Silvia Casali - il Commercialista come partner strategico

Silvia Casali - il Commercialista come partner strategico Il bravo imprenditore interroga i numeri, li analizza e li mette in leva La mia nuova app la trovi qui:
https://casalisilvia.com/app/

16/06/2026

Ieri sera, tornando a casa, ho visto una donna abbassare la saracinesca del suo negozio. L’ultima della via a chiudere. Luci già spente, la borsa sotto il braccio e, nell’altra mano, un mazzetto di scontrini. Li avrebbe “guardati con calma, a casa”. L’ho pensato subito: quella calma non arriva mai.

Perché chi tiene aperta una piccola attività fa tutto. Apre, serve, sistema, sorride anche quando non ne ha voglia, ordina la merce, risponde al telefono, chiude per ultimo. E la cosa che resta sempre indietro è la stessa: i conti. Non per pigrizia. Ma perché a fine giornata, di testa e di ore, non ne è rimasta più.

Così l’attività va avanti a occhio, a fiducia. Finché un giorno qualcosa non torna, e nessuno sa dire da quando.

Eppure è gente così che tiene in piedi un pezzo di paese. Il fornaio che alle quattro ha già le mani in pasta. La trattoria di famiglia che fa mangiare mezza via. La parrucchiera che chiama ogni cliente per nome. Il piccolo laboratorio che dà lavoro a tre persone e non lo racconta a nessuno. Non finiranno mai su una copertina. Ma se chiudono loro, una strada si spegne.

I miei genitori non si sono mai risparmiati. Hanno lavorato una vita con dedizione e tanti sacrifici, e me lo hanno insegnato lavorando, non spiegandolo: il sacrificio, e la soddisfazione che resta quando una cosa la fai fino in fondo.

Forse è per questo che oggi faccio una cosa piccola e senza clamore: tengo in ordine i numeri di chi tiene aperto. Mi siedo accanto a chi quella saracinesca la alza ogni mattina e, una volta al mese, gli mostro cosa dicono davvero quegli scontrini. Non per i numeri in sé — ma perché la fatica di chi ci mette tutto non si perda in un conto guardato troppo tardi.

C’è chi muove le cifre grandi e chi veglia su quelle piccole. Il mondo, quasi sempre, sta in piedi grazie ai secondi.

Silvia Casali
Dottore Commercialista e Revisore dei Conti
Il Commercialista come partner strategico

Questa settimana non aprirò io la porta del mio studio.Non aprirò le prime mail. Non mi siederò alla scrivania dove pass...
15/06/2026

Questa settimana non aprirò io la porta del mio studio.

Non aprirò le prime mail. Non mi siederò alla scrivania dove passo la maggior parte delle mie giornate.

Questa settimana salirò su un aereo.

Destinazione: Billund. Un piccolo centro nel cuore della Danimarca che, se non fosse per una cosa, nessuno al mondo conoscerebbe. Un posto di poche migliaia di abitanti, piatto, ventoso, in mezzo al nulla del Nord Europa.

E invece Billund la conoscono i bambini di tutto il pianeta.

Perché è lì che, nel 1932, un falegname che aveva appena perso quasi tutto iniziò a costruire giocattoli di legno nel suo piccolo laboratorio. Si chiamava Ole Kirk Christiansen. Aveva alle spalle un'azienda di carpenteria in crisi, un incendio che gli aveva distrutto il lavoro, la morte della moglie, quattro figli da crescere da solo, e una crisi economica mondiale che stava mettendo in ginocchio chiunque.

Da quel laboratorio, da quel fallimento, da quella disperazione — è nata la LEGO.

Una delle storie imprenditoriali più straordinarie che siano mai state scritte. Un impero globale costruito su un mattoncino di plastica grande quanto un'unghia. Un'azienda che ha rischiato di fallire più volte, che è stata data per morta agli inizi degli anni Duemila, e che si è reinventata fino a diventare uno dei brand più amati e potenti del mondo.

Tutto questo è successo a Billund.

Ed è esattamente lì che andrò a studiare.

Non in un albergo. Non in una sala convegni anonima con la moquette grigia e l'acqua nelle bottigliette di plastica. Vivremo dentro Legoland. Dormiremo lì. Mangeremo lì. Faremo lezione lì, circondati da milioni di mattoncini colorati, nel luogo esatto dove un uomo trasformò la creatività in uno dei più grandi successi economici della storia.

E voglio dirti una cosa, con tutta l'onestà di cui sono capace.

So benissimo cosa penseranno alcune persone leggendo questo.

Penseranno "ma chi te lo fa fare". Penseranno "lasci lo studio e i clienti per andare a giocare a Legoland?". Penseranno "alla tua età, con la tua esperienza, cosa vai ancora a imparare?". Penseranno che è una stranezza, una spesa inutile, una perdita di tempo.

E va bene così.

Perché ho imparato, in questi anni, una cosa che credo sia una delle più importanti di tutte.

Più una scelta è fuori dagli schemi, più le persone che vivono dentro gli schemi ti diranno che stai sbagliando.

Le persone che non hanno mai avuto il coraggio di interrompere la propria routine non capiranno mai chi lo fa. Le persone che considerano la formazione una cosa "da quando eri giovane" non capiranno mai chi continua a studiare a quarant'anni, a cinquanta, a sessanta. Le persone che misurano tutto in giornate di fatturato p***e non capiranno mai chi sa che certe esperienze valgono infinitamente più di qualche giorno di lavoro.

Io ho deciso da che parte voglio stare.

Voglio stare dalla parte di chi non smette mai di crescere.

E ti spiego perché questa esperienza, ancora prima di iniziare, so già che varrà oro.

Varrà oro per la location stessa. Chi sceglie di portare un gruppo di imprenditori a fare formazione dentro Legoland, in Danimarca, non sta solo organizzando un corso. Sta lanciando un messaggio. Sta dicendo che l'impresa è creatività. Che è gioco serissimo. Che è immaginazione, ricostruzione, capacità di vedere un castello dove gli altri vedono solo un mucchio di pezzi sparsi. La location, da sola, è già una lezione. E chi ha la visione — e i mezzi — per costruire un'esperienza così fuori dagli schemi, ha evidentemente capito qualcosa di profondo su come si arriva in alto. Da una persona così, vale la pena ascoltare ogni singola parola.
Frank Merenda

E poi varrà oro per le persone che incontrerò.

Perché in quella sala, dentro quel parco, ci saranno solo imprenditori che hanno fatto la mia stessa identica scelta. Persone che hanno chiuso la serranda per qualche giorno. Che hanno detto ai propri clienti "questa settimana non ci sono". Che hanno deciso che la propria crescita vale più di qualche giorno di lavoro ordinario. Che hanno avuto il coraggio di salire su un aereo e andare in mezzo al nulla della Danimarca per investire su sé stessi.

Quelle persone sono rare.

Quelle persone sono il tipo di persone che, semplicemente standogli accanto, ti cambiano. Ti contagiano. Ti alzano l'asticella senza nemmeno provarci. Perché chi ha avuto il coraggio di essere lì, ha già dimostrato di avere una mentalità diversa dalla media. E circondarsi di persone così, anche solo per pochi giorni, vale più di mille libri letti da soli.

Mi rendo conto, scrivendo, che tutto questo non parla solo di me e del mio corso.

Parla di una scelta che ognuno di noi si trova davanti, continuamente, nella vita.

La scelta tra restare comodi e rischiare di crescere. Tra la sicurezza della routine e l'incognita dell'esperienza nuova. Tra il "ho sempre fatto così" e il "voglio vedere cosa c'è oltre". Tra l'accontentarsi di quello che si sa già e la fame di imparare ancora.

I migliori — in qualunque campo, in qualunque settore, a qualunque età — sono sempre quelli che hanno scelto la seconda strada.

Sono quelli che hanno capito che il giorno in cui smetti di imparare è il giorno in cui inizi, lentamente, a morire. Professionalmente, ma non solo.

Quel falegname di Billund, nel 1932, aveva tutte le ragioni del mondo per arrendersi. Aveva perso l'azienda, la moglie, i risparmi. Avrebbe potuto accontentarsi di sopravvivere. Invece ha continuato a immaginare. A costruire. A reinventarsi. E ha cambiato il mondo.

Questa settimana vado a respirare un po' di quell'aria.

Vado a ricordarmi che non si smette mai di poter diventare qualcosa di più grande.

Vado a sedermi, di nuovo, dalla parte di chi impara — perché è l'unico posto da cui, davvero, si può ripartire più forti.

E se anche tu, leggendo, senti quella piccola voce che ti dice da quanto tempo non fai qualcosa che ti spinga fuori dai tuoi schemi — forse quella voce vale la pena ascoltarla.

Non serve andare fino a Legoland.

Serve solo avere il coraggio di interrompere la routine, ogni tanto, e ricordarsi che siamo nati per crescere. Non per ripeterci.

Ci si vede a Billund. Io porto i mattoncini.

Silvia Casali
Dottore Commercialista e Revisore dei Conti
Il Commercialista come partner strategico

[email protected]


Frank Merenda Metodo Merenda Matteo Cem Novati

12/06/2026

Ieri sera, a tre anni dalla morte di Silvio Berlusconi, suo figlio Pier Silvio ha riunito millecinquecento persone dell’azienda per ricordarlo. Discorso curato, parole giuste, scaletta perfetta. Tutto al posto giusto.

Ed è proprio questo il punto. Guardandolo, ho pensato a quanto sia evidente il contrasto con il padre.

Berlusconi sul palco era tutto fuorché perfetto. Le barzellette nei momenti sbagliati, le battutine, le uscite che ti facevano scuotere la testa. Quante volte è stato fuori luogo. Eppure — siamo onesti — non potevi non sorridere. Perché quello che arrivava non era la battuta: era l’uomo. Sbagliava in diretta, senza rete, e proprio per questo ti sembrava vero. Il figlio non sbaglia mai. Ogni parola pesata, ogni pausa al suo posto. Tutto giusto. E niente che resta.

È una cosa che il mondo del lavoro ha quasi smesso di capire. Confondiamo la perfezione con la qualità. Prepariamo discorsi impeccabili, presentazioni senza una sbavatura, comunicazioni passate al setaccio finché non muore ogni spigolo. E insieme agli spigoli muore tutto: la perfezione si ammira, ma non si segue. Le persone non vanno dietro a chi non sbaglia mai. Vanno dietro a chi sentono vero.

Il carisma è esattamente questo: non l’assenza di difetti, ma la presenza di una persona. La sicurezza di chi può permettersi la battuta fuori posto perché non sta recitando un copione — sta semplicemente essendo se stesso, davanti a tutti, prendendosi il rischio.

E questa non si costruisce. Si può imparare quasi tutto: a parlare in pubblico, a gestire, a presentare. Ma quella roba lì che riempie una stanza no. Quella o ce l’hai, o si vede che la stai imitando.

Tra un discorso perfetto e una battuta fuori luogo detta col cuore, la gente sceglie sempre la seconda. Se ne ricorda dieci anni dopo. Del discorso perfetto, dopo dieci minuti.

Silvia Casali

Questo è uno dei report che ricevono i miei clienti tutti i mesi in consulenza con me. Dati aggiornati a 10 giorni prima...
12/06/2026

Questo è uno dei report che ricevono i miei clienti tutti i mesi in consulenza con me.
Dati aggiornati a 10 giorni prima.
Questo è l’unico sistema che ti permette di fare impresa davvero.

Silvia Casali
Dottore Commercialista
Revisore dei conti
Il Commercialista come partner strategico

[email protected]
www.casalisilvia.com

12/06/2026

“Com’è andata questo mese?”
“Bene. Lavoriamo tanto, c’è sempre gente.”

È la risposta che sento più spesso. E quasi sempre è vera: si lavora tanto. Il punto è che lavorare tanto e guadagnare non sono la stessa cosa, e la differenza a occhio non si vede. Si vede solo nei numeri, se qualcuno te li mette in fila nel modo giusto.

Questo è uno dei report che guardo ogni mese, seduta accanto a chi quei numeri li ha prodotti. Questo serve a decidere. Ti racconto cosa c’è dentro, pagina per pagina, e a quale domanda risponde.

La sintesi per la direzione apre con la fotografia in una pagina: dove si fa margine, dove si perde, le poche cose che contano davvero. È per chi non ha tempo di leggere dodici pagine ma in due minuti deve capire come sta andando.

Subito dopo c’è una pagina che molti saltano: come si legge questo documento. Cosa vuol dire margine di contribuzione, EBITDA, punto di pareggio. Perché un numero che non capisci non lo userai mai. Qui i numeri diventano una lingua che puoi parlare anche tu.

Il conto economico riclassificato mostra i mesi uno accanto all’altro, e di fianco lo stesso periodo dell’anno prima. Non solo “quanto ho fatto”, ma “sto migliorando o peggiorando, e da quando”. Il totale ti dice com’è finita; la dinamica ti dice dove stai andando.

Poi la marginalità mese per mese. Serve a separare il mese storto dal problema strutturale: se un calo è stagionale lo metti in conto, se è una crepa nel modello intervieni. Due cose diverse, da trattare in modo diverso.

La struttura dei costi spacchetta dove finiscono davvero i soldi, voce per voce, in percentuale sui ricavi, e la confronta con il tuo settore. Così non tagli a caso: vedi quali poche voci pesano e quali sono sopra la soglia di chi fa il tuo stesso lavoro.

E qui arriva la pagina che cambia le decisioni: il conto economico per sede. Se hai più di un punto vendita, il totale è una media che nasconde. Una sede può reggere tutto mentre l’altra, in silenzio, si mangia il margine della prima. Spaccato per sede, smetti di far pagare al locale che funziona gli errori di quello che non funziona.

L’equilibrio finanziario e il rating ti dicono come ti legge la banca, prima che te lo dica la banca. Liquidità, peso del debito, capacità di rientro. Saperlo oggi vale molto più che scoprirlo allo sportello, quando un finanziamento ti serve davvero.

Ma il report non esiste per le sette pagine prima. Esiste per l’ultima.

L’ultima pagina è il piano d’azione: non un voto sul passato, ma una lista ordinata di mosse per il mese che viene. Cosa fare per primo, cosa dopo, e perché. Accompagnare l’uscita da una sede che perde. Riportare il costo del personale dentro una soglia sostenibile. Riequilibrare la cassa prima che diventi un’urgenza. Rinegoziare i fornitori per recuperare margine. Ogni azione con la sua priorità, perché non si fa tutto insieme: si fa la cosa giusta, nell’ordine giusto. Un report che ti dice solo com’è andata è un necrologio. Un report che ti dice cosa fare a giugno è uno strumento di lavoro.

E qui l’ultima cosa, la più importante. Oggi è il 12 giugno. Questo report è chiuso al 31 maggio. Non sono i dati di un anno fa: è la fotografia di undici giorni fa. Quando decidi cosa fare adesso, stai guardando maggio, non un consuntivo vecchio di stagioni.

Si guida un’azienda come si guida un’auto: guardando il parabrezza, non lo specchietto retrovisore. Avere i numeri freschi ogni mese, con accanto qualcuno che ti aiuta a leggerli e a decidere, è l’unico modo per fare impresa davvero.

Se la tua azienda una pagina così non ce l’ha ancora, parliamone.

Silvia Casali
Dottore Commercialista e Revisore dei conti
Il Commercialista come partner strategico

[email protected]

Duecentotrentadue.Sono le lettere di licenziamento partite nelle ultime settimane verso i lavoratori di tre aziende dell...
06/06/2026

Duecentotrentadue.

Sono le lettere di licenziamento partite nelle ultime settimane verso i lavoratori di tre aziende dell'indotto Stellantis — Trasnova, Logitech, Teknoservice. Novantacinque a Pomigliano. Settantotto a Melfi. Quarantacinque a Cassino. Quattordici a Mirafiori-Rivalta.

Sono aziende che per anni hanno lavorato quasi esclusivamente per gli stabilimenti Stellantis, occupandosi di logistica e servizi interni. Quando il gruppo ha deciso di non rinnovare le commesse — per riportare alcune di quelle lavorazioni al proprio interno — quelle aziende si sono trovate, nel giro di pochi mesi, senza il cliente che rappresentava la quasi totalità del loro fatturato.

Intorno a loro, una crisi più grande. Stabilimenti che producono a singhiozzo. Vendite di auto in calo. Una transizione all'elettrico che procede lenta e incerta. Ammortizzatori sociali quasi esauriti. Un intero territorio industriale che trattiene il fiato.

È una storia che fa notizia perché porta un nome conosciuto.

Ma la dinamica che la governa è esattamente la stessa che riguarda decine di migliaia di piccole imprese italiane di cui non parlerà mai nessun telegiornale.

La dinamica della dipendenza da un solo grande cliente.

Voglio fermarmi su questa cosa, perché credo che dietro le notizie sull'automotive ci sia una riflessione che vale per chiunque abbia un'azienda — qualunque sia il settore, qualunque sia la dimensione.

Quasi tutte le PMI che si trovano in questa situazione non ci sono finite per stupidità. Ci sono finite per una serie di scelte che, prese una alla volta, erano tutte ragionevoli.

Pensa a come comincia, di solito.

Comincia con un grande cliente che ti sceglie. Un cliente importante, con un nome conosciuto, che ti porta credibilità e commesse pluriennali. Quel giorno, di solito, è uno dei più belli nella vita di un imprenditore. Lo si racconta a casa con orgoglio. Si fanno calcoli su un foglio. Si guarda al futuro con quella sicurezza tranquilla di chi sente, finalmente, di avere una base solida sotto i piedi.

E da lì, ogni decisione che segue è razionale.

Il cliente cresce e ti chiede di più. Tu investi per servirlo meglio. Compri macchinari specifici per le sue lavorazioni. Assumi persone formate sulle sue specifiche tecniche. Adatti i tuoi processi ai suoi tempi, le tue certificazioni ai suoi standard, i tuoi sistemi ai suoi. Ogni singola scelta ha perfettamente senso — perché serve a tenerti stretto il cliente migliore che hai.

Quando il fatturato verso quel cliente arriva al settanta, all'ottanta, al novanta per cento del totale, non è il risultato di una distrazione. È il risultato di una serie di scelte intelligenti che, sommate negli anni, hanno costruito un'azienda perfettamente ottimizzata per un solo scopo. Servire bene quel cliente.

E qui c'è la verità più scomoda di tutta la storia.

Ottimizzare un'azienda per servire perfettamente un grande cliente è quasi sempre, allo stesso tempo, ottimizzarla per non poter servire più nessun altro.

Perché quei macchinari specifici non fanno altre lavorazioni senza investimenti enormi. Perché quei dipendenti, formati per vent'anni su quelle specifiche, non sanno più fare cose diverse. Perché quei processi modellati su un cliente sono incompatibili con le esigenze di altri. Perché tutta la conoscenza accumulata vale tantissimo dentro quel rapporto — e quasi nulla fuori.

Il giorno in cui arriva la lettera che non rinnova la commessa, l'imprenditore non ha davanti un problema commerciale. Ha davanti un problema esistenziale. Tutta la struttura della sua azienda — fisica, umana, organizzativa — è stata costruita pezzo dopo pezzo per uno scopo che, all'improvviso, non esiste più.

Non basta "trovare altri clienti". Tutto va ripensato da zero. E ripensarlo richiede tempo e capitali che, quasi sempre, in quel momento non ci sono.

Voglio essere onesta su un punto, perché lo sento ripetere spesso in questi giorni.

Tante persone dicono che gli imprenditori dell'indotto "se la sono cercata". Che avrebbero dovuto diversificare. Che era prevedibile. Che lo dicevano tutti.

Io non sono d'accordo. O meglio — sono d'accordo solo a metà.

È vero che dipendere da un solo cliente è un rischio. È ovvio a chiunque. Ma quello che si dice meno è che diversificare, quando hai un cliente che ti tiene occupato all'ottanta per cento, è una delle cose più difficili che esistano nella pratica.

Per cercare clienti nuovi servono tempo, energie commerciali, viaggi, fiere, persone dedicate. Tutte cose che il grande cliente — con le sue richieste continue, le sue specifiche stringenti, i suoi tempi sempre tesi — ti porta via ogni singolo giorno. Diversificare è facile da consigliare seduti a un tavolo. Difficilissimo da fare seduti davanti a una commessa che ti vuole perfetto adesso.

E c'è un'altra cosa. Finché il grande cliente paga bene, diversificare sembra perfino una stupidaggine economica. Costa investimenti, costa rischi, distrae dal lavoro principale, abbassa i margini nel breve periodo. Solo dopo — quando il cliente sparisce — si capisce che era l'unica vera assicurazione sulla vita dell'azienda. Ma dopo è troppo tardi.

Per questo, quando guardo le notizie sull'indotto Stellantis, non vedo solo una crisi industriale. Vedo una tragedia silenziosa, fatta di persone che hanno passato la vita a fare esattamente quello che il sistema chiedeva loro di fare. E che ora pagano un prezzo altissimo per scelte che, una alla volta, sembravano le più giuste.

E vedo, soprattutto, qualcosa che riguarda anche chi con l'automotive non c'entra niente.

Perché questa stessa dinamica esiste ovunque.

Esiste per il piccolo produttore che vende l'ottanta per cento a una grande catena di distribuzione. Per l'agenzia che ha un cliente che vale più di tutti gli altri messi insieme. Per il consulente che fattura quasi tutto a un'unica azienda. Per chi vive di un solo canale di vendita, di un'unica piattaforma, di un solo fornitore strategico, di una sola autorizzazione.

Ogni volta che una parte enorme della nostra sopravvivenza dipende da una decisione che non prendiamo noi — siamo nella stessa identica posizione di quelle aziende dell'indotto. Anche se non lo vediamo. Anche se in questo momento va tutto bene.

Non c'è una morale facile in questa storia. Non c'è un consiglio che possa fare la differenza per chi è già dentro la situazione.

C'è forse solo una cosa che vale la pena dirsi, sottovoce, guardando le nostre rispettive aziende.

Quando un solo cliente — o un solo canale, o un solo fornitore — vale troppo della nostra azienda, quella non è una posizione di forza.

Anche quando ci riempie di lavoro. Anche quando paga puntuale. Anche quando ci fa sentire, finalmente, al sicuro.

È esattamente lì, nel momento in cui ci sentiamo più solidi, che vale la pena chiedersi una cosa semplice e scomoda.

Quanto della mia azienda sta in mano a una decisione che non dipende da me?

Perché la risposta a quella domanda, oggi, vale molto più di qualunque fatturato.

Silvia Casali
Dottore Commercialista e Revisore dei Conti
Il Commercialista come partner strategico

[email protected]

Come sta andando, davvero l’azienda?Quasi sempre, per rispondere, gli imprenditori guardano il fatturato totale dell'ann...
05/06/2026

Come sta andando, davvero l’azienda?

Quasi sempre, per rispondere, gli imprenditori guardano il fatturato totale dell'anno. Lo confrontano con quello dell'anno prima. Se è cresciuto, va bene. Se è calato, va male. Se è stabile, ci si rilassa e si tira avanti.

Questo modo di guardare i numeri ha un problema enorme.

Mente.

Mente perché un'azienda non è una cosa unica. Un'azienda è quasi sempre la somma di più attività diverse, che vivono insieme sotto la stessa insegna ma che, in realtà, hanno comportamenti completamente differenti. Margini diversi. Costi diversi. Velocità diverse. Stagionalità diverse.

E che — se sommate in un unico totale — si nascondono a vicenda.

Voglio condividere oggi una riflessione che, secondo me, è il vero punto di partenza del controllo di gestione. Una cosa che pochissimi imprenditori italiani si fermano davvero a fare, perché sembra banale, ma che cambia tutto.

Si chiama suddivisione in business unit.

Un'azienda — anche piccolissima, anche di un solo titolare — può quasi sempre essere divisa in segmenti più piccoli che, presi uno alla volta, raccontano la verità di quello che sta succedendo dentro. E quasi sempre, quando si fa questo esercizio, la verità è molto diversa da quella che il fatturato totale faceva pensare.

Voglio farti un esempio concreto, perché credo che aiuti a capire.

Pensa a una pasticceria artigianale. Una di quelle che ci sono in tantissime città italiane. Fa pasticceria fresca, pane quotidiano, salato per la colazione, torte da cerimonia per matrimoni e battesimi, qualche bomboniera per le occasioni speciali, fornitura a bar e ristoranti della zona.

Il fatturato totale dell'anno scorso è stato 480.000 euro. Margine netto del 18 per cento. L'imprenditore guarda quel numero, fa la differenza con l'anno prima, vede che è cresciuto del sei per cento, ed è contento.

Ma quel numero unico è una mistificazione. Vediamo perché.

Se proviamo a dividere l'attività per tipologia di prodotto, ci accorgiamo che la pasticceria fresca produce un margine del trentacinque per cento e vale il quaranta per cento del fatturato. Il pane quotidiano vale il venticinque per cento del fatturato ma genera solo il dodici per cento di margine. Il salato per la colazione, venticinque per cento di margine sul quindici per cento di fatturato. Le torte da cerimonia, quarantacinque per cento di margine sul dodici per cento di fatturato. La fornitura ai bar e ai ristoranti, otto per cento di margine sull'otto per cento di fatturato.

A questo punto qualcosa di interessante emerge. La pasticceria fresca e le torte da cerimonia, insieme, rappresentano il cinquantadue per cento del fatturato — ma generano oltre il settanta per cento del margine totale. Il pane, che sembrava la spina dorsale del lavoro quotidiano, in realtà contribuisce in modo modestissimo al guadagno. La fornitura B2B, quella che dava la sicurezza degli ordini regolari, lavora quasi in pareggio.

Solo guardando questi numeri, l'imprenditore inizia a vedere la propria azienda in modo diverso. Capisce dove sta davvero guadagnando. Capisce dove sta lavorando senza ricavarci nulla. Capisce dove ha senso investire e dove ha senso ridurre.

Ma — e questo è il punto più sottile — se la stessa identica attività la dividiamo in modo diverso, ci racconta cose ancora diverse.

Proviamo a dividerla per canale di vendita anziché per tipologia di prodotto.

La vendita diretta al banco genera il margine più alto in assoluto, perché non ci sono intermediari e i prezzi sono pieni. Gli ordini su prenotazione per cerimonie hanno un margine ancora più alto, perché sono programmabili, riducono lo spreco di materie prime e permettono di organizzare il lavoro in modo efficiente. La fornitura B2B ha un margine basso ma volumi alti e relazioni stabili che fanno girare la cassa. La vendita online tramite app di delivery ha un margine medio ma fa pagare le commissioni alle piattaforme che mangiano gran parte del guadagno.

Ognuno di questi canali richiede risorse, energie, attenzioni diverse. E ognuno, alla fine dell'anno, lascia in tasca una somma molto diversa.

E ancora. Se proviamo a dividerla per momento della giornata, scopriamo altre verità. La colazione fa grandi volumi ma margini contenuti — il cliente delle sette del mattino vuole il cornetto e il caffè, non si ferma a comprare la torta. Il pomeriggio fa volumi più bassi ma margini alti — i clienti che entrano dopo le quattro tendono a comprare prodotti di valore superiore. Il sabato e la domenica sono le giornate d'oro per i ricavi ma sono anche le più costose in termini di personale.

Tre suddivisioni completamente diverse della stessa azienda. Tre verità completamente diverse. Tre serie di decisioni gestionali potenzialmente opposte.

A questo punto la domanda diventa una sola.

Quale di queste suddivisioni è quella giusta?

La risposta — che è la cosa più interessante di tutto il discorso — è "dipende". Dipende esclusivamente dal layout produttivo specifico di quell'azienda. Cioè da come materialmente, fisicamente, organizzativamente è strutturata.

Una pasticceria con un grande laboratorio di produzione, dove molti pasticceri lavorano contemporaneamente su prodotti diversi, dovrebbe analizzarsi per tipologia di prodotto. Perché ogni tipologia attiva risorse specifiche del laboratorio, ha costi di materia prima diversi, occupa tempi macchina diversi.

Una pasticceria con un laboratorio piccolo ma con un team commerciale che gestisce molti canali — il banco, gli ordini cerimonie, i ristoranti, le app — dovrebbe analizzarsi per canale di vendita. Perché ogni canale richiede risorse umane diverse, marketing diverso, logistica diversa.

Una pasticceria che è soprattutto un punto vendita di passaggio in una via centrale, dove la varietà di clientela e di consumi cambia molto durante la giornata, dovrebbe analizzarsi per momento della giornata. Perché capire quando si guadagna davvero permette di ottimizzare turni, esposizione, offerte specifiche.

Questo significa una cosa che voglio sottolineare con forza, perché credo sia una delle più sottovalutate del controllo di gestione.

Due aziende dello stesso settore — apparentemente concorrenti, apparentemente con lo stesso mestiere — possono richiedere suddivisioni in business unit completamente diverse.

Due pasticcerie nella stessa città, entrambe artigianali, entrambe di qualità — possono dover analizzare la propria attività in modo opposto. Una per tipologia di prodotto, l'altra per canale di vendita. Non perché una ragioni meglio dell'altra. Ma perché hanno layout produttivi diversi e quindi verità diverse da scoprire.

Se ti capita di sentire "questo è il modo giusto di analizzare un'azienda del settore X", diffida.

Non esiste un modo giusto.

Esiste il modo giusto per la tua azienda. Quello che riflette come tu, materialmente, fai le cose.

E quindi, riassumendo, il primo passo del controllo di gestione vero — quello che fa la differenza — non è "fare i conti meglio". È, prima ancora, capire come dovrebbe essere segmentata la propria azienda per dirci la verità.

Questa è una riflessione che pochissimi imprenditori italiani hanno fatto sulla propria attività. La maggior parte naviga a vista con il fatturato totale, e ogni tanto si sorprende di scoprire che — nonostante il fatturato cresca — i margini calano, la cassa peggiora, qualcosa non torna.

La verità è che dentro quel fatturato totale convivono attività con margini del quaranta per cento e attività con margini del cinque per cento. E senza saperlo, l'imprenditore sta investendo la stessa energia, lo stesso tempo, le stesse persone, lo stesso denaro nelle prime e nelle seconde — come se fossero la stessa cosa.

Smettere di guardare l'azienda come un blocco unico, e iniziare a guardarla come la somma di parti diverse — ognuna con la propria verità — è il momento esatto in cui un imprenditore inizia a fare controllo di gestione vero.

E quel momento, una volta che è successo, non si torna più indietro.

Silvia Casali
Dottore Commercialista e Revisore dei Conti
Il Commercialista come partner strategico

[email protected]

“Sono felice come Heidi a Francoforte."Ora ti spiego. L'altro giorno, in un bar della mia città, ho ordinato un caffè.La...
05/06/2026

“Sono felice come Heidi a Francoforte."

Ora ti spiego.
L'altro giorno, in un bar della mia città, ho ordinato un caffè.

La cameriera che mi serviva non ha mai sorriso. Non una volta. Non quando ho ordinato. Non quando me lo ha portato. Non quando ho pagato. Volto chiuso. Sguardo distratto. Tono piatto. Come se ogni cliente che entrava fosse un'interruzione fastidiosa di qualcosa di molto più importante che stava facendo prima.

Stavo per uscire quando ho notato il dettaglio.

Indossava una maglietta. Non l'uniforme del bar, perché non c'era nessuna uniforme. Una maglietta di sua iniziativa, di quelle stampate online, con una scritta sopra che mi ha fatto rileggere tre volte per essere sicura di aver capito.

"Sono felice come Heidi a Francoforte."

Per chi avesse rimosso il riferimento — Heidi, nella storia, è la bambina di montagna strappata dalle sue Alpi e portata in una grande città grigia dove vive come una piccola prigioniera, lontana da tutto quello che ama. "Heidi a Francoforte" è il simbolo perfetto di chi sta in un posto dove non vuole stare, contro la propria volontà, sognando ogni giorno di essere altrove.

In altre parole, quella ragazza aveva scelto di andare al lavoro indossando una maglietta che annunciava — al mondo, ma soprattutto ai clienti del bar che la pagavano — "io qui sto male, sono prigioniera, vorrei essere altrove."

Sono uscita pensando a una cosa. Non a lei.

A chi le pagava lo stipendio.

Perché quella maglietta non era un dettaglio. Era un cartello. Un cartello che ogni cliente che entrava dalla porta leggeva, magari senza nemmeno accorgersi consciamente, e che diceva — con leggerezza ironica — "qui dentro lavora gente che non vuole essere qui."

E nessuno — chi gestisce quel bar, chi lo possiede, chi lo dirige — aveva pensato di dirle, magari il primo giorno, "questa maglietta non la metti."

Voglio essere onesta. Non sto raccontando un caso isolato. Sto raccontando qualcosa che è diventato normale in tantissimi punti vendita italiani.

Cameriere che servono come se ti stessero facendo un favore. Commessi che rispondono al telefono privato mentre tu cerchi qualcosa. Cassieri che non salutano mai, né quando arrivi né quando te ne vai. Personale di prima linea — quello che incarna materialmente il rapporto tra l'azienda e il cliente — che si comporta come se non gli interessasse minimamente di rappresentare qualcuno.

E i titolari, gli imprenditori, i datori di lavoro che osservano la scena e che, in moltissimi casi, non dicono niente.

Perché non dicono niente?

Le risposte che mi sento dare, quando ne parlo, sono sempre le stesse. È difficile trovare personale. Se gli chiedi troppo se ne vanno. Bisogna accettare quello che si trova. I giovani di oggi sono fatti così.

Sono tutte risposte che hanno un fondo di verità.

E sono tutte, secondo me, sbagliate.

Sbagliate perché abdicano. Sbagliate perché trasferiscono sul mercato del lavoro una responsabilità che resta dell'imprenditore. Sbagliate perché trattano il problema come un fenomeno generazionale o sociale — quando invece è un problema gestionale, ed è risolvibile.

Voglio essere chiara su una cosa che credo profondamente.

Un imprenditore ha non solo il diritto, ma il dovere di pretendere standard di base da chi lavora a contatto con i clienti.

E pretendere non vuol dire essere cattivi. Non vuol dire essere maleducati. Non vuol dire trattare male nessuno. Vuol dire definire con chiarezza assoluta — fin dal colloquio di assunzione, prima ancora di prendere la persona — cosa ci si aspetta. Vuol dire metterlo per iscritto in un regolamento. Vuol dire farlo firmare. Vuol dire dare una divisa, in modo che nessuno arrivi al lavoro vestito come si vestirebbe a casa la domenica pomeriggio. Vuol dire stabilire un minimo sotto il quale non si scende. Mai.

Ci sono cose che, in un'attività che vive del rapporto con il pubblico, non possono essere negoziabili.

Salutare il cliente che entra non è negoziabile. Sorridere quando si serve non è negoziabile. Avere un aspetto curato e adeguato al ruolo non è negoziabile. Rispondere con tono cortese anche nelle giornate storte non è negoziabile. Trattare il decimo cliente della mattina con la stessa attenzione del primo non è negoziabile.

Queste cose non sono opinioni. Sono il minimo sindacale per chi ha scelto un mestiere che si fa parlando con gli altri.

E voglio dire una cosa che, forse, non viene sempre detta.

Pretendere questi standard non danneggia i dipendenti. Li valorizza.

Un dipendente che lavora dentro una cornice chiara — con regole chiare, con aspettative chiare, con una divisa che gli dice "adesso, in questo momento, tu rappresenti questa azienda" — è un dipendente che lavora meglio. Che si sente parte di qualcosa. Che ha un'identità professionale precisa. Che, alla fine della giornata, può tornare a casa sapendo di aver fatto bene un mestiere riconoscibile.

Un dipendente che lavora senza regole, vestito come gli pare, libero di trattare i clienti come gli capita in base all'umore — quel dipendente non sta solo danneggiando l'azienda. Sta danneggiando sé stesso. Perché sta accettando, senza accorgersene, di vivere il proprio lavoro come una cosa qualunque. Senza dignità, senza orgoglio, senza appartenenza.

Tornando a quella ragazza con la maglietta di Heidi.

Forse, chissà, è davvero infelice. Forse quel lavoro non è quello che voleva fare. Forse ha problemi che io non posso conoscere. Tutto possibile. Tutto rispettabile.

Ma se il titolare di quel bar le permette di esprimere quella infelicità ogni giorno, davanti a ogni cliente che entra, attraverso una maglietta scelta apposta — sta facendo un disservizio a tutti. A se stesso, perché perde clienti che non torneranno. Ai colleghi di lei, che si trovano accanto un musino lungo da gestire. Alla ragazza stessa, che continua a restare in un ruolo che evidentemente non le sta bene, senza che nessuno le abbia mai detto chiaramente cosa ci si aspetta, dove sta l'asticella, cosa significa fare bene quel mestiere.

L'imprenditoria, in fondo, è anche questo.

È il coraggio di pretendere il rispetto del proprio progetto.

Il coraggio di chiedere a chi si fa pagare per rappresentare la tua azienda, di rappresentarla bene.

Il coraggio di dire — con tutta la gentilezza del mondo, ma anche con tutta la fermezza necessaria — questa è la soglia minima. Sotto questa soglia, non si lavora qui.

Non è autoritarismo. È rispetto.

Per il proprio progetto. Per i clienti che entrano. Per gli altri dipendenti che, sorridendo davvero, ci mettono ogni giorno la faccia.

E, alla fine, anche per chi quella soglia non la rispetta. Perché solo confrontandosi con un'asticella chiara, ognuno di noi può capire dove sta — e cosa vuole davvero fare della propria vita professionale.

Silvia Casali
Dottore Commercialista e Revisore dei Conti
Il Commercialista come partner strategico

[email protected]

Indirizzo

Via Ponte Marino 43
Ravenna
48121

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Silvia Casali - il Commercialista come partner strategico pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Condividi