Luise Danilo srl

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Trattamento dell’acqua negli edifici residenziali e nel terziarioTrattamento dell’acqua negli edifici residenziali e nel...
08/06/2026

Trattamento dell’acqua negli edifici residenziali e nel terziario

Trattamento dell’acqua negli edifici residenziali e nel terziario
Il trattamento dell’acqua negli edifici residenziali e nel terziario è un tema centrale per garantire efficienza, sicurezza e durata degli impianti HVAC/ITS. In ogni edificio convivono infatti due reti distinte ma complementari: quella destinata al consumo umano e agli usi igienico-sanitari e quella dell’acqua tecnica, impiegata nei circuiti di riscaldamento e raffrescamento.

La qualità dell’acqua, insieme alla qualità del progetto, incide in modo diretto sulle prestazioni dell’impianto. Incrostazioni, corrosione, fouling e biofilm non sono criticità marginali, ma fenomeni che possono aumentare i consumi, ridurre l’efficienza e provocare guasti prematuri. Proprio per questo, il trattamento dell’acqua richiede un approccio tecnico strutturato, capace di accompagnare l’impianto lungo tutto il suo ciclo di vita.

Il focus si sviluppa in due ambiti principali. La prima parte riguarda il trattamento dell’acqua tecnica per impianti HVAC, con criteri di analisi e di specifica dei parametri principali, come pH, durezza e conducibilità, oltre alla selezione e al dimensionamento di addolcimento, inibitori, filtrazione, protezioni anti-fango e anti-aria, dosaggio, commissioning e monitoraggio. La seconda parte è dedicata all’acqua per uso umano e all’ACS, con riferimento al quadro normativo, alla responsabilità del gestore della distribuzione idrica interna, alla progettazione anti-stagnazione, alla disinfezione e ai piani di autocontrollo.

Ampio spazio è riservato anche alla prevenzione della Legionella, tema particolarmente rilevante in ambito impiantistico. Vengono infatti approfonditi la valutazione del rischio, le misure progettuali e gestionali, i protocolli di intervento e la documentazione necessaria per mantenere l’impianto sotto controllo.

Nel caso dell’acqua tecnica, il trattamento dell’acqua è essenziale perché il fluido termovettore attraversa componenti sensibili come scambiatori, valvole, circolatori e batterie. Ogni alterazione della qualità dell’acqua può tradursi in perdite di carico, riduzione della trasmittanza termica e maggiore assorbimento energetico. Per questo è fondamentale definire fin dalla progettazione i parametri dell’acqua in ingresso e gli obiettivi da raggiungere in esercizio.

Le tecnologie disponibili comprendono addolcimento, demineralizzazione parziale, correzione di pH e alcalinità, inibitori di corrosione, sequestranti e antincrostanti. A questi si aggiungono la filtrazione e la separazione dei solidi, con filtri a rete o a cartuccia, defangatori magnetici e separatori d’aria, strumenti indispensabili per limitare i fenomeni di erosione, intasamento e corrosione.

Fondamentale anche il controllo continuo, attraverso pompe dosatrici, sonde e sistemi di monitoraggio integrati. La gestione nel tempo prevede analisi periodiche, verifiche strumentali, manutenzione programmata e tracciabilità degli interventi, così da preservare l’efficienza dell’impianto e ridurre i rischi di fermo.

In questo contesto, il trattamento dell’acqua non è una semplice attività accessoria, ma una vera leva progettuale e gestionale per rendere gli impianti più sicuri, affidabili ed efficienti nel lungo periodo.

UN PO' PER CIASCUNO
06/06/2026

UN PO' PER CIASCUNO

Bere l’acqua del rubinetto fa ve**re i calcoli?Il timore più diffuso riguarda il legame tra calcare e calcoli renali, ma...
05/06/2026

Bere l’acqua del rubinetto fa ve**re i calcoli?
Il timore più diffuso riguarda il legame tra calcare e calcoli renali, ma secondo gli esperti non esiste una correlazione diretta.

L’acqua del rubinetto che scorre nelle case in Italia è sottoposta a controlli continui ed è considerata tra le migliori per qualità e affidabilità. Tuttavia molti italiani le preferiscono l’acqua in bottiglia.

Abitudini difficili da cambiare e una diffidenza radicata continuano a orientare le scelte, spesso legate all’idea che l’acqua di casa sia meno sicura o più “pesante”. Ma bere l’acqua del rubinetto fa ve**re i calcoli? Scopriamolo.

L’acqua del rubinetto è sicura da bere?
In Italia l’acqua potabile è sottoposta a controlli costanti lungo tutta la filiera e i dati dell’Istituto Superiore di Sanità indicano una conformità superiore al 99% ai parametri sanitari. Circa l’85% proviene da falde sotterranee, naturalmente protette, mentre caratteristiche come gusto, odore e durezza possono variare in base alla fonte e ai trattamenti, senza compromettere la sicurezza.

Per chi percepisce un odore più marcato, ad esempio quello del cloro, può essere sufficiente lasciarla riposare in una caraffa per qualche minuto. D’altro canto, l’uso di apparecchi domestici non è necessario per renderla potabile, ma può avere senso solo per migliorarne il sapore o l’odore. Questi filtri possono invece migliorare l’acqua del rubinetto destinata ad animali domestici anziani o con patologie.

Come capire se si può bere l’acqua del rubinetto
Nonostante i controlli e i dati disponibili, una parte degli italiani continua a non fidarsi dell’acqua del rubinetto. Per orientarsi non servono strumenti complessi, ma alcune verifiche semplici e concrete. Ecco quali:

controllare il sito del gestore idrico locale: sono pubblicati i dati sulle caratteristiche dell’acqua e i risultati delle analisi, con informazioni su durezza, pH e composizione;
prestare attenzione alle comunicazioni ufficiali: se emergono problemi reali, i cittadini vengono avvisati con indicazioni precise, eventuali limitazioni d’uso e soluzioni alternative;
distinguere sicurezza e gradevolezza: sapore o odore possono cambiare in base ai trattamenti o allo stato della rete, ma non indicano automaticamente un rischio per la salute;
tenere conto del contesto locale: in alcune aree, soprattutto dove la rete è più vecchia o soggetta a interruzioni, la qualità percepita può risultare più incerta. In questi casi è meglio controllare con attenzione gli aggiornamenti di Comune, ASL e gestore.
L’acqua del rubinetto fa male ai reni?
Nonostante dati e controlli, molti italiani continuano a non fidarsi dell’acqua del rubinetto. Non ci sono prove che nelle persone sane l’acqua del rubinetto, se potabile, faccia male ai reni. Anzi, una corretta idratazione aiuta i reni a produrre urina e a eliminare i prodotti di scarto del metabolismo, mentre il problema reale è spesso opposto, cioè bere troppo poco, soprattutto nei mesi più caldi.

Il discorso cambia per chi soffre di patologie renali croniche o è in dialisi.

L’acqua del rubinetto fa ve**re i calcoli?
Il dubbio più diffuso riguarda proprio questo punto. Tuttavia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, non emerge un legame tra acqua del rubinetto e calcoli renali.

Inoltre, il calcare non si deposita nei reni come nelle tubature. È una convinzione diffusa ma non corretta, perché nelle tubature si formano incrostazioni solide, mentre nell’acqua i minerali restano disciolti. Infatti, la durezza dell’acqua indica la presenza di calcio e magnesio, sostanze che non provocano calcoli in modo diretto. Quindi, l’acqua del rubinetto (anche “dura”) non è considerata un fattore di rischio rilevante per i calcoli renali nella popolazione generale.

Anche la Fondazione Veronesi ricorda che i calcoli hanno poco a che fare con il calcare e che un fattore di rischio è bere troppo poco. I calcoli più comuni sono composti da ossalato o fosfato di calcio, acido urico o struvite. Ciò significa che la loro formazione dipende da predisposizione individuale, familiarità, condizioni mediche e stile di vita.

Quale acqua bere per non affaticare i reni?
Chiarito il punto, per chi non ha patologie non esiste un’acqua “migliore” in senso assoluto, ma bere acqua è ciò che conta davvero: rubinetto o bottiglia non fa differenza.

Chi ha problemi renali deve invece monitorare la composizione dell’acqua: poco sodio, niente bevande zuccherate e presenza di minerali da valutare con il medico.

L’acqua frizzante va bene, se non contiene sodio o potassio aggiunti. Mentre, in gravidanza e allattamento meglio preferire acque povere di sodio.

Infine, in caso di malattie renali avanzate, la quantità e la qualità di liquidi sono stabiliti dal medico.

Perché vengono i calcoli renali e come prevenirli
Il punto non è l’acqua, ma quello che succede nelle urine quando si beve poco. Quando i liquidi sono insufficienti, le sostanze presenti nelle urine si concentrano e tendono a cristallizzare.

A questo si aggiungono alimentazione e abitudini quotidiane sbagliate. Un eccesso di sale, proteine animali e alimenti ricchi di ossalati può favorire la formazione dei calcoli, così come una predisposizione genetica o alcune condizioni mediche.

Un’idratazione regolare durante la giornata riduce il rischio, soprattutto nei mesi più caldi. Ma in caso di episodi già avvenuti o di patologie renali, le indicazioni devono essere definite dal medico.

Infine, ridurre il calcio senza motivo non serve: eventuali modifiche alla dieta vanno fatte solo su indicazione clinica.

Consigli e cosa sapere sull’acqua del rubinetto
Bere l’acqua di casa, potabile, è una scelta sicura, economica e più sostenibile di quella in bottiglia, che invece comporta ulteriore produzione di plastica, costi di trasporto e smaltimento. Può essere una risorsa preziosa per le piante , eliminando adeguatamente il cloro quando serve.

Certo, il gusto può cambiare ed è spesso il primo motivo di diffidenza, ma può dipendere anche da un problema legato alle tubature in casa. Tuttavia, una semplice caraffa, anche messa in frigorifero, aiuta ad attenuare odori e sapori come quello dell’acqua che sa di cloro. Anche farla bollire non serve, e i sistemi domestici non sostituiscono i controlli pubblici: intervengono sul sapore, non sulla sicurezza.

Il punto è conoscere ciò che si beve. I dati dei gestori locali sono accessibili e permettono di verificarne composizione e caratteristiche.

Canne di caduta dei rifiuti in condominio: a cosa servivano, perché sono state chiuse e come si possono riutilizzareOggi...
04/06/2026

Canne di caduta dei rifiuti in condominio: a cosa servivano, perché sono state chiuse e come si possono riutilizzare

Oggi molte sono state chiuse o dismesse, ma restano comunque parti comuni degli edifici: tutto sulle canne di caduta dei rifiuti in condominio.

Le canne di caduta dei rifiuti sono state per decenni una presenza fissa nei condomìni italiani, ma con il tempo questo sistema ha mostrato diversi limiti legati a igiene, sicurezza e nuove regole sulla raccolta differenziata.

Scopriamo cosa sono, a cosa servivano e come si possono riutilizzare ora.

Cosa sono le canne di caduta dei rifiuti
Le canne di caduta dei rifiuti, conosciute anche come “canne pattumiere”, sono state per molti anni un elemento tipico dei condomìni italiani, in particolare in quelli costruiti tra gli anni ’50 e ’80.

Il loro funzionamento era molto semplice: su ogni piano era presente uno sportello attraverso il quale si potevano gettare i rifiuti domestici, che venivano convogliati lungo un condotto verticale fino a un contenitore situato al piano terra o nel seminterrato. Per l’epoca si trattava di una soluzione pratica e innovativa, pensata per semplificare la vita quotidiana dei condomini. Bastava pochi secondi per liberarsi della spazzatura, senza dover uscire di casa o percorrere le scale.

I problemi emersi nel tempo
Con il passare degli anni, però, sono emerse diverse criticità:

il problema principale è quello igienico: le canne pattumiere sono difficili da pulire e mantenere in condizioni adeguate. Residui di rifiuti possono accumularsi lungo le pareti interne, generando cattivi odori e favorendo la proliferazione di batteri, insetti e, in alcuni casi, roditori;
a questo si aggiungono problemi strutturali, come ostruzioni o perdite di liquidi, che possono causare disagi anche gravi ai condomini;
dal punto di vista della sicurezza, poi, le canne rappresentano un potenziale canale di diffusione di fumi in caso di incendio, oltre a favorire la circolazione di odori tra i vari piani dell’edificio.
Il ruolo della raccolta differenziata
Un elemento decisivo nel progressivo abbandono delle canne pattumiere è stato l’introduzione della raccolta differenziata. Oggi i rifiuti devono essere separati per tipologia — organico, plastica, carta, vetro — e smaltiti secondo regole precise. Questo rende incompatibile l’utilizzo di un sistema che raccoglie tutto indistintamente. Le canne di caduta, progettate per un mondo senza differenziazione, non sono più adatte alle esigenze attuali e, in molti casi, il loro utilizzo è stato vietato o fortemente limitato.

Chiusura delle canne di caduta rifiuti in condominio: cosa dice la legge
Dal punto di vista legale, la chiusura delle canne pattumiere è piuttosto semplice. La giurisprudenza ha chiarito che non si tratta di un’innovazione, ma di una modifica delle modalità di gestione del servizio di smaltimento dei rifiuti. In particolare, la Corte di Cassazione (sentenza 20 ottobre 1995, n. 11138) ha stabilito che queste strutture non sono indispensabili e rappresentano solo una modalità organizzativa del servizio.

Per questo motivo, l’assemblea condominiale può decidere di sigillarle con una maggioranza ordinaria. È sufficiente, infatti, la maggioranza prevista dall’articolo 1136, secondo comma, del Codice civile: la maggioranza degli intervenuti che rappresenti almeno 500 millesimi del valore dell’edificio. Questo ha reso più semplice, negli anni, la loro progressiva dismissione.

Come riutilizzarle
Una volta chiuse, le canne pattumiere non vengono eliminate, ma restano come cavedi verticali all’interno dell’edificio. Proprio per questo motivo, possono essere riutilizzate per altri scopi, purché vi sia una delibera assembleare che lo consenta. Uno degli utilizzi più frequenti è quello per il passaggio di impianti: tubazioni del gas, cavi elettrici, linee telefoniche o fibra ottica.

Si tratta di una soluzione pratica, perché consente di sfruttare uno spazio già esistente senza dover interve**re in modo invasivo sulle strutture. Naturalmente, ogni intervento deve rispettare le normative tecniche e di sicurezza e deve essere progettato da professionisti qualificati.

Tutte le spese per la casa detraibili nel 730/2026Scopri quali sono le detrazioni fiscali per la casa da fruire con il m...
03/06/2026

Tutte le spese per la casa detraibili nel 730/2026

Scopri quali sono le detrazioni fiscali per la casa da fruire con il modello 730: dalle spese per l’affitto, mutuo, ristrutturazioni, bonus edilizi e altre agevolazioni.

Quando si parla di casa, si parla quasi sempre anche di spese importanti: affitto, mutuo, manutenzione, lavori di ristrutturazione, utenze e molto altro. Proprio per questo il sistema fiscale italiano prevede una serie di detrazioni e agevolazioni nel modello 730, pensate per alleggerire il peso economico sulle famiglie e sui contribuenti.

Non si tratta di un’unica misura, ma di un insieme articolato di benefici che cambiano in base alla situazione personale, al reddito e al tipo di spesa sostenuta. Vediamo quindi, in modo chiaro e discorsivo, tutte le principali spese per la casa che è possibile portare in detrazione.

Spese detraibili 730: le detrazioni per chi vive in affitto
Canone libero
In generale, chi paga un affitto può ottenere una detrazione che varia in base al reddito. In caso di contratto a canone libero, se il reddito complessivo non supera 15.494 euro la detrazione è pari a 300 euro, mentre scende a 150 euro se il reddito è compreso tra 15.494 e 30.987 euro.

Canone concordato
La situazione migliora se il contratto è a canone concordato, cioè con un affitto calmierato rispetto ai valori di mercato. In questo caso le detrazioni sono più alte: 496 euro per i redditi più bassi e 248 euro per quelli fino a 30.987 euro.

Trasferimento per lavoro
Un’attenzione particolare è riservata ai lavoratori dipendenti che si trasferiscono per motivi di lavoro. Se il trasferimento avviene a più di 100 chilometri di distanza e in una regione diversa, per i primi tre anni è possibile ottenere una detrazione pari a 992 euro per i redditi più bassi e 496 euro per quelli intermedi.

Under 31
Un’altra misura importante riguarda i giovani fino a 31 anni che lasciano la casa dei genitori per andare in affitto. In questo caso la detrazione è calcolata in modo diverso: si può recuperare il 20% del canone di locazione, fino a un massimo di 2.000 euro annui, a condizione che il reddito non superi 15.494 euro. È una misura pensata per favorire l’autonomia abitativa dei più giovani e sostenere i costi iniziali della vita indipendente.

Studenti universitari
Un capitolo a parte riguarda gli studenti universitari che studiano lontano da casa. Se l’università si trova a più di 100 chilometri dal Comune di residenza e in una provincia diversa, è possibile detrarre il 19% del canone di affitto, su una spesa massima di 2.633 euro.mIn pratica, il beneficio fiscale arriva a circa 500 euro l’anno. Se lo studente è fiscalmente a carico dei genitori, la detrazione spetta a loro.

Spese detraibili 730: le detrazioni per il proprietario di casa
Per chi possiede un immobile, le detrazioni diventano ancora più numerose e riguardano soprattutto mutui e acquisto della casa:

interessi del mutuo: chi ha acquistato la prima casa con un mutuo può detrarre il 19% degli interessi passivi, fino a un massimo di 4.000 euro per l’acquisto dell’abitazione principale. Se invece il mutuo è stato acceso per costruzione o ristrutturazione, il limite scende a 2.582 euro;
spese di agenzia immobiliare: anche i costi sostenuti per l’intermediazione immobiliare possono essere recuperati. Se l’acquisto della casa è avvenuto tramite agenzia, si può detrarre il 19% della spesa, fino a un massimo di 1.000 euro.
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Lavori in casa: le spese detraibili nel 730
Uno dei capitoli più rilevanti riguarda gli interventi edilizi. Qui le detrazioni sono particolarmente significative e vengono recuperate in dieci anni:

ristrutturazioni edilizie: per i lavori di recupero edilizio è prevista una detrazione del 36% delle spese sostenute, che sale al 50% se si tratta dell’abitazione principale. Il tetto massimo è di 96.000 euro per unità immobiliare. Rientrano in questa categoria interventi come rifacimento impianti, manutenzione straordinaria o restauro;
risparmio energetico: se i lavori sono finalizzati al miglioramento dell’efficienza energetica, si può accedere a una detrazione del 36% o del 50% per la prima casa, a seconda dei casi. Il limite di spesa varia in base al tipo di intervento, come ad esempio sostituzione infissi, caldaie o isolamento termico;
bonus mobili ed elettrodomestici: chi effettua una ristrutturazione può beneficiare anche del cosiddetto bonus mobili. Consente di detrarre il 50% delle spese per mobili ed elettrodomestici, fino a un massimo di 5.000 euro, purché destinati all’immobile ristrutturato tra il 2024 e il 2025;
eliminazione delle barriere architettoniche: un’agevolazione particolarmente rilevante è quella dedicata all’abbattimento delle barriere architettoniche. In questo caso la detrazione arriva al 75% delle spese sostenute, ma è valida solo per interventi effettuati entro il 31 dicembre 2025. Rientrano lavori come l’installazione di ascensori, rampe, servoscala o piattaforme elevatrici.
Esistono poi ulteriori agevolazioni meno conosciute ma comunque importanti. Ad esempio, la sostituzione di gruppi elettrogeni con impianti a gas di nuova generazione consente una detrazione del 50% della spesa sostenuta. Anche le assicurazioni contro eventi calamitosi, come terremoti o alluvioni, sono detraibili nella misura del 19% del premio pagato.

Scaricare spese per colf e badanti nel 730
Un’ulteriore voce riguarda il lavoro domestico. Il datore di lavoro può dedurre i contributi INPS versati per colf e badanti fino a un massimo di 1.549,36 euro l’anno. Se il lavoratore assiste una persona non autosufficiente, è prevista anche una detrazione pari al 19% delle spese sostenute, fino a 2.100 euro, anche se la persona assistita non è fiscalmente a carico.

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Come ottenere le detrazioni
Per poter usufruire di tutte queste agevolazioni è fondamentale rispettare alcune regole. Prima di tutto, è necessario utilizzare pagamenti tracciabili, come bonifici o carte. Inoltre, bisogna conservare tutta la documentazione, comprese fatture e ricevute. Molte detrazioni richiedono anche l’uso del cosiddetto bonifico parlante, che contiene dati specifici relativi all’intervento o alla spesa.

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02/06/2026

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01/06/2026

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30/05/2026

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Come coprire il motore esterno del condizionatoreDalle siepi ai pannelli in legno: ecco soluzioni e accorgimenti per non...
29/05/2026

Come coprire il motore esterno del condizionatore

Dalle siepi ai pannelli in legno: ecco soluzioni e accorgimenti per non compromettere ventilazione e funzionamento.

Coprire il motore esterno del condizionatore è diventata un’esigenza sempre più diffusa nelle abitazioni moderne. Il climatizzatore viene utilizzato tutto l’anno, anche per il riscaldamento, e questo rende inevitabile convivere con l’unità esterna, spesso ingombrante e difficile da gestire negli spazi domestici.

Tra facciate, balconi e giardini, il gruppo esterno resta infatti ben visibile, mentre il rumore può incidere sulla quotidianità.

Ogni copertura va valutata però con attenzione, dato che deve rispettare il funzionamento dell’impianto e le eventuali regole locali.

Perché coprire il motore esterno del condizionatore
L’unità esterna dei condizionatori fissi, sia monosplit sia multisplit, ha ingombri evidenti e un’estetica spesso trascurata dai produttori. Per questo motivo, molti proprietari valutano soluzioni per migliorarne l’integrazione visiva e ridurre il rumore percepito.

Coprire o schermare il motore esterno non riguarda solo la componente visiva. Una soluzione studiata con criterio contribuisce alla durata del dispositivo e migliora la fruibilità degli spazi esterni, ma non solo.

Ecco i principali vantaggi:

miglioramento dell’estetica: l’unità esterna risulta spesso invasiva su facciate e balconi. Una copertura in legno, metallo o materiali compositi aiuta a integrarla meglio;
riduzione della visibilità: nei contesti urbani, nascondere il motore esterno del condizionatore contribuisce al decoro complessivo dell’edificio;
attenuazione del rumore: alcune schermature progettate correttamente riducono la percezione dei suoni prodotti dal motore;
protezione dagli agenti atmosferici: pioggia, vento e sole diretto incidono sulle prestazioni nel tempo. Una copertura traspirante offre una difesa efficace;
migliore ordine negli spazi esterni: terrazzi e giardini appaiono più curati quando gli elementi tecnici risultano meno visibili.

Quando è obbligatorio coprire il motore esterno del condizionatore
Spesso non è una decisione lasciata alla libera valutazione. In molti casi diventa infatti una necessità legata a regolamenti precisi.

Nei centri storici, ad esempio, i regolamenti comunali sul decoro urbano impongono limitazioni all’installazione visibile degli impianti. Le facciate devono conservare uniformità architettonica, quindi il gruppo esterno deve essere schermato o posizionato in modo discreto.

Situazioni simili riguardano immobili soggetti a vincoli paesaggistici o architettonici. In questi casi, nascondere il motore esterno del condizionatore diventa una condizione per rispettare le normative.

Anche i regolamenti condominiali possono prevedere restrizioni. Alcuni edifici richiedono coperture uniformi per evitare disordine visivo sulle facciate.

Dove i limiti risultano più stringenti, si valutano alternative come i condizionatori senza unità esterna. Restano però meno diffusi rispetto ai sistemi tradizionali.

Come coprire il motore esterno del condizionatore
Prima di qualsiasi intervento è necessario assicurare una ventilazione costante e un accesso agevole per la manutenzione. Motore e ventola devono disperdere il calore prodotto durante il funzionamento. Per questo, ogni copertura deve essere progettata in modo traspirante.

Le soluzioni disponibili sono diverse e adattabili a contesti differenti:

pannelli in legno a listelli: strutture con spazi tra i listelli favoriscono il passaggio dell’aria. Offrono un buon equilibrio tra estetica e funzionalità;
cassetta traspirante in alluminio o metallo: resistente e durevole, dotata di fori o griglie. Ideale per proteggere l’unità senza comprometterne il funzionamento;
coperture prefabbricate: progettate appositamente per i climatizzatori, includono aperture per la ventilazione e sistemi di accesso rapido;
palizzate decorative: schermature in legno o PVC che nascondono il motore senza chiuderlo completamente;
pergole con piante rampicanti: soluzione integrata negli spazi verdi. Richiede manutenzione per evitare interferenze con le griglie;
siepi e arbusti: nei giardini consentono di coprire il motore esterno del condizionatore in modo naturale, mantenendo la distanza necessaria.
Ogni opzione va scelta considerando posizione e spazio disponibile, così da non ridurre l’efficienza dell’impianto.

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Cosa evitare
Una copertura progettata male può ridurre le prestazioni e accorciare la vita del climatizzatore. Alcuni errori sono frequenti e incidono direttamente sul funzionamento.

Ecco cosa non fare:

chiudere l’unità in strutture ermetiche: senza ventilazione il calore non viene disperso correttamente;
usare materiali non traspiranti: coperture improvvisate come tessuti o plastiche causano surriscaldamento;
bloccare l’accesso alla manutenzione: il condizionatore necessita controlli periodici, quindi l’accesso deve restare semplice;
ridurre lo spazio intorno all’unità: il motore ha bisogno di aria per funzionare in modo efficiente;
ignorare la posizione dell’impianto: una soluzione valida su un terrazzo può non funzionare su una facciata;
nascondere completamente il dispositivo: interrare o chiudere totalmente l’unità compromette il rendimento e aumenta i consumi.

Accumulo energetico: sali fusi per aumentare la capacità di stoccaggioIl progetto europeo SALTOpower, con il contributo ...
28/05/2026

Accumulo energetico: sali fusi per aumentare la capacità di stoccaggio

Il progetto europeo SALTOpower, con il contributo di ENEA, propone sistemi termici innovativi per rendere più stabile e indipendente la rete energetica europea

La crescente diffusione delle fonti rinnovabili, per loro natura discontinue e non programmabili, sta accelerando la necessità di sistemi di accumulo sempre più efficienti. In questo contesto si inserisce il progetto europeo SALTOpower, che punta a promuovere l’utilizzo dei sistemi di accumulo termico a sali fusi come soluzione strategica per aumentare la capacità di stoccaggio energetico nel continente.

Il ruolo di ENEA e la ricerca sui sali fusi
Il progetto vede la partecipazione attiva di ENEA attraverso il proprio laboratorio dedicato all’energia e all’accumulo termico. Le attività di ricerca si concentrano sull’integrazione dei sistemi a sali fusi all’interno di hub energetici multifunzionali, capaci di combinare energia elettrica, termica e chimica. Un approccio che mira a rendere più flessibile ed efficiente la gestione dell’energia.

Le caratteristiche dei sali fusi
I sali fusi, in particolare le miscele di nitrati comunemente utilizzate anche come fertilizzanti, presentano proprietà tecniche particolarmente vantaggiose. Tra queste, l’elevata stabilità, la buona capacità termica, la bassa pressione di vapore e un ampio intervallo di temperature operative. Queste caratteristiche li rendono ideali per applicazioni ad alte temperature e già ampiamente utilizzati negli impianti solari termodinamici.

Una soluzione per stabilizzare la rete
L’utilizzo dei sali fusi come sistemi di accumulo consente di immagazzinare l’energia prodotta in eccesso nei momenti di alta generazione e di rilasciarla quando la produzione cala o la domanda aumenta. In questo modo è possibile garantire una fornitura più stabile e programmabile, contribuendo a migliorare la resilienza e l’affidabilità della rete elettrica.

Verso l’indipendenza energetica europea
Uno dei principali vantaggi di questa tecnologia riguarda la disponibilità delle materie prime. A differenza delle batterie a ioni di litio, la cui filiera è fortemente concentrata in Asia, i sistemi a sali fusi utilizzano materiali abbondanti o facilmente reperibili in Europa. Questo aspetto può contribuire a rafforzare l’autonomia industriale del continente nel settore energetico.

Scalabilità e applicazioni diffuse
La tecnologia si distingue anche per la sua scalabilità e per il design modulare, che ne consente l’installazione in contesti diversi, inclusi territori isolati o difficilmente raggiungibili. Questa flessibilità apre nuove opportunità per migliorare l’accesso all’energia e supportare la transizione energetica anche nelle aree meno servite.

Il fabbisogno futuro di accumulo
Le prospettive evidenziano una crescita significativa della domanda di stoccaggio energetico. Entro il 2030, l’Unione Europea avrà bisogno di una capacità compresa tra 200 e 400 GWh, mentre al 2050 il fabbisogno potrebbe raggiungere l’ordine dei terawattora. A fronte degli attuali livelli di accumulo, ancora limitati, soluzioni innovative come i sistemi a sali fusi rappresentano un tassello fondamentale per sostenere la decarbonizzazione e garantire la sicurezza energetica.

Indirizzo

Via Andorra 26
Padua
35127

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 19:00
Martedì 08:00 - 19:00
Mercoledì 08:00 - 19:00
Giovedì 08:00 - 19:00
Venerdì 08:00 - 19:00

Telefono

+39498702694

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