27/06/2021
Ci pensi. Seriamente, avvocato Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate. E, magari, mi risponda.
Le scrivo invitandola seriamente a lasciare da parte mirabolanti promesse di semplificazione fiscale e ipocrite lamentazioni sulla privacy che impedirebbero di “controllare” i contribuenti. Ora, sorvolando sul fatto che i suoi 32.000 “servitori dello Stato” (così Lei ha definito i dipendenti dell’Amministrazione Finanziaria, molti dei quali, da marzo 2020, “lavorano” in modalità smart working, per ragioni che, per rispetto, evito di commentare) possono contare su ben 161 banche dati, sarebbe doveroso che Lei rendesse merito ai veri servitori dello Stato, ossia agli oltre 100.000 commercialisti asserragliati in ufficio per supplire alle enormi inefficienze della pletora di burocrati che è maestra solo in una disciplina: complicare al limite della follia il lavoro di chi si dibatte fra scadenze, adempimenti e norme oscillanti fra il demenziale e l’assurdo. Una platea che procura allo Stato il 70% del gettito Irpef, grazie a un impegno sconosciuto ai più. Le chiedo anche se Lei, che ha firmato la circolare n. 7 del 25.06.2021 – ben 539 pagine – e che, a più riprese, recita il mantra della semplificazione, abbia contezza della pretesa surreale sottostante a tale circolare: non le sarà sfuggito, anzitutto (altrimenti corre l’obbligo di ricordarglielo) che nel 2020, più o meno nello stesso periodo, la circolare n. 19/2020 constava di 411 pagine; ebbene, Lei e i suoi burocrati vi siete superati (e sembrava impossibile): ben 128 pagine in più. Una ponderata analisi della medesima presuppone un tempo di lettura, per un professionista esperto, che varia dalle 27 alle 30 ore: tenendo conto dell'imminente scadenza per il versamento delle imposte (la cui proroga, come da inammissibile, consolidata prassi, giungerà il giorno immediatamente precedente), Lei reputa evidentemente “normale”, “semplice” e rispettoso della dignità di chi lavora quanto segue: studio del documento fra sabato e domenica (26 e 27), “digestione” delle numerose contraddizioni (sempre per consolidata prassi) in esso contenute e, naturalmente, applicazione pratica delle stesse. Mi permetto di ricordarle che, di regola, un giorno di lavoro non dovrebbe superare le 8 ore. Se ciò avvenisse nel settore pubblico, Dio ne guardi, scoppierebbe la guerra civile per gravissima violazione dei diritti dei lavoratori. Sempre nel settore pubblico, notoriamente, il lavoro festivo e prefestivo è bandito o, al massimo (prefestivo) è ridotto a poche ore. Per i professionisti, invece, l’orologio ha altre cadenze. Si rassegni a un’evidenza solare: la complessità del calendario degli adempimenti fiscali non è che l’immagine riflessa di un sistema che non riesce a imboccare la via della semplificazione, che è incapace di confrontarsi con il mondo delle imprese e delle professioni e che, sprezzantemente, non ammette il peso intollerabile del prelievo fiscale e previdenziale. Questo è il problema. Se non le è chiaro e se pensa che la privacy sia la questione della quale discutere, si spiegano molte cose. Non una, però: le ragioni per le quali dirige l’Agenzia delle Entrate. Anzi, mi perdoni il candore: la ragione è semplice: è sufficiente essere nella tasca giusta, al momento giusto, del politico giusto. Oltretutto, da recidivo. Non si diventa “direttori” per concorso, ma per nomina politica. E ho detto tutto.