia dalla velocità del cambiamento climatico sia dalle politiche di gestione del territorio adottate nei prossimi decenni.

Perché le dune costiere sono fondamentali per proteggere le spiagge?
Uno degli elementi più sottovalutati nella tutela del litorale è rappresentato dalle dune costiere.

Questi rilievi sabbiosi costituiscono una vera barriera naturale contro l’azione del mare. Durante le mareggiate assorbono parte dell’energia delle onde e fungono da riserva di sabbia, contribuendo al naturale ripristino della spiaggia.

Quando vengono eliminate per lasciare spazio a parcheggi, stabilimenti balneari o infrastrutture turistiche, il sistema costiero perde gran parte della propria capacità di adattamento. Anche la vegetazione tipica delle dune svolge un ruolo determinante, poiché stabilizza la sabbia e limita l’erosione provocata dal vento.

La conservazione degli ecosistemi dunali è oggi considerata una delle strategie più efficaci e sostenibili per aumentare la resilienza delle coste mediterranee.

Quali conseguenze avrebbe la perdita delle spiagge italiane?
La progressiva riduzione delle spiagge non rappresenta soltanto un problema ambientale.

Dal punto di vista economico, il turismo balneare costituisce uno dei principali motori dell’economia italiana. Una diminuzione della superficie disponibile potrebbe incidere sulla competitività di numerose destinazioni, con effetti sulle imprese turistiche, sulla ricettività e sull’occupazione.

Le conseguenze riguardano anche la biodiversità. Molti habitat costieri ospitano specie vegetali e animali altamente specializzate, che rischiano di scomparire insieme agli ambienti nei quali si sono evolute.

Esiste inoltre un tema di sicurezza. L’arretramento della linea di costa espone maggiormente abitazioni, strade, porti e infrastrutture agli effetti delle mareggiate, aumentando i costi di manutenzione e di protezione civile.

Come si possono salvare le spiagge più minacciate dall’erosione?
Non esiste una soluzione unica valida per tutti i litorali. La gestione moderna delle coste privilegia un insieme di interventi coordinati, capaci di adattarsi alle caratteristiche di ciascun territorio.

I ripascimenti artificiali, quando progettati correttamente, possono compensare la perdita di sedimenti. Al tempo stesso assumono crescente importanza il recupero delle dune, la rinaturalizzazione delle foci fluviali, la limitazione del consumo di suolo costiero e una pianificazione urbanistica che tenga conto dell’evoluzione futura del mare.

In alcuni casi si sta valutando anche il cosiddetto arretramento pianificato, cioè lo spostamento graduale di infrastrutture particolarmente esposte, anziché la costruzione continua di nuove opere rigide di difesa.

Proteggere le coste italiane significa quindi intervenire sull’equilibrio complessivo tra ambiente, attività umane e cambiamenti climatici. Le spiagge che oggi rischiano di scomparire rappresentano uno degli indicatori più evidenti della trasformazione in atto nel Mediterraneo e ricordano quanto la tutela del territorio sia ormai parte integrante delle politiche di adattamento climatico. Conservare questi ecosistemi significa preservare paesaggi, biodiversità, economia locale e una parte fondamentale dell’identità geografica e culturale italiana.

Pluviali collegati abusivamente: chi risponde delle infiltrazioni tra edifici confinanti?Ecco come vengono ripartite le ...
17/09/2026

Pluviali collegati abusivamente: chi risponde delle infiltrazioni tra edifici confinanti?

Ecco come vengono ripartite le responsabilità quando un collegamento abusivo tra impianti provoca danni all'edificio confinante.

Le infiltrazioni d’acqua sono tra le cause più ricorrenti di contenzioso tra proprietari di immobili e tra condomìni confinanti. Il problema non nasce sempre dalla semplice usura di gronde e pluviali: può accadere che uno stabile venga collegato in modo improprio all’impianto di smaltimento delle acque meteoriche dell’edificio vicino, alterando il deflusso naturale delle acque piovane e provocando sovraccarichi, rigurgiti e infiltrazioni.

La situazione non è solo tecnica: si intrecciano la responsabilità del proprietario, quella del condominio quale custode delle parti comuni e gli obblighi di ripristino delle opere abusive.

La recente giurisprudenza offre interessanti indicazioni per comprendere come vengano ripartite le responsabilità quando un collegamento abusivo tra impianti provoca danni all’edificio confinante: ecco cosa sapere.

Lo smaltimento delle acque non è una questione privata
Il codice civile disciplina con attenzione specifica le acque provenienti dagli edifici. L’art. 908 c.c. impone al proprietario di costruire i tetti in modo che le acque piovane scolino sul proprio terreno o sulla pubblica via, senza riversarle sul fondo del vicino. La regola è semplice: ciascuno gestisce le proprie acque senza aggravare la posizione altrui.

Ne discende che qualsiasi modifica agli impianti di raccolta delle acque meteoriche deve rispettare non solo le regole edilizie, ma anche i diritti dei proprietari confinanti.

Quando un edificio scarica le proprie acque nel sistema del fabbricato vicino senza un valido titolo (servitù, accordo negoziale o altro) il collegamento costituisce un’occupazione illegittima e una fonte autonoma di responsabilità.

L’innesto abusivo dei pluviali
I casi più complessi coinvolgono edifici costruiti in epoche diverse o oggetto di successive ristrutturazioni. Durante lavori edilizi può capitare che venga realizzato un innesto tra il pluviale di uno stabile e quello del confinante, perché tecnicamente più agevole o meno costoso.

Il problema affiora spesso soltanto molti anni dopo, quando il sistema non riesce più a smaltire le acque meteoriche e compaiono infiltrazioni nei muri perimetrali, nei locali interrati o nelle fondazioni.

Un pluviale è dimensionato per raccogliere una superficie definita: l’aggiunta di nuove superfici ne altera completamente il funzionamento, specie durante precipitazioni intense.

La prova dell’innesto abusivo e del nesso causale tra il collegamento e le infiltrazioni rappresenta il presupposto indispensabile per ottenere tutela in giudizio. La giurisprudenza ha infatti chiarito che il danneggiato deve dimostrare non soltanto l’esistenza dell’allaccio illegittimo, ma anche che proprio da esso siano derivate le infiltrazioni lamentate.

Quando tale prova viene raggiunta, come nel caso deciso dal Tribunale di Avellino con la sentenza 3 dicembre 2025, n. 2046, il quadro delle responsabilità emerge con particolare chiarezza. La consulenza tecnica aveva accertato che i pluviali di un edificio erano stati abusivamente innestati nella rete di smaltimento del fabbricato confinante, determinando un sovraccarico idraulico e il cosiddetto “colpo d’ariete”, che aveva provocato la rottura delle giunzioni della tubazione e le infiltrazioni nei locali sottostanti. Il Tribunale ha quindi distinto le responsabilità, ritenendo da un lato responsabile il condominio autore dell’allaccio abusivo ai sensi dell’art. 2043 c.c. e, dall’altro, il condominio proprietario dell’impianto quale custode ex art. 2051 c.c., disponendo sia il risarcimento dei danni sia la rimozione dell’innesto abusivo e il ripristino dello stato dei luoghi, assistiti dalla penalità di mora prevista dall’art. 614-bis c.p.c.

Chi deve risarcire i danni?
La pronuncia del Tribunale di Avellino è particolarmente significativa perché dimostra come, in presenza di un collegamento abusivo, possano coesistere due diversi titoli di responsabilità:

quello aquiliano di chi ha realizzato l’opera illecita (art. 2043 c.c.);
quello da custodia del proprietario dell’impianto sul quale l’innesto insiste (art. 2051 c.c.), ove il difetto di custodia abbia contribuito alla produzione del danno.
Queste controversie passano quasi sempre attraverso una consulenza tecnica d’ufficio. Il CTU deve ricostruire il percorso delle acque, verificare l’esistenza degli allacci, accertarne la conformità ai progetti originari e stabilire se il sovraccarico abbia determinato le infiltrazioni.

Occorre individuare il punto di ingresso dell’acqua e dimostrare il nesso causale tra il collegamento abusivo e il danno.

Nelle controversie più complesse, l’accertamento tecnico preventivo ex artt. 696 o 696-bis c.p.c. È spesso lo strumento più utile per cristallizzare lo stato dei luoghi prima che vengano avviati gli interventi di ripristino.

L’obbligo di eliminare la causa delle infiltrazioni
Il risarcimento non è l’unica conseguenza. Il giudice può ordinare la rimozione dell’allaccio abusivo e l’esecuzione delle opere necessarie a ripristinare il corretto deflusso delle acque.

La giurisprudenza, infatti, riconosce da tempo che il danneggiato può chiedere non soltanto il risarcimento dei danni già subiti, ma anche la condanna all’eliminazione della causa delle infiltrazioni, mediante l’esecuzione delle opere necessarie al ripristino del corretto stato dei luoghi. Si tratta di una tutela che trova fondamento nelle ordinarie azioni di condanna e che, nei casi di particolare urgenza, può essere anticipata attraverso gli strumenti cautelari o mediante l’accertamento tecnico preventivo.

E se il problema riguarda due condomìni?
Quando sono coinvolti due edifici autonomi il quadro si complica ulteriormente.

Il condominio danneggiato può agire direttamente contro il vicino, chiedendo l’accertamento della responsabilità, la rimozione dell’opera abusiva e il risarcimento.

Ciascun proprietario può chiedere il ristoro dei danni alla propria unità, dimostrando il collegamento tra le infiltrazioni e l’impianto difettoso.

L’amministratore ha il dovere di attivarsi tempestivamente per individuare la causa, contenere il danno e promuovere, ove necessario, le azioni giudiziarie nell’interesse del condominio.

Un atteggiamento attendista può esporre il condominio a responsabilità aggiuntive per aggravamento del danno.

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La prevenzione resta la soluzione migliore
Le controversie sui pluviali mostrano come interventi apparentemente marginali possano generare conseguenze economiche rilevanti.

Prima di modificare gli impianti di smaltimento delle acque meteoriche è indispensabile verificare la documentazione progettuale, la conformazione originaria degli scarichi e l’eventuale esistenza di servitù o accordi tra proprietà confinanti.

Controlli periodici su gronde, pluviali e pozzetti permettono all’amministratore di individuare anomalie prima che si tramutino in infiltrazioni diffuse e in contenziosi costosi.

L’orientamento giurisprudenziale è consolidato: chi altera abusivamente il sistema di smaltimento delle acque o omette di mantenerlo efficiente risponde non soltanto dei danni provocati, ma anche delle opere necessarie a ripristinare le condizioni corrette. Il principio trova fondamento nelle norme codicistiche in materia di proprietà e di rapporti di vicinato e nella responsabilità del custode ex art. 2051 c.c.: uno degli strumenti più efficaci per tutelare i proprietari dalle infiltrazioni tra edifici confinanti.

Che temperatura raggiunge l’asfalto in città durante l’estate?Durante l'estate il manto stradale può diventare una delle...
16/09/2026

Che temperatura raggiunge l’asfalto in città durante l’estate?

Durante l'estate il manto stradale può diventare una delle superfici più calde della città. Colore del bitume, vegetazione e caratteristiche dell'ambiente urbano ne influenzano il surriscaldamento.

La temperatura dell’asfalto d’estate può superare di parecchio quella dell’aria che leggiamo sul telefono. A Milano, ad esempio, alle quattro del pomeriggio del 23 giugno 2026 una termocamera ha rilevato 65 °C, mentre la temperatura ufficiale era decisamente più bassa

Ma da cosa dipende questo fenomeno e quali città italiane registrano le superfici più calde?

Che temperatura raggiunge l’asfalto d’estate nelle città italiane
Durante l’estate le superfici asfaltate delle città italiane raggiungono abitualmente temperature comprese tra 60 e 65 °C, mentre nelle condizioni di massima insolazione possono arrivare fino a circa 85 °C. La temperatura varia anche in base al colore dell’asfalto, all’orario, all’esposizione al sole e alla presenza di ombra o ventilazione.

Questi valori sono molto superiori a quelli dell’aria, perché i termometri ufficiali effettuano le misurazioni a circa due metri dal suolo, mentre il calore si concentra sulla superficie stradale.

Quando l’asfalto supera i 50-60 °C, la miscela bituminosa inizia ad ammorbidirsi. Oltre gli 80 °C il legante può degradarsi progressivamente, favorendo deformazioni e cedimenti soprattutto nei tratti attraversati da mezzi pesanti.

Temperature così elevate possono inoltre provocare ustioni dopo pochi secondi di contatto diretto e rappresentano un rischio anche per le zampe degli animali domestici.

Secondo l’ISPRA, il 2024 ha registrato 29,3 giorni di onde di calore in più rispetto alla media del periodo 1991-2020. Il dato conferma una tendenza ormai consolidata, con estati sempre più lunghe e ondate di calore più frequenti.

Un ruolo importante è svolto dalla maggiore frequenza dell’anticiclone africano, che rende questi episodi più intensi e persistenti.

Perché l’asfalto d’estate raggiunge temperature così elevate
La causa principale è il colore scuro del bitume. L’asfalto assorbe gran parte della radiazione solare invece di rifletterla verso l’atmosfera. Il parametro che descrive questo comportamento è l’albedo, cioè la quota di luce riflessa da una superficie.

Un manto stradale nuovo presenta un’albedo di circa 0,05, mentre uno più usurato arriva intorno a 0,10. Un prato, invece, riflette molta più energia, con un valore medio di circa 0,26, e sfrutta l’evapotraspirazione per raffrescarsi naturalmente.

Anche la capacità termica gioca un ruolo importante. Durante il giorno il manto stradale accumula calore e lo rilascia lentamente nelle ore serali. Grazie all’elevata emissività, superiore a 0,90, l’energia immagazzinata viene irradiata gradualmente verso l’ambiente circostante, contribuendo a mantenere elevate le temperature anche dopo il tramonto.

A favorire questo riscaldamento contribuiscono diversi fattori:

l’assorbimento fino al 95% della radiazione solare, favorito dal bassissimo albedo del bitume;
la capacità di trattenere il calore per molte ore, comportandosi come un accumulatore termico;
il rilascio graduale dell’energia accumulata durante la notte;
la scarsa presenza di alberi e superfici permeabili, che limita il raffrescamento naturale.
Nelle stesse ore un prato resta intorno ai 30 °C, mostrando quanto le superfici asfaltate si riscaldino molto di più.

Dove l’asfalto d’estate è più caldo in Italia
Uno studio del CNR-IBE insieme all’ISPRA ha analizzato le isole di calore superficiali nei capoluoghi di regione tra il 2013 e il 2023, utilizzando dati satellitari raccolti nei mesi estivi. I valori più elevati si registrano soprattutto nelle città interne, dove la brezza marina non riesce ad attenuare il calore.

Tra le città con le superfici più calde figurano:

Firenze, con una temperatura superficiale media estiva di 44,1 °C;
Bologna, circa 44 °C, penalizzata dal cosiddetto effetto canyon urbano, cioè dall’accumulo di calore tra edifici ravvicinati;
Palermo, dove l’intenso irraggiamento e la limitata presenza di verde portano alcune piazze fino a circa 60 °C;
Napoli, che presenta forti differenze tra il centro storico, più ombreggiato, e le periferie caratterizzate da ampie superfici asfaltate;
Milano, che nel 2023 ha registrato a Brera la temperatura media giornaliera più elevata dall’inizio delle rilevazioni nel 1763.
Se si considera invece la differenza di temperatura tra città e campagne circostanti, ai primi posti si trovano L’Aquila, Genova e Trieste, dove la densità edilizia e la ridotta ventilazione accentuano il fenomeno delle isole di calore urbane.

Case Green, procedura d'infrazione per tutti gli Stati UE: anche l'Italia tra i Paesi in ritardoBruxelles avvia il primo...
15/09/2026

Case Green, procedura d'infrazione per tutti gli Stati UE: anche l'Italia tra i Paesi in ritardo

Bruxelles avvia il primo passo formale contro i 27 Stati membri per il mancato recepimento della direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici. I governi hanno due mesi di tempo per rispondere alla Commissione

La Commissione europea ha avviato una procedura d'infrazione nei confronti di tutti i 27 Stati membri dell'Unione europea, Italia compresa, per il mancato recepimento entro i termini della direttiva sulla prestazione energetica degli edifici (EPBD), meglio conosciuta come direttiva "Case Green".

Il termine fissato per la trasposizione della normativa negli ordinamenti nazionali era il 29 maggio 2026. Tuttavia, nessuno degli Stati membri ha notificato alla Commissione l'avvenuto recepimento entro la scadenza prevista, determinando l'avvio della procedura nei confronti di tutti i Paesi dell'Unione.

Lettera di costituzione in mora: parte la procedura d'infrazione
Come primo atto formale, Bruxelles ha inviato una lettera di costituzione in mora a ciascuno Stato membro. Si tratta della fase iniziale della procedura d'infrazione prevista dai Trattati europei, attraverso la quale la Commissione contesta ufficialmente il mancato rispetto degli obblighi comunitari.

I governi nazionali dispongono ora di due mesi per trasmettere le proprie osservazioni e comunicare l'avvenuto recepimento delle disposizioni previste dalla direttiva.

I possibili sviluppi dell'iter europeo
Qualora le risposte degli Stati membri non fossero ritenute soddisfacenti o il recepimento continuasse a non essere completato, la Commissione europea potrà procedere con la fase successiva della procedura, adottando un parere motivato.

Si tratta del secondo passaggio dell'iter d'infrazione, che rappresenta un ulteriore richiamo formale nei confronti dello Stato inadempiente. In caso di persistente mancato adeguamento, la Commissione potrà infine deferire il Paese interessato alla Corte di giustizia dell'Unione europea.

La direttiva EPBD e gli obblighi per gli Stati membri
La direttiva EPBD, approvata nel 2024 nell'ambito della strategia europea per la decarbonizzazione del patrimonio edilizio, impone agli Stati membri di adottare le misure legislative, regolamentari e amministrative necessarie per raggiungere gli obiettivi di miglioramento della prestazione energetica degli edifici.

Con l'avvio della procedura d'infrazione, la Commissione europea richiama tutti i governi nazionali al rispetto delle tempistiche previste dalla normativa comunitaria, aprendo una fase di confronto che potrebbe portare, in assenza di un rapido recepimento, a ulteriori conseguenze sul piano giuridico.

Le resistenze elettriche dei bollitori dell’acqua calda sono soggette a manutenzione?LA MANUTENZIONE periodica delle res...
14/09/2026

Le resistenze elettriche dei bollitori dell’acqua calda sono soggette a manutenzione?

LA MANUTENZIONE periodica delle resistenze è una prassi necessaria per garantire l’efficienza
L’acqua calda sanitaria è un’esigenza fondamentale in ogni abitazione e struttura commerciale. All’interno degli scaldacqua e dei bollitori, il componente chiave deputato a generare il calore necessario è la resistenza elettrica. A causa del suo contatto costante e prolungato con l’acqua, questo elemento è sottoposto a condizioni di lavoro estremamente gravose. Per questo motivo, la manutenzione periodica delle resistenze non è un intervento opzionale, ma una prassi necessaria per garantire l’efficienza, la sicurezza e la lunga durata dell’intero impianto.

La causa principale del deterioramento delle resistenze elettriche è l’accumulo di calcare, un fenomeno noto come incrostazione. Durante il riscaldamento dell’acqua, i sali minerali disciolti, in particolare carbonato di calcio e di magnesio, si depositano direttamente sulla superficie della resistenza. Con il passare del tempo, questo strato agisce come un isolante termico indesiderato. Il calore generato non riesce a propagarsi in modo efficiente all’acqua circostante, costringendo la resistenza a lavorare a temperature molto più elevate per raggiungere la temperatura impostata. Un’incrostazione di pochi millimetri può ridurre drasticamente il rendimento termico dell’elettrodomestico. I consumi di energia elettrica aumentano di conseguenza, incidendo in modo significativo sulla bolletta.

Sottoporre la resistenza a controlli e a una decalcificazione periodica permette di ripristinare il corretto scambio termico, riducendo gli sprechi energetici e i costi di gestione. L’aumento della temperatura superficiale della resistenza, causato dall’isolamento termico del calcare, può portare alla bruciatura dell’elemento riscaldante o all’attivazione costante dei termostati di sicurezza. Nei casi peggiori, il surriscaldamento può causare la rottura del componente con il rischio di dispersioni elettriche o cortocircuiti pericolosi. Un controllo preventivo evita guasti improvvisi e costose sostituzioni dell’intero bollitore.

La resistenza è spesso protetta dalla corrosione tramite un anodo di magnesio sacrificale. Durante la manutenzione, i tecnici verificano lo stato di consumo di questo anodo. Se l’anodo è esaurito, l’aggressività dell’acqua attacca direttamente la resistenza e il serbatoio, accelerando la formazione di ruggine e forature.

Attività consigliate:

Controllo visivo e strumentale: verifica del livello di incrostazione e misurazione della resistenza elettrica.
Decalcificazione: rimozione meccanica o chimica dei depositi calcarei.
Sostituzione componenti: sostituzione dell’anodo di magnesio o della resistenza stessa se danneggiata.
La manutenzione periodica delle resistenze elettriche dei bollitori è dunque un’operazione preventiva essenziale. Mantenere l’elemento riscaldante pulito e integro garantisce la sicurezza degli utenti, preserva le prestazioni dell’impianto e allunga la vita operativa dell’intero sistema di produzione di acqua calda, rappresentando un investimento intelligente per il risparmio economico a lungo termine.

GROVIGLIO IDRAULICO
12/09/2026

GROVIGLIO IDRAULICO

Agrivoltaico, nella Piana di Catania il più grande impianto operativo d'ItaliaIl progetto Big Fish-Sardella nella Piana ...
11/09/2026

Agrivoltaico, nella Piana di Catania il più grande impianto operativo d'Italia

Il progetto Big Fish-Sardella nella Piana di Catania
Tra gli interventi di maggiore rilievo figura il complesso agrivoltaico "Big Fish - Sardella", situato nella Piana di Catania, alle pendici dell'Etna.

L'impianto rappresenta attualmente il più grande sistema agrivoltaico in esercizio in Italia e si sviluppa su una superficie di circa 500 ettari, interessando diversi comuni del territorio etneo. La capacità installata raggiunge 273 MW, contribuendo alla produzione di energia rinnovabile attraverso un modello che integra la generazione fotovoltaica con il mantenimento delle attività agricole.

L'approccio agrivoltaico consente infatti di preservare la vocazione produttiva dei terreni, favorendo al tempo stesso la diversificazione del reddito delle aziende agricole e gli obiettivi di decarbonizzazione del sistema energetico.

Nel progetto, Geostudiogroup ha svolto il ruolo di Direzione Lavori, coordinando le attività di cantiere e seguendo il rispetto delle prescrizioni ambientali e delle norme in materia di sicurezza attraverso l'incarico di Coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione (CSE).

L'esperienza maturata nel settore è stata successivamente trasferita ad altri impianti per la produzione di energia rinnovabile, tra cui i progetti Cannellazza a Carlentini, gli impianti di Pachino e Noto e il progetto Landolina, nel territorio di Donnalucata, oltre ad altri interventi sviluppati nel Centro e nel Nord Italia.

Costo dell'energia, Assoclima: utilizzare i fondi UE per incentivare le pompe di calore e ridurre le bolletteL'associazi...
10/09/2026

Costo dell'energia, Assoclima: utilizzare i fondi UE per incentivare le pompe di calore e ridurre le bollette

L'associazione chiede di destinare la flessibilità concessa dalla Commissione europea a misure strutturali: detrazioni al 50% per le pompe di calore e riduzione del divario tra il prezzo dell'elettricità e quello del gas

Le risorse aggiuntive che l'Italia potrà utilizzare grazie alla maggiore flessibilità concessa dalla Commissione europea sul fronte del caro energia dovrebbero finanziare interventi strutturali capaci di accelerare l'elettrificazione dei consumi e ridurre in modo permanente il costo delle bollette. È la posizione espressa da Assoclima, che invita il Governo a destinare parte dei fondi alla diffusione delle pompe di calore elettriche e alla revisione della fiscalità applicata all'energia elettrica.

L'appello arriva dopo il confronto svoltosi a Palazzo Chigi tra il Presidente del Consiglio e i leader della maggioranza sulla possibilità di utilizzare i margini di flessibilità riconosciuti da Bruxelles. La Commissione europea ha infatti subordinato l'accesso a tali risorse all'adozione di misure in grado di favorire la transizione energetica e la diffusione delle tecnologie alimentate da fonti pulite.

Detrazioni fiscali e riduzione del costo dell'elettricità
Secondo Assoclima, le risorse dovrebbero essere indirizzate su due interventi prioritari.

Il primo riguarda il mantenimento dell'aliquota del 50% per le detrazioni fiscali relative agli interventi di riqualificazione energetica che prevedono l'installazione di pompe di calore elettriche. In assenza di nuovi provvedimenti, dal 1° gennaio 2027 l'agevolazione è destinata a ridursi al 36%.

L'associazione stima che il mantenimento dell'attuale livello di incentivo potrebbe garantire ai nuclei familiari un risparmio annuo compreso tra 280 e 400 euro, superiore agli importi riconosciuti dagli interventi straordinari adottati negli ultimi anni contro il caro bollette.

La seconda proposta riguarda la revisione di accise e oneri che gravano sull'energia elettrica, con l'obiettivo di ridurre il differenziale di costo rispetto al gas naturale. Il riferimento è all'Electrification Action Plan pubblicato dalla Commissione europea il 17 luglio, che individua in un rapporto tra prezzo dell'elettricità e prezzo del gas non superiore a 2,5 una condizione favorevole alla diffusione delle tecnologie elettriche ad alta efficienza.

Un parco installato ancora poco sfruttato
A sostegno delle proprie richieste, Assoclima richiama il potenziale già presente nel patrimonio impiantistico nazionale.

Secondo i dati diffusi dall'associazione, in Italia sono installate 23,7 milioni di pompe di calore, presenti nelle abitazioni di oltre la metà delle famiglie. Tuttavia, soltanto 3,7 milioni vengono oggi utilizzate come sistema principale di riscaldamento.

Per Assoclima, una maggiore convenienza economica dell'energia elettrica consentirebbe di valorizzare questo patrimonio tecnologico, favorendo l'utilizzo delle pompe di calore in sostituzione o in integrazione degli impianti alimentati a gas, con benefici in termini di riduzione dei consumi di combustibili fossili, contenimento delle emissioni e stabilizzazione della spesa energetica delle famiglie.

Il ruolo della filiera industriale italiana
L'associazione sottolinea inoltre la rilevanza della filiera nazionale delle pompe di calore. Citando uno studio di TEHA Group, evidenzia come la produzione italiana copra il 59% delle principali componenti delle pompe di calore elettriche, percentuale che sale all'87% considerando l'intera filiera europea.

Secondo Assoclima, questo patrimonio industriale rappresenta un ulteriore elemento a favore di politiche di sostegno all'elettrificazione degli edifici, in grado di coniugare obiettivi ambientali, competitività del sistema produttivo e riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.

Le richieste al Governo
Per il presidente di Assoclima, Maurizio Marchesini, la maggiore flessibilità concessa dall'Unione europea rappresenta un'opportunità per introdurre misure capaci di incidere in modo strutturale sul costo dell'energia e favorire la diffusione delle pompe di calore.

L'associazione ritiene che la continuità degli incentivi fiscali e una revisione del rapporto di prezzo tra elettricità e gas possano ridurre i tempi di ritorno degli investimenti per la sostituzione delle vecchie caldaie, valorizzando una tecnologia che, oltre a garantire il riscaldamento invernale, consente anche il raffrescamento estivo, contribuendo ad affrontare gli effetti delle sempre più frequenti ondate di calore.

Indirizzo

Via Andorra 26
Padua
35127

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 19:00
Martedì 08:00 - 19:00
Mercoledì 08:00 - 19:00
Giovedì 08:00 - 19:00
Venerdì 08:00 - 19:00

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