20/08/2026
Rimanenze di magazzino
Le rimanenze di magazzino sono i beni che, alla data di chiusura dell’esercizio, non sono ancora stati venduti o utilizzati, ma sono destinati alla vendita o alla produzione nell’ambito della normale attività dell’impresa. Secondo il principio contabile OIC 13, comprendono in particolare:
le materie prime, sussidiarie e di consumo
i semilavorati e i prodotti in corso di lavorazione
i prodotti finiti e le merci destinate alla rivendita
i lavori in corso su ordinazione (con regole proprie)
Il concetto chiave, sul piano fiscale, è quello della competenza economica: le rimanenze rappresentano costi già sostenuti (per acquistare o produrre quei beni) i cui ricavi, però, si realizzeranno solo nell’esercizio successivo, quando la merce sarà venduta. Per questo il loro costo non può gravare interamente sull’anno in cui è stato sostenuto: va “rinviato” all’anno in cui genererà i ricavi.
Metodi di valutazione
Sulla base dell’articolo 2426 del Codice civile e dall’OIC 13: le rimanenze si valutano al minore tra il costo di acquisto (o di produzione) e il valore di realizzazione desumibile dal mercato.
In parole semplici: si confrontano due valori, quanto è costato il bene e quanto si stima di poterlo vendere, e si sceglie il più basso. È un’applicazione del principio di prudenza: se il valore di mercato è sceso sotto il costo (merce obsoleta, invenduta, deperita, superata da nuovi modelli), non è corretto tenerla in bilancio al costo originario, gonfiando l’attivo.
Quando il valore di mercato è inferiore al costo, scatta la svalutazione: la rimanenza si iscrive al valore di realizzo più basso, e la differenza diventa un costo dell’esercizio. Se in futuro vengono meno i motivi della svalutazione, si può ripristinare il valore, ma solo entro il limite del costo originario.
Quando i beni sono fungibili (cioè intercambiabili, come pezzi identici acquistati in momenti diversi a prezzi diversi), sorge un problema: quale costo attribuire ai pezzi rimasti, se sono stati comprati a prezzi differenti nel corso dell’anno?
Il Codice civile (art. 2426, comma 1, n. 10) ammette tre metodi principali per rispondere a questa domanda.
FIFO (First In, First Out)
Significa “primo entrato, primo uscito”. Si assume che i beni acquistati per primi siano i primi a essere venduti. Di conseguenza, in magazzino restano i beni acquistati più di recente, valutati quindi ai prezzi più aggiornati.
In periodi di prezzi crescenti, il FIFO tende a valorizzare il magazzino ai costi più alti (recenti), facendo emergere un reddito più elevato.
LIFO (Last In, First Out)
Significa “ultimo entrato, primo uscito”. Logica opposta: si assume che i beni acquistati più di recente siano i primi a essere venduti. In magazzino restano quindi i beni acquistati in epoca più remota, valutati ai prezzi più vecchi.
In periodi di prezzi crescenti, il LIFO lascia in magazzino i costi storici più bassi, tendendo a ridurre il valore delle rimanenze (e quindi il reddito imponibile).
Costo medio ponderato
Con questo metodo si rinuncia a identificare i singoli lotti: si considera che tutti i beni, acquistati in momenti diversi e a costi diversi, facciano parte di un unico insieme. Il costo attribuito a ciascun bene in rimanenza è la media ponderata dei costi di tutti i beni analoghi (giacenza iniziale più acquisti dell’anno). È un metodo che “smussa” le oscillazioni di prezzo.
Un esempio pratico dei tre metodi
Vediamo la differenza con un caso semplice. Un negozio ha:
giacenza iniziale: 100 unità a 10 euro
acquisto durante l’anno: 100 unità a 15 euro
vendite nell’anno: 100 unità
Restano quindi 100 unità in magazzino a fine anno. Come le valuto?
Con il FIFO: si assume di aver venduto le 100 unità “vecchie” (da 10 euro). In magazzino restano le 100 unità recenti da 15 euro → rimanenze finali: 1.500 euro.
Con il LIFO: si assume di aver venduto le 100 unità “recenti” (da 15 euro). In magazzino restano le 100 unità vecchie da 10 euro → rimanenze finali: 1.000 euro.
Con il costo medio ponderato: costo medio = (100×10 + 100×15) / 200 = 12,50 euro. In magazzino 100 unità → rimanenze finali: 1.250 euro.
Come si vede, lo stesso magazzino fisico può valere 1.000, 1.250 o 1.500 euro a seconda del metodo. E poiché rimanenze più alte significano reddito più alto, la scelta del metodo ha un effetto diretto sulle imposte. Attenzione: sul piano fiscale l’articolo 92 del TUIR pone regole e limiti specifici alla valutazione, che vanno coordinati con i criteri civilistici.