24/09/2017
HAI CAPITO?
Quando ho l’occasione di parlare davanti a un pubblico, che si tratti di come risolvere i conflitti, di leadership, piuttosto che di mappe mentali, una delle idee che amo più tentar di condividere con chi mi ascolta, ha a che fare con la responsabilità di gestire la comunicazione.
Io in prima persona, nonostante mi “alleni” ogni giorno nell’arte dell’ascolto attivo, mi ritengo un sordo. Un sordo nel senso che pur mettendo quanta più attenzione possibile nel mio interlocutore, alla fine filtro, e dunque perdo, moltissime informazioni che l’altra persona ha scelto di condividere con me. Mi spiego con un esempio.
Qualche tempo fa ero molto, molto felice di aver acquisito un nuovo cliente. Devo ammettere che passata l’effimera ebbrezza del risultato, mi resi subito conto che il cliente si era solo “fidato” di me. Non avevo effettivamente intercettato durante il nostro lungo incontro, i suoi bisogni e le sue esigenze. Avevamo parlato dei sui progetti per il futuro, del suo desiderio di arrivare a fondare ben 5 aziende e tutte capaci di andare nel mercato con almeno un prodotto a marchio. Avevamo parlato della centralità, per un imprenditore, di attorniarsi di collaboratori ispirati, capaci, innamorati della loro azienda. Avevamo parlato di come coniugare le responsabilità di uomo, padre e compagno con il ritmo soffocante che oggi richiede il mercato.
C’eravamo certo piaciuti, ma con il passare delle ore, dovevo ammettere con me stesso che professionalmente non ero riuscito o cogliere né le sue preoccupazioni né, tantomeno, ero riuscito ad articolare un percorso capace di gestire le sue preoccupazioni.
Devo ammettere che ero tutto sommato insoddisfatto di me, che avrei paradossalmente preferito il contrario: non avere un cliente in più a fronte di una consulenza di spessore. Rimuginavo e ripensavo. Cercavo di analizzare tutti i passaggi che mi erano rimasti in mente.
Finalmente eccolo. Un po’ come se stessi ascoltando e riavvolgendo il nastro del nostro incontro, ad un certo punto l’avevo afferrata la sua vera esigenza: i suoi sogni, le sue sensibilità, le sue credenze si sgretolavano di fronte al fatto che non si riteneva capace di parlare in pubblico. I discorsi di fine anno, gli interventi risolutori nei vari uffici rappresentavano il suo più grande tallone d’Achille.
Da una parte ero finalmente pago: avevo focalizzato come essere d’aiuto a quell’imprenditore. Dall’altra infastidito per averlo capito così tardi. Avevo perso l’occasione di approfondire questo suo senso d’inadeguatezza, sì da comprendere meglio cosa fare e come interevenire.
Quell’episodio, uno dei tanti, mi sprona, durante ogni incontro, a mettere il mio interlocutore nelle migliori condizioni possibili per potersi esprimere, per potersi raccontare e quindi farsi aiutare. Sono convito, sempre più saldamente, che un buon comunicatore è soprattutto un buon ascoltatore: una persona che si assume la piena responsabilità di adattare il suo stile a quello delle persone che ha davanti. Esattamente l’opposto di quel faceto adagio: “Sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci”.