Finanza Comprensibile

Finanza Comprensibile Giuseppe Pavia -www.giuseppepavia.it District Manager di Banca Generali in Sicilia Occidentale dal 2009.

Promotore Finanziario di Banca Generali dal 1998, assisto clientela privata e istituzionale, di elevato standing, nella gestione dei patrimoni, ricercando soluzioni finanziarie adeguate alle loro esigenze di investimento.

03/10/2015
28/08/2015

Gli eventi principali dei prossimi mesi ruoteranno attorno alle misure della Fed in termini di normalizzazione della politica monetaria. Gli investitori attendono con ansia di conoscere la data in cui interverrà l’aumento del tasso sui fed funds, e forse anche legittimamente poiché non esistono precedenti a cui fare riferimento in relazione all'intenzione di una banca centrale di incrementare i tassi di interesse dopo aver raggiunto il livello storicamente più basso.
Come sottolineato recentemente dal presidente della Fed Yellen, le tempistiche dei rialzi sono meno importanti rispetto al ritmo degli stessi. A tal proposito,pare che il mercato sia molto più pessimista della Fed. Probabilmente il mercato è troppo pessimista e i tassi di interesse dovranno muoversi più in alto per riflettere il miglioramento delle tendenze economiche.

06/06/2015

Acque agitate?

Se si mette un liquido in una vasca e lentamente si agita, inclinadola prima da un lato e poi nel lato opposto, e' facile notare che il liquido si dipone seguendo il verso delle oscillazioni e creando una sorta di onda regolare e graduale: quindi, a ben vedere, la regolarita' applicata al movimento imposto al contenitore, ci mette nelle condizioni di prevedere con un po' di anticipo il movimento consecutivo del liquido in esso contenuto.
Ma se le variazioni sulle inclicazioni della vasca all'improvviso diventano piu' brusche e in varie direzioni, gli effetti sul liquido diventano sempre meno prevedibili dal nostro cervello e a quel punto diciamo che le acque sono agitate.
Sui mercati sta accadendo proprio questa seconda ipotesi.
E' sempre più ballerino il mercato obbligazionario europeo: Infatti, venerdì, dopo una settimana sulle montagne russe, i rendimenti dei titoli tedeschi a 10 anni si sono portati allo 0,875% (dopo avere sfiorato l’1%) e quelli dei Btp sono saliti al 2,187%, per uno spread che in serata si era portato a 131 punti base. Insomma, paiono lontani mille miglia i momenti in cui i rendimenti pagati dai Bund decennali erano dello 0,075% e quelli dei Btp all’1,128%, ma risalgono a poche settimane fa ( metà marzo per i Btp e il 20 aprile per i Bund). E tutto questo ha davvero poco a che fare con la difficile situazione in Grecia e il timore che il Paese possa lasciare l’area euro.
Seduta negativa per tutti i principali listini europei che chiudono la settimana in forte flessione dopo l'ennesimo acuirsi della crisi greca e i dati macro Usa. Il Ftse Mib ha chiuso le contrattazioni con un calo del 2,1% a 22.847 punti, il Cac-40 con un -1,33%, il Dax con un -1,26%, il Ftse 100 con un -0,8% e l'Ibex un -0,75%.
La decisione del Governo di Atene di cumulare le quattro tranche di pagamenti dovuti al Fondo Monetario Internazionale, questo mese, in un unico rimborso al 30 giugno, non è piaciuta al mercato, dal momento che secondo diversi analisti indica che l'accordo tra la Grecia e i creditori internazionali è ancora lontano.
I dati macroeconomici americani sono stati invece migliori delle attese. L'economia degli Stati Uniti ha, infatti, creato 280 mila nuovi posti di lavoro nei settori non agricoli a maggio (+223 mila unità il consenso), mentre quelli creati nel settore privato sono stati pari a 262 mila unità. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 5,5%, come dire in USA, gli indici azionari scendono perche' l'economia da' segnali positivi.
La Fed potrebbe decidere a settembre di muovere a rialzo i tassi.
I dati americani hanno riportato l’eur/usd a 1,112, colpendo di riflesso le quotazioni del petrolio, già indebolito dalla decisioni dell’Opec di lasciare invariata la produzione.
Una corretta diversificazione ci mette nelle condizioni di subire di certo alcuni effetti della volatilita', ma ci garantisce, una volta calmate le acque, di approfittare in termini positivi del presente periodo di turbolenza.

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30/05/2015

Uno speciale lettino ad acqua, che si chiama Seento e che, in una seduta di appena 40 minuti e grazie alla produzione di una serie di stimoli multisensoriali attraverso immagini, suoni, odori e …

23/05/2015

Non mettere le uova tutte nello stesso paniere !!!!!!!

Uno dei migliori consigli che si può dare ad un investitore: la diversificazione è la regola numero uno !!!!

Negli anni ’80 e ’90, per un investitore italiano, la diversificazione consisteva, nella maggioranza dei casi, nel dividere i propri risparmi tra titoli di stato, buoni postali e poche azioni del listino italiano; la correlazione tra questi strumenti era considerata sufficiente per non correre rischi eccessivi. Infatti, nonostante le variazione dei valori dei corsi azionari, l’importo dei flussi cedolari ( spesso tra il 7% e 10% ) ripagava le perdite in conto capitale.

Negli anni 2000, la globalizzazione, la frenesia da tecnologia, ha fatto altre vittime: pochi, infatti, hanno diversificato in maniera corretta (azioni internazionali e obbligazionario globale ) e molti si sono concentrati su pochi titoli ( es. Nokia, per non dimenticare Tiscali, oltre alle truffe sull’obbligazionario come Parmalat, Cirio e Enron) . Nella seconda meta' degli anni 2000, a partire dal 2008/2009 post crisi mutui subprime e sistema finanziario, il mondo degli investitori si divide in due: quelli che hanno cavalcato il rialzo delle borse e dei bond dal 2009 a oggi e quelli che, terrorizzati dal disastro del 2008, sono rimasti a guardare e si sono tenuti liquidi.

I grandi gestori, quelli bravi davvero, non stanno manifestando, oggi, nessun entusiasmo. I più scettici sono proprio quelli che hanno cavalcato di più il rialzo.

Oggi, il vero rischio e' la forte correlazione tra mercato azionario e obbligazionario, ovvero, entrambi crescono o decrescono stimolati dagli stessi eventi (quantitative easing, aspettative sui tassi, aspettative sugli utili e aspettative sul PIL): in pratica, chi oggi compra azioni e obbligazioni , non solo non diversifica, ma si assume il doppio del rischio e non può più contare sull’effetto cedola come indennizzo di scelte sbagliate, tranne che non sia disposto ad aspettare decine di anni. Infatti, senza fare i conti in maniera professionale (ovvero considerando la capitalizzazione composta degli interessi), se ho dei flussi obbligazionari del 7% annuali, in 5 anni, recupero il 35% , ma con rendimenti del 1% ci vogliono 35 anni per recuperare il 35%.

Il mercato obbligazionario, poi, ha un secondo rischio: con i tassi a zero e la liquidità creata dalle banche centrali tutti sono capaci di rifinanziarsi ed è quindi ovvio che gli spread di credito siano oggi così compressi. Nei prossimi anni, a tassi normalizzati, la selezione naturale tra emittenti sani ed emittenti deboli riprenderà a funzionare e penalizzerà pesantemente i deboli.

Dal canto suo, l’investitore in azioni è abituato a pensare che quella è un’asset a rischio: i primi veri investitori a rischio, furano i mercanti veneziani, inglesi e spagnoli del 1600-1700 che investivano forti somme per i traffici marittimi e, in pratica, potevano perdere tutto se i loro galeoni, carichi di merci, affondavano negli oceani .

L’equity, quindi, incorpora sempre, nel suo prezzo, il rischio, ma la riflessione più giusta è come ottenere nuovamente effetto di de correlazione , ovvero come meglio diversificare.

Il consiglio naturale, a mio avviso, non consiste nel suggerire degli strumenti di investimento, ma nel prendere coscienza che, oggi, non si può prescindere dal non valutare tutto il patrimonio ovvero immobiliare, aziendale e finanziario: solo in questo modo, si possono costruire soluzioni di lungo periodo capaci di ridurre il rischio complessivo del patrimonio nella sua interezza.
FinanzaComprensibileBlog

15/05/2015

A cura di Rocki Gialanella

Il recupero nei confront dell’Usd dai minimi di marzo si avvicina al 9%. Quali fattori supportano questa –probabilmente temporanea- inversione del trend ascendente dell'Usd?

Nelle ultime settimane, l’aumento dei rendimenti dei government bond dell’eurozona e la frenata delle Borse hanno calamitato l’attenzione degli investitori. Il rendimento del decennale tedesco si è allontanato in poche sedute dallo zero e quello dei Btp italiani e dei Bonos spagnoli è stato tale da provocare cali delle quotazioni vicini al 6%. Questa situazione ha messo in secondo piano il recupero registrato dall’euro nei confronti del dollaro statunitense.

Dagli 1.046 usd raggiunti dalla divisa unica europea a metà marzo –il livello più basso registrato dal 2003- la moneta europea si è rivalutata di quasi il 9% fino a ridosso di quota 1.14. Questa reazione si è sviluppata nell’arco di quattro appena quattro settimane. Il dato più evidente è che questa inversione del trend si è verificata in concomitanza con il peggioramento della situazione di Atene. Le negoziazioni con i creditori –UE e Fondo Monetario internazionale- non solo si sono arenate, ma hanno subito un netto deterioramento. Il timore per l’introduzione di un ‘corralito’ ellenico (controllo sui capitali) o addirittura per una Grexit è in continua ascesa.

Tuttavia, il movimento parallelo tra apprezzamento dell’euro e deterioramento della situazione ellenica appare alquanto strano se si tiene conto che un’eventuale Grexit minerebbe non poco la credibilità dell’euro. E allora quali sono le possibili ragioni che spiegano la rivalutazione dell’euro? Secondo gli esperti i motivi fondamentali sono tre.

Il primo, e fondamentale, è che l’euro si è trasformato nella principali divisa di finanziamento. Vale a dire, la moneta unica opera come carburante per alimentare la macchina del carry trade. Questo ruolo tende ad indebolirsi ogni volta che gli investitori –mossi dagli scarsi rendimenti offerti dai titoli di stato- tendono a manifestare una maggiore propensione al rischio. Al contrario, quando il sentiment volge al pessimismo e gli investitori tornano su posizioni più difensive, l’euro si rafforza. Nelle ultime settimane, lo scenario di riferimento dominante è stato proprio questo e l’euro ne ha approfittato.

Il secondo motivo: sui mercati sta guadagnando credibilità l’idea che una potenziale uscita di Atene dall’euro finirebbe per rafforzare l’eurozona. In altre parole, l’area euro –a meno di devastanti effetti domino su Spagna e Italia - trarrebbe beneficio dalla conclusione di un tormentone cominciato cinque anni fa.

Il terzo motivo risiede nel fatto che gli investitori stanno spostando in autunno la probabile data in cui la Federal Reserve adotterà il primo rialzo del costo del denaro (i tassi sono congelati tra lo 0 e lo 0,25% da dicembre 2008). Fino a questo momento, l’economia statunitense non è stata così forte da convincere la Fed ad agire.

01/05/2015

LA COPERTA CORTA 30 aprile 2015

Ci sono dei problemi, ma non sono insuperabili

Nell’era (dicono) delle variazioni climatiche improvvise e violente anche i mercati finanziari cominciano a muoversi in modo diverso dal passato. Una giornata in cui il rendimento dei Bund raddoppia, in cui il Dax ha un’escursione del 5 per cento tra i minimi e i massimi e in cui il rendimento dei Treasuries aumenta proprio mentre veniamo a sapere che il Pil americano è rimasto immobile nel primo trimestre merita qualche riflessione.
La prima è che la coperta della crescita globale, che già non era abbondante, è andata accorciandosi negli ultimi mesi. Oltre all’America, di cui si è detto, anche la Cina sta rallentando vistosamente, mentre alcuni importanti paesi emergenti, come Russia e Brasile, sono entrati in recessione. L’eccezione è l’Europa, che nel primo trimestre è probabilmente cresciuta a una velocità annualizzata del 2.5 per cento, il livello che avrebbe dovuto essere raggiunto dall’America e che invece è stato da questa mancato clamorosamente.
La seconda riflessione è che l’inflazione, data continuamente sul punto di inabissarsi o impennarsi, si mantiene più calma degli osservatori che la commentano. Dietro questa calma c’è però il lavoro titanico dei rapporti di cambio tra le valute che, muovendosi, redistribuiscono la poca inflazione e la poca crescita di questo mondo in modo da non fare mancare a nessuno un po’ dell’una e un po’ dell’altra.
Molti commentatori amano inquadrare i movimenti dei cambi in questa fase storica nel concetto di guerra valutaria di tutti contro tutti. I toni apocalittici fanno sempre effetto, ma non sono necessariamente appropriati. C’è infatti una certa razionalità negli aggiustamenti degli ultimi due anni e c’è anche una ragionevole disponibilità a collaborare tra i vari paesi. L’America, che non ha mai amato, se non a parole, il dollaro forte, ha accettato prima uno yen debole e poi un euro debole quando ha capito che la situazione di Giappone ed Europa stava diventando insostenibile. L’aggiustamento ha avuto successo e ha permesso a entrambi di riprendere a crescere da una parte e di non cadere in una spirale deflazionistica dall’altra.
Il prezzo pagato dall’America è la rinuncia a quell’accelerazione della crescita verso il 3 per cento che sarebbe stato davvero possibile, almeno per quest’anno, se il dollaro non si fosse rafforzato. Un conto è però rinunciare al 3 per salvare il resto del mondo, un altro conto è pagare il salvataggio con una crescita zero (o dell’1-1.5 per cento se escludiamo il grande freddo e lo sciopero dei portuali in California). Certo, in questo modo l’aumento dei tassi americani slitta verso la fine del 2015 ma per ridare colore e ossigeno all’economia americana occorre anche sgonfiare un po’ il dollaro, almeno per uno o due trimestri. La coperta, strattonata bruscamente verso il lato europeo, viene ora dolcemente e prudentemente riportata in parte (piccola, crediamo) verso il lato americano.
Le borse europee, vedendo un euro meno esangue, si spaventano oltremisura. Le posizioni più aggressive vengono precipitosamente ridimensionate e si riposizionano in parte in cash e in parte sulla borsa americana. Una delle sorprese di questi giorni recenti è del resto l’ottima tenuta degli utili delle società americane, incluse, in molti casi, quelle che esportano nel mondo.
Abbiamo così la situazione quasi paradossale in cui, in un mondo che cresce poco e con poca inflazione, i profitti esplodono in Giappone, tengono molto bene in America e si apprestano a crescere in misura significativa in Europa. Il grande rialzo di bond e azioni deve certamente molto alla politica monetaria delle banche centrali, ma ha anche motivazioni proprie nella bassa inflazione e negli alti profitti.
Il mondo è dunque instabile e fragile, ma potrebbe andare peggio. C’è però un fatto da non dimenticare. Una parte dei buoni risultati americani è dovuta a operazioni di ingegneria finanziaria. Non sono, attenzione, trucchi contabili o abbellimenti cosmetici, sono operazioni perfettamente legittime cha vanno però scrutate con attenzione.
Succede che sempre più società approfittano dei tassi a zero, si indebitano aggressivamente e comperano con il ricavato azioni proprie, sostenendo così il corso del loro titolo in borsa e alzando il livello degli utili per azione.
Questo comportamento è di solito criticato per due ragioni. La prima è che le società ammettono, usando il cash per acquistare azioni proprie, di non avere molte idee per un uso produttivo della liquidità o, peggio ancora, di non avere fiducia nel futuro del loro settore. La seconda è che acquistare azioni proprie ai massimi di borsa potrebbe non essere una buona idea. Il precedente del 2007-2008, un’altra fase in cui i buyback raggiunsero livelli molto elevate, è lì a ricordarcelo.
C’è però da considerare anche un terzo aspetto, ancora più grave perché sistemico. Alla prossima crisi ci troveremo infatti con un mercato azionario che cadrà da un livello gonfiato dai buyback e con società con uno stato patrimoniale meno solido di quello che avrebbero avuto restando ferme. I buyback, che dovrebbero idealmente essere lanciati con un intento anticiclico (comprando azioni proprie sui minimi di borsa, non sui massimi), si riveleranno di nuovo prociclici.
Detto questo, la realtà dei bilanci societari va considerata nella sua complessità. È vero, come sottolinea Druckenmiller, che il debito corporate in America è passato dai 3.5 trilioni del 2007 ai 7 trilioni attuali, ma è altrettanto vero, aggiungiamo noi, che nel frattempo gran parte delle società ha accumulato imponenti flussi di cassa positivi. È frequente, soprattutto tra le multinazionali, un grande accumulo di cash fuori dagli Stati Uniti e, nello stesso momento, il ricorso crescente al debito sul mercato domestico per il riacquisto di azioni proprie.
Quanto alle turbolenze del mondo obbligazionario, era ragionevole prevedere che prima o poi la volatilità sarebbe aumentata, anche se è bizzarro che l’aumento dei rendimenti abbia luogo proprio in un momento in cui la crescita globale si rivela più debole del previsto. In un certo senso questo rappresenta un successo per i policymaker, che hanno saputo creare un minimo di aspettativa di inflazione. È probabile che l’aberrazione dei tassi negativi in Europa avrà termine abbastanza presto e nel modo migliore per l’economia, grazie cioè a un modesto aumento dell’inflazione e non grazie a un aumento dei tassi reali. I bond avranno a soffrirne, ma in modo molto limitato.
Operativamente, non ci sembra arrivato il momento di aggiustare aggressivamente i portafogli. Quelle che vanno aggiustate sono semmai le attese di performance in un mondo in cui i bond si avviano alla conclusione del loro rialzo secolare e in cui le azioni manterranno l’importante supporto di utili in crescita ma dovranno pagare con la fine dell’espansione dei multipli la maggiore volatilità che si profila all’orizzonte. Quanto al dollaro, non pensiamo che l’America abbia bisogno di un deprezzamento marcato del dollaro per ridare spinta alla sua economia. D’altra parte, non appena la spinta avrà sortito i suoi effetti, il dollaro tornerà ad essere la valuta d’elezione per la forza strutturale della sua economia.

Alessandro Fugnoli +39 02 777181

25/04/2015
18/04/2015

Le Borse europee, in due giorni, hanno perso mediamente il 3%. Lo spread tra BTp e Bund, nello stesso periodo, è risalito di 27 punti base, tornando a quota 141. Tutto questo è comprensibile: di fronte alla crescente possibilità che la Grecia si schianti, il panico sui mercati è normale. Potrebbe anzi essere molto maggiore, se non ci fosse la Bce a calmare le acque con le sue iniezioni di liquidità. C'è solo un movimento, sui mercati finanziari, che in questi giorni appare scollegato dalla realtà: il rialzo dell'euro. Mentre tutto in Europa crolla, infatti, la moneta unica negli ultimi due giorni ha guadagnato l'1,76%, tornando sopra 1,08 dollari in serata. La domanda sorge spontanea: com'è possibile che la moneta unica si rafforzi proprio ora che l'unità dell'Europa viene messa in dubbio da una possibile uscita della Grecia? Com'è possibile che più l'Europa rischia di perdere pezzi, più l'euro prende vigore?
Sembra quasi che i mercati, con il loro proverbiale cinismo, si prendano gioco del vecchio e stanco continente. Si facciano beffa delle disgrazie greche. Eppure non è così. Anzi, qualche spiegazione razionale al rafforzamento dell'euro c'è. In parte dipende dai dati sull'inflazione Usa, arrivati ieri. Ma soprattutto, come spiega Antonio Cesarano di Mps Capital Finance, la ripresa della moneta unica è legata al fatto che a vendere azioni europee sono in parte gli investitori internazionali. Questi infatti, vendendo titoli a Piazza Affari o sul listino di Parigi, sono costretti a smontare le coperture sul mercato dei cambi costruite quando acquistavano. Ebbene, è proprio questo “smontaggio” ad avere prodotto l'effetto collaterale di rivalutare l'euro. Per avere una conferma, basta sovrapporre il grafico delle Borse europee a quello del cambio euro/dollaro: quando scendono le prime sale il secondo, e viceversa. Segno che la forza dell'euro è almeno in parte lo specchio, in un mondo finanziario globalizzato, della debolezza sulle Borse. E paradossalmente dell'Europa.

Per capire il meccanismo bisogna addentrarsi nei meandri della finanza. E tornare indietro nel tempo. Com'è noto, da mesi gli investitori di tutto il mondo puntano sulle Borse europee: un po' perché sono sottovalutate rispetto a quelle americane, un po' perché tutti si aspettano che le iniezioni di liquidità da parte della Bce abbiano un effetto positivo sui listini. L'ultimo sondaggio realizzato da Merrill Lynch dimostra che i mercati azionari europei sono molto gettonati nei portafogli degli investitori internazionali. Mentre compravano azioni europee, gli investitori internazionali sentivano però l'esigenza di “coprirsi” dal rischio di cambio, per evitare che i guadagni sulle Borse venissero annullati dal ribasso dell'euro. Morale: gli acquisti di azioni europee sono stati accompagnati, nei mesi scorsi, da crescenti coperture dal rischio di cambio.

Questo è il punto. Quando un investitore vuole “assicurarsi” contro questo rischio, solitamente si rivolge a un trader di una banca d'affari e compra un'opzione «put» sull'euro-dollaro: si tratta di un contratto che produce per l'investitore un guadagno quando l'euro scende. In questo modo l'investitore annulla il rischio della debolezza dell'euro e può godere in santa pace per i rialzi delle Borse europee su cui ha puntato. Dall'altra parte, però, il trader che gli ha venduto l'opzione di copertura deve a sua volta contro-assicurarsi (i tecnici lo chiamano delta-hedging): deve cioè vendere euro sul mercato, per coprirsi a sua volta dal rischio di cambio. È per questo che quando le Borse salivano e gli investitori esteri arrivavano in massa, l'euro si deprezzava velocemente: in parte era l'effetto del quantitative easing della Bce, ma in minima parte anche delle coperture e delle contro-coperture degli investitori esteri.

Arriviamo ora agli ultimi due giorni di panico. Spaventati dalla Grecia o intenzionati a incassare un po' dei guadagni derivanti dai recenti rialzi, molti investitori esteri hanno probabilmente deciso di alleggerire un po' la loro esposizione sulle azioni o sui bond europei. Vendendo, però, hanno anche dovuto chiudere le coperture sui cambi aperte in precedenza. Questo ha spinto i trader che avevano venduto le coperture a muoversi in maniera inversa sul mercato dei cambi: hanno cioè dovuto comprare euro. Morale: ora che le vendite fioccano sulle Borse, l'euro sale. Il rafforzamento degli ultimi due giorni della moneta unica, dunque, almeno in parte misura i deflussi internazionali dalle Borse europee. Ecco perché più l'Europa soffre, più l'euro si rafforza.

18/04/2015

"Così il Prof ci ha fregati su Maastricht"
Roma - Il prezzo di quel famoso 1992 non è stato solo politico. Mentre l'Italia traghettava dalla prima alla seconda Repubblica a Bruxelles si compiva un altro passaggio: quello da un patto per entrare nell'Euro molto favorevole all'Italia, il famoso il trattato di Maastricht, a un'altra regola decisamente più dura. Tanto da sembrare studiata per mettere nei guai le economie in difficoltà, come la nostra. Un semplice regolamento ribattezzato Patto di stabilità. Angelo Polimeno, giornalista Rai, ha ripercorso questo pezzo di storia passato nel silenzio «voluto e colpevole» della politica, in un libro intitolato Non chiamatelo Euro (Mondadori, 154 pagine, 12 euro). Tutto nasce da una denuncia del giurista Giuseppe Guarino - spiega Polimeno - e dall'analisi del contesto politico. «A fine anni Ottanta-inizio Novanta, il governo Andreotti riuscì a ottenere che i parametri del trattato di Maastricht su deficit e debito venissero verificati con il criterio della tendenzialità». E che in periodi di crisi particolarmente duri, «come quello che stiamo vivendo» - sottolinea - gli stessi vincoli di bilancio fossero sospesi. Tutto merito di Guido Carli, allora ministro. «Godeva di grande credito in Germania. «Spiegò al cancelliere Helmut Kohl che serviva gradualità nella riduzione del debito, altrimenti non saremmo potuti entrare». La Francia era d'accordo. Anzi, ricorda il giornalista, «aveva posto come condizione per l'adesione all'Euro che anche l'Italia ne facesse parte. Parigi temeva la svalutazione della Lira». Solo la Bundesbank era contraria a Maastricht. Il primo accordo passa tra mille difficoltà ed entra in vigore il 7 febbraio del 1992. Il mese dopo sarebbe scoppiata Tangentopoli e la politica sarebbe cambiata radicalmente. «Andreotti e Carli escono di scena. Le pressioni della Bundesbank riprendono fortissime. A questo punto Kohl lavora per convincere Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi per cambiare il criterio della tendenzialità e la sospensione». Ci riesce. Con l'aggravante che il cambiamento non avviene, come avrebbe dovuto, attraverso un altro trattato internazionale. «Si ricorre a uno stratagemma, approvare un regolamento che non ha bisogno di passare né dal Parlamento né dal voto referendario. Il n. 1466 del '97, più conosciuto come Patto di Stabilità». Erano gli anni di Romano Prodi. «Oggi va in giro definendolo Patto di stupidità. Non ricorda mai di averlo firmato lui», commenta Polimeno. Il Prof incastrato da un documento.

Indirizzo

Via Della Libertà, 3
Palermo
90100

Sito Web

http://www.giuseppepavia.it/finanzacomprensibile, https://twitter.com/PaviaPeppe/

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