14/11/2022
L’errata diagnosi onco-ginecologica
Una donna di 30 anni, coniugata, già madre di un bambino di 4 anni, con un’occupazione a tempo pieno, non ha mai sofferto di problemi di salute, fino all’autunno del 2013, quando iniziò ad avvertire dei forti dolori durante i rapporti sessuali con il marito.
I dolori, come lei stessa ha raccontato, inizialmente erano di breve durata e alcune volte anche sopportabili. Tuttavia, notata la persistente sintomatologia, la donna si è rivolta dapprima al suo ginecologo di fiducia che l’ha visitata più volte, sottoponendola a diversi esami ecografici nell’area pelvica, ma non riscontrando alcuna patologia.
Nei mesi successivi, la donna si è sottoposta ad ulteriori controlli - sempre su consiglio del suo ginecologo - soprattutto per l’acuirsi dei dolori anche nella fase della penetrazione, e non solo durante l’amplesso. Si è così rivolta ad un centro ecografico specialistico, per un ulteriore accertamento trans-vaginale eseguito da un radiologo ecografista.
Dall’esame è emerso che la donna soffriva di ovaio micropolicistico a destra, mentre l’ovaio sinistro era interessato da formazione a contenuto colloideo di circa 5 mm e da un processo infiammatorio che ha interessato tutta la tuba fino all’utero.
In base ai risultati delle ecografie effettuate, il medico si è pertanto limitato a prescrivere alla paziente solo farmaci antibiotici e anti-infiammatori, da assumere per 15 giorni, e ha consigliato alla donna di astenersi per qualche periodo dall’avere rapporti sessuali.
Nel giro di pochi giorni dall’assunzione dei farmaci antibiotici, la donna ha continuato ad avvertire dei dolori sempre più forti.
Per questo motivo, la 30enne ha deciso di affidarsi ad un altro centro specialistico, dove è stata sottoposta ad una tomografia computerizzata, che ha evidenziato un annesso dell’utero di dimensioni superiori alla norma. Il personale medico le ha così consigliato di rivolgersi con urgenza ad un chirurgo specialista in oncologia.
La donna ha domandato consiglio ad un amico medico, che l’ha indirizzata presso un noto ospedale milanese, sia per un chiarimento diagnostico definitivo, sia per un eventuale intervento chirurgico.
Nel periodo estivo, la donna si è recata presso la struttura ospedaliera milanese, per sottoporsi ad una visita ginecologica ed oncologica più dettagliata. Una volta ottenuti i risultati, il personale medico ha deciso così di ricoverarla. L’esame istologico non ha evidenziato nessuna patologia oncologica maligna. Tuttavia, la donna è stata sottoposta ad una ovariectomia destra.
A tal proposito, occorre precisare che la formazione di aderenze rappresenta una delle complicanze maggiori e più frequenti della chirurgia. Infatti, si riscontra in circa il 90 per cento delle pazienti sottoposte ad intervento chirurgico sulla pelvi.
Benché in molti casi le aderenze restino silenti, senza manifestare sintomi rilevanti, molto spesso peggiorano la qualità della vita poiché causano patologie importanti come il dolore addominale-pelvico cronico, l’infertilità secondaria e a volte anche occlusione intestinale.
Una volta dimessa dall’ospedale con quadro clinico stabile, il suo iter non è terminato con l’operazione chirurgica. Dopo un breve lasso di tempo, la 34enne è stata costretta a sottoporsi nuovamente ad un prelievo bioptico, da cui è emersa una gravissima compromissione del tessuto ovarico, che avrebbe potuto generare conseguenze devastanti perfino sulla sua capacità riproduttiva
Attualmente la donna protagonista suo malgrado di questo caso di malasanità non è ancora in grado di sopportare alcun amplesso con il proprio partner, e lamenta spesso dolori ai quadranti inferiori dell’addome.
La responsabilità del medico:
Dall’esame dettagliato del caso che ha coinvolto la 34enne sono emersi questi elementi:
● Un atteggiamento poco professionale da parte dello specialista che ha optato per l’asportazione chirurgica dell’ovaio, il quale in virtù del suo ruolo avrebbe dovuto rivolgersi ai suoi colleghi che avevano effettuato i controlli sulla donna in precedenza, ovvero il tecnico radiologo che ha eseguito il Tc e il chirurgo oncologo.
● Una decisione da parte del chirurgo operante nella struttura milanese considerata superficiale, poiché non si è avvalso delle usali vie di accesso alle prestazioni sanitarie previste dal Sistema Nazionale.
● Scarsa informazione da parte del medico milanese riguardo i possibili problemi legati alla fertilità, e poca attenzione nei confronti della pazienza e della tutela del suo benessere psico-fisico.
Per quanto concerne, invece, la condotta sanitaria e assistenziale elargita alla donna, sono state riscontrate innumerevoli criticità. Dall’esame del caso specifico è emersa la dubbia decisione di eseguire un intervento chirurgico rischioso, per via laparotomica, sulla base di un solo referto. Soprattutto, alla luce dei risultati negativi derivanti dai marcatori tumorali.
Sotto accusa è anche il fatto che il chirurgo non abbia valutato al meglio la situazione ovarica controlaterale. Quantomeno dovevano essere valutati e considerati insieme alla paziente l’eventuale desiderio di una gravidanza, l’ipotesi di una possibile compromissione della capacità riproduttiva e gli eventuali provvedimenti adottabili.
Per quanto riguarda la valutazione del danno arrecato, sulla base degli elementi emersi, si tratta di un danno biologico permanente. In quest’ottica occorre tenere conto anche del danno anatomo-funzionale legato alla cicatrice addominale post chirurgica, alla perdita anatomica dell’ovaio destro, nel contesto di un quadro ovarico fortemente compromesso sia per la micropolicistosi destra, sia per la fibrosi della tuba e del parenchima ovarico sinistro.
Per una eventuale richiesta di risarcimento, bisognerà anche considerare il mancato intervento chirurgico sull’ovaio sinistro, nonché l’eventuale successiva necessità di ricorrere a un ulteriore intervento chirurgico, infine l’attuale impossibilità di ricorrere ad una futura procreazione assistita, nel caso la donna volesse avere un altro figlio.