18/08/2026
Da qualche tempo mi torna in mente un modo di fare villeggiatura che oggi sembra quasi appartenere a un’altra epoca.
Negli anni ’60, per molte famiglie, partire per l’estate significava semplicemente spostarsi dalla città alla campagna. Andare dai nonni, dagli zii, in una casa di famiglia. Restare qualche settimana. Vivere un po’ più lentamente.
Non era una vita perfetta, e non credo abbia senso idealizzarla. C’erano scomodità che oggi considereremmo impensabili.
Ma c’era anche qualcosa che abbiamo progressivamente perso, un rapporto più diretto tra il modo in cui una casa era costruita e il luogo in cui si trovava.
Oggi parliamo molto di comfort, di efficienza e di tecnologia. E naturalmente la tecnologia può aiutarci moltissimo. Ma probabilmente dovremmo tornare a dare più valore anche a ciò che viene prima della macchina, l’orientamento di una casa, l’ombra, la ventilazione naturale, i materiali, la vegetazione, la capacità di un edificio di adattarsi al proprio clima.
Per questo credo che sostenere una certa ospitalità rurale possa avere un significato che va oltre il turismo.
Può voler dire dare una possibilità a piccoli luoghi, case e territori di tornare a vivere. Può significare sostenere chi sceglie di investire nel recupero, nella bioedilizia, nell’autosufficienza, nella cura della terra e nell’uso consapevole delle risorse.
Non tornare indietro ma guardare indietro per capire cosa possiamo portare con noi nel futuro.
Forse il vero lusso, oggi, non è avere una macchina che corregge continuamente il clima di un edificio.
È abitare un luogo che ha imparato, prima di tutto, a stare bene nel proprio clima.