Dottore Commercialista Indipendente

Dottore Commercialista Indipendente Iscritto all'Albo dei Dottori Commercialisti di Perugia al n. 590/A dal 29/01/1996. Revisore contabile DM al n. 99482 (DM 05/11/1999 G.U. 16/11/1999)

23/07/2019

Start up innovativa con sede a Perugia cerca persona esperta di gestione progetti (MS Project - Asana).

Si offre tirocinio retribuito da ottobre e successiva assunzione.

Titoli di preferenza: età sotto i 29 anni, competenze di natura giuridica e/o economica, conoscenza applicativi Office.

Inviare la propria candidatura a [email protected]

11/10/2017

La teoria della scelta pubblica (Public Choice) è una teoria economica elaborata negli Stati Uniti negli anni sessanta e sviluppata negli anni settanta, principalmente ad opera di James M. Buchanan che nel 1986 per questi studi vinse il Premio Nobel per l'economia.

23/04/2017
04/04/2017

martedì 04/04/2017
I DATI ISTAT
Lavoro, Renzi esulta ma aumentano solo inattivi e over 50

Il copione è il solito. L’Istat dà i numeri del lavoro e, se c’è, Matteo Renzi prende il lato che gli piace e ne dà il merito al jobs act. Ieri ha esultato per i dati Istat di febbraio: “Possono dire tutto quello che credono: ma il Jobs Act funziona, ormai negarlo è impossibile amici”, ha scritto l’ex premier Matteo Renzi nella sua e-news. Cosa dicono? Tra le altre cose che la disoccupazione giovanile ha toccato il livello più basso, scendendo dell’1,7% al 35,2%, da agosto 2012. Il problema, però, è che il calo è quasi totalmente spiegabile con l’aumento degli inattivi, quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano nemmeno (altrimenti sarebbero considerati disoccupati). Negli ultimi tre mesi - ha fatto notare Francesco Seghezzi di Adapt - i disoccupati under 24 sono calati di 86 mila unità, mentre gli inattivi della stessa fascia d’età sono aumentati esattamente di 86 mila unità. Significa che molti disoccupati hanno smesso di cercare lavoro finendo tra gli scoraggiati. Rispetto a gennaio, l’occupazione è rimasta stabile: +7 mila occupati. Problema: nell’ultimo anno sono aumentati quasi solo quelli over 50 (+402 mila), mentre sono calati quelli nella fascia 25-34 (-17 mila) e 35-49 (-106 mila).

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03/04/2017

lunedì 03/04/2017
MICRO & MACRO
Si chiama “decumulo”, però in realtà si accumulano solo costi, spese, penali
È L’ULTIMO PRODOTTO FINANZIARIO VENDUTO DA BANCHE E ASSICURAZIONI CHE PROPONGONO ALTI RENDIMENTI, MA REALTÀ È DIVERSA

di Beppe Scienza
Il Devoto-Oli non lo riporta; e neppure altri dizionari della lingua italiana più recenti. Cosa mai è il “decumulo”, che anche il programma di scrittura insiste a segnalarmi come errore? È una delle ultime invenzioni per prendere in giro i risparmiatori.

Il vocabolo appare infatti nei regolamenti di alcuni prodotti finanziari, come BG Stile Libero di Banca Generali, e designa un flusso periodico di soldi proposto a chi ingenuamente vi investe quanto ha da parte. Può essere addirittura un 5% annuo. Inevitabile che invogli a pensare che si tratti del reddito della somma versata, rigirato all’investitore, così come le cedole di un’obbligazione sono gli interessi pagati al sottoscrittore.

L’ingannevole neologismo induce a crederlo: interessi, dividendi ecc. si accumulano nel fondo e una parte viene tolta dal cumulo. Ma non è così, perché quel 5 o altra percentuale è del tutto slegato dalla performance dell’investimento, che può esser nulla, negativa e anche catastrofica. Nei quali casi viene intaccato il capitale, magari già decurtato da pesanti perdite.

Ancor più subdolo è il prodotto di una società di Unicredit e Allianz e cioè Life Income 360. Leggiamo infatti che “il contratto prevede la corresponsione di importi periodici […] commisurati ai proventi che il fondo interno Creditras Income 360 si propone di ottenere nel tempo”. L’espressione “commisurati ai proventi” richiama alla mente che vi sia un legame con quanto renderà il fondo. Invece quanto si riceve è totalmente slegato da quanto renderà (o non renderà, ovvero perderà) il fondo. Quel 3,6% è quanto “si propone di ottenere” e se non l’otterrà, ciccia! Peggio per quei poveracci che si sono lasciati convincere a mettere i loro risparmi in roba simile. Anzi, si può scommettere che otterrà ben meno. Ai risparmi ingenuamente impiegati in tal modo di regola vengono infatti sottratti dall’emittente subito un 1,5% e poi l’1,75% l’anno, inoltre fino a un altro 2,5% dai fondi comuni dove vengono riversati (il solito subappalto di gestione della previdenza integrativa). Se poi uno ha bisogno di quel capitale dopo qualche mese, esso viene alleggerito di un bel 3,8%.

Ecco cosa si accumula: non i proventi, non gli interessi, non i rendimenti. Bensì i costi, le spese, le commissioni, le provvigioni e le penali.

Per cui la conclusione è sempre la stessa: evitare tutti i prodotti finanziario-assicurativi attualmente proposti, senza perdere tempo a leggerne i regolamenti. Abbiamo capito l’antifona.

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30/03/2017

giovedì 30/03/2017
UNICREDIT SVALUTA DELL’80%
Fondo Atlante, già bruciati 3,4 miliardi sui 4,2 raccolti

La partecipazione al fondo Atlante è costata oltre 3 miliardi ai suoi sottoscrittori. I dati emergono dai bilanci delle banche. Il fondo (partecipato da istituti di credito, fondazioni, la pubbliche Cdp e Poste) nato per salvare le due popolari venete e comprare i crediti deteriorati sta naufragando: a fronte dei 4,2 miliardi raccolti, si va verso una perdita di oltre l’80%. È questo infatti il livello delle rettifiche effettuate da Unicredit, che ha svalutato di 547 milioni sui 686 finora versati. Stando ai dato di Radiocor, finora le 12 più importanti banche italiane hanno svalutato la loro partecipazione in media del 30%, con punte del 50%. La mossa di Unicredit, però, svela che dietro questi dati si nascondo altre perdite. A spanne, siamo intorno ai 3,3 miliardi sui 4,2 versati. Ed è proprio la cifra che finora Atlante ha versato per salvare Popolare di Vicenza e Veneto Banca e subito polverizzata dalle perdite tanto da spingere il fondo guidato dall’economista Alessandro Penati a chiedere il salvataggio pubblico: se andrà in porto, il controllo delle banche passerà di mano. Al momento della nascita di Atlante, nella primavera del 2016, Penati prometteva un rendimento del 6%.

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24/03/2017

venerdì 24/03/2017
I DATI DELL’INPS
Lavoro, diminuiscono le assunzioni stabili. Sale la disoccupazione

Scende la cassa integrazione, ma aumentano le domande di disoccupazione. E calano le assunzioni stabili. I numeri sul lavoro diffusi ieri dall’Inps mostrano la situazione a gennaio 2017, primo mese senza gli sgravi del Jobs act. Rispetto a gennaio del 2016, sono state presentate l’8,5 per cento in più di domande di disoccupazione (162.714 invece di 137.155). E se le assunzioni sono aumentate del 7,3%, quelle a tempo indeterminato sono diminuite del 9%, mentre sono aumentate del 13,5% quelle a termine e del 20% quelle in apprendistato. Aumentati anche i licenziamenti da rapporti a tempo indeterminato: 46.900 invece dei 46.100 del 2016). Le ore di cassa integrazione autorizzate a febbraio sono state 35,4 milioni, in diminuzione del 41% rispetto allo stesso mese del 2016 (60,1 milioni). Un dato che per i sindacati potrebbe derivare dalle modifiche dello strumento e dal fatto che le aziende possano ritenere più conveniente licenziare. “L’aumento delle richieste per l’indennità di disoccupazione dimostra che siamo tutt’altro che in una stagione di crescita dell’occupazione - ha detto il segretario Cgil, Susanna Camusso - I tanti soldi investiti hanno prodotto solo tamponi, non una soluzione strutturale”.

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05/03/2017

domenica 05/03/2017
CAMBIO DI PASSO - LA DENUNCIA DI QUARANTA ESPERTI
“Basta grandi lavori fatti per il consenso. Servono analisi vere”
IN BALLO 70 MILIARDI, 26 SOLO PER LE FERROVIE. TUTTI INVESTIMENTI FATTI SENZA STUDI SU COSTI E BENEFICI REALI, TANTO PAGA LO STATO

È in corso un grande rilancio politico delle “Grandi Opere”. I denari pubblici in gioco sono moltissimi, pari a circa 70 miliardi. Una cifra enorme se si pensa agli stretti vincoli di bilancio e tutti concentrati su un numero limitato di grandi interventi, a cui si sommano le risorse dei Contratti di Programma con Fsi e Anas. Il costo complessivo dei soli interventi ferroviari ammonta a quasi 26 miliardi di euro (Allegato al Def 2016), equivalente a oltre un terzo di quello complessivo di tutte le opere “strategiche”.

Esistono in ambito internazionale consolidate regole di valutazione economico-finanziaria, ma in Italia sono state finora ignorate. Per nessuna delle opere sopra citate c’è stata una valida analisi, pubblicamente disponibile al momento della decisione, che ne dimostrasse l’utilità sociale. Solo per alcune (il Brennero ad esempio), sono stati pubblicati documenti, peraltro oggetto di critiche metodologiche, solo dopo che la decisione era stata presa. Lo stesso vale per grandi progetti stradali, come la Pedemontana veneta, quella lombarda, e la Livorno-Civitavecchia.

L’entità dei costi previsti impone che le grandi opere passino al vaglio di pubbliche ed approfondite analisi costi-benefici da parte di valutatori “terzi” rispetto ai committenti, per evitare scelte economicamente non giustificabili, dettate da considerazioni elettorali di breve respiro (nella migliore delle ipotesi). Purtroppo esempi di progetti infelici non mancano, dagli 800 milioni già inutilmente spesi per la stazione dell’Alta velocità di Firenze che non si farà ai quasi 8 miliardi spesi per l’Av Torino-Milano, scarsamente utilizzata rispetto alla capacità, e con costi stimati tripli rispetto ad analoghe linee francesi.

Analisi indipendenti evidenziano come due progetti – la nuova linea Torino-Lione e la linea Alta capacità/Alta velocità Napoli-Bari – mostrino flussi di traffico, attuali e prospettici, così modesti da poter escludere che sia opportuno realizzarli nella forma prevista. Per la Milano-Padova le ricadute positive saranno quelle dell’aumento di capacità complessiva che si potrebbe però ottenere con interventi assai meno onerosi e impattanti, mentre trascurabile appare il beneficio della velocizzazione del traffico diretto tra Milano e Venezia. Per quanto riguarda il Terzo Valico Milano-Genova un’analisi costi-benefici, ancorché sommaria ha dato anch’essa risultati negativi. Per tutte queste opere le previsioni di traffico sembrano essere irrealistiche, come è evidente sia dal confronto storico dei flussi reali sia dalla stima, implicitamente assunta nelle analisi, di un forte aumento della domanda a seguito della disponibilità dell’opera. Queste assumono poi tariffe d’uso invariate rispetto a quelle attuali, quindi implicitamente che l’intero costo di investimento sia a carico dell’erario.

Se è vero che la decisione finale sulle opere pubbliche deve rimanere politica, essa non può prescindere dai risultati di analisi rigorose, trasparenti e comparative, né ignorare studi e valutazioni effettuate da esperti indipendenti e deve anche aprirsi a un confronto con tutte le parti interessate. La corruzione è deprecabile, ma un danno più grave può essere inflitto alla collettività dal dedicare enormi risorse all’esecuzione di strade, linee ferroviarie o ponti non giustificati dai benefici del traffico, destinato a una crescita comunque modesta per ragioni economiche e demografiche.

Forse per la percezione della necessità di un cambiamento, è stata recentemente creata nel ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti una struttura tecnica che dovrà valutare gli investimenti pubblici secondo regole precise e rendendo trasparenti e meno discrezionali le scelte politiche. L’iniziativa del ministro Graziano Delrio è lodevole e necessaria, e deve ricevere il massimo supporto da parte di chi ha a cuore la cultura della valutazione e della trasparenza nelle scelte. Ma non si può fare a meno di notare che emergono forti ombre sul ruolo reale di questa struttura, se guardiamo alle contemporanee dichiarazioni della politica che certo non favoriscono valutazioni neutrali.

Da un lato si susseguono infatti dichiarazioni politiche in favore di “Grandi Opere” mai seriamente valutate (opera “strategica” o che “crea 100.000 posti di lavoro”, ecc.), dall’altro lato molte scelte vengono dichiarate “irreversibili” a causa dell’esistenza di forti penali in caso di mancata realizzazione. Ma queste penali furono spesso stabilite su contratti affidati senza gara, con patti evidentemente lesivi dell’interesse pubblico. Prescindendo dalla consistenza giuridica di queste penali (il governo Prodi cancellò quei contratti, quello Berlusconi poi li ri-convalidò), è pur possibile valutare in modo rigoroso quali opere converrebbe alla collettività portare comunque a termine e quali sarebbero invece da cancellare o ridimensionare pur in presenza di penali (anche in funzione del loro stato di avanzamento: alcune sono appena iniziate).

C’è dunque il rischio che la costituzione di un organismo apposito, così innovativo nei principi, copra il perpetuarsi di scelte non validate, sotto le fortissime pressioni da parte delle lobby interessate ai lavori, ma indifferenti all’utilità dell’opera. Auspichiamo che il ministro mostri nei fatti la proclamata volontà di cambiamento.

Firmato da:

Dario Balotta (Osservatorio Nazionale Liberalizzazioni e Trasporti); Emilio Battisti (Architetto Beria Paolo Politecnico di Milano), Alberto Biancardi (Componente dell’Autorità per l’energia ed il gas), Lorenzo Boscarelli, Consulente di management, Salvatore Bragantini, Consigliere di Amministrazione, Univ. degli Studi di Milano, Giorgio Brosio (già Università degli Studi di Torino), Carlo Cottarelli (ex commissario straordinario per la Revisione della spesa pubblica), Lorenzo Degli Esposti (Politecnico Milano), Alessandro De Nicola (Adam Smith Society), Vincenzo Donato (già Politecnico di Milano), Massimo Florio (Università degli Studi di Milano) , Riccardo Gallo (Università La Sapienza di Roma), Giancarlo Giannetti (Ingegnere), Andrea Giuricin (Università degli Studi di Milano-Bicocca), Giancarlo Graziola (già Università degli Studi di Bergamo), Antonio Laurino (Politecnico di Milano), Riccardo Leoni (Università degli Studi di Bergamo), Alfredo Macchiati (Università Luiss), Patrizia Malgieri (Esperta in pianificazione dei trasporti), Jérome Massiani (Università Ca’ Foscari), Luca Mercalli (presidente Società Meteorologica), Aldo Molinari (Esperto di trasporto), Enrico Musso (Università di Genova), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Francesca Petrina Francesca (presidenza del Consiglio dei Ministri), Marco Ponti (già Politecnico di Milano), Maria Nadia Postorino (Università di Reggio Calabria), Paola Pucci (Politecnico di Milano), Riccardo Puglisi (Università degli Studi di Pavia), Renato Pugno (economista dei trasporti), Piero Rubino (SIPOTRA), Pippo Ranci (già Università Cattolica di Milano), Giorgio Ragazzi (già Università degli Studi di Bergamo), Francesco Silva (già Università Milano-Bicocca), Emilio Spedicato (già Università di Bergamo), Vito Tanzi (già Fmi), Renata Targetti (Università di Pavia), Angelo Tartaglia (già Politecnico di Torino), Cristina Maria Treu (già Politecnico Milano), Claudio Virno (consulente, già componente del Nucleo di valutazione degli investimenti pubblici del Ministero dell’economia), Maria Rosa Vittadini (Iuav di Venezia)

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02/03/2017

La storia di Amos Tversky e Daniel Kahneman, gli psicologi che hanno rivoluzionato gli studi sul comportamento umano.

25/02/2017

venerdì 24/02/2017
I DATI DELL’INPS
Senza sgravi nel 2016 crollano i contratti di lavoro stabili: -91%

Incentivi più che dimezzati e nuovi posti di lavoro dimezzati, con il crollo di quelli “stabili”. È la foto del 2016 che scatta l’Inps. Il segno più, nel mercato del lavoro, si riduce ad appena 82 mila contratti a tempo determinato in più, il 91% in meno rispetto ai 933mila del 2015. Il passo, insomma, è molto più lento dell’anno prima quando c’erano gli sgravi contributivi sulle assunzioni stabili. Il governo continua a difendere il Jobs Act che ha portato, per Giuliano Poletti, a creare “poco più di un milione” di nuovi posti stabili in due anni. Il 2016, secondo i dati Inps, ha fatto però registrare 340mila posti di lavoro in più, mentre nel 2015 erano stati 628 mila, ma con un boom dei precari: il risultato “è imputabile al trend di crescita netta registrato dai contratti a tempo determinato, il cui saldo annualizzato, pari a +222.000, ha recuperato la contrazione registrata nel 2015 (-253.000), indotta dall’elevato numero di trasformazioni in contratti a tempo indeterminato”. I contratti a termine sono aumentati dell’8%. Crescono, anche se meno rapidamente i voucher, (8,9 milioni a gennaio, +3,9%): nel 2016 ne sono stati venduti 133 milioni. La percentuale dei nuovi contratti lavoro a tempo indeterminato è più bassa del 2014.

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22/02/2017

mercoledì 22/02/2017
FLEX-INSECURITY
Jobs Act, le cinque verità sul flop: il precariato ora è peggio che nel 2014
NEL 2016 CI SONO STATI MENO CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO RISPETTO A QUANDO C’ERA L’ARTICOLO 18. GLI INCENTIVI HANNO STIMOLATO LE ASSUNZIONI, LA FLESSIBILITÀ NO

di Pasquale Tridico *

In un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera (“Gli effetti (veri) del Jobs Act”,13 febbraio 2017) il professor Maurizio Ferrera sostiene gli effetti positivi del Jobs Act; tuttavia, lo fa usando dei dati Eurostat e Inps del 2014 (quindi prima del Jobs Act!) e dei dati del ministero del Lavoro del 2015 (quindi molto parziali). Invece le cose stanno diversamente, e bastano un grafico ed una tabella elaborati su dati Inps, aggiornati al 10 gennaio 2017, per smentire quelli riportati dal professor Ferrera e per rendere la verità. Analizziamo in particolare il fulcro centrale del Jobs Act, ovvero il Contratto a Tutele Crescenti (Ctc), e il suo impatto sull’occupazione. Cominciamo dal grafico in alto: se da una parte si registra un aumento del 41% di Ctc nel 2015, dall’altra c’è un calo di -32% nel 2016, con il numero assoluto di Ctc (1,14 milioni) che è inferiore a quello di lavori a tempo indeterminato del 2014 (1,19 milioni).

EFFETTO AUSTERITÀ

Dopo tre anni di tentativi la lezione più importante è che solo gli investimenti producono posti aggiuntivi, non le nuove norme
PRIMA VERITÀ. Meno nuovi lavori a tempo indeterminato nel 2016 (Ctc) rispetto al 2014 (ultimo anno del vecchio regime), nonostante si tratti di contratti a minore protezione.

LA SECONDA VERITÀ.Le assunzioni a termine, cioè tutti quei contratti che sarebbero dovuti scomparire con l’introduzione del Jobs Act sono invece in crescita: l’Inps ne registra 3,14 milioni nel 2014; 3,23 milioni nel 2015 e 3,45 milioni nel 2016.

LA TERZA VERITÀ. Riguarda la variazione netta di lavori a tempo indeterminato (Ctc) al netto delle cessazioni e considerando anche le trasformazioni in Ctc di contratti già esistenti, come le assunzioni da tempo determinato e da apprendistato: dopo un incremento nel 2015 di più di 660 mila unità, nel 2016 si scende drasticamente a sole 65.989 unità. Se non consideriamo le trasformazioni, il dato nel 2016 è addirittura negativo (-294.834 unità, simile al dato del 2014 pre-Jobs Act). La terza verità quindi è che nel 2016 il lavoro a tempo indeterminato (Ctc) non è aumentato, ma è calato rispetto al 2015, ed è sostanzialmente allo stesso livello (poco inferiore) rispetto al 2014 quando il Jobs Act non esisteva (quindi sotto il livello del “vecchio” contratto a tempo indeterminato).

Per fare un bilancio completo bisogna valutare ora l’impatto del Jobs Act alla luce della decontribuzione, cioè del cosiddetto esonero contributivo di 8.060 euro per ogni assunto a Ctc. L’Inps registra 491.782 unità di lavoro che beneficiano dello sgravio nel 2016, per un costo totale di oltre 3,9 miliardi di euro solo nel 2016. A fronte di una variazione netta di occupati stabili di soli 65.989 unità, il costo di 3,9 miliardi di euro sembra eccessivo (corrisponde a una spesa media per occupato stabile di circa 60 mila euro!). Da qui ne discende una conclusione importante.

QUARTA VERITÀ. Forse la più importante: l’occupazione non viene creata da norme ma da investimenti.

La domanda di lavoro è una domanda “derivata” (dalla domanda aggregata); se non cresce la domanda aggregata (investimenti, spesa pubblica e consumi) non può crescere l’occupazione. Tuttavia sappiamo che oggi gli investimenti privati sono fortemente rallentati da aspettative negative da parte delle imprese, e i consumi sono rallentati da alti livelli di disoccupazione, e dai bassi livelli di reddito di coloro che lavorano. Inoltre gli investimenti pubblici sono ostacolati o impediti dalle regole europee e dai vincoli stringenti della recente austerità. Ne consegue che l’occupazione non cresce, con o senza il Jobs Act. L’Italia ha circa 3 milioni di disoccupati, quasi il 12%, con un tasso di occupazione pari al 57% (con circa 22,8 milioni di persone che lavorano), e queste cifre sono rimaste stabili dalla recessione del 2012 (dati Istat). Nell’Ue il tasso di disoccupazione medio è dell’8,5% e il tasso di occupazione al 70% (dati Eurostat).

Infine, secondo alcuni esperti (da ultimo proprio Ferrera sul Corriere) il Jobs Act finalmente darebbe all’Italia il modello di Flexicurity che ha reso famosi di recente i paesi scandinavi. Ma questo è veramente lontano dalla verità. Al contrario.

QUINTA VERITÀ. L’Italia proprio con il Jobs Act ha rafforzato il suo modello di Flex-insecurity. Infatti, dopo le massicce dosi di flessibilità in entrata dei due decenni scorsi tramite le numerose forme di contratto introdotte e non eliminate, il Jobs Act adesso introduce anche flessibilità in uscita, rendendo possibile il licenziamento illegittimo attraverso una semplice sanzione monetaria tabellare prestabilita . La Flexicurity avrebbe richiesto, invece, l’introduzione di una maggiore protezione di welfare e di reddito. Nello specifico, e negli anni della crisi, lo sforzo si sarebbe dovuto concentrare nella creazione di uno strumento universale di sostegno al reddito oltre (la Naspi è ancora troppo limitata, e la Dis-Coll e la Asdi si sono rivelate quello che erano: annunci non ri-finanziati). Questo avrebbe da una parte evitato l’esplosione di quelle sacche di povertà che l’Istat ha spesso richiamato, e dall’altra avrebbe contenuto la spirale recessiva da domanda che il nostro Paese ha attraversato in questi ultimi anni, con uno sforzo finanziario non superiore a quello, dimostratosi oggi inefficace, della decontribuzione fiscale del Ctc.

* Professore di Economia del Lavoro e Politica economica, cattedra Jean Monnet di Integrazione economica europea all’Università
Roma Tre

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19/02/2017

Indirizzo

Via Campo Di Marte, 19
Perugia
06124

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 13:30
15:30 - 16:30
Martedì 08:30 - 13:30
15:30 - 20:00
Mercoledì 08:30 - 13:30
15:30 - 17:00
Giovedì 08:30 - 13:30
15:30 - 20:00
Venerdì 08:30 - 13:30
15:30 - 17:00
Sabato 09:00 - 11:00

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