26/05/2026
Abbiamo letto con grande interesse l’articolo di Luca Brambilla e Alberto Cammarota (Il Sole 24 Ore).
Questo articolo apre una riflessione che, più che tecnologica, è profondamente manageriale e culturale.
L’IA non è solo uno strumento: è una nuova forma di delega.
E come ogni delega, non è neutra.
Se da un lato amplifica in modo straordinario la nostra capacità di produrre, sintetizzare e decidere, dall’altro ci espone a un rischio meno visibile ma altrettanto rilevante: quello di “disimparare” a pensare in profondità.
Il punto, quindi, non è se usare l’IA, ma come usarla.
La storia organizzativa ci insegna che ogni grande innovazione tecnologica ha liberato tempo e risorse cognitive, permettendo alle persone di spostarsi verso attività a maggior valore aggiunto. Ma questa promessa si realizza solo a una condizione:
che quel tempo liberato venga effettivamente reinvestito in pensiero critico, apprendimento e sviluppo.
Altrimenti, il rischio è un paradosso: più efficienza operativa, ma meno qualità cognitiva.
Per chi si occupa di leadership, coaching e sviluppo organizzativo, questo apre alcune domande cruciali:
Stiamo usando l’IA per potenziare il pensiero o per sostituirlo?
Le nostre organizzazioni stanno allenando competenze critiche o stanno delegando anche quelle?
Come accompagniamo le persone a un uso consapevole, e non passivo, di questi strumenti?
Forse la vera sfida non è tecnologica, ma educativa.
Serve una nuova forma di responsabilizzazione diffusa: imparare a distinguere ciò che è utile delegare da ciò che, invece, è essenziale continuare ad allenare.
Perché il valore non sta nella velocità con cui produciamo risposte, ma nella qualità delle domande che siamo ancora in grado di porci. Quindi, prima di delegare all’IA, prova a fermarti un attimo e chiederti:
“Sto usando questo strumento per potenziare il mio pensiero… o per evitarlo?”