05/06/2026
Come sta andando, davvero l’azienda?
Quasi sempre, per rispondere, gli imprenditori guardano il fatturato totale dell'anno. Lo confrontano con quello dell'anno prima. Se è cresciuto, va bene. Se è calato, va male. Se è stabile, ci si rilassa e si tira avanti.
Questo modo di guardare i numeri ha un problema enorme.
Mente.
Mente perché un'azienda non è una cosa unica. Un'azienda è quasi sempre la somma di più attività diverse, che vivono insieme sotto la stessa insegna ma che, in realtà, hanno comportamenti completamente differenti. Margini diversi. Costi diversi. Velocità diverse. Stagionalità diverse.
E che — se sommate in un unico totale — si nascondono a vicenda.
Voglio condividere oggi una riflessione che, secondo me, è il vero punto di partenza del controllo di gestione. Una cosa che pochissimi imprenditori italiani si fermano davvero a fare, perché sembra banale, ma che cambia tutto.
Si chiama suddivisione in business unit.
Un'azienda — anche piccolissima, anche di un solo titolare — può quasi sempre essere divisa in segmenti più piccoli che, presi uno alla volta, raccontano la verità di quello che sta succedendo dentro. E quasi sempre, quando si fa questo esercizio, la verità è molto diversa da quella che il fatturato totale faceva pensare.
Voglio farti un esempio concreto, perché credo che aiuti a capire.
Pensa a una pasticceria artigianale. Una di quelle che ci sono in tantissime città italiane. Fa pasticceria fresca, pane quotidiano, salato per la colazione, torte da cerimonia per matrimoni e battesimi, qualche bomboniera per le occasioni speciali, fornitura a bar e ristoranti della zona.
Il fatturato totale dell'anno scorso è stato 480.000 euro. Margine netto del 18 per cento. L'imprenditore guarda quel numero, fa la differenza con l'anno prima, vede che è cresciuto del sei per cento, ed è contento.
Ma quel numero unico è una mistificazione. Vediamo perché.
Se proviamo a dividere l'attività per tipologia di prodotto, ci accorgiamo che la pasticceria fresca produce un margine del trentacinque per cento e vale il quaranta per cento del fatturato. Il pane quotidiano vale il venticinque per cento del fatturato ma genera solo il dodici per cento di margine. Il salato per la colazione, venticinque per cento di margine sul quindici per cento di fatturato. Le torte da cerimonia, quarantacinque per cento di margine sul dodici per cento di fatturato. La fornitura ai bar e ai ristoranti, otto per cento di margine sull'otto per cento di fatturato.
A questo punto qualcosa di interessante emerge. La pasticceria fresca e le torte da cerimonia, insieme, rappresentano il cinquantadue per cento del fatturato — ma generano oltre il settanta per cento del margine totale. Il pane, che sembrava la spina dorsale del lavoro quotidiano, in realtà contribuisce in modo modestissimo al guadagno. La fornitura B2B, quella che dava la sicurezza degli ordini regolari, lavora quasi in pareggio.
Solo guardando questi numeri, l'imprenditore inizia a vedere la propria azienda in modo diverso. Capisce dove sta davvero guadagnando. Capisce dove sta lavorando senza ricavarci nulla. Capisce dove ha senso investire e dove ha senso ridurre.
Ma — e questo è il punto più sottile — se la stessa identica attività la dividiamo in modo diverso, ci racconta cose ancora diverse.
Proviamo a dividerla per canale di vendita anziché per tipologia di prodotto.
La vendita diretta al banco genera il margine più alto in assoluto, perché non ci sono intermediari e i prezzi sono pieni. Gli ordini su prenotazione per cerimonie hanno un margine ancora più alto, perché sono programmabili, riducono lo spreco di materie prime e permettono di organizzare il lavoro in modo efficiente. La fornitura B2B ha un margine basso ma volumi alti e relazioni stabili che fanno girare la cassa. La vendita online tramite app di delivery ha un margine medio ma fa pagare le commissioni alle piattaforme che mangiano gran parte del guadagno.
Ognuno di questi canali richiede risorse, energie, attenzioni diverse. E ognuno, alla fine dell'anno, lascia in tasca una somma molto diversa.
E ancora. Se proviamo a dividerla per momento della giornata, scopriamo altre verità. La colazione fa grandi volumi ma margini contenuti — il cliente delle sette del mattino vuole il cornetto e il caffè, non si ferma a comprare la torta. Il pomeriggio fa volumi più bassi ma margini alti — i clienti che entrano dopo le quattro tendono a comprare prodotti di valore superiore. Il sabato e la domenica sono le giornate d'oro per i ricavi ma sono anche le più costose in termini di personale.
Tre suddivisioni completamente diverse della stessa azienda. Tre verità completamente diverse. Tre serie di decisioni gestionali potenzialmente opposte.
A questo punto la domanda diventa una sola.
Quale di queste suddivisioni è quella giusta?
La risposta — che è la cosa più interessante di tutto il discorso — è "dipende". Dipende esclusivamente dal layout produttivo specifico di quell'azienda. Cioè da come materialmente, fisicamente, organizzativamente è strutturata.
Una pasticceria con un grande laboratorio di produzione, dove molti pasticceri lavorano contemporaneamente su prodotti diversi, dovrebbe analizzarsi per tipologia di prodotto. Perché ogni tipologia attiva risorse specifiche del laboratorio, ha costi di materia prima diversi, occupa tempi macchina diversi.
Una pasticceria con un laboratorio piccolo ma con un team commerciale che gestisce molti canali — il banco, gli ordini cerimonie, i ristoranti, le app — dovrebbe analizzarsi per canale di vendita. Perché ogni canale richiede risorse umane diverse, marketing diverso, logistica diversa.
Una pasticceria che è soprattutto un punto vendita di passaggio in una via centrale, dove la varietà di clientela e di consumi cambia molto durante la giornata, dovrebbe analizzarsi per momento della giornata. Perché capire quando si guadagna davvero permette di ottimizzare turni, esposizione, offerte specifiche.
Questo significa una cosa che voglio sottolineare con forza, perché credo sia una delle più sottovalutate del controllo di gestione.
Due aziende dello stesso settore — apparentemente concorrenti, apparentemente con lo stesso mestiere — possono richiedere suddivisioni in business unit completamente diverse.
Due pasticcerie nella stessa città, entrambe artigianali, entrambe di qualità — possono dover analizzare la propria attività in modo opposto. Una per tipologia di prodotto, l'altra per canale di vendita. Non perché una ragioni meglio dell'altra. Ma perché hanno layout produttivi diversi e quindi verità diverse da scoprire.
Se ti capita di sentire "questo è il modo giusto di analizzare un'azienda del settore X", diffida.
Non esiste un modo giusto.
Esiste il modo giusto per la tua azienda. Quello che riflette come tu, materialmente, fai le cose.
E quindi, riassumendo, il primo passo del controllo di gestione vero — quello che fa la differenza — non è "fare i conti meglio". È, prima ancora, capire come dovrebbe essere segmentata la propria azienda per dirci la verità.
Questa è una riflessione che pochissimi imprenditori italiani hanno fatto sulla propria attività. La maggior parte naviga a vista con il fatturato totale, e ogni tanto si sorprende di scoprire che — nonostante il fatturato cresca — i margini calano, la cassa peggiora, qualcosa non torna.
La verità è che dentro quel fatturato totale convivono attività con margini del quaranta per cento e attività con margini del cinque per cento. E senza saperlo, l'imprenditore sta investendo la stessa energia, lo stesso tempo, le stesse persone, lo stesso denaro nelle prime e nelle seconde — come se fossero la stessa cosa.
Smettere di guardare l'azienda come un blocco unico, e iniziare a guardarla come la somma di parti diverse — ognuna con la propria verità — è il momento esatto in cui un imprenditore inizia a fare controllo di gestione vero.
E quel momento, una volta che è successo, non si torna più indietro.
Silvia Casali
Dottore Commercialista e Revisore dei Conti
Il Commercialista come partner strategico
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