27/05/2023
A proposito di Risorse umane.
Se vuoi uccidere un comparto uccidi la comunità.
E ogni volta il mio sistema era bello, vasto, spazioso, comodo, pulito e soprattutto liscio. E ogni volta un prodotto spontaneo e inatteso della vitalità universale veniva a dare una smentita alla mia scienza puerile e antiquata, figlia deplorevole dell’utopia
Charles Baudelaire, Exposition Universelle, 1855
Ma alla fine un resto tornerà, la nostra storia continuerà; perché una storia è finita, ma non è finita la nostra storia.
Già da tempo siamo in esilio, anche se molti non se sono accorti. Gli hotel non sono stati distrutti, semplicemente messi a reddito per nutrire i nuovi dèi insaziabili del consumo e del merito. Una storia è finita, ma non è finita la storia, perché un resto fedele la continuerà. Questa è la nostra speranza non-vana. Le altre speranze sono illusioni di falsi profeti, iscritti in qualche libro-paga di qualcuno.
È dentro questo tempo di esilio che ho posto anche questa riflessione.
Se vuoi uccidere un comparto, un’azienda o una struttura uccidi le comunità – e in molti ci stanno provando, cercando di trasformare l’ospitalità in una faccenda individuale senza appartenenze forti, in un consumismo emotivo e solitario, finalmente innocuo.
Più si scava nell’anima più si trova la comunità, più si approfondisce la comunità più vi si trova la propria anima che riconosciamo nelle anime dei compagni e delle compagne.
In tutta questa dinamica individuale e collettiva un elemento importante, forse quello davvero decisivo e trascurato, è il tempo.
Perché l’esperienza della giovinezza e quella della vita adulta sono diverse, molto diverse, e a volte possono diventarlo
Il giovane è generoso, oltrepassa i limiti dell’ordinario, ama le esperienze fantastiche, radicali, esagerate ed estreme, vuole assaporare la vita fino alle midolla. È puro, ama e vive la gratuità.
Per questo quando incontra l’energia infinita sprigionata da un’idea inizia a volare. Spicca il volo e non si ferma più. Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta pur di non tornare da quel f***e volo, pur di naufragare in quel mare.
Quasi sempre la vita comunitaria potenzia le qualità del giovane, lo fa fiorire, sbocciare, portare i primi frutti saporitissimi. Poche cose sulla terra sono più belle e pure di un giovane innamorato di un carisma.
Allora un primo effetto è l’allungamento del tempo della giovinezza, forse dell’infanzia. Si resta giovani – bambini – a lungo, e alcune dimensioni della giovinezza restano per tutta la vita - una certa bella ingenuità, occhi da bambino, la capacità di commuoversi di fronte alla bellezza, lo stupore per la bontà e la cattiveria eccessive. Si comprende allora che a causa della straordinaria esperienza che si vive da giovani, il diventare adulto dentro una comunità carismatica è particolarmente difficile, e qualche volta, per non dire spesso, si spezza qualcosa durante il passaggio.
Di fronte ai primi necessari crepacci del muro della prima vocazione giovanile e delle forme concrete che essa ha assunto, succede troppo spesso che invece di lasciar crollare il primo muro di cinta e così scoprire nuovi giardini e prati su cui correre liberi, si chiamino i muratori per riparare le falle e ripristinare la vecchia costruzione.
E così quando arrivo il giorno in cui i rattoppi non reggono più e l’edificio crolla, l’inevitabile e improvviso collasso non sarà vissuto come possibilità di un futuro migliore più largo e luminoso, ma come terremoto e distruzione. Il paesaggio che il crollo spalanca di fronte, invece di indicare nuovi orizzonti per una nuova vita matura, ora incute paura e si resta bloccati in mezzo alla macerie umane, psichiche.
Affinché le comunità possano continuare ad attrarre persone con idee nuove e così conoscere una nuova primavera, un resto dopo l’esilio, c’è un immenso e urgente bisogno di coraggio e di rischio nel lasciar crollare questi muri.
Occorre sapere immaginare nuove forme di vita in comune, più nomadi e fluide, soprattutto nella fase adulta della vita delle persone.
Generare più modi di vivere l’appartenenza forte alla comunità, fedeli allo spirito del carisma ma capaci di mutare le forme concrete e organizzative cui ha dato vita in passato.
Nel tempo degli esili e dei diluvi solo ciò che è agile e piccolo sopravvive.
Un’ultima nota, mentre vivi il tempo adulto dell’esilio non dimenticare mai il tempo del primo amore, quando il tuo cuore udì parole diverse ed eterne.
Perché non è bugia, è solo lontano. Volevi toccare il cielo e hai toccato la tua terra, forse per poterla finalmente amare davvero. Non dimenticare il primo patto, non dimenticare quella grande promessa: era tutta per te. Non dimenticare che all’inizio di una vita ora diventata complicata c’è stato davvero qualcosa di stupendo. C’è stata una giovane, un giovane, che nello splendore dei suoi anni ha creduto, ed è partito dietro un sì incondizionale. All’inizio c’è stato qualcosa di meraviglioso, una bellezza, una gratuità, una generosità infinite. E se c’era all’inizio, c’è per sempre.
Nessuna delusione, nessun dolore, niente al mondo può cancellare questa infinita bellezza-gratuità-generosità. Non glielo permettere. E poi prova a risorgere.
Oggi è di moda cavalcare "la risorsa umana"…purtroppo è come le promozioni del supermercato a novembre tutti a nanna!
(Pensieri adattati al comparto del turismo ispirati da una lettura di L. Bruni)