Agenzia Verba - servizi editoriali

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27/02/2019

🐢 Oggi è la 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐥𝐞𝐧𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚.
Prendetevi del tempo per rallentare. Fatelo con intenzionalità. Scegliete quali momenti e quali azioni potete fare con calma per trarne beneficio.

🌞 La mattina per esempio, risvegliatevi con lentezza. Non controllate subito il cellulare, ascoltate il vostro corpo e attivate la mente su pensieri elevanti.

🚶‍♀️Passeggiate senza metà, con calma e con il piacere di perdervi, restate con voi e liberate l'immaginazione.

🤗 Abbracciate chi amate per un tempo prolungato, permettete ai vostri corpi di entrare in sintonia con gli altri e alla vostra mente di prendersi il tempo necessario per voler bene.

🥗 Masticate con calma, approfittandone per meditare un po': nutrite il corpo e la mente.

👂 Ascoltate gli altri senza pensare a cosa dire, rispondere, affermare; lasciatevi condurre dalla curiosità, dai dubbi e dalla meraviglia.



"Quando si rimette mano alla propria biblioteca la letteratura diventa una questione geografica, un po’ come tracciare i...
06/05/2014

"Quando si rimette mano alla propria biblioteca la letteratura diventa una questione geografica, un po’ come tracciare i confini del proprio mondo."

Mettiamola così: io il mondo lo vedo come qualcosa che procede complicandosi, un po' come una palla che nel suo rotolare ingloba in sé tutto quel che trova lungo il cammino. Avete presente il lavoro paziente dello stercoraro? Ecco, c'è insomma ...

Ecco tutti i racconti che hanno partecipato al RUBRICONCORSO del venerdì. Avete ancora qualche giorno di tempo per votar...
11/06/2013

Ecco tutti i racconti che hanno partecipato al RUBRICONCORSO del venerdì. Avete ancora qualche giorno di tempo per votare ed esprimere al vostra preferenza! Non perdete l'occasione di far vincere all'autore del vostro racconto del cuore una valutazione del proprio manoscritto!

In questa cartella TUTTI I RACCONTI IN GARA. Vieni anche tu a leggerli e a commentarli, per far vincere il tuo racconto preferito c'è bisogno anche di te!

10/06/2013

La pagina VERBA, per due settimane, sarà dedicata interamente all'Arena, il rubriconcorso del Venerdì. Voi, intanto, votate, votate, votate! Ci sono ancora quattordici giorni per esprimere la vostra preferenza e decretare uno dei due vincitori!

MORNING MEDITATIONdi Conte Zarganenko aka Adriano ErcolaniChiuse gli occhi.Attendeva l’invasione.L’esercito immenso, da ...
07/06/2013

MORNING MEDITATION
di Conte Zarganenko aka Adriano Ercolani

Chiuse gli occhi.
Attendeva l’invasione.
L’esercito immenso, da sempre schierato, scatenò le orde, che eruppero come cascate di vermi brulicanti. Affanni domestici, ricordi strazianti, vane ambizioni, si rincorrevano selvaggi all’assalto, come scimmie urlanti in un vortice stordente. Fiamme s’alternavano a improvvise arsure, un coltello arroventato infieriva nelle carni. F***e di volti sfregiati da smorfie, una babele di dissonanze a rimestare in sacche purulente di memoria. Morsi, punture, sottili supplizi d’antichi nemici.
Un corteo di bocche voraci lo avvolse in una risata infernale.
Sorrise, senza scomporsi.
Le osservò svanire, come polverizzate dal passo indifferente d’una zampa d’elefante. Qualcosa, con dolce pazienza, scioglieva quei dolenti nodi. Un balsamo sulle ustioni della colpa e del rimpianto. Ghiaccio che spegne la furia.
Dalla culla un vagito. L’accordatura del violino.
Rimase mero testimone.
Assiso nella tempesta, l’oceano si schiudeva al suo passaggio.
Onde di quiete ridente scaturivano dal profondo.
Carezze di beatitudine danzavano lungo la schiena come risonanze d’un’arpa.
Una castissima esplosione di puro piacere, come una crescente colonna di bellezza, lo attraversava in una placida ascesa.
Svuotamento senza dispersione.
Vide il gioco, illusione e meraviglia.
Dissolti i sensi in un appagamento senza desiderio, contemplò lo splendore immacolato.
La mente ormai specchio concavo del Tutto.
Un anfiteatro di cristallo, coppa vuota pervasa da un oceano di silenzio.
Un tempio in cui una Regina incedeva solenne, nell’intatta adorazione degli astanti, verso il suo trono.
Si alzò, prese la valigetta, andò al lavoro.

Oggi ultimo appuntamento con "L'arena", il rubriconcorso di Verba dedicato al racconto breve. Verba ha deciso di raddopp...
07/06/2013

Oggi ultimo appuntamento con "L'arena", il rubriconcorso di Verba dedicato al racconto breve.
Verba ha deciso di raddoppiare i premi in palio.
Venerdì 21 giugno verranno resi noti i nomi di due vincitori: uno scelto attraverso la giuria popolare e dunque in base alle visualizzazioni, ai commenti e ai gradimenti; l'altro con l'ottica di un premio della critica, selezionato quindi dalla giuria di Verba.
Entrambi si aggiudicheranno la valutazione gratuita di un manoscritto.

MI HANNO RUBATO LA MACCHINAdi Patrizio D'AmicoTorno verso la mia panda 4x4 comprata di terza mano sei anni fa da un cont...
31/05/2013

MI HANNO RUBATO LA MACCHINA
di Patrizio D'Amico

Torno verso la mia panda 4x4 comprata di terza mano sei anni fa da un contadino.
Mi blocco un attimo prima di aprirla. Ho una sensazione strana ma dopo tutto quello che ho bevuto e fumato stasera… poche paranoie e tornare a casa. Stop.
Entro. Metto in moto. Mi giro per fare retromarcia.
Shhh. sento da dietro il mio sedile, e poi sbucano due tizi.
Rimango con la marcia ingranata girato verso di loro. Il cuore salta un battito.
Sono due zingarelli. Avranno qualche anno meno di me. Fanno facce cattive ma un attimo dopo sembrano impauriti.
Ma chi c***o siete?
Stai zitto p***a troja e… zitto. Mi fa quello di destra avvicinandosi molto col viso e colpendomi con tre bollicine di saliva.
Ok sto zitto però spiegatemi perché!? Che volete da me? Cioè, ho una macchina che vale zero, sto fumato e ubriaco e a tre curve da casa mia. Ma cosa mi volete rubare? gli dico d’un fiato.
I due mi guardano e poi si guardano e poi si riguardano e tornano a guardarmi e io intreccio le loro due facce per colpa del vino.
Senti zio non ti vogliamo rubare un c***o. dice uno dei due con tono deciso, che quasi mi mette timore. Io sto così rilassato che lo guardo e gli sorrido.
Senti zio, esordisce l’altro nello stesso modo del primo, devi portarci un po’ in giro anzi devi portarci in un posto. dice duro.
E allora qui mi rilasso, mi rilasso proprio. Gli dico: Ma certo ragazzi, andiamo dove volete. e continuo felice: Io domattina dovevo andare al mare e magari ci vado lo stesso perché non ho un orario preciso, e mi va anche di guidare. Dai, anche se farò più tardi del previsto andiamo in questo posto che dite voi, vi accompagno volentieri c***o dai, mi prende bene, sì. Bello.
E intanto ho: re-ingranato la retromarcia, poggiato il braccio sul sedile di fianco, uscito accelerando abbastanza dalla stradina in cui ero parcheggiato. Rapido con la mano destra ho pigiato il tasto della radio che è partita con volume bassino e con un ritmo latino, ho sorriso ai ragazzi dietro mentre gli parlavo, ho controsterzato sulla ghiaia con la facilità di chi ha il servosterzo ma io non ce l’ho, poi ho messo la prima e sono partito.
Ci divertiremo. dico di nuovo.
Ma sei deficiente! Non stiamo andando a fare una gita. Non ti devi divertire. mi dicono alternandosi.
E io allora rimango un attimo zitto. Ingrano la seconda e poi la terza e poi la quarta prendendo velocità, se quella del pandino 4x4 si può definire velocità. Comunque accelero, tanto per due chilometri è sempre dritta fino all’uscita del quartiere, e
Cioè, sentite un po’. gli dico abbastanza serio. Mo ragazzi, parliamoci chiaro, io non è che sono contento di quello che fate eh. Ma non vi dico un c***o, mica faccio il poliziotto io.
Stanno zitti, il ritmo latino di sottofondo è diventato rap francese, forse sto su radio onda rossa, e continuo a dirgli: Siete fatti così dovete rubare, ok, che due p***e, però finché non fate male a nessuno fate come c***o volete. Ora, mi beccate tranquillo, vi dico che v’accompagno, e fate anche i sostenuti? Cioè, fatemi almeno divertire, sennò chiamo la polizia e vi faccio arrestare c***o, nooo!
Ma che polizia figlio di t***a. mi fa il primo mentre il secondo fa spuntare qualcosa di metallico e appuntito di fianco alla mia visuale. Riconosco subito che è un cacciavite, usato forse per aprirmi la macchina. Non sto più tanto tranquillo, anche se comunque non è una pi***la – che mi avrebbe provocato un principio di infarto – e non è neanche un vero coltello affilato o che può far male, ma solamente un c***o di cacciavite, che comunque è un’arma ma magari non l’hanno mai usata come arma. Insomma, io anche ho aperto qualche macchina col cacciavite, per scherzare, tipo quelle del nonno che erano anni che stavano nel vecchio garage e andavo li a cazzegiare e
Oh! mi fa il secondo dandomi un colpo con la mano sulla testa. Ma la smetti di parlare? ’c***o mi frega a me di tuo nonno. Dice.
Pensavo di stare pensando, e invece parlavo ad alta voce. Sto veramente fuso, forse neanche potrei guidare per come sto sfatto. Il palato ha il sapore delle bottiglie di San Giovese bevute a casa degli amici.
Ma che avete combinato per ritrovarvi così? Dico. Cioè. continuo a dirgli. Siete ladri giusto? Avete appena fatto un colpo? Magari c’è anche un bottino, che so, uno zaino pieno di soldi, qualche gioiello e magari un ipad. Vi porto dove volete, però dividiamo no?
Vabbè ma questo è proprio scemo! dice il primo.
Buttiamolo giù e prendiamoci la macchina. dice l’altro.
E mi dà un pugno in testa rinforzato dal ma**co del cacciavite e c***o che male. Chiudo gli occhi mi porto le mani alla testa, guardo in basso lascio il volante. Da dietro loro ci si avventano, insieme. Rialzo la testa e vedo un albero: accelero, gli vado sotto e i fari lo illuminano e gli stiamo finendo addosso, col 4x4 lanciato in quarta a quattro chilometri da casa mia.
Contro l’albero. Bella botta.

Osservo la macchina da fuori l’abitacolo. Sono illeso c***o, sono illeso. I due tipi dentro si lamentano, uno sta più fuori che dentro: ha sfondato il parabrezza. L’altro accasciato sui sedili posteriori mugugna una lingua sua. Chi c***o ti capisce. Afferro uno zaino invicta nero con le cuciture giallo fluo che è sbalzato fuori dalla macchina dopo l’incidente. Mi incammino, con passo svelto. Qualcuno li vedrà, chiamerà l’ambulanza, poi la polizia: capiranno che la macchina è stata rubata mentre io sarò già nel letto.

"L'arena" è il rubriconcorso di Verba dedicato al racconto breve.Ogni venerdì, storie firmate da autori e autrici esordi...
31/05/2013

"L'arena" è il rubriconcorso di Verba dedicato al racconto breve.
Ogni venerdì, storie firmate da autori e autrici esordienti, emergenti o aspiranti tali.
Il vincitore, selezionato in base ai commenti del pubblico e al giudizio di Verba, avrà diritto alla valutazione gratuita con scheda tecnica di un manoscritto.

Le parole/locuzioni che non uso più: Non uso più “quote rosa”, perché è sessista,  perché per me esistono solo quote di ...
30/05/2013

Le parole/locuzioni che non uso più:

Non uso più “quote rosa”, perché è sessista, perché per me esistono solo quote di genere, perché per me esiste la parità, quella vera: 50 maschi e 50 femmine, metà e metà, dovunque, sempre!

Non uso più “badante”, perché non bada alle bestie e perché fa qualcosa in più, perché credo che assista, userò assistente familiare, perché è tutta la famiglia che ne trae beneficio, perché se non ci fosse lei noi non ce la faremmo il più delle volte.

Non uso più “gentil sesso”, perché le virtù morali come la dolcezza e l’amorevolezza sono sia degli uomini che delle donne. Perché esistono sia gli sgarbati che le sgarbate e perché tutti dovremmo essere gentili.

Non uso più “sesso debole” perché deboli sono quei bastardi che picchiano le donne e siamo fortunati che non si siano ancora ribellate prendendoci a calci in c**o tutti; perché certe donne sono capaci di mettersi i guantoni e farmi vedere i sorci verdi sul ring e altre, molte altre, spesso le stesse, vincono sul ring della ragione, col cuore oltre che con l’ingegno.

I cittadini romani sono chiamati al voto per eleggere il nuovo sindaco, ma è una campagna elettorale strana, quella di q...
27/05/2013

I cittadini romani sono chiamati al voto per eleggere il nuovo sindaco, ma è una campagna elettorale strana, quella di quest'anno, quasi surreale, di cui ricordo soltanto gli innumerevoli cartelloni con la faccia di Alemanno e i numeri sparati a casaccio, ché tanto la gente mica s'informa: più posti negli asili nido, meno criminalità, più turisti, etc etc. Io di questi cinque anni ricordo soltanto la famosa nevicata che bloccò la città, l'aumento esponenziale delle buche nell'asfalto e qualche scandaluccio nella gestione delle società partecipate (i famosi "amichetti").
Ma a parte questo, se provo a interrogarmi sul futuro di Roma, chissà perché, ma mi vien vogli di rituffarmi nella lettura di "Cinacittà" di Tommaso Pincio (Einaudi, 2008) piuttosto che in quella dei programmi elettorali. In questo romanzo, dove si materializza la paura per l'invasione dell'altro (in questo caso i cinesi), l'autore ci offre la visione di ciò che potrà essere, senza troppe facili retoriche; semplicemente immaginando le conseguenze di ciò che già c'è. Ché poi è proprio quello che dovrebbe fare la politica.

"Ho perso tutto. La mia anima è evaporata, svanita insieme a quel poco che c'era dentro. Mi restano solo i fatti, e che sia romano è un fatto. Qui a Roma ho sperperato tutta la mia esistenza e qui sono rimasto dopo l'inizio di quell'enorme e famosa estate che non è mai finita. Sono rimasto quando, infischiandosene del calendario, le colonnine di mercurio sono schizzate oltre i quarantacinque gradi. Così come sono rimasto quando la gente iniziò a migrare nel prospero e fresco Nord, dove l'asfalto non si squagliava come b***o in padella e le foglie non cadevano in autunno ancora verdi.
Le auto esplodevano con improvvise fiammate. Tutti andavano via, ma io sono rimasto qui, nell'eterna canicola, come un animale raro in mezzo a migliaia di bestie cinesi tutte uguali, abbrutendomi nella cavità della notte, facendo cose che prima manco mi sognavo, portando alla morte chi non lo meritava.
Per farla breve, mi sono reso responsabile di un delitto efferato. Che sia l'ultimo dei romani, però, è un'esagerazione. Qualcuno c'è ancora, a parte me. Il mio avvocato, per esempio, è romano anche lui e, come me, ha un nome che si direbbe inventato. Si chiama Trevi, come la fontana."

FRANCO AL TABACCHIdi Ornella SpagnuloFranco non ne poteva più: aveva la barba di una settimana e gli occhi stanchi, stav...
24/05/2013

FRANCO AL TABACCHI
di Ornella Spagnulo

Franco non ne poteva più: aveva la barba di una settimana e gli occhi stanchi, stava mettendo su la pancia e i suoi pantaloni sembravano sporchi. Come se non bastasse aveva ripreso il vizio del fumo a ritmo serrato: accendeva una sigaretta, lasciava passare solo mezz’ora e ne prendeva un’altra. Viaggiava sui 2 pacchetti al dì da quando Noemi l’aveva lasciato. Continuava a vivere nella stessa casa che lei aveva visitato spesso, ma le mura sembravano altre; aveva voglia di ritinteggiarle e cambiare vita, ma era troppo presto.
La notte, sul letto, per prepararsi al sonno pensava a lei e spesso si masturbava, per la tensione e per il dolore. I suoi genitori non lo capivano quando la mattina rispondeva al telefono con la voce dall’oltretomba. – Che vuoi che sia una fidanzata? – gli diceva sua madre, segretamente felice che il figlio fosse ancora un po’ suo.
Franco andava a comprare le si*****te: era la sua attività più dinamica. Ogni giorno scendeva dal suo appartamento al quarto piano e tornava su con 2 pacchetti. I coinquilini iniziavano a detestarlo perché passava tutta la sera a casa davanti alla tv, fumando, e loro si sentirono braccati, perché non potevano più stare nel salone. Uno di loro, dopo 4 giorni dalla fine della storia d’amore, gli consigliò: – Esci, svagati! – ma Franco reagì con indifferenza: – Esco già tutti i giorni per andare al tabacchi.

– Mi dà due pacchetti di Marlboro?
– Sì.
– Grazie. – I soldi.
– Lei viene tutti i giorni: se mi permette, fuma troppo.
– Troppo?
– C’è scritto sui pacchetti: “nuoce gravemente alla salute”. Perché lo fa?
– La mia ragazza mi ha lasciato.
– Non è mio il tabacchi, sa, o probabilmente non glielo avrei detto. Ma ecco, col fumo si uccide, questo è un dato di fatto.
– Non mi sto mica impiccando. – Testa bassa.
– Lo sta facendo lentamente.
– E lei, chi l’avrebbe messa qui a vendere le si*****te? Che coraggio!
– Qui non si vende solo fumo. C’è chi viene a comprare le caramelle o un gratta e vinci. C’è chi fa la ricarica del cellulare e chi compra solo un accendino con i gatti o i cuoricini.
– E secondo lei cosa ci fa, la gente, con gli accendini?
– Li regalano, spesso.
– Così fanno fumare gli altri.
– Beh, ha ragione, ma un regalo è sempre un regalo.
– E se io le regalassi un pacchetto di si*****te?
– Penserei che dovrò morire. E accetterei la morte, perché i regali si accettano sempre.
– Non so perché si sente autorizzato a dirmi cosa devo fare.
– Badi che non le ho detto cosa fare.
– Mi vuole mettere i sensi di colpa per il fumo e poi mi dice che accetterebbe un pacchetto regalato. Ecco, ora gliene regalo uno io!
– Lo terrò sulla scrivania, non lo fumerò. Tutti i giorni, però, grazie a lei ricorderò che devo morire, e forse sarò più felice. Grazie.
– È ironico adesso?
– No, è importante sapere che si lascerà questo pianeta. Si dà più senso alle cose.
– Ripasserò domani.
– Verso che ora?
– Alle 11. Devo ricordare che il mio 11 è finito.
– Cosa?
– Niente, lasci stare. 11 è uno più uno, o 10 (quindi uno e zero) più uno. È una coppia, gliel’ho detto. Sono fissato coi numeri.
– Ha ragione. Allora io ricorderò che devo morire e lei ricorderà che l’amore è finito.
– Vede che è importante il fumo?
– È vero, da questo punto di vista è vero.
– Grazie, arrivederci.
– Arrivederci a lei.

Indirizzo

Rome
00135

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Lunedì 09:30 - 18:00
Martedì 09:30 - 18:00
Mercoledì 09:30 - 18:00
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Venerdì 09:30 - 18:00

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